Come io fossi preso, e condotto in fine di vita, e poi guerito per un
beveraggio datomi da un buon Saracino.
Ma, lasciando per ora questa materia, e rivenendo a me, ben dovete
sapere che noi altri i quali eravamo in acqua sui nostri vascelli
istimando scappare sino a Damiata, non fummo punto più abili o
benagurosi di coloro ch’erano rimasi a terra, perchè noi fummo
presi altresì come udirete qui appresso. Il vero è che, istando noi
sull’acqua, si levò un terribile vento contro noi, che veniva di
verso Damiata, il quale ci tolse il corso dell’acqua per modo che,
non bastando ad appoderarlo, ci convenne tornare a dietro verso
li Saracini. Il Re avea ben lasciato ed ordinato molti Cavalieri a
guardare i malati sulla riva del fiume, ma ciò non ci servì di niente
per tirarci ad essi, da che se n’eran tutti fuggiti. Or quando venne
verso la punta del giorno, bassò il vento, e noi calammo sino al
passaggio nel quale erano le galee del Soldano che guardavano il fiume
sì che alcun vivere non fusse ammenato da Damiata all’oste, donde è
stato toccato qui davanti. E quando essi ci ebbero scorto, levarono un
gran bruìto e cominciarono a trarre su noi, e sovra gli altri nostri
Cavalieri ch’erano da l’altro lato della riva, verrette ardenti di
fuoco greco a fusone, tanto che sembrava che le stelle cadessono di
cielo. Ed in quella che i miei marinieri avean guadagnato il ratto
della corrente per passar oltre, e che potevam vedere i Cavalieri
lasciati a guardia de’ malati speronare verso Damiata, ecco il
ventavolo che si va a rilevare più forte che davante e ci getta dalla
correntia in costa a l’una delle rive del fiume. Ed all’altra riva ci
avea sì grande quantità di vascelli delle nostre genti che i Saracini
avean preso e guadagnato, che noi non osammo avvicinarli. Ed istando
così senza smuoverci noi vedevam bene che essi uccidevano le genti che
vi eran dentro e gittavanle nell’acqua; e li vedevamo simigliantemente
trar fuora delle navi li cofani e li arnesi ch’essi avean guadagnato.
E per ciò che non volevamo andare ai Saracini, che ci minacciavano,
essi ci tiravano gran forza di saettame. Ed allora io mi feci vestir
l’usbergo affinchè i dardi che cadevano nel nostro vascello non mi
impiagassero. Ora a capo del vascello ci avea delle mie genti, le
quali cominciano gridarmi: Sire, Sire, il nostro nocchiere per ciò
che i Saracini il minacciano ci vuol menare a terra là ove noi saremmo
tantosto ancisi e morti. Adunque io mi feci sorreggere, sendo malato, e
presi la mia spada tutta nuda, e dissi ai marinieri ch’io li taglierei
se si argomentavano più avanti di menarmi a terra tra Saracini. Ed
essi mi vanno rispondere, che non per ciò mi farebbono passar oltre,
e per tanto ch’io avvisassi lo quale amava il meglio, o ch’essi mi
menassero a riva, o ch’essi mi ancorassero nella riviera. Ed io amai
meglio, donde poi ben mi prese in così come voi udirete, che essi mi
ancorassero nel fiume, di quello che mi menassero a riva dove io vedeva
tagliare le nostre genti; e così mi credettono, e così fu fatto. Ma non
tardò guari che tantosto ecco qui venire verso noi quattro delle galee
del Soldano, nelle quali avea forse due mila uomini. Allora io appellai
li miei Cavalieri, e richiesi ch’essi mi consigliassono di ciò ch’era
a fare, o di renderci alle galee del Soldano che s’approssimavano, o
d’andare a renderci a coloro ch’erano a terra. Fummo tutti d’un accordo
ch’egli valeva meglio renderci a quelli delle galee, per ciò ch’essi
ci terrebbero tutti insieme, che di renderci a quelli di terra, i
quali ci avrebbono tutti separati gli uni dagli altri, ed avrebbonci
per avventura venduti ai Beduini di cui vi ho parlato davanti. A
questo consiglio non volle mica consentire un mio Cherco ch’io aveva,
ma diceva che tutti ci dovevamo lasciar uccidere a fine di andare in
Paradiso. Ciò che noi non volemmo credere, perchè la paura della morte
ci pressava troppo forte.
Quando io vidi ch’egli era forza di rendermi, io presi un piccolo
cofanetto ch’avea tutto presso, ove erano i miei gioielli e le mie
reliquie, e gittai tutto didentro il fiume. In quella mi disse l’uno
de’ miei marinieri che s’io non gli lasciava dire ai Saracini ch’io era
cugino del Re, ch’essi ci taglierebbono tutti; ed io gli risposi ch’e’
dicesse ciò che e’ volesse. E adunque ecco arrivare a noi la primiera
delle quattro galee che venia di traverso e gittar l’ancora tutto
presso il nostro vascello. Allora m’inviò Dio, e in così ben credo
che venisse da lui, un Saracino che era della terra dello Imperadore
Federigo[77], il quale avea vestito soltanto una brachessa di tela
cruda, e venne nuotando per mezzo l’acque diritto al mio vascello, e
salitovi sovra m’abbracciò per gli fianchi, e mi disse: Sire, se voi
non mi credete, voi siete perduto, perch’egli vi conviene per salvarvi
mettervi fuori della vostra nave e gittarvi nell’acqua, ed essi non vi
vedranno mica, per ciò ch’elli s’attenderanno al guadagno del vascello.
Detto questo mi fe’ gittare una corda dalla loro galea sulla tolda
della mia nave, e con quella mi collai nell’acqua, e il Saracino a
pruovo; donde gran bisogno mi fu per sostenermi e condurmi nella galea,
perchè io era sì fievole di malattia che andava tutto vagellando e
sarei caduto al fondo del fiume.
Io fui tirato sin dentro la galea, nella quale avea ben ancora ottanta
uomini oltre quelli ch’erano entrati nel mio vascello, e quel povero
Saracino mi teneva tuttavia abbracciato. E tantosto fui portato a
terra, e mi corsero su per volermi tagliar la gola, ebbene mi ci
attendea, e colui che m’avrebbe scannato pensava tenerselo a molto
onore. Ma quel Saracino che m’avea tolto fuori del mio vascello, non
mi voleva lasciare, anzi gridava loro: Il cugino del Re, il cugino
del Re. Ed allora io che m’era già sentito il coltello tutto presso
la gola, e che m’era già messo in terra ginocchione, mi vidi liberato
di quel periglio all’aìta di Dio e di quel povero Saracino, il quale
mi menò sino al castello là ove erano li Caporali de’ Saracini. E
quando io fui con loro, essi mi levarono l’usbergo, e di pietà che
ebbero di me, veggendomi così malato, mi gittarono indosso una mia
coperta d’iscarlatto foderata di vajo minuto che Madama mia Madre
m’avea donato; ed un altro d’essi m’apportò una coreggia bianca di che
mi cignessi per disopra il mio copertoio, e sì un altro de’ Cavalieri
Saracini mi diè un capperoncello ch’io misi sulla mia testa. Dopo di
che cominciai a tremare ed a incocciar li denti, sì della grande paura
ch’io aveva, e sì ancora della malattia. Domandai allora a bere, e mi
si andò cherère dell’acqua in un pozzo, e si tosto ch’io ne ebbi messo
in bocca per avallarla, essa mi salse invece per le narici. Dio solo
sa in qual pietoso punto era allora, perchè sperava molto più la morte
che la vita, avendo l’apostema alla gorga. E quando le mie genti mi
videro così sortir l’acqua per le narici, essi cominciarono a plorare,
ed a menar grande duolo; e il Saracino che m’avea salvato domandò loro
perchè ploravano, ed essi gli fecero intendere ch’io era pressochè
morto, e ch’io aveva alla strozza l’apostema, la quale mi strangolava.
E quel buon Saracino, che sempre aveva avuto pietà di me, lo va a
dire ad uno de’ suoi Cavalieri, e questi risposegli: mi confortasse a
sicuro, chè egli mi donerebbe qualche cosa a bere, donde sarei guarito
entro due dì, ed in così fece; e veramente ne fui guerito all’aiuto di
Dio e di quel beveraggio che mi diede il Cavaliere Saracino.