Come i Turchi di Damasco vennero davanti Acri, e poi partitisine
assalirono Saetta e la misero a distruzione.
Gli altri Turchi ch’erano partiti da innanzi Giaffa se ne vennero
davanti Acri, e mandarono al Signore d’Assur, che era Connestabile del
Reame di Gerusalemme, ch’egli loro inviasse cinquanta mila bisanti,
o ch’essi distruggerebbono i giardini della città. Ed il Signore
d’Assur mandò loro all’incontro che non invierebbe neente. Allora essi
arringarono le loro battaglie, e se ne vennero lungo le sabbie d’Acri
sì presso della Città che si sarebbe ben tirato fino entro la medesima
con un ballestrone da tornio. E adunque sortì fuora della Città
il Signore d’Assur, e s’andò a mettere loro a monte, là ove era il
cemeterio di San Nicolao, per difendere li giardini. E quando li Turchi
approcciaro, alquanti de’ nostri sergenti a piè uscirono anche d’Acri,
i quali cominciarono a tirar loro sopra d’archi e ballestre a gran
forza. E di paura ch’essi si mettessero in periglio, il Signore d’Assur
li fece ritrarre alla muraglia per un giovine Cavaliere, che era di
Genova.
Ed in quella che il giovine Cavaliere Genovese ritraeva que’ pedoni,
un Saracino venne a lui mostrandosi spaurato ed ismosso in coraggio,
il quale in suo saracinesco, gli disse ch’egli giostrerebbe a lui, se
il volesse. E il Cavaliere gli rispose fieramente che molto volentieri
il riceverebbe; ma quando volle incorrere su quel Saracino, appercepì
egli colà presso ed alla sua mano sinistra altri otto Saracini che
mostravano dimorar là per vedere chi guadagnerebbe di quella giostra:
perchè allora il Cavaliero lasciò di correre al Saracino con chi aveva
a giostrare, e prese la sua corsa al troppello degli otto agguatatoli,
e ne ferì uno per mezzo il corpo, e traforandolo d’oltre in oltre colla
sua lancia lo freddò sul colpo; e poi se ne ritornò a nostre genti. E
gli altri Saracini gli corsero tutti sovra, ed uno ce n’ebbe che gli
donò un gran colpo di mazza sul piastrone, ed il Cavaliere, al ritorno
ch’e’ fece, diede al Saracino, che lo avea colpito, un tal colpo di
spada sulla testa che gli fece balzar le tovaglie che ricoprivanla
sino a terra. E sappiate che su quelle tovaglie essi ricevono sicuri
di grandi colpi, e perciò le portano essi quando vanno in battaglia, e
sono intortigliate l’una sull’altra molto dura ed artatamente. Allora
un altro Saracino pensò calare un gran fendente di sua spada turchesca
sul Cavaliere, ma questi seppe tanto ischiancirsi che il colpo non lo
attaccò mica; ed in vece al ritorno che fece il Saracino, il Cavaliero
gli abbandonò di forza un manrovescio della sua grossa spada per mezzo
il braccio, che gli fece volare a terra la scimitarra, e così potè egli
finalmente ammenare la sua gente da piè. Questi tre bei colpi fece
il Cavalier Genovese davanti il Signore d’Assur, e davanti li grandi
personaggi d’Acri, i quali erano montati sulle mura per vedere quelle
genti. Dopo ciò si partirono li Saracini dinanzi ad Acri, e perciò che
essi udirono che il Re faceva asserragliare Saetta, e ch’elli avea
seco poco di buona gente d’arme, tirarono a quella parte. E quando
il Re seppene la novella, per ciò ch’elli non avea mica la possanza
di resistere contro di loro, si ritirò col Maestro degli Ingegnieri,
e il più di gente che potè capirvi dentro il girone del castello di
Saetta, il quale era bene affortito e ben chiuso. Ma guari non ci entrò
di gente perchè il mastio incastellato era troppo picciolo e stretto,
sicchè molti rimasero nelle borgora aperte. E tantosto li Saracini
arrivarono ed entrarono in quelle borgora là dove non trovarono
nulla difesa, perchè le non erano ancora accompite di chiudersi, e vi
uccisero ben due mila sergenti e bagaglioni dell’oste nostra, e poi
quand’ebbero ciò fatto e messo il caseggiato in preda e ruina se ne
andarono a Damasco.
Quando il Re vide che i Saracini aveano tutta abbattuta e disertata
Saetta ne fu molto dolente, ma egli non lo poteva ammendare: ed i
Baroni del paese allo ’ncontro ne furono ben gioiosi. E la ragione
era per ciò che ’l Re voleva appresso ciò, andare ad asserragliare un
colle là ove di già ci solea avere un castello del tempo de’ Macabei.
E sedeva quel vecchio castellare in sulla via che da Giaffa mena in
Gerusalemme, e per ciò ch’egli era bene a cinque leghe lungi dal mare,
i Baroni si discordavano a che egli fusse rimurato e chiuso, per ciò
ch’essi dicevano, e dicevano bene il vero, che giammai non l’avrebbono
potuto vittovagliare, senza che i Saracini ne togliessero a forza la
vittuaria, per ciò che essi erano i più forti entro terra. E per ciò
rimostrarono i Baroni al Re, che gli valeva molto meglio e più gli era
a onore, il rifare ed acchiudere Saetta che lo andare ad imprendere un
novello edifizio sì lungi dal mare: ed a ciò s’accordò il Re, tuttocchè
di mal cuore.