CAPITOLO XXXXIV.

Di tre Imbasciate che vennero al Re in Acri.

Tantosto appresso non tardò guari che lo Imperatore Federigo di Lamagna

inviò un’Ambasciata di verso il Re, e per sue lettere di credenza

diceva commente elli andava a scrivere al Soldano di Babilonia, di

cui mostrava ignorare la morte, sì ch’elli credesse alle genti sue che

inviava verso di lui, e, che ad ogni modo liberasse il Re, e’ Crociati

di cattivitade. E molto bene mi sovviene come alquanti dissero che

punto non avrebbon voluto che l’Ambasciata di quello Imperador Federigo

li avesse trovati tuttavia prigionieri; perchè essi si dubitavano

che ciò facesse quell’Imperadore per farci sostenere più strettamente

e per meglio ingombrarci. Ma quando essi ci ebbero trovati diliveri

ritornarono prestamente verso il loro Signore.

Parimente appresso quell’Ambasciata, venne al Re l’Ambasciata del

Soldano di Damasco sino in Acri, e per quella esso Soldano si lagnava

degli Almiranti di Egitto ch’aveano ucciso il Soldano di Babilonia,

il quale era suo cugino; e gli prometteva che se il volea soccorrere

contro di loro, che elli gli rilascierebbe il Reame di Gerusalemme

ch’esso tenea. Il Re rispose alle genti del Soldano, si ritirassono

ai loro alloggiamenti, ed esso di breve farebbe risposta a ciò che il

Soldano gli mandava; e così se ne andarono a prendere stanza. E subito

appresso ch’essi furono alloggiati, il Re trovò in suo Consiglio,

ch’egli invierebbe la risposta al Soldano di Damasco per mezzo di un

proprio messaggere, e trametterebbe con essi un Religioso, che avea

nome Frate Ivo il Bretone, il quale era dell’Ordine de’ Fratelli

Predicatori. E tantosto fue fatto venire Frate Ivone, e il Re inviollo

verso gli Ambasciadori del Soldano a dire che ’l Re voleva ch’e’ se

n’andasse con loro a Damasco per rendere la risposta ch’esso Re inviava

al Soldano, e ciò perch’egli intendeva e parlava il saracinesco. E così

puntualmente fece il detto Fra’ Ivo. Ma ben voglio qui raccontare una

cosa che udii dire al medesimo Frate, la quale è che, andandosene dalla

magione del Re allo alloggiamento degli Ambasciadori del Soldano, trovò

per mezzo la ruga una femmina molto antica, la quale portava nella

sua mano destra una scodella piena di fuoco, e nella mano sinistra una

fiala piena d’acqua. E Frate Ivo le domandò: Femmina, che vuoi tu fare

di questo fuoco e di quella acqua che tu porti? Ed ella gli rispose che

del fuoco volea bruciare il paradiso, e dell’acqua voleva stutare lo

inferno, affinchè giammai non ne fusse più nè dell’uno nè dell’altro.

E ’l Religioso le domandò, perchè ella diceva tali parole. E colei

gli rispose: Per ciò ch’io non voglio mica che nullo faccia giammai

bene in questo mondo per averne il Paradiso in guiderdone, nè così che

nullo si guardi di peccare per iscuriccio del fuoco infernale. Ma ben

lo dee uom fare per lo intiero e perfetto amore che noi debbiamo avere

al nostro creatore Sire Iddio, il quale è lo bene sovrano, e che ci ha

amato tanto ch’elli s’è sottomesso a morte per nostra redenzione, e per

detergere lo peccato del nostro archiparente Adamo, e così menarci a

salvezza.

Infrattanto come lo Re soggiornò in Acri vennero di verso lui li

Messaggeri del Principe de’ Beduini, che si appellava il Vecchio della

Montagna. E quando il Re ebbe udito sua messa al mattino, elli volle

udire ciò che li detti messaggeri avevano in loro mandato, ed essi

venuti davanti il Re, furono fatti assedere per dire il messaggio; e

cominciò un Almirante che là era di domandare al Re s’elli conosceva

punto Messere il Principe della Montagna. E lo Re gli rispose, che

no, perchè, non l’aveva visto giammai, ma bene aveva udito parlare

di lui. E lo Almirante disse al Re: Sire, poi che voi avete udito

parlare di Monsignore, io mi meraviglio molto che voi non gli abbiate

inviato tanto del vostro che voi ne aggiate fatto un vostro amico, in

così che fanno lo Imperadore di Lamagna, il Re d’Ungheria, il Soldano

di Babilonia, e più altri Re e Principi grandi, tutti gli anni, per

ciò ch’essi conoscono bene che senza lui essi non porriano durare nè

vivere, se non tanto ch’elli piacerebbe a Monsignore; e per ciò ci ha

inviati elli di verso voi, per dire ed avvertirvi che ne vogliate fare

così, o per lo meno che lo facciate tener quieto del tributo ch’elli

deve ciascun anno al Gran Maestro del Tempio, ed allo Spedale, e ciò

facendo egli si terrà a pagato da voi. Ben dice Monsignore che s’elli

facesse uccidere il Maestro del Tempio o dello Spedale, che tantosto

e’ ce n’arebbe un altro altresì buono, e per ciò non vuole elli mica

mettere sue genti in avventura di periglio, ed in luogo dove non vi

saprebbe niente guadagnare. Il Re loro rispose ch’e’ si consiglierebbe,

e ch’essi rivenissero sulla sera di verso lui, ed allora ne renderebbe

risposta.

Quando si venne al vespro, e ch’elli furono rivenuti davanti il

Re, essi trovarono con lui il Maestro del Tempio da una parte, e il

Maestro dello Spedale dall’altra. Allora il Re disse loro che di ricapo

dicessero il loro caso e il dimando che avean fatto al mattino. Ed essi

rispuosono ch’e’ non erano punto consigliati di dirli ancora una fiata,

fuorchè davanti quelli stessi ch’erano presenti al mattino. E allora li

Maestri del Tempio e dello Spedale loro comandarono fieramente ch’essi

li dicessero ancora una fiata. E lo Almirante obbedì ripetendo ciò

ch’avea detto al mattino davanti ’l Re tutto così com’è contenuto di

sopra. Appresso la qual cosa li Maestri disser loro in saracinesco che

venissero al mattino a parlare con essi, e che n’avrebbono tutt’insieme

la risposta del Re. Perchè al mattino quando furono davanti li gran

Maestri suddetti, questi loro dissero, che molto follemente e troppo

arditamente il loro Sire avea mandato al Re di Francia tali cose e

tanto dure parole, e che se non era per l’onore del Re, e per ciò

ch’elli erano venuti davanti a lui come messaggeri, li farebbono essi

tutti annegare e gittar nel cupo del mare d’Acri in dispetto del loro

Signore. Perchè vi comandiamo, soggiunsero li Gran Maestri, che voi

ve ne ritorniate verso il vostro Signore, e che dentro quindici giorni

apportiate al Re lettere del vostro Principe, per le quali esso Re sia

contento di lui e di voi. E veramente entro la prescritta quindicina

li messaggeri di quel Principe della Montagna rivennero di verso il

Re e gli dissero: Sire, noi siamo rivenuti a voi da parte del nostro

Sire, il quale vi manda che tutto siccome la camicia è lo abbigliamento

il più presso del nostro corpo, così similmente vi invia egli la sua

camicia che qui vedete, donde elli vi fa un presente, in significanza

che voi siete quel Re, cui egli ama a più avere in amore, e ad

intertenere. E per più grande assicuranza di ciò, vedete qui il suo

annello ch’elli v’invia, che è di fino oro, e nel quale è inscritto il

suo nome: e di questo annello vi disposa il nostro Sire, e intende che

da oggi mai siate con lui tutto a uno come le dita della mano. E intra

l’altre cose inviò quel Vecchio della Montagna al Re uno elefante di

cristallo, e figure d’uomini di diverse fazioni in cristallo, e tavole

e scacchi altresì, il tutto fatto a rifioriture d’ambra rilegate sul

cristallo a belle roselline e giràli di oro puro. E sappiate che sì

tosto che i messaggeri ebbero aperto l’astuccio ove erano gli donativi,

tutta la camera fu incontanente imbalsamata del grande e soave olore

che sentivano quelle cose.

La sesta crociata ovvero l'istoria della santa vita e delle grandi cavallerie di re Luigi IX di Francia · 第 65 / 97 题