Come fummo fatti scendere a valle sino a Damiata, e come questa fue
resa ai Saracini.
Ora dovete sapere che quando i Cavalieri della Halcqua ebbero ucciso
il loro Soldano, gli Almiranti fecero sonare loro trombe e loro
nacchere a gran forza davanti il paviglione del Re. E gli fue detto
che gli Almiranti stessi aveano avuto gran voglia in loro consiglio
di farlo Soldano di Babilonia. Su di che esso Re mi domandò un giorno
s’io pensava punto ch’elli avrebbe accettato il Reame di Babilonia
se glielo avessono offerto. Ed io gli risposi, che non sarebbe
stato sì folle, visto ch’essi avevano così tradito ed ucciso il loro
Signore. Ma non ostante ciò, il Re mi disse ch’elli non l’arebbe mica
rifiutato. E sappiate ch’egli non tenne se non a che gli Almiranti
dissero tra loro che il Re era il più fiero Cristiano ch’essi avessero
giammai conosciuto: e dicevano ciò perchè, quando partiva del suo
alloggiamento, segnava esso innanzi a sè il terreno del santo segno
della Croce, e poi ne segnava altresì tutto suo corpo. E dicevano li
Saracini che se il loro Macometto avesse loro altanto lasciato soffrire
di miscapito, quanto Dio aveva lasciato addurare al Re, che giammai
essi nè l’avrebbon adorato, nè avrebbono creduto in lui. Tantosto
appresso che entro il Re e gli Almiranti furono fatte, accordate e
giurate le convenzioni, fu appuntato tra loro che a l’indimane della
festa dell’Ascensione di nostro Signore, Damiata sarebbe renduta agli
Almiranti, e che li corpi del Re e di tutti noi altri prigionieri
sarebbono diliverati. E furono ancorate le nostre quattro galee davanti
il ponte di Damiata, e là fecero tendere al Re un paviglione perchè vi
potesse discendere ed albergare.
Quando venne il giorno posto, intorno l’ora di Sol levante, Messer
Gioffredo di Sergines andò nella Città di Damiata per farla rendere
agli Almiranti: e tantosto sulla muraglia d’essa Città levaronsi al
vento le armi del Soldano, e v’entrarono dentro li Cavalieri Saracini,
e cominciarono a bere de’ vini che vi trovarono, talmente che molti tra
loro s’inebriaro. E intra gli altri ne venne uno nella nostra galea,
il quale tirò sua spada tutta sanguinente, e ci disse ch’egli ne aveva
ucciso sei di nostre genti: il che era una cosa villana a dirsi da un
Cavaliere non che da altri. E sappiate che la Reina, avanti che render
Damiata, fu ritirata nelle nostre navi con tutte nostre genti, allo
infuori de’ poveri malati ch’e’ Saracini dovean guardare, e renderli
al Re, quando desse loro le dugento mila lire, donde è fatto sovra
menzione: e così l’avevano promesso e giurato li Saracini: e similmente
ci dovevano rendere gl’ingegni, lo arnese e le carni salate di cui essi
punto non mangiano. Ma al contrario la traditrice canaglia uccise tutti
li poveri malati, spezzarono gl’ingegni e l’altre cose che dovevano
guardar salve, e rendere in tempo e luogo, e di tutto feciono una
catasta e vi misero il fuoco, che fu sì grande ch’elli vi bastò tutti i
giorni del venerdì, del sabbato, e della domenica seguenti.