Delle tregue ed alleanze cogli Almiranti d’Egitto contro ’l Soldano
di Damasco, le quali tuttavia non approdaro a compimento, e di ciò che
avvenne sotto Giaffa.
Voi avete davanti udito come il Re avea mandato agli Almiranti d’Egitto
che s’essi nol satisfacessero degli oltraggi e delle violenze che gli
avean fatte, ch’elli non loro terrebbe alcuna tregua: ora sappiate che
in quella vennero diverso lui li messaggeri d’Egitto, e gli apportaro
per lettere che gli Almiranti gli volevano fare tutto ciò ch’egli avea
loro mandato, siccome è detto davanti. Perchè il Re ed essi messaggeri
presero giornata di trovarsi insieme a Giaffa; e là dovevano giurare
gli Almiranti e promettere al Re ch’essi gli renderebbono il Reame
di Gerusalemme: e così ’l Re e suoi più grandi personaggi dovevano
giurare e promettere da lor parte ch’essi aiuterebbero agli Almiranti
all’incontro del Soldano di Damasco. Ora avvenne che quando il Soldano
di Damasco seppe che noi eravamo alleati con quelli d’Egitto, e seppe
la giornata ch’era stata presa di trovarsi a Giaffa, inviò egli ben
venti mila Turchi per guardare il passaggio. Ma non pertanto non lasciò
punto il Re ch’e’ non si movesse per andare a Giaffa. E quando il Conte
di Giaffa vide che ’l Re veniva, assortì egli e mise il suo castello in
tal punto ch’e’ bene rassomigliava una buona città difendevole, perchè,
tra ciascun merlo interposti, ci avea bene cinquecento uomini che su vi
parevano con una targa ciascuno ed un pennoncello a sue armi, il che
donava una fiera e bellissima vista: perchè le sue armi erano di fino
oro a una croce di rosso appastato, e fatte molto riccamente. Noi ci
alloggiammo ai campi tutto allo ’ntorno di quel castello di Giaffa, che
sedeva lato lato il mare e in una penisola. E fece cominciare il Re a
far asserragliare ed edificare un borgo allo ’ntorno del castello sì
che il serraglio toccava il mare dai due lati; ed agli operai diceva ’l
Re per aggiugnere cuore: Or sù, or sù, ch’ho pur io molte fiate portato
la gerla per guadagnare il perdono. Gli Almiranti d’Egitto non osarono
venire di paura delle genti che il Soldano di Damasco aveva messo alla
guardia de’ lor passaggi, ma ciò non ostante inviarono al Re tutte le
teste de’ Cristiani ch’essi avevano appese sulle mura del Cairo siccome
il Re gli domandava, ed il Re fecele sepolturare in terra benedetta;
e gl’inviarono tutti i fanciulli ch’essi avevano ritenuto, e che avean
già fatto rinegare la santa legge di Dio, e, similmente inviarongli un
Elefante che fu poscia in Francia frammesso.
Così come il Re a tutta sua oste soggiornava a Giaffa per
fortificarvisi contro coloro che potessero assalirlo al castello,
vennergli novelle che di già le genti del Soldano di Damasco erano sui
campi in aguato, e che l’uno degli Almiranti del Soldano era venuto
falciare e guastare le biada d’una rinchiostra colà presso, e distante
solo intorno a tre leghe dall’oste sua. Perchè esso Re prestamente ci
inviò vedere, ed andovvi in persona; ma sì tosto che quel Almirante
ci sentì venire, egli cominciò a prender la fuga. Taluni di nostre
genti corsero loro appresso a briglie abbattute, e ci fu un giovine
Gentiluomo che li raggiunse, e mise per terra due Turchi a bella
punta di lancia e senza ispezzarla. E quando lo Almirante vide che
non ci avea ancora che quel Gentiluomo, egli si tornò verso lui, ed il
Gentiluomo tuttavia in corsa gli diede un sì gran colpo di lancia che
ferillo aspramente dentro suo corpo, e poi se ne ritornò a noi sano e
balioso.
Quando gli Almiranti d’Egitto seppero che il Re e tutta sua oste
erano a Giaffa, essi inviarono verso lui per aver di ricapo un’altra
assegnazione del giorno in ch’essi potessero convenirlo senza falta
veruna. E il Re loro assegnò ancora una giornata nella quale essi
promisero di venire di verso lui per conchiudere le cose che erano a
farsi d’una e d’altra parte. Durante quel tempo che noi attendevamo
a venire la suddetta giornata, il Conte d’Eu venne di verso il Re
ed ammenò con lui il buon Cavaliere Arnoldo di Guynes e i suoi due
fratelli con altri otto Cavalieri, che il Re ritenne al suo servigio;
e là esso Re fece il Conte d’Eu Cavaliere, il quale era tuttavia un
giovine damigello.
Similmente vennero diverso il Re il Principe d’Antiochia e sua Madre.
Ai quali il Re fece grande onore e liete accoglienze, e fece Cavaliere
il detto Principe, il quale non era che dell’età di sedici anni, ma con
tutto ciò io non vidi unqua sì saggio in età parecchia: perchè quando
fu Cavaliere, egli richiese al Re di parlargli intorno qualche cosa
ch’ei voleva sporre in presenza di sua Madre: ciò che gli fu ottriato.
E tale fu la sua dimanda: Sire, egli è ben vero che Madama mia Madre,
la quale è qui presente, mi tiene in sua balìa, e mi vi terrà ancora
sino a quattro anni a venire, dacchè ella gode di tutte le cose mie, ed
io non ho possanza ancora di nulla fare. Tuttavolta m’è avviso ch’ella
non debba mica lasciar perdere nè decadere la mia terra e città, perchè
la mia città di Antiochia si perde entro sue mani: pertanto, Sire,
io vi supplico umilmente che gliele vogliate rimostrare, e far tanto
ch’ella mi dia denari e genti, affinchè io vada a soccorrere il mio
popolo che è didentro la mia città, siccome ella lo doveva ben fare.
Appresso che il Re ebbe inteso la domanda che il Principe gli moveva,
fece egli e procacciò tanto a sua Madre ch’ella gli donò in effetto
molti danari. Di che poi se n’andò il giovine Principe d’Antiochia
alla sua città, là ove egli fece meraviglie. E da allora, per l’onore
del Re inquartò egli le sue armi, che sono di vermiglio, colle armi di
Francia.