Come ’l Re tenne a suo spendio me e la mia bandiera sino al tempo di
Pasqua a venire.
Dopo che ’l Re ebbe dichiarato la sua volontà, e che sua intenzione
era di dimorar là, elli ne lasciò venire in Francia i suoi fratelli. Ma
io non so punto bene se ciò fu a loro richiesta, o per la volontà del
Re, e fu al tempo intorno alla San Giovanni Battista.[81] E tantosto
appresso che i suoi fratelli furono partiti da lui per venirne in
Francia, il Re volle sapere come le genti, ch’erano dimorate con lui,
aveano fatto diligenza di ricovrar genti d’arme. E il giorno della
festa di Monsignor Santo Jacopo, di cui io era stato pellegrino per
lo gran bene ch’e’ m’avea fatto, dopo che ’l Re, la messa udita, s’era
ritratto in sua camera, appellò de’ suoi principali di consiglio, ciò
furono Messer Piero Ciambellano, che fu il più leale uomo e il più
dritturiere ch’io vedessi unqua nella magione del Re, Messer Gioffredo
di Sergines il buon Cavaliero, Messer Gille il Bruno il buon produomo,
e le altre genti di suo Consiglio, colle quali era altresì il buon
produomo a chi il Re avea donato la Connestabilìa di Francia appresso
la morte di Messer Imberto di Belgioco. E loro domandò ’l Re quali
genti e qual numero essi avevano ammassato per rimetter su il suo
esercito, e siccome scorrucciato diceva loro: Voi ben sapete ch’egli
ha un mese, o intorno, ch’io vi dichiarai che la mia volontà era di
rimanere, e non ho ancora udito alcune novelle che voi abbiate fatto
arma di Cavalieri nè d’altre genti: così fu che gli rispose Messer
Piero Ciambellano per tutti gli altri: Sire, se noi non abbiamo ancora
fatto niente di ciò, egli è per non potere; poichè senza falta ciascuno
si fa sì caro, e vuol guadagnare sì gran prezzo di gaggi, che noi non
oseremmo prometter loro di dare ciò ch’essi dimandano. E il Re volle
savere a chi essi aveano parlato, ed anche chi erano coloro i quali
domandavano sì grossi gaggi. E tutti risposero che era io, e che non
voleva star contento alla mezzolanità. Ed io udiva tutte queste cose
istando nella camera del Re, e ben sappiate che gli dicevano tali
parole di me le genti sunnominate di suo Consiglio, per ciò che gli
avea consigliato, contro la loro opinione, ch’elli dimorasse, e che del
ritornare in Francia non fosse niente. Allora mi fece appellare il Re,
e tantosto andai a lui, e me gli gittai davanti a ginocchi; ed elli mi
fece levare e sedere; e quando fui assiso, mi va a dire: Siniscalco,
voi sapete bene ch’io ho sempre avuto fidanza in voi, e vi ho tanto
amato, e tuttavolta le mie genti m’han rapportato che voi siete sì duro
ch’essi non vi possono contentare di ciò che vi prometton di gaggi, or
come è ciò? Ed io gli risposi: Sire, io non so a punto ciò ch’essi vi
rapportino, ma quanto è di me, s’io dimando buon salario, non ne posso
altro; perchè voi sapete bene che quando fui preso sull’acqua, allora
io perdei quanto che avea, senza che mi dimorasse nulla dal corpo in
fuori, e per ciò non potrei io intertenere mie genti a poco di cosa.
E ’l Re mi domandò quanto io voleva avere per la mia compagnia sino
al tempo di Pasqua a venire[82], che erano li due terzi dell’annata.
Ed io gli dimandai due mila lire. Or mi dite, parlò il Re, avete
qualche Cavaliero con voi? Ed io gli risposi: Sire, ho fatto dimorare
Messer Piero di Pontemolano ed altri due Banneretti, che mi costano
quattrocento lire ciascuno. E allora contò il Re sulle sue dita, e
mi disse: Sono dunque milla e dugento lire che vi costeranno i vostri
Cavalieri e lor genti d’arme. Al che soggiunsi: Or riguardate pertanto,
Sire, s’egli non farà d’uopo di ben ottocento lire per montarmi di
arnesi e cavalli, e per dare a mangiare ai miei Cavalieri sino al tempo
di Pasqua? Allora il Re disse alle genti di suo Consiglio ch’egli non
vedeva punto in me d’oltraggio nè di dismisura, e mi va a dire, ch’elli
mi riteneva a suo spendio.