Di alcuni Cavalieri stranii che vennero al Re a Cesarea, e di ciò ch’e’
feciono e raccontarono.
Or rivenendo dopo il trascorso a nostra materia, diremo così. Domentre
che il Re faceva asserragliare Cesarea, di cui vi ho parlato davanti,
venne ad esso Re un Cavaliero che si nomava Messer Elinardo di
Seningaan, il quale diceva ch’egli era partito del Reame di Norone[84],
e là montato sovra mare, era venuto passando ed accerchiando tutta la
Spagna e intromettendosi per lo stretto di Marocco, e che a molto greve
periglio e dannaggio egli avea passato tutto ciò, e soffertovi molto
di male avanti ch’elli potesse venire sino a noi. Il Re ritenne quel
Cavaliere con altri nove alla sua bandiera, ed io gli udii dire che le
notti nella terra del Reame di Norone erano sì corte nella State, che
egli non ce n’avea alcuna, nella quale, anco nel suo più fitto, il lume
del giorno non bruzzolasse. Or quando quel Cavaliero si fu adusato al
paese si prese colle sue genti a cacciare al Lione; e molti ne presero
perigliosamente ed in gran risico di loro corpi. Ed il modo, con che
essi menavano la detta caccia, era ch’essi correvano su ai lioni a
cavallo, e trovatone alcuno, il colpivano d’arco o di balestra, di che
il Lione ferito correva alla sua volta su il primo ch’esso vedeva, e
questi se ne fuggiva piccando degli speroni, e lasciando cadere a terra
alcuna coverta, od una pezza di qualche vecchio drappo, ed il superbo
animale apprendevala ed isquarciavala, credendo in essa tener l’uomo
che l’avea colpito. Ed in quella che il lione s’arrestava a sdrucire
la vecchia schiavina, gli altri uomini gli tiravano nuove frecciate,
perchè la fiera lasciava lo sdrucio del pannuccio e correva su ’l suo
nuovo uomo, il quale s’infuggiva altresì, ed altresì lasciava cadere
un altro vecchio drappo, cui il lione similmente isquattrava; e così
facendo soventi fiate, essi uccidevano finalmente la bestia di loro
frecce. Un altro Cavaliere molto nobile venne al Re, durante che era
a Cesarea, il quale si diceva essere di quelli di Toucy. E diceva
il Re che quel Cavaliere era suo cugino, perciò ch’era disceso d’una
delle sorelle di Re Filippo, che lo Imperadore di Costantinopoli ebbe
a donna. Lo qual Cavaliere il Re ritenne per un anno con altri nove
Cavalieri alla sua bandiera; ed appresso l’anno passato, egli se ne
ritornò in Costantinopoli donde era venuto. Ed a quel Cavaliere udii
dire e ritrarre al Re che lo Imperatore latino di Costantinopoli e le
sue genti si allearono una fiata ad un Re, che l’uomo appellava il Re
de’ Commani, per avere l’aita loro a conquidere lo Imperadore di Grecia
ch’avea in nome Vatacio. E diceva quel Cavaliere che il Re del popolo
dei Commani, per avere sigurtà e fidanza fraterna dell’Imperadore
di Costantinopoli, e per l’uno l’altro soccorrersi, volle ch’essi,
e ciascuno delle lor genti d’una parte ed altra, si facessero punger
le vene e che si dessero a vicenda a bere del sangue loro in segno di
fratellanza, dicendo ch’essi erano così d’uno sangue e fratelli. E così
convenne egli fare tra le nostre genti e le genti di quel Cavaliere, e
mescolarono del sangue loro con vino, e propinandolo l’uno all’altro,
dissero allora che eran fatti fratelli d’un sangue solo. Ed ancora
fecero essi un’altra cosa, cioè feciono passare un cane tra essi e le
genti nostre, drittamente spartite, e poscia ispezzarono tutto il cane
di loro spade pronunciando a gran voce: così sieno ispezzati quelli che
falliranno gli uni agli altri.
Un’altra grande e meravigliosa cosa contò al Re quel Cavaliere di
Toucy; e diceva che nel paese del Re dei Commani era morto un gran
ricco tenitore di terre e Principe, al quale, quando e’ fue morto, fu
fatta in terra una gran fossa molto larga e molto cupa, e fu assiso
quel morto in una cadiera molto nobilmente parata ed ornata. E con esso
lui fu disceso in quella fossa ed il miglior cavallo ch’elli avesse e
l’uno de’ suoi sergenti, tutti vivi l’uomo e ’l cavallo. Ed aggiungeva
che ’l sergente, avanti che entrar nella fossa, prese congedo dal Re
e dagli altri gran personaggi che là erano, e che ’l Re gli diede oro
e argento a fusone addogandoglielo al collo, e facendogli promettere
che, quando sarebbe nell’altro mondo, gliel renderebbe, il che il pro
sergente gli promise. Ed appresso il Re gli diede lettere indiritte al
primiero Re che fu de’ Commani, mandandogli per le stesse, che quel
produomo aveva molto bene vissuto e bene lo avea servito, pel che
pregavalo che bene altresì il volesse guiderdonare. Dopo di che essi
covrirono la fossa sull’uomo morto, e sul sergente e cavallo tutti
vivi, di grosse tavole incavigliate, ed innanzi il dormire, in memoria
e rimembranza di coloro ch’essi aveano interrato, levarono sul tavolato
della fossa una gran montagna di pietre e di terra.