Di tre Imbasciate che vennero al Re in Acri.
Tantosto appresso non tardò guari che lo Imperatore Federigo di Lamagna
inviò un’Ambasciata di verso il Re, e per sue lettere di credenza
diceva commente elli andava a scrivere al Soldano di Babilonia, di
cui mostrava ignorare la morte, sì ch’elli credesse alle genti sue che
inviava verso di lui, e, che ad ogni modo liberasse il Re, e’ Crociati
di cattivitade. E molto bene mi sovviene come alquanti dissero che
punto non avrebbon voluto che l’Ambasciata di quello Imperador Federigo
li avesse trovati tuttavia prigionieri; perchè essi si dubitavano
che ciò facesse quell’Imperadore per farci sostenere più strettamente
e per meglio ingombrarci. Ma quando essi ci ebbero trovati diliveri
ritornarono prestamente verso il loro Signore.
Parimente appresso quell’Ambasciata, venne al Re l’Ambasciata del
Soldano di Damasco sino in Acri, e per quella esso Soldano si lagnava
degli Almiranti di Egitto ch’aveano ucciso il Soldano di Babilonia,
il quale era suo cugino; e gli prometteva che se il volea soccorrere
contro di loro, che elli gli rilascierebbe il Reame di Gerusalemme
ch’esso tenea. Il Re rispose alle genti del Soldano, si ritirassono
ai loro alloggiamenti, ed esso di breve farebbe risposta a ciò che il
Soldano gli mandava; e così se ne andarono a prendere stanza. E subito
appresso ch’essi furono alloggiati, il Re trovò in suo Consiglio,
ch’egli invierebbe la risposta al Soldano di Damasco per mezzo di un
proprio messaggere, e trametterebbe con essi un Religioso, che avea
nome Frate Ivo il Bretone, il quale era dell’Ordine de’ Fratelli
Predicatori. E tantosto fue fatto venire Frate Ivone, e il Re inviollo
verso gli Ambasciadori del Soldano a dire che ’l Re voleva ch’e’ se
n’andasse con loro a Damasco per rendere la risposta ch’esso Re inviava
al Soldano, e ciò perch’egli intendeva e parlava il saracinesco. E così
puntualmente fece il detto Fra’ Ivo. Ma ben voglio qui raccontare una
cosa che udii dire al medesimo Frate, la quale è che, andandosene dalla
magione del Re allo alloggiamento degli Ambasciadori del Soldano, trovò
per mezzo la ruga una femmina molto antica, la quale portava nella
sua mano destra una scodella piena di fuoco, e nella mano sinistra una
fiala piena d’acqua. E Frate Ivo le domandò: Femmina, che vuoi tu fare
di questo fuoco e di quella acqua che tu porti? Ed ella gli rispose che
del fuoco volea bruciare il paradiso, e dell’acqua voleva stutare lo
inferno, affinchè giammai non ne fusse più nè dell’uno nè dell’altro.
E ’l Religioso le domandò, perchè ella diceva tali parole. E colei
gli rispose: Per ciò ch’io non voglio mica che nullo faccia giammai
bene in questo mondo per averne il Paradiso in guiderdone, nè così che
nullo si guardi di peccare per iscuriccio del fuoco infernale. Ma ben
lo dee uom fare per lo intiero e perfetto amore che noi debbiamo avere
al nostro creatore Sire Iddio, il quale è lo bene sovrano, e che ci ha
amato tanto ch’elli s’è sottomesso a morte per nostra redenzione, e per
detergere lo peccato del nostro archiparente Adamo, e così menarci a
salvezza.
Infrattanto come lo Re soggiornò in Acri vennero di verso lui li
Messaggeri del Principe de’ Beduini, che si appellava il Vecchio della
Montagna. E quando il Re ebbe udito sua messa al mattino, elli volle
udire ciò che li detti messaggeri avevano in loro mandato, ed essi
venuti davanti il Re, furono fatti assedere per dire il messaggio; e
cominciò un Almirante che là era di domandare al Re s’elli conosceva
punto Messere il Principe della Montagna. E lo Re gli rispose, che
no, perchè, non l’aveva visto giammai, ma bene aveva udito parlare
di lui. E lo Almirante disse al Re: Sire, poi che voi avete udito
parlare di Monsignore, io mi meraviglio molto che voi non gli abbiate
inviato tanto del vostro che voi ne aggiate fatto un vostro amico, in
così che fanno lo Imperadore di Lamagna, il Re d’Ungheria, il Soldano
di Babilonia, e più altri Re e Principi grandi, tutti gli anni, per
ciò ch’essi conoscono bene che senza lui essi non porriano durare nè
vivere, se non tanto ch’elli piacerebbe a Monsignore; e per ciò ci ha
inviati elli di verso voi, per dire ed avvertirvi che ne vogliate fare
così, o per lo meno che lo facciate tener quieto del tributo ch’elli
deve ciascun anno al Gran Maestro del Tempio, ed allo Spedale, e ciò
facendo egli si terrà a pagato da voi. Ben dice Monsignore che s’elli
facesse uccidere il Maestro del Tempio o dello Spedale, che tantosto
e’ ce n’arebbe un altro altresì buono, e per ciò non vuole elli mica
mettere sue genti in avventura di periglio, ed in luogo dove non vi
saprebbe niente guadagnare. Il Re loro rispose ch’e’ si consiglierebbe,
e ch’essi rivenissero sulla sera di verso lui, ed allora ne renderebbe
risposta.
Quando si venne al vespro, e ch’elli furono rivenuti davanti il
Re, essi trovarono con lui il Maestro del Tempio da una parte, e il
Maestro dello Spedale dall’altra. Allora il Re disse loro che di ricapo
dicessero il loro caso e il dimando che avean fatto al mattino. Ed essi
rispuosono ch’e’ non erano punto consigliati di dirli ancora una fiata,
fuorchè davanti quelli stessi ch’erano presenti al mattino. E allora li
Maestri del Tempio e dello Spedale loro comandarono fieramente ch’essi
li dicessero ancora una fiata. E lo Almirante obbedì ripetendo ciò
ch’avea detto al mattino davanti ’l Re tutto così com’è contenuto di
sopra. Appresso la qual cosa li Maestri disser loro in saracinesco che
venissero al mattino a parlare con essi, e che n’avrebbono tutt’insieme
la risposta del Re. Perchè al mattino quando furono davanti li gran
Maestri suddetti, questi loro dissero, che molto follemente e troppo
arditamente il loro Sire avea mandato al Re di Francia tali cose e
tanto dure parole, e che se non era per l’onore del Re, e per ciò
ch’elli erano venuti davanti a lui come messaggeri, li farebbono essi
tutti annegare e gittar nel cupo del mare d’Acri in dispetto del loro
Signore. Perchè vi comandiamo, soggiunsero li Gran Maestri, che voi
ve ne ritorniate verso il vostro Signore, e che dentro quindici giorni
apportiate al Re lettere del vostro Principe, per le quali esso Re sia
contento di lui e di voi. E veramente entro la prescritta quindicina
li messaggeri di quel Principe della Montagna rivennero di verso il
Re e gli dissero: Sire, noi siamo rivenuti a voi da parte del nostro
Sire, il quale vi manda che tutto siccome la camicia è lo abbigliamento
il più presso del nostro corpo, così similmente vi invia egli la sua
camicia che qui vedete, donde elli vi fa un presente, in significanza
che voi siete quel Re, cui egli ama a più avere in amore, e ad
intertenere. E per più grande assicuranza di ciò, vedete qui il suo
annello ch’elli v’invia, che è di fino oro, e nel quale è inscritto il
suo nome: e di questo annello vi disposa il nostro Sire, e intende che
da oggi mai siate con lui tutto a uno come le dita della mano. E intra
l’altre cose inviò quel Vecchio della Montagna al Re uno elefante di
cristallo, e figure d’uomini di diverse fazioni in cristallo, e tavole
e scacchi altresì, il tutto fatto a rifioriture d’ambra rilegate sul
cristallo a belle roselline e giràli di oro puro. E sappiate che sì
tosto che i messaggeri ebbero aperto l’astuccio ove erano gli donativi,
tutta la camera fu incontanente imbalsamata del grande e soave olore
che sentivano quelle cose.