Ove si conta per inframmessa del buon Conte di Giaffa Messer Gualtieri
di Brienne, delle sue cavallerie, e della sua pietosa morte.
Ma poichè buona cosa è a raccontare ed a ridurre a memoria li fatti e
virtudi d’alcuno eccellente Principe, pertanto qui parleremo ora del
buon Conte di Giaffa, Messer Gualtieri di Brienne, il quale in suo
vivente, a gran forza di fatti d’arme e di cavalleria, tenne la Contea
di Giaffa per più anni, lui essendo assalito dagli Egiziani, e senza
ch’e’ gioisce d’alcuna rendita, ma solamente di ciò ch’elli poteva
guadagnar nelle corse ch’e’ faceva sui Saracini e nimici della Fede
Cristiana. Ed avvenne una fiata ch’egli disconfisse una gran quantità
di Saracini che menavano un grosso carico di drappi di seta di diverse
sorte, li quali tutti guadagnò egli ed apportò in suo Castello: e
quando vi giunse, li dipartì anche tutti a’ suoi Cavalieri senza che
gliene dimorasse neente. Ed avea tale maniera di fare, che la sera,
quando s’era dipartito da’ suoi Cavalieri, entrava in una sua Cappella,
e là era lungamente a rendere grazie e lodi a Dio, e poi se ne veniva
giacere colla Donna sua, che molto buona Dama era, ed era sorella del
Re di Cipri.
Ora avete udito qui innanzi commente l’uno de’ Principi dei Tartarini
aveva espulso e ributtato, a soli trecento Cavalieri, l’Imperadore
di Persia a tutto trecento mila Cavalieri, per l’aita di Dio, fuori
del suo Reame ed Imperio; al presente sapremo noi la via che tenne
quello Imperadore di Persia ch’avea nome Barba Can. Quel Barba Can
se ne venne nel Reame di Gerusalemme, e fece alla sua venuta molto
di male, perch’egli prese il castello di Tabaria, che apparteneva
a Messer Eude di Monbeliero, ed uccise tante di nostre genti quante
potè trovarne fuori del Castel Pellegrino, fuori d’Acri, e fuori di
Giaffa. Quando ebbe fatto tutto il male che potea fare, si tirò egli
verso Babilonia affine d’aver soccorso da quel Soldano, che doveva
venire a lui per correre su le nostre genti. Ed in questo periglio
i Baroni del Paese, ed i Patriarchi avvisarono ch’essi andrebbono
combattersi all’Imperatore avanti ch’egli avesse soccorso dal Soldano
di Babilonia. Ed inviarono, cherendo soccorso, al Soldano d’Emessa,
che l’uomo dicevan della Cammella, il quale era l’uno dei migliori
Cavalieri e dei più leali che fusse in tutta Paganìa. Il quale venne
ad essi, e fu ricevuto a grandissimo onore in Acri, e poscia appresso
tutti insieme si partirono d’Acri e vennero a Giaffa. Quando tutti vi
furono raccolti, le nostre genti pregarono il Conte Gualtieri ch’e’
volesse venir con loro contra l’Imperadore di Persia; ed il produomo
rispose che molto volentieri verrebbevi solo che il Patriarca d’Acri
lo assolvesse, il quale da alquanto tempo lo aveva iscomunicato, per
ciò ch’e’ non voleva rendere una torre, ch’era nel suo castello di
Giaffa, e che si appellava la torre del Patriarca. Ma il Patriarca non
volle unqua di ciò fare niente, e pur nulla meno non lasciò il Conte
Gualtieri per suo gran cuore di venire coi nostri in battaglia. E
furono fatte tre battaglie, delle quali Messer Gualtieri ebbe la prima,
il Soldano della Cammella l’altra, e il Patriarca coi Baroni del Paese
la terza; e colla battaglia di Messer Gualtieri erano i Cavalieri dello
Spedale.
Quando queste tre battaglie furo arredate, tutte si mossero e piccarono
senza rattento. E tantosto vennero loro all’occhio i nemici, i quali
sapendo la venuta delle nostre genti s’arrestarono e dispartironsi
parimente in tre battaglie. E quando il Conte Gualtieri di Brienne vide
che i suoi nimici s’ordinavano, si gridò: Signori, che facciam noi?
noi diam loro podere di mettere arredo ed ordine nelle battaglie, e
così cresciam loro il cuore quando ci vedono qui soggiornare: sicchè
vi prego per Dio che noi loro andiam correr sopra. Ma unqua non ci
ebbe alcuno che gliene volesse credere. Ed elli vedendo che anima non
se ne volea muovere, si tirò verso il Patriarca per domandargli la sua
assoluzione, e questi anche non ne volle far niente. In quella col
Conte si trovò un Cherco molto notabile, che era Vescovo di Raima,
e che avea condotti molti bei fatti di cavalleria nella compagnia
del Conte Gualtieri; il quale Vescovo disse al Conte: Non vi turbate
mica in vostra coscienza della iscomunicazione del Patriarca, perchè
ha egli ora gran torto, ed io di mia possanza vi assolvo al nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. E poi aggiunse: Sa,
su, andiamo, e corriamo sovra loro. Ed allora ferirono degli speroni,
e si assembrarono alla battaglia dell’Imperatore di Persia, la quale
era la diretana, e nella quale avea troppo gran pieno di gente per
la poca possanza del Conte Gualtieri e della sua schiera. E là ci
ebbe d’una parte e d’altra gran quantità di gente uccisa; ma ciò
non ostante fu preso il Conte Gualtieri, perchè tutte sue genti si
dettero svergognatamente alla fuga, e molti per troppa disperanza
e rammaricchio s’andarono a gittare in mare[85]. E la causa dello
sperpero e della disperazione, fu per ciò che l’una delle battaglie
dello Imperadore di Persia si venne con tanto isforzo di gente a
combattere col Soldano della Cammella, che, sebbene egli si difendesse
a gran colpi ed a grandissimi fatti d’arme, pur tuttavia, avendo troppo
fievole possanza al contrasto, di due mila Turchi che seco aveva, non
gliene rimasero più di ottanta, e forza gli fu ritrarsi al suo castello
della Cammella.
E vedendo lo Imperadore di Persia ch’egli avea avuto vittoria, prese
in suo consiglio ch’egli andrebbe assediare il Soldano sino nel suo
Castello della Cammella, ciò che a suo tempo volle fare. Ma sappiate
che male gliene prese, perchè quel Soldano, come bene avvisato e
consigliato, appellò le sue genti, e loro rimostrò, e disse: Signori,
se noi ci lasciamo assediare, noi siamo perduti: pertanto egli val
meglio che noi andiamo correre loro sopra per arte di guerra. E di
fatto egli inviò delle sue genti quelle che erano male armate per
di dietro una valle coverta, e insegnò loro colpissero improvvisi
alle spalle l’oste dell’Imperadore: ciò ch’essi effettuaro, e fatto
tempestosamente impeto nel carriaggio, si presero ad uccidere donne e
fanciulli. Or quando lo Imperadore, che cavalcava molto davanti, udì il
clamore dell’oste, si tornò indietro per al soccorso: ma appena ebbe
volto il dosso, ecco il Soldano della Cammella, con ciò ch’egli aveva
di buone genti d’armi, gittarsi sovra di lui. Per che egli avvenne che
da due lati l’Imperadore fu sì duramente ed impensatamente assalito
che di ben venticinquemila uomini ch’egli aveva, non gli dimorò uomo
nè donna nè piccolo infante che tutti non fussono tagliati e messi alla
morte.
Ora voi dovete sapere che lo Imperadore di Persia avanti ch’elli si
partisse per andare all’assedio della Cammella, aveva menato il buon
Conte di Giaffa Messer Gualtieri di Brienne davanti la sua città, e
là lo fece impendere per le braccia alle forche veggenti quelli che
erano nel castello di Giaffa, e facea bociar loro che giammai non
farebbe dispendere il loro Conte sino a che non gli fusse reso il detto
Castello. Ed in così che il povero Conte pendeva, egli gridava ad alta
voce alle sue genti che, per nulla cosa ch’essi vedessero fargli, non
rendessero mai il Castello, giacchè se ’l facessero lo Imperadore li
farebbe tutti mettere a morte. E quando esso Imperadore vide ch’e’
non ci poteva altra cosa fare, inviò ’l Conte Gualtieri al Soldano di
Babilonia, e gliene fece un presente, insieme al Maestro dello Spedale,
e a più altri gran personaggi che aveva presi. Ed ebberci a condurre
il Conte e gli altri prigionieri sino in Babilonia, ben trecento
Cavalieri, ai quali prese troppo bene, perchè essi non si trovarono
punto alla mortalità che fu fatta, davanti il castello della Cammella,
dello Imperadore di Persia e di sue genti, donde è stato parlato pur
dianzi.
Quando i Mercatanti di Babilonia seppero che ’l Soldano aveva in sue
prigioni il Conte Gualtieri, assembraronsi, e tutti andarono fare un
clamore al Soldano ch’egli fesse loro diritto del Conte di Giaffa, il
quale li aveva strutti e spogliati parecchie fiate, e fatti loro grandi
dannaggi. E così, ottemperando alla richiesta, il Soldano abbandonò
loro il corpo del Conte Gualtieri perchè vi si potessero vendicare di
lui. E questi cani traditori entrarono nella prigione là ove era il
valente produomo, e là lo ispezzarono e lo misero a brani dopo avergli
fatto più martirii soffrire, donde noi debbiam credere che l’anima sua
ne sia gloriosa in Paradiso.