Delle nuove convenenze ch’io feci col Re appresso la Pasqua venuta, e
della Giustizia ch’io vidi fare a Cesarea.
Quando venne il tempo che noi fummo presso di Pasqua, io mi partii
da Acri, e andai a vedere il Re a Cesarea ch’e’ facea rimurare ed
asserragliare. E quando fui verso lui, lo trovai nella sua camera
parlando col Legato ch’era sempre stato seco oltremare. E quando egli
mi vide, lasciò il Legato, e venendo verso di me, mi va a dire: Sire di
Gionville, egli è ben vero ch’io non vi ho ritenuto che sino a Pasqua
vegnente, e ciò pertanto vi prego mi diciate quanto io vi donerò da
Pasqua sino a un anno prossimo a venire. Ed io gli risposi che già non
era mica venuto di verso lui per tal cosa mercatantare, e che de’ suoi
danari non ne voleva io più, purch’egli mi facesse altro mercato ed
altra convenzione: cioè ch’elli non si corruccerebbe di cosa ch’io gli
domandassi, il che faceva sovente, ed io all’incontro gli prometteva,
che di ciò ch’egli mi rifiuterebbe, alla mia volta non mi corruccerei
punto. Quando egli ebbe udito la mia domanda, si cominciò a ridere, e
mi disse ch’e’ mi teneva a tal convenente e patto. E mi prese allora
per la mano, e mi menò davanti il Legato e ’l suo Consiglio, e loro
recitò la convenzione di lui e di me, e ciascuno fu gioioso ch’io
dimorassi.
Qui appresso udirete le giustizie e’ giudicamenti ch’io vidi fare a
Cesarea, immentre che il Re vi soggiornò. La prima giustizia fu d’un
Cavaliere, il quale venne preso al bordello, ed a cui si partì un
giuoco: o che la ribalda, colla quale era stato trovato, menerebbelo
per mezzo l’oste in camicia, una corda legata alle sue vergogne, della
qual corda la ribalda terrebbe l’un de’ capi; o, s’egli non volesse
tale cosa soffrire, ch’egli perderebbe suo cavallo, sue armi ed arnese,
e sarebbe iscacciato e fuorbandito dell’oste del Re. Il Cavaliere
elesse che amava meglio perdere il cavallo e le armadure, e se ne partì
in farsetto dell’oste. Quando io vidi che ’l cavallo fu confiscato al
Re, glielo richiesi per uno de’ miei Cavalieri povero gentiluomo. Ma
il Re mi rispose che la mia inchiesta non era punto ragionevole per
ciò che il cavallo valeva bene da ottanta a cento lire, il che non era
piccola somma: ed io gli dissi: Sire, voi avete rotte le convenenze
d’intra voi e me, quando vi corrucciate di ciò ch’io v’ho richiesto.
E ’l Re si prese a ridere, e mi disse: Sire di Gionville, voi direte
tutto quanto vorrete, ma non per ciò riuscirete a farmi salire in
corruccio: e così messa la cosa in badalucco, io non ebbi punto il
cavallo pel povero gentiluomo.
La seconda giustizia ch’io vidi fu d’alcuni miei Cavalieri, i quali per
un tal dì andarono cacciare ad una bestia che l’uomo appella Gazella, e
che è del sembiante di un cavriuolo; ed i Frieri dello Spedale andarono
all’incontro de’ miei Cavalieri, e sì combatterono ad essi talmente
che fecer loro grandi oltraggi. Per li quali oltraggi io me n’andai
querelare al Maestro dello Spedale, e menai con me i Cavalieri ch’erano
stati oltraggiati. E quando il Maestro ebbe udito la mia querela, mi
promise di farmene la ragione secondo il dritto e l’usaggio di Terra
Santa, che tale era, ch’elli farebbe mangiare i Frieri ch’avean fatto
l’oltraggio, sovra i loro mantelli, e quelli a chi l’oltraggio era
stato fatto, vi si troverebbono, e leverebbono i mantelli de’ Frieri.
Avvenne che il Maestro dello Spedale fece mangiare i Frieri ch’avean
fatto l’oltraggio sovra i loro mantelli; ed io mi trovai là presente
coi Cavalieri, e richiedemmo al Maestro ch’e’ facesse levare i Frieri
di su i mantelli, ciò ch’egli pensò rifiutare; ma nella fine forza fu
che così facesse, perchè noi ci assidemmo coi Frieri per mangiare con
loro, ed essi nol vollero sofferire, e bisognò ch’essi si levassero
di con noi per andare a mangiare cogli altri Frieri alla tavola, e ci
lasciarono i lor mantelli.
L’altra giustizia fu per uno dei Sergenti del Re, che aveva in nome il
Golato, il quale mise la mano sovr’uno de’ miei Cavalieri e lo scrollò
rudemente. Io me n’andai querelare al Re, il quale mi disse che di ciò
io me ne poteva ben diportare, visto che ’l Sergente non avea fatto
ma che iscrollare il mio Cavaliere. Ed io gli risposi, che non me ne
diporterei già, ma piuttosto gli lascierei suo servigio s’egli non mi
faceva giustizia, poichè non apparteneva a sergente di metter mano nei
cavalieri. Il che avendo il Re udito, mi fece tosto diritto, il quale
fu tale, che, secondo l’usanza del Paese, il Sergente venne al mio
albergo tutto scalzato e in camicia ed aveva una spada in suo pugno;
e vennesi agginocchiare davanti il Cavaliere che avea oltraggiato, e
gli tese la spada pel pomello, e gli disse: Sir Cavaliere, io vi grido
mercè di ciò ch’io ho messo le mani in voi, e vi ho apportata questa
spada, ch’io vi presento, affinchè voi me ne tagliate il pugno, s’egli
farlo vi piace. Allora io pregai il Cavaliere che gli perdonasse suo
maltalento, ed egli il fece. E più altri diversi giudicamenti vi vidi
fare secondo i dritti e gli usaggi di Terra Santa.