Come assalimmo la Città di Belinas, e del pericolo nel quale fui
capitanando la prima battaglia del Re.
L’altro giorno inseguente il Re e sua oste se n’andò davanti la città
di Sur, che è appellata Tiro nella Bibbia; e là fu il Re parimente
intalentato d’andare a prendere una città ch’era colà presso, e che
aveva in nome Belinas. E gli consigliarono le sue genti che il devesse
fare, ma ch’egli non ci dovesse punto essere, ed a ciò s’accordò
finalmente a gran pena. E fu appuntato che il Conte d’Angiò andrebbe,
e Messer Filippo di Monforte, il Sire di Sur Messer Gillio il Bruno
Connestabile di Francia, Messer Piero il Ciambellano, ed i Maestri
del Tempio e dello Spedale colle loro genti d’arme. E poi sulla notte
noi ci armammo, e venimmo un poco appresso la punta del giorno in una
pianura ch’era davanti la città di Belinas appellata nelle antiche
Scritture Cesarea di Filippo. Ed è sedente quella città sovra una bella
fontana che l’uomo appella Gior; e ne’ piani che sono davanti quella
città ci ha un’altra molto bella sorgente, che ha in suo diritto nome
Dan; e s’intrammischiano insieme i ruscelli di quelle due fontane
alquanto lunge dalla città, ed il fiume che se ne fa è appellato
unitamente Giordano là ove Gesù Cristo nostro Signore fu battezzato.
Per lo consiglio del Conte d’Angiò, de’ Maestri del Tempio e dello
Spedale, e de’ Baroni del Paese fu avvisato che la battaglia del Re,
ove io era per allora co’ miei Cavalieri, e coi quaranta Cavalieri
Sciampagnesi che il Re mi aveva di già dato a bailire, andremmo ad
interporci tra la città ed il castello; Messer Gioffredo di Sergines
ed i produomini del Paese che erano con noi tenterebbono la città a
man sinistra; gli Spedalieri a man destra; ed il Maestro del Tempio
e sua compagnia, insisterebbono sulla via che noi altri della prima
battaglia avremmo battuto. E adunque ciascuno s’ismosse a partire e
noi approcciammo sino incontra la città per di dietro, e trovammo là
alquanti di nostre genti morti, che i Saracini, dopo ch’e’ si erano
traforati nella città, avevano uccisi e fuorgittati. E dovete sapere
che la costa per ove noi dovevamo salire era assai perigliosa; perchè
in primo luogo ci avevamo tre muri a sorpassare, e poi il dirupo era
così infranto e smottato che nullamente vi si poteva tenere a cavallo:
e nell’alto del colle ci avea gran quantità di Turchi a cavallo là
veramente ov’egli ci conveniva montare. E in quella io vidi che taluno
de’ nostri a un cotal luogo rompevano le mura della città, ed io mi
volli tirare ad essi cavalcando. Un Cavaliero de’ miei pensò allora
varcare in salto il muro, ma il cavallo gli cadde sovra rovescione; per
che quando vidi ciò, mi discesi a piè, e presi il mio cavallo per lo
freno, e la spada in pugno montammo arditamente contramonte quel colle.
E allorchè li Turchi, ch’erano in sull’alto, ci videro andare ad essi
sì fieramente, così come volle Iddio, se ne fuggirono e ci lasciarono
lo spiazzo franco. E in quello spiazzo ci avea un sentieruzzo tagliato
nella roccia che discendeva nella città: perchè quando noi fummo
colassù donde erano fuggiti i Saracini indirizzandosi al castello,
gli altri Saracini ch’erano nella città non osarono venire a noi, e
si fuggirono anzi per temenza del sovracapo, fuora della città, e la
lasciarono all’altre nostre genti senza nullo dibattimento di guerra.
E ben sappiate che durante ch’io era in sull’alto di quel colle il
Maresciallo del Tempio udì dire ch’io era in gran periglio, e se ne
venne a monte sino a me. Ora vi dirò ch’io aveva con me li Cavalieri
Teutoni, i quali quando videro che i Turchi a cavallo si fuggirono
dritto al Castello ch’era assai dilungato dalla città, ismossersi tutti
per correre loro sovra malgrado mio, e non ostante ch’io loro dicessi
ch’e’ facean male, perchè noi avevamo accapata la nostra impresa, e
fatto ciò che ci era stato comandato di fare. Il Castello era tutto al
di sopra della città ed avea in nome Subberbe, ed è intorno a mezza
lega in su l’alto della montagna che l’uomo appella Libano, e ci
hanno a passare molte rocce stagliate e repenti sino al Castello. Or
quando i Teutoni videro che follemente essi perseguivano coloro che
montavano per al castello, i quali sapevano troppo bene i tragitti e
rigiri di quelle rocce, pensarono di riferire addietro. Il che vedendo
li Saracini incalzati, stettero, e poi messo piede a terra, incorsero
loro sopra a ma’ passi, balzando pei noti scorci, e donando loro di
gran colpi di mazze, e così ributtandoli aspramente sin verso il luogo
ov’io era. E quando le genti ch’erano con me videro la iattura e il
discapito in che i Cavalieri Teutoni erano condotti al discendere, e
come i Saracini li perseguivano tuttavia, cominciarono a sbigottirsene
e ad aver paura. Ed io loro dissi che se per avventura fuggissero, li
farei tutti cassare e metter per sempre fuori dei gaggi del Re. Ed essi
mi risposero: Sire di Gionville, noi abbiamo il peggio assai più che
voi, perchè voi siete a cavallo per ismucciarvela quando vorrete, e
noi altri siamo a piè, sicchè siamo a gran risico d’essere uccisi se i
Saracini calassero sino a qui. Ed allora io mi discesi con essi a piede
per dar loro buon coraggio, e inviai il mio cavallo nella battaglia
de’ Tempieri, ch’era bene a una gran portata di ballestra da noi. E
così come i Saracini cacciavano i Teutoni, là con loro si trovò un mio
Cavaliere ch’un Saracino ferì di quadrello per mezzo la gola, e cadde,
veggenti noi, tutto morto; ed allora mi disse un Cavaliero, ch’avea
nome Messer Ugo d’Iscossato, avoncolo del mio Cavaliero morto, ch’io
gli andassi âtare a portare suo nepote a valle per farlo interrare.
Ma io non ne volli far niente, perchè il Cavaliero era andato correre
lassù coi Teutoni oltre il mio grado, e dissi: or dunque se mal glien’è
preso, io non ne posso altro. Così eravamo noi quando Messer Giovanni
di Valencienne udì dire che noi eravamo in gran disarredo, ed in gran
periglio di nostra vita, di che se n’andò verso Messer Oliviero di
Termes ed a’ suoi altri Capitani di Linguadoco, e disse loro: Signori,
io per me vi prego, e vi comando da parte il Re, che mi veniate âtare
a riavere il Siniscalco di Sciampagna. Ed un Cavaliero ch’avea in
nome Messer Guillelmo di Belmonte s’en venne a lui e gli disse ch’io
era morto. Ma non ostante non s’ispargnò mica il buon Messer Oliviero
di Termes, e volle sapere o di mia morte o di mia vita per dirne al
Re sicure novelle; e venne contramonte montando sino all’alto della
montagna là ove noi eravamo.
Quando Messer Oliviero fu montato e vide che noi eravamo in troppo
grande periglio, e che non avremmo potuto discendere per ove eravamo
montati, egli ci donò un buon consiglio: perchè ci fece discendere
per un versante ch’era in quella montagna, come se noi avessimo voluto
andare a Damasco: e diceva che i Saracini si ritrarrebbono al Castello
pensando che noi li volessimo andare a sorprendere per didietro. E poi
quando noi fummo discesi sino alla pianura, ci fece mettere il fuoco
in tutte le biche del formento ch’era ne’ campi, e così ritraendoci
dietro quella parata di fumo tanto femmo che venimmo a salvezza pel
buon consiglio di Messer Oliviero, e la dimane ci rendemmo a Saetta là
ov’era il Re. E trovammo che il buon sant’uomo avea fatto interrare
li corpi de’ cristiani ch’erano stati uccisi, ed egli stesso aiutava
a portarli in terra. E sappiate che ce n’avea alcuni, i quali erano
isfatti e putenti tanto che coloro che li portavano se ne istoppavan
le nari, ma il buon Re noi faceva mica. E quando noi fummo arrivati
di verso lui, egli ci avea di già fatto fare le trabacche nostre e gli
alloggiamenti.