Delle munizioni e difese che ’l Re fece a Giaffa ed a Saetta, e di ciò
che avvenne nel frattempo.
Dei gran danari che il Re mise a chiudere Giaffa, non mi conviene mica
il parlarne per ciò ch’essi furono senza numero. In fatti ne affortì
egli e chiuse il borgo da l’uno de’ mari sino all’altro, e ci avea bene
ventiquattro torri che grandi che piccole, e fosse a prode rinette e
fatte di dentro e di fuora: e ci avea tre grandi porte, donde il Legato
avea avuto commissione di farne fare una delle tre, e della muraglia
tanto quanto correva da quella porta sino all’altra. Ed a conoscere per
estimativa ciò che la cosa poteva costare al Re, egli è verità che una
fiata mi domandò il Legato quanto io stimassi ciò che gli fosse costato
la porta ed il tratto di muro ch’egli avea fatto fare. Ed io stimai che
la porta gli era ben costata cinquecento lire, e la muraglia trecento.
Ed allora il Legato, scotendo il capo, mi disse che io era ben lungi
dal computo, e che, così l’âtasse Iddio, come la porta e il muro gli
erano ben costati trentamila lire. Per la qual cosa può ben l’uomo
pensare in suo cuore la massa grande d’argento che tutto quel cassero
sarà costato al buon Santo Re.
Quando il Re ebbe accompito di munire e di chiudere Giaffa, gli prese
volontà di fare a Saetta com’egli avea fatto a Giaffa, e di ridurla
asserragliata e accasata così com’ell’era avanti che i Saracini
l’avessono abbattuta: e s’ismosse per andarvi lui e sua oste il dì
della festa de’ Monsignori Santo Pietro e Santo Paolo Apostoli. E
quando ’l Re fu davanti il castello di Assur a tutto suo oste, sulla
sera appellò egli le genti del suo Consiglio, e domandò loro d’una
cosa ch’elli aveva volontà di fare, cioè ch’elli pensava prendere
una città de’ Saracini, che l’uomo appella Napoli, e che si nomina
nelle Scritture della Bibbia e dello antico Testamento, Samaria.
Allora i Signori del Tempio, i Baroni e gli Ammiragli del Paese gli
consigliarono ch’elli lo devesse fare, ma che non ci dovea punto essere
di persona, per essere impresa troppo risicosa, dicendo che se per
malastro vi fosse preso od ucciso, tutta la Santa Terra ne andrebbe
perduta. Ed egli loro rispose che non lascerebbe già andare sue genti
là dove non potesse essere corporalmente con loro. E per tale discordo
dimorò l’impresa, e non ne fu più niente. Allora noi ci partimmo e
venimmo sino alla sabbia d’Acri, e là si loggiò il Re e tutta sua oste
quella nottata. E alla dimane venne a me una gran quantità di popolo
della grande Erminia, il quale andava in pellegrinaggio a Gerusalemme.
E mi venne supplicare quel popolo, per un turcimanno latino ch’essi
avevano, avendo udito dire di me ch’io era il prossimano del Re, ch’io
volessi mostrar loro il buon Re San Luigi. Ed allora io me n’andai
di verso il Re, e gli dissi che una gran turba di genti della grande
Erminia che andavano in Gerusalemme lo voleano vedere. Ed egli si prese
a ridere, e mi disse che le facessi venire davanti a lui. E tantosto
gli ammenai quel popolo che videlo molto volentieri, e molto lo
onorarono negli atti loro; e poi quando l’ebbono lungamente ammirato,
lo accomandarono a Dio in loro linguaggio, ed egli gli accommiatò
in Dio similmente. La domane il Re e sua oste si partì ed andammo
alloggiare in un luogo che l’uomo appella Passa-pullano, ov’egli ci
avea di molte belle acque fontanili, di che nel paese s’irrigano le
canne donde viene lo zuccaro. E quando io fui loggiato, l’uno de’ miei
Cavalieri che s’era dato la fatica dell’apprestamento, mi disse: Sire,
or v’ho io alloggiato molto meglio che ieri non eravate. E l’altro
de’ miei Cavalieri che m’avea alloggiato quel giorno innanzi, gli va a
dire: Voi siete troppo folle ed ardito quando a Monsignore voi andate a
biasmare cosa ch’io ho fatto: e quando ebbe ciò detto, gli salì sopra
e lo prese pei capelli. Or quando io scorsi l’oltracotanza di quel
Cavaliere che davanti a me avea osato di prendere a capelli un altro
mio Cavaliere, andaigli correre sopra, e gli donai un gran colpo di
pugno tra le spalle. Lasciò egli allora tosto l’acciuffato, ed io dissi
cruccioso all’acciuffatore ch’egli uscisse tosto del mio alloggiamento,
e che giammai, così m’aiutasse Dio, egli non ne sarebbe di mia magione.
Allora se ne uscì fuora quel Cavaliero menando gran duolo, e se n’andò
verso Messer Gillio il Bruno, che era allora Connestabile di Francia,
il quale se ne venne tantosto a me pregandomi ch’io volessi riprendere
quel mio Cavaliero, e che grande ripentenza aveva egli di sua follia.
Ed io gli dissi che non fareine già niente prima che il Legato m’avesse
donato assoluzione del saramento ch’io ne avea fatto. E il Connestabile
se n’andò diverso il Legato, gli contò tutto il caso, e gli richiese
che mi volesse assolvere del giuramento isfuggitomi. E il Legato gli
rispose ch’e’ non aveva podere d’assolvermene, visto che a buon diritto
io aveva fatto il saramento, e ch’esso era ragionevole, per ciò che il
Cavaliere l’aveva grandemente disservito. E questa cosa ho io voluto
scrivere ne’ fatti di questo mio Libro, a fine di donare in esempio
a ciascuno ch’e’ non voglia giammai saramentare se non gli avviene di
farlo per ragione, perchè il Saggio dice, che:
Chi volentieri e a vanvera si giura
Avvien che spesse volte si pergiura.