Di quello avvenne dopo la mia guarigione, e come fui menato là dove
erano le genti del Re.
Tantosto appresso la mia guarigione lo Ammiraglio delle galee del
Soldano mi mandò che fossi davanti a lui per sapere s’io era cugino
del Re come si sonava: Ed io gli risposi, che no, e gli contai comente
ciò era stato fatto, nè perchè; e che era stato il cómito che lo mi
avea consigliato di paura che i Saracini delle galee, che ci venivano
sopra, ci ammazzassono tutti. E lo Ammiraglio soggiunse che molto
bene era stato consigliato, perchè altramente noi saremmo stati uccisi
senza faglia e gittati entro il fiume. Di ricapo mi domandò il detto
Ammiraglio s’io aveva alcuna conoscenza dello Imperadore Federigo
d’Allemagna che allor viveva, e s’io era mica di suo lignaggio. Ed
io gli risposi la verità di avere inteso come Madama mia Madre era
sua cugina nata di germano. E lo Ammiraglio mi rispose ch’egli me ne
amava di tanto meglio. E così, in quella che noi eravamo là mangiando
e beendo, egli m’avea fatto venire davanti un borghese di Parigi: e
quando il borghese mi vide mangiare, egli mi va dire: Ah! Sire, che
fate voi? Che io fo? dissi io. Ed il borghese mi va avvertire dalla
parte di Dio ch’io mangiava nel giorno di venerdì. E subito io lanciai
addietro la scodella ove mangiava. Il che vedendo lo Ammiraglio,
domandò al Saracino che m’avea salvato e che era sempre con me, perchè
io avea lasciato a mangiare. Ed egli dissegli per ciò ch’egli era
venerdì ed io non ci pensava punto. E lo Ammiraglio rispose che già Dio
non l’avrebbe a dispiacere poi ch’io non lo aveva fatto saputamente.
E sappiate come il Legato ch’era venuto col Re, mi tenzonava di che io
digiunassi, e perch’io era malato, e perchè non ci avea più col Re uomo
di Stato fuor di me, e pertanto diceva ch’io facea male a digiunare;
ma, non meno per ciò ch’io fussi prigioniero, punto non lasciai a
digiunare tutti li venerdì in pane ed acqua.
La domenica d’appresso ch’io fui preso, lo Ammiraglio fece discendere
del castello a valle il fiume sulla riva tutti quelli ch’erano stati
presi sull’acqua. E quando io fui là, Messer Gianni mio Cappellano fu
tratto dalla sentina della galea, e quando e’ vide e provò l’aria,
ispasimò, e incontanente ucciserlo i Saracini davanti a me e lo
gittarono a fiume, ed al suo cherco, il quale altresì non ne poteva
più della malattia dell’oste ch’egli aveva, lanciarono un mortaio
sulla testa, e così infranto lo gittarono a fiume appresso il Maestro.
E similmente facevano essi degli altri prigionieri, perchè in così
che traevanli della sentina ove erano stati stivati, egli ci avea de’
Saracini propizi, i quali da che essi ne vedeano uno male disposto
o fievole, sì lo uccidevano e lo gittavano nell’acqua, e così erano
trattati tutti li poveri malati. Ed in riguardando quella tirannia,
io loro feci dire pel mio Saracino, ch’essi facevano gran male, e che
ciò era contro il comandamento di Saladino il pagano, il quale diceva
che non si doveva uccidere nè far morire uomo poi che gli si era dato
a mangiare del suo pane e del suo sale. Ma essi mi fecero rispondere
che coloro non erano più uomini d’alcuna valuta, e ch’essi non potevano
omai più fare alcun’ovra, poi che erano troppo malati. E appresso
queste cose elli mi fecero venir dinanzi tutti i miei marinieri,
narrandomi che tutti erano rinegati. Ed io dissi loro che non ci
avessono per ciò fidanza, e che ciò era solamente di paura che uomo li
uccidesse, ma che come tosto sarebbonsi essi trovati in buon luogo od
in lor paese, incontanente ritornerebbono alla prima fede. Ed a ciò
mi rispose lo Ammiraglio, ch’egli me ne credeva bene, e che Saladino
diceva come giammai non si vide di un Cristiano un buon Saracino, e
così di un Saracino un buon Cristiano. Dopo di che lo Ammiraglio mi
fece montare su un palafreno, e cavalcavamo l’uno accosto l’altro.
Ed in così menommi passare a uno ponte, e di là sino al luogo dove
era il santo Re e le genti sue prigionieri. Ed all’entrata d’un gran
paviglione trovammo lo Scrivano che scriveva li nomi de’ prigionieri
da parte il Soldano. Or là mi convenne nomare il mio nome, che non loro
volli celare, e fu scritto come gli altri. Anche all’entrata del detto
paviglione quel Saracino, che sempre mi aveva seguito ed accompagnato,
e che mi avea salvato nella galea, mi disse: Sire, io non vi posso
più seguitare e perdonatemene, ma bene vi raccomando questo giovine
infante che avete con voi, e vi prego che lo teniate sempre per lo
pugno, o altrimenti io so che i Saracini lo uccideranno. L’infante avea
nome Bartolomeo di Monfalcone figliuolo del Signore di Monfalcone di
Bari. Tantosto che il mio nome fue iscritto, l’Ammiraglio ci menò, il
giovine figliuolo ed io, didentro il paviglione, ove erano li Baroni di
Francia, e più migliaia di persone con loro. E quando io fui didentro
entrato, tutti cominciaro a menare sì gran gioia dii vedermi, che non
vi si potea niente udire per lo bruìto della gioia ch’essi ne facevano,
perchè mi pensavano aver perduto.
Ora in quella che noi stavamo insembre sperando l’aìta di Dio, noi non
dimorammo guari che un gran ricco uomo[78] Saracino ci menò tutti più
avanti in un altro paviglione dove avevamo una cera assai miserevole.
Assai d’altri Cavalieri e d’altri di nostre genti erano altresì
prigionieri, ma chiusi in una gran corte attorneata di muraglie di
terra. E quelli là facevano trar fuora li prigionieri l’uno appresso
l’altro, e loro domandavano se si volevano rinegare, e quelli che
dicevano si, e che si rinegavano, erano messi a parte, e quelli che nol
volean fare, tutto incontanente avean mozzo il capo.