Come fu menato il Trattato per la diliveranza del Re e nostra.
Poco appresso c’inviò il Soldano il suo Consiglio a parlarci, e
questi dimandò a quale di noi egli direbbe il messaggio del Soldano.
E tutti ci accordammo che ciò fusse al Conte Piero di Bretagna per uno
turcimanno che avevano i Saracini, il quale parlava l’uno e l’altro dei
linguaggi, Francesco e Saracinesco. E furono tali le parole: Signori,
il Soldano c’invia di verso voi per sapere se vorreste punto essere
diliveri, e chè vorrestegli dare o fare per la vostra diliveranza
ottenere? E a questa dimanda rispose il Conte Piero di Bretagna, che
molto volentieri vorremmo esser diliveri delle mani del Soldano, e aver
già fatto e indurato ciò che ne fosse possibile per ragione. Ed allora
il Consiglio del Soldano domandò al Conte di Bretagna se noi vorremmo
punto donare per nostra diliveranza alcuno de’ castelli o piazze forti
appartenenti ai Baroni d’Oltremare? Ed il Conte rispose che ciò non
potevamo noi fare, per ciò che li detti castelli e piazze erano tenuti
dallo Imperadore d’Allemagna che allor ci vivea, e che giammai egli
non consentirebbe che il Soldano tenesse cosa sotto di lui. Di ricapo
domandò il Consiglio del Soldano, se noi vorremmo rendere nullo de’
Castelli del Tempio o dello Spedale di Rodi per nostra diliveranza.
Ed il Conte rispose similmente ch’egli non si poteva fare perchè ciò
sarebbe contro il saramento accostumato, il quale è che quando si mette
li Castellani e Guardie dei detti luoghi, essi giurano a Dio che per
la diliveranza di corpo d’uomo essi non renderanno nullo dei detti
Castelli. Allora li Saracini insembre rispuosono ch’egli sembrava bene
che noi non avessimo nullo talento nè inveggia d’essere diliverati,
e ch’essi ci andrebbono inviare li giucatori di spade, li quali ci
farebbono come agli altri. E sovra ciò se n’andaro. E tantosto appresso
che il Consiglio del Soldano se ne fu andato, ecco qui venire a noi un
Saracino molto vecchio e di grande apparenza, il quale aveva con lui
una frotta di giovani Saracini, i quali tenevano ciascuno una larga
spada a lato, donde fummo tutti molto ismarriti. E ci fece dimandare
quell’antico Saracino per uno turcimanno, il quale intendeva e parlava
la nostra lingua, s’egli era vero che noi credessimo in un solo Dio,
che era nato per noi, crocefisso e morto per noi, ed al terzo giorno
appresso sua morte risuscitato anche per noi. E noi rispondemmo,
che sì veramente. Ed allora egli ci rispuose che poi così era, noi
non ci dovevamo disconfortare d’avere sofferto nè di sofferire tali
persecuzioni per lui, dacchè ancora non avevamo noi punto indurato la
morte per lui, com’egli avea per noi fatto, e che s’egli avea avuto
podere di sè risuscitare, che certamente egli ci dilivrerebbe tra
breve. E allora se ne andò quel Saracino con tutti li suoi garzoni,
senza farci altra cosa. Donde io fui molto gioioso e ringagliardito,
perchè m’era inteso ch’essi fussono venuti per mozzarci il capo a
tutti; e già non tardò appresso guari di tempo che noi avemmo novelle
della nostra diliveranza.
Appresso queste cose di sovra dette il Consiglio del Soldano rivenne
a noi, e ci disse che ’l Re avea tanto fatto ch’egli avea procacciato
le nostre diliveranze, e che gli inviassimo quattro tra di noi per
udire e sapere tutta la maniera del trattato. Ed a ciò fare gl’inviammo
Monsignor Giovanni di Valery, Monsignor Filippo di Monforte, Monsignor
Baldovino d’Ebelino Siniscalco di Cipri, e Monsignor Guidone d’Ebelino
suo fratello Connestabile di Cipri, che era l’uno dei belli e dei
ben condizionati Cavalieri ch’unqua io conoscessi, e che molto amava
le genti di quel paese. Li quali quattro Cavalieri di su nomati ci
rapportarono tantosto la fazione e maniera della nostra diliveranza.
Sappiate dunque che per assaggiare il Re, il Consiglio del Soldano gli
fece tali o somiglianti dimande ch’egli ci avea fatte qui innanzi,
ed in così che piacque a Nostro Signore, il buon Re San Luigi loro
rispose altrettale o somigliante risposta a ciascuna delle due domande
come noi avevamo fatto per la bocca del Conte Piero di Bertagna.
Di che i Saracini, veggendo che ’l Re non voleva ottemperare alle
inchieste loro, il minacciarono di metterlo in ceppi, o come l’uom
dice in bernoccoli, che è il più greve tormento ch’essi possano fare a
chicchessia. E sono due gran ceppi di legno che s’intertengono a l’un
de’ capi, e quando essi vogliono mettervi dentro alcuno, sollevano un
ceppo ed all’uomo stratato in terra attraversano le gambe di grosse
caviglie, poi su vi abbassano l’altro ceppo sospeso, e fannovi assedere
un uomo sovra. Donde elli avviene ch’e’ non dimora a colui che vi
ha le gambe insertate un mezzo piede d’osso che non ne sia rotto o
schiacciato. E per peggio fargli, a capo di tre dì gli rimettono le
gambe, che sono grosse ed enfiate, di dentro que’ bernoccoli, e le
ritriturano di ricapo, il che è cosa orribilmente crudele solo allo
intendere, non che al provare. E ben sappiate che essi anco legano il
martoriato a grossi nervi di bue per la testa, di paura ch’elli di là
entro non si rimuova. Ma di tutte quelle minacce non fece conto il buon
Re, anzi disse loro ch’egli era prigioniero, e ch’essi potevano fare di
suo corpo a lor volere.
Quando i Saracini videro ch’e’ non potrebbono vincere la costanza del
Re per minacce, ritornarono a lui e gli domandarono quanto vorrebbe
donar di finanza al Soldano oltra Damiata ch’egli renderebbe loro.
Ed il Re rispose che se il Soldano voleva prendere prezzo e riscatto
ragionevole, manderebbe egli a la Reina, ch’ella il pagasse per la
redenzione di sue genti. E i Saracini gli domandarono perchè voleva
egli mandare a la Reina; ed egli rispuose loro che ben a ragione doveva
ciò fare perch’ella era sua Dama e Compagna. Adunque il Consiglio si
tornò al Soldano per sapere quanto esso domanderebbe al Re, e saputolo,
si ritornò ad esso Re, e gli dissero che se la Reina voleva pagare un
milione di bisanti d’oro, che allora valevano cinquecento mila lire,
ch’ella libererebbe il Re, ciò facendo. Ed il Re domandò loro per
saramento se il Soldano consentirebbe la diliveranza, ove la Reina
pagasse loro le cinquecento mila lire. Perchè essi ritornaro al Soldano
per sapere s’egli lo voleva così fare e promettere, e ne rapportarono
ch’e’ lo volea bene e gliene fecero il saramento. E sì tosto che li
Saracini gli ebbono giurato e promesso in lor fede di così fare e
di così liberare, il Re promise ch’egli pagherebbe volentieri per la
redenzione e diliveranza di sue genti cinque cento mila lire, e pel suo
corpo ch’egli renderebbe Damiata al Soldano, poich’elli non era punto
tale ch’e’ volesse redimersi, nè volesse avere per alcuna finanza di
danaio la diliveranza del corpo suo. Quando il Soldano intese la buona
volontà del Re, uscì dicendo: Fe’ di Macometto! franco e liberale è
il Francesco, il quale non ha voluto bargagnare sovra sì gran somma di
danaio, ma ha ottriato fare e pagare ciò che l’uomo gli ha dimandato:
or gli andate dire, fece il Soldano, che io gli dono sul riscatto cento
mila lire, e non ne pagherà più che quattro cento milia.