Come dopo lunga disputazione fummo finalmente diliverati di prigionia.
Ed appresso ch’elli ebbero così ucciso o spezzato tutto, noi altri che
dovevamo essere diliverati a Sole levante, fummo sino a Sole cadente
senza bere nè mangiare, nè il Re, nè alcuno di noi. E furono gli
Almiranti in disputazione gli uni contro gli altri, e tutti macchinando
nostra morte. L’uno degli Almiranti diceva agli altri: — Signori, se
voi e tutte queste genti che qui siete meco, mi volete credere, noi
uccideremo il Re e tutti questi grandi personaggi che sono con lui.
Perchè allora di qui a quarant’anni noi non n’avremo a guardarcene,
perciò che e’ loro figliuoli sono ancora minorelli, e noi abbiamo
Damiata, sicchè il possiam fare sicuramente. Un altro Saracino che
l’uomo appellava Scebrecy, il quale nativo era di Mauritania, diceva
al contrario e rimostrava agli altri che se essi uccidevano il Re
appresso lo aver ucciso il loro Soldano, sonerebbe per lo mondo che gli
Egiziani erano le genti più malvage e più disleali. E quello Almirante,
che ci voleva fare morire, diceva allo incontro per altre palliate
rimostranze, che veramente s’erano essi mispresi dell’aver ucciso il
loro Soldano, e che ciò era contro il comandamento di Macometto, che
diceva in suo dittato doversi guardare il Signore come la pupilla
dell’occhio; e ne mostrava il comandamento in uno libro che teneva
in sua mano. Ma, aggiungeva egli: ora ascoltate, Signori, l’altro
comandamento, e voltava adunque il foglio del libro, ammonendoli che
Macometto comanda che, ad asseveranza della sua fede, si debba uccidere
lo inimico della Legge. E poi diceva per rivenire alla sua intenza: Or
riguardate il male che noi abbiam fatto d’aver ucciso il nostro Soldano
contra ’l comandamento di Macometto, ed ancora il più gran male che
noi faremmo se noi lasciassimo andare il Re, e non lo uccidessimo, sien
qualsivogliano le sicuranze ch’egli abbia avuto da noi; perchè egli è
desso lo più grande inimico della Legge di Paganìa. Ed a queste parole
a poco presso fu che la nostra morte non venisse accordata. E da ciò
avvenne che l’uno di quegli Almiranti che ci era contrario, pensando
in suo cuore che ci devessono tutti far morire, venne sulla riva del
fiume, e cominciò a gridare in saracinesco a quelli che ci conducevano
nella galea, e colla tovaglia, ch’e’ si levò di testa, loro per di più
accennava, e diceva ch’essi ci rimenassero verso Babilonia. E di fatto
fummo disancorati e risospinti addietro contra monte; donde per entro
noi fu menato un duolo tragrande, e molte lagrime ne uscirono degli
occhi, perchè c’indovinavamo tutti che ci adducessero a mala morte.
Ma così come Dio volle, il quale giammai non obblia i suoi servidori,
egli fu accordato, intorno a Sol cadente, in tra gli Almiranti che
noi saremmo diliberati, e ci fecero rivenire verso Damiata, e furon
messe le nostre quattro galee tutto presso il rivaggio del fiume.
Adunque ci femmo a richierere d’essere messi a terra. Ma i Saracini nol
vollero punto fare sino a che noi avessimo mangiato. E dicevano, che
ciò farebbe onta agli Almiranti di lasciarci uscire di lor prigioni
tutto digiuni. E tantosto ci ferono venire alcune vivande dall’oste,
e ciò furono de’ bitorzoli di formaggio rincotti al sole, affinchè
i vermini non vi incogliessero, e dell’ova dure lessate da quattro o
cinque giorni; e questi, per l’onore di nostre persone, li aveano fatti
alluminare sulle coccia in diversi colori.
E appresso che ci ebbero così pasciuti, ci sposero a terra, e noi ne
andammo di verso il Re, che i Saracini ammenavano del paviglione ove
lo avean tenuto, in contro l’acqua del fiume, e ce n’avea ben venti
mila a piè colle spade cinte. Ora avvenne che nel fiume davanti il Re
si trovò una galea di Genovesi, nella quale non appariva sovra coperta
che un uomo solo; il quale, quando vide che il Re fu a dirimpetto
della sua galea, cominciò egli a fistiare. E tantosto ecco qui sortire
del soppalco della galea bene ottanta ballestrieri bene arnesati, le
loro ballestre tese, e le frecce suvvi. Il che come videro i Saracini,
cominciaro a fuggire a modo di berbici spaurate, nè anche col Re ne
dimoraro più di due o tre. Li Genovesi allora gittarono a terra una
panchetta, e raccolsero il Re, il Conte d’Angiò suo fratello che di
poi fu Re di Cicilia, Monsignor Gioffredo di Sergines, Messere Filippo
di Nemursio, il Maliscalco di Francia, il Maestro della Trinità, e me:
e dimorò prigioniero, a guardia de’ Saracini, il Conte di Poitieri,
sino a che il Re avesse loro pagato le dugento mila lire ch’e’ doveva
sborsare avanti di partire del fiume.