Del male che ci avvenne dopo che ’l Soldano fue ucciso, e delle nuove
convenenze giurate cogli Almiranti.
Quando costoro ebbono compiuto il misfatto, egli ne entrò ben trenta
nella nostra galea con loro spade tutte nude in mano ed al collo loro
azze d’armi. Ed io domandai a Monsignor Baldovino d’Ebelino, il quale
intendeva bene Saracinesco, che era ciò che quelle genti dicevano, ed
egli mi rispose ch’e’ dicevano come ci volessero mozzare ’l capo. Di
che vistamente vidi un troppello di nostre genti che là erano, ire a
confessarsi ad un Religioso della Trinità, il quale era con Monsignor
Guglielmo Conte di Fiandra. Ma quant’a me non mi sovvenne allora
di male nè di peccato ch’unqua avessi fatto, e non pensai se non a
ricevere il colpo della morte, e m’agginocchiai a’ piedi de l’un d’essi
tendendogli il collo, e dicendo queste parole nel fare il segno della
Croce: Così morì Sant’Agnese. Accosto a me agginocchiossi Messer Guido
d’Ebelino Connestabile di Cipri, e si confessò a me, ed io gli donai
tale assoluzione come Dio me ne dava il podere: ma poi di cosa ch’egli
mi avesse detto, quand’io fui levato, unqua non ne ricordai pure un
motto.
Noi fummo allora messi nella sentina della galea tutti a disteso e
stivati, ed argomentavamo molto di noi che non osassero assalirci
tutti a un tratto, ma che indi ci volessero poi trarre l’uno appresso
l’altro ed ucciderci; e fummo a tale miscapito tutta la notte, istando
così strettamente sfratati ch’io aveva i miei piedi a dritta del viso
di Monsignore il Conte Piero di Bertagna, e così li suoi piedi erano
all’indritto del viso mio. Ora avvenne che la dimane noi fummo tratti
fuora di quella sentina, e ci inviarono dire gli Almiranti, che noi
loro andassimo rinovellare le convenenze che avevamo fatte al Soldano.
Quelli ci andarono che poterono andarvi, ma il Conte di Brettagna,
e lo Connestabile di Cipri, ed io, che eravamo grievemente malati,
dimorammo.
Quelli che andarono parlare agli Almiranti, ciò furono il Conte di
Fiandra, il Conte di Soissone, e gli altri cui bastarono le forze,
raccontarono le convenzioni della nostra diliveranza. Per le quali gli
Almiranti promisero che, sì tosto come fusse loro dilivera Damiata,
essi altresì dilivrerebbono il Re e gli altri gran personaggi che erano
prigionieri. E disser loro che se il Soldano fusse vissuto, ch’egli
avrebbe fatto mozzare le teste al Re e a tutti loro; e che già contro
le convenenze fatte e giurate al Re, elli avea fatto ammenare verso
Babilonia alquanti de’ nostri grandi Baroni, e fattiveli uccidere;
e ch’essi l’aveano tratto a morte, per ciò che bene sapevano, che
sì tosto ch’egli arebbe avuto la signoria di Damiata, li farebbe
similmente uccidere tutti o morire di mala morte nelle sue prigioni.
Per questa convenenza il Re doveva giurare in oltre di far loro
satisfazione di due cento mila lire avanti ch’elli partisse del fiume,
e le due altre cento milia, elli le trammetterebbe loro da Acri, e
ch’essi terrebbono per sigurtà di pagamento li malati ch’erano in
Damiata, colle ballestre, lo armamento, gl’ingegni, il carrìno e le
carni salate sino a che il Re, inviando a cherère tutto ciò, inviasse
loro tutto insieme le diretane due cento milia lire dette di sovra.
Il sacramento che doveva esser fatto tra il Re e gli Almiranti fu
divisato. E tale fu quello degli Almiranti che nel caso ch’elli non
tenessono al Re loro convenzioni e promesse, ch’ellino stessi volevano
essere in così onìti e disonorati come quelli che per suo peccato
andavano in pellegrinaggio a Macometto la testa tutta nuda, e come
colui che, lassata la donna sua, la riprendeva appresso. Ed in questo
secondo caso, nullo non poteva, secondo la legge di Macometto, lasciare
la donna sua e poi riprenderla, avanti che elli avesse veduto alcun
altro a giacersi con lei. Finalmente il terzo saramento era ch’ellino
fussero disonorati e disonestati come il Saracino che mangiasse la
carne del porco. E ricevve il Re li saramenti detti di sovra per ciò
che Maestro Nicola d’Acri, che ben sapeva di lor fazioni, gli disse che
più grandi saramenti non potevano essi fare.
Quando gli Almiranti ebbero giurato, elli fecero scrivere e diedero al
Re il saramento ch’e’ volevano che facesse, il quale fue tale per lo
consiglio di alcun cristiano rinegato ch’essi avevano. Che nel caso che
il Re non tenesse loro sue promesse e le convenzioni poste intra loro,
ch’elli fusse separato dalla compagnia di Dio e della sua degna Madre,
dei dodici Apostoli, e di tutti gli altri Santi e Sante del Paradiso.
Ed a quel saramento si accordò il Re. L’altro era che nel caso che lo
Re non tenesse le dette cose, ch’elli fusse riputato ispergiuro come
il Cristiano che ha rinegato Dio, e suo battesimo e sua legge, e che
in dispetto di Dio sputa sulla Croce, ed ischiacciala sotto i piedi.
Quando il Re ebbe udito quel saramento, disse che già nol farebbe egli.
Or quando gli Almiranti seppero che il Re non aveva voluto giurare,
nè fare suo saramento in così a punto come ellino il richerevano,
inviarono essi di verso lui il detto Maestro Nicola d’Acri, a dirgli
ch’essi erano molto malcontenti di lui, e che avevano a gran dispetto
lo aver giurato tutto ciò che ’l Re avea voluto, e che al presente
egli non volea giurare ciò ch’essi gli richerevano. E il detto Maestro
Nicola disse al Re ch’elli avesse ben per certano che s’elli non
giurava a punto così come quelli volevano, ch’essi farebbono tagliar
la testa a lui ed a tutte sue genti. A che il Re rispose che essi ne
potevano fare a loro volontà, ma ch’elli amava troppo meglio morir buon
cristiano che di vivere in corruccio di Dio, di sua Madre e de’ Santi
suoi.
Egli ci avea un Patriarca col Re, che era di Gerusalemme, dell’età di
ottant’anni o intorno; il qual Patriarca aveva altra fiata procacciato
lo assicuramento dei Saracini inverso il Re, ed era venuto appo
esso Re per aiutarlo a sua volta ad avere sua diliveranza inverso
li Saracini. Ora era la costuma intra Pagani e Cristiani, che quando
alcuni Principi erano in guerra l’uno coll’altro, e l’uno si moriva
domentre ch’eglino avessero mandato ambasciadori in messaggio l’uno
all’altro, quegli ambasciadori dimoravano in quel caso prigionieri
ed ischiavi, fosse ciò in Pagania od in Cristianità. E per ciò che il
Soldano, che avea dato sigurtà a quel Patriarca, di cui noi parliamo,
era stato morto, per questa causa dimorò esso prigioniero dei Saracini
altresì bene come noi. E veggendo gli Almiranti che il re non aveva
nulla temenza di loro minacce, l’uno d’essi disse agli altri ch’egli
era il Patriarca che così consigliava il Re: perchè seguitò dicendo,
che se gli volevan credere, ch’elli farebbe bene giurarlo, tagliando
la testa del Patriarca, e facendola volare nel grembo d’esso Re. Di
che avvenne che sebbene gli altri Almiranti non gli tenesser credenza,
pur tuttavia presero il buon uomo del Patriarca, e lo legarono davanti
al Re ad un colonnino le mani dietro il dosso sì strettamente, che
queste gli enfiarono in poco di tempo grosse come la testa, tanto che
il sangue ne isprizzava in più luoghi. E del male ch’egli addurava,
venìa gridando al Re: Ah! Sire, Sire, giurate arditamente, perchè io
ne prendo il peccato sovra me e sovra mia anima, poichè egli è così che
voi avete il desiderio e la volontà di accompire le vostre promesse ed
il giuramento. Or io non so bene se a la fine il giuramento fue fatto;
ma checchè ne sia, gli Almiranti si tennero al postutto contenti de’
giuramenti che il Re e gli altri Signori che là erano fecer loro.