Come ’l Re tenne consiglio del ritornare in Francia o del rimanere in
Terra Santa, e come s’attenne al rimanere.
Tantosto appresso il Re fece appellare i suoi fratelli e ’l Conte di
Fiandra, e tutti gli altri gran personaggi che avea con lui a certo
giorno di domenica. E quando tutti furono presenti, egli loro disse:
Signori, io v’ho fatto cherère per dire a voi delle novelle di Francia.
Egli è vero che Madama la Reina mia madre mi ha mandato ch’io me ne
venga frettolosamente, che ’l mio Reame è in grande periglio, perchè
non ho pace nè tregua col Re d’Inghilterra. Ed egli è vero altresì che
le genti di questa terra mi vogliono guardare dello andarmene, dicendo
che s’io me ne vo, adunque la loro terra sarà perduta e distrutta,
e ch’essi se ne verranno tutti appresso me. Pertanto vi prego che ci
vogliate propensare, e che dentro otto giorni me ne rendiate risposta.
La domenica seguente tutti ci presentammo davanti ’l Re per donargli
risposta di ciò ch’elli ci avea incaricato dirgli, intorno la sua
andata, o la sua dimorata. E portò per tutti la parola Monsignore
Messer Guido Malvicino, e disse così: Sire, i Monsignori vostri
fratelli, e gli altri personaggi che qui sono, hanno riguardo al vostro
Stato, ed hanno conoscenza che voi non avete punto podere di dimorare
in questo paese all’onore di Voi ed al profitto del Reame vostro.
Perchè in primiero luogo di tutti vostri Cavalieri che ammenaste
in Cipri, di due mila ottocento, egli non ve ne è anche dimorato
un centinaio. Per altra parte Voi non avete punto di abitazione in
questa terra, ed altresì vostre genti non hanno punto nullo danaio.
Perchè tutto considerato e propensato, tutti insieme vi consigliamo
che Voi andiate in Francia a procacciare genti d’arme e danari, perchè
rifornitovene possiate sollicitamente rivenire in questo paese per
vendicanza prendervi degl’inimici di Dio e di sua Legge.
Quando il Re ebbe udito il consiglio di Messer Guido, egli non fu punto
contento di ciò, anzi dimandò in particolare a ciascuno ciò che ben
gli sembrava di questa materia, e primieramente al Conte d’Angiò, al
Conte di Poitieri, al Conte di Fiandra, e agli altri gran personaggi,
i quali erano davanti a lui, li quali tutti risposero ch’essi erano
dell’opinione di Messer Guido Malvicino. Ma ben fu costretto il Conte
di Giaffa, che aveva delle castella oltre mare di dire la sua opinione
in questo affare; il quale, appresso il comandamento del Re, disse che
la sua opinione era che, se il Re poteva tenere alloggiamento in campo,
sarebbe stato di suo grande onore il dimorare, più che il ritornarsene
così a maniera di vinto. Ed io ch’era a punto il quattordicesimo là
assistente, risposi alla mia volta, che teneva l’opinione del Conte di
Giaffa. E dissi per mia ragione, correr voce che ’l Re non aveva ancor
messo nè impiegato alcun danaro di suo tesoro, ma che avea solamente
dispeso quello de’ Maestri Cherci delle sue finanze; e che per ciò
esso Re doveva inviare a cherère nei paesi della Morea e d’oltre
mare, Cavalieri e genti d’armi a buon numero, e che quando s’udrà dire
ch’egli largheggia di gaggi, avrà tantosto ricovrato genti da tutte
parti, perchè potrà esso Re diliverare tanti poveri prigionieri, che
sono stati presi al servigio di Dio e suo, che giammai non usciranno
di lor prigioni s’egli se ne va senz’altro così. E sappiate che della
mia opinione non fui io mica ripreso, ma molti si presero a piangere,
perchè non ci avea guari colui, il quale non avesse alcuno de’ suoi
parenti cattivo nelle prigioni de’ Saracini. Appresso me, Monsignor
Guglielmo di Belmonte disse che la mia opinione era assai buona, e
ch’e’ s’accordava a ciò ch’io avea detto. Appresso queste cose, e che
ciascuno ebbe ordinatamente risposto, il Re fu tutto turbato per la
diversità delle opinioni di suo Consiglio, e prese termine d’altri
otto giorni per dichiarare ciò ch’elli ne vorrebbe fare. Ma ben dovete
sapere, che quando noi fummo fuori della presenza del Re, ciascuno de’
Signori mi cominciò ad assalire, e mi diceva per dispetto ed invidia:
Ah! certo il Re è folle, s’egli non crede a voi, Sire di Gionville, per
disopra tutto il Consiglio del Reame di Francia. Ed io me ne tacqui, e
stetti chiotto e pacioso.
Tantosto le tavole furono messe per andare a mangiare. Aveva sempre il
Re in costume di farmi sedere alla sua tavola, se i fratelli suoi non
vi fussono, ed anche usava in mangiando dirmi sempre alcuna cosa. Ma
in quell’ora unqua motto non mi sonò, nè volse il viso verso di me.
Allora mi pensai ch’elli fusse mal contento di me, perciò che aveva
detto ch’e’ non avea ancora dispeso di suo tesoro, e che ne dovea
dispendere largamente. Ed in così, com’elli ebbe reso grazie a Dio
appresso suo desinare, io m’era ritirato ad una finestra ferrata ch’era
presso il capezzale del letto del Re, e teneva le braccia passate
per le barricelle dell’inferrata tutto pensivo: e diceva in mio cuore
ch’ove il Re se n’andasse a questa fiata in Francia, che io men’andrei
verso il Principe d’Antiochia, il quale era di mio parentado. Ed in
così com’io era in tale pensiero, il buon Re si venne ad appoggiare
sulle mie spalle, e mi tenea la testa per di dietro alle sue due mani.
Ed io feci stima che fusse Monsignor Filippo di Nemorso che m’avea
fatto troppo di noia quella giornata per lo consiglio ch’io avea
donato; e cominciai a dirgli: Lasciatemi in pace Messer Filippo, in
mala avventura che vi colga. E tornai il viso, ed il Re mi vi passò
sovra le mani, e tantosto io seppi bene ch’elle erano le mani del Re
ad uno smeraldo che aveva al dito, e me ne ismossi confuso come colui
ch’avea mal parlato. E il Re mi fece dimorare tutto chiotto e poi
mi va a dire: Venite qua, Sire di Gionville, come siete voi stato sì
ardito di consigliarmi, contro tutto il Consiglio dei grandi personaggi
di Francia, voi che siete giovine uomo, che io deggia dimorare in
questa terra? Ed io gli risposi, che s’io lo aveva ben consigliato,
ed egli credesse al mio consiglio; se male, non vi credesse punto e
lo rifiutasse. Allora elli mi domandò, s’egli dimorasse, s’io vorrei
dimorare con esso lui: Ed io risposi, che sì certamente, fosse ciò a
mio spendio o all’altrui. Ed allora il Re mi disse che buon grado mi
sapeva di ciò ch’io gli avea consigliato la dimoranza, ma che non lo
dicessi a nessuno. Donde per tutta quella settimana io fui sì gioioso
di ciò che m’avea detto, che nullo male più mi gravava, e mi difendeva
arditamente contro gli altri Signori che me ne assalivano. E sappiate
che l’uomo appella i paesani di quella terra _Pullani_[79], e fu
avvertito Messer Piero d’Avallone, che era mio cugino, che mi si dava
per istrazio un siffatto appellativo, perch’io aveva consigliato al Re
la sua dimora coi Pullani. Perchè esso mi mandò ch’io me ne difendessi
contro i linguardi, e dicessi loro ch’io amava meglio esser Pullano che
Cavalier ricreduto com’essi erano.
Passata la settimana e venuta l’altra domenica, tutti ritornammo di
verso il Re, e quando noi fummo presenti, egli cominciò a segnarsi
del segno della Croce, soggiugnendo che ciò era lo insegnamento di sua
Madre, la quale gli aveva appreso che qualora volesse qualche parola
dire ch’egli così facesse, ed invocasse lo aiuto di Dio e dello Spirito
Santo; e tali furono le parole del Re: Signori, io ringrazio voi che
mi avete consigliato d’andarmene in Francia, e parimente ringrazio voi
che mi consigliaste ch’io dimorassi in questo paese. Ma mi sono dappoi
avvisato che, quando io dimorassi, non per ciò il mio Reame ne sarebbe
in maggior periglio, perchè Madama la Reina mia Madre ha assai genti
per difenderlo; ed ho altresì avuto riguardo al detto dei Cavalieri di
questo paese, i quali affermano, che s’io mi metto in via, il Reame di
Gerusalemme sarà perduto, perciocchè non vi dimorerà nullo appresso
la mia partenza. Pertanto ho io fatto stima che son qui venuto per
guardare esso Reame di Gerusalemme dall’essere interamente conquiso, e
non punto per lasciarlo perdere, talchè, Signori, io vi dico, che se
v’ha tra voi tutti chi voglia dimorar meco, si dichiari arditamente,
ed a questi io prometto che donerò tanto, che la coppa sarà loro non
mia[80], ed altresì facciano quelli che non vorranno dimorare, e dalla
parte di Dio possano essi compiere il lor volere. Appresso queste
parole, molti ce n’ebbe d’isbaìti, e che cominciarono a piangere a
calde lagrime.