Anche della battaglia, e delle grandi cavallerìe che vi fece Monsignore
lo Re.
Ed in quella io vidi apparire il Re e tutta sua gente, i quali
sorvenivano a una terribile tempesta di trombe, di chiarine e di corni.
Ed il Re s’arrestò sull’alto del cammino con tutte sue genti d’arme
per qualche cosa ch’egli aveva a dire: ed io vi prometto ch’unqua
sì bell’uomo armato non vidi mai: perch’egli pareva di sopra tutti
dalle spalle in a monte. Aveva sulla testa un elmo tutto inorato e
bellissimo, ed una spada di Lamagna in sua mano. E tantosto ch’elli si
fu arrestato, molti de’ suoi Cavalieri scorsero entro la battaglia dei
Turchi gran quantità d’altri Cavalieri e di genti del Re, ed essi senza
rattento si vanno tosto lanciare per tra la battaglia cogli altri.
E dovete sapere che a questa fiata furono fatti là i più bei fatti
d’arme che anche fussono fatti nel viaggio d’oltremare tanto d’una
parte che d’altra; perchè nullo non tirava d’arco, di ballestra, nè
d’altra artiglieria, ma erano li colpi che l’un si donava sull’altro
a belle mazze e spade e fusti di lance tutto mescolatamente l’uno per
mezzo l’altro. E di ciò ch’io vedeva, molto tardava ai miei Cavalieri
ed a me, tutto guasti come noi eravamo, che non fussimo di dentro
la battaglia cogli altri. Ed ecco qui tantosto venire a me un mio
Scudiere, che se n’era fuggito a un tratto con tutta la mia bandiera,
e mi ammena uno de’ miei destrieri fiammenghi; perchè fui prestamente
montato, e toccato degli sproni mi tirai a costa a costa del Re. Là
fu il buon produomo Messer Giovanni di Valerì, il quale vedeva bene
come il Re si volea andare a gittare nel forte della battaglia; e gli
consigliò che si tirasse a man destra di verso il fiume, affinchè, se
dannaggio ci avesse, potesse egli aver soccorso dal Duca di Borgogna e
dagli armati che guardavano l’oste che noi avevamo lassata, ed altresì
a ciò che le sue genti potessono rinfrescarsi ed aver a bere, poichè
il caldo s’era già molto elevato. Il Re mandò allora inchiedere e far
ritirare i suoi Baroni e Cavalieri ed altri di suo Consiglio ch’erano
nella battaglia de’ Turchi, ed a pena furo arrivati domandò loro
consiglio di ciò ch’elli era a fare. E i più risposono che il buon
Cavaliere Messer Giovanni di Valerì ch’elli avea con lui, molto bene
il consiglierebbe. Allora, secondo il primo consiglio di quel Valerì,
che i più accordaro esser buono, il Re piegò a man destra verso il
fiume: ed eccovi qui venire Messer Umberto di Belgioco Connestabile di
Francia, che disse al Re come suo fratello il Conte d’Artese era a gran
pressura in una magione presso la Massora e si difendea a meraviglia,
ma ciò non ostante ch’egli avea buon bisogno d’esser soccorso, e pregò
’l Re d’andarlo aitare. Ed il Re disse: Connestabile, piccate davanti,
ed io vi seguirò da presso: ed a somigliante io di Gionville dissi al
Connestabile ch’io sarei uno de’ suoi Cavalieri e ’l seguirei a tale
affare, donde egli me ne rese mercè di buon cuore. E tantosto ciascuno
di noi cominciò a ferir degli sproni dritto a quella Massora per mezzo
la battaglia dei Turchi; di che prestamente molti di nostra compagnia
furo discevrati e dipartiti de la presenza l’uno de l’altro entro la
forza dei Turchi e dei Saracini.
Ed un poco appresso ecco qui venire un Mazziere al Connestabile, con
chi io era, e gli dice che il Re era circondato di Turchi ed in gran
periglio di sua persona. Chi ne fu isbaìto fummo noi, e ne avemmo
grande spavento, perchè tra lo luogo ove era il Re coi Turchi e noi,
ci avea bene mille o mille dugento Saracini, e noi non eravamo che
sei di nostra parte. Allora io dissi al Connestabile: poi che noi non
abbiamo podere di traforare per quella pressa di nimici, ch’egli ci
valea meglio di andare a passare per a monte al disopra d’essi. E così
tutto subitamente lo femmo ancorchè ci fusse un gran fossalone pel
cammino che prendemmo tra noi e li Saracini. E sappiate per vero che
s’essi si fussono preso guardia di noi, e’ ci avrebbono di tratto tutti
soverchiati ed uccisi; ma essi intendevano al Re ed all’altre grosse
battaglie, e forse ch’elli istimavano che noi fossimo di loro genti.
Ed in quella che noi arrivavamo di verso il fiume tirando in basso
entro il rio suddetto e la riviera, noi vedemmo ch’ ’l Re s’era invece
ritirato all’alto d’esso fiume, e che li Turchi ne ammenavano le altre
schiere. Perchè s’assembraro tutte loro battaglie colle battaglie del
Re sulla grande riviera, e là ci ebbe una molto pietosa disconvenenza.
Perchè la più parte di nostre genti, le quali anche erano delle più
fievoli, credevano poter passare a salvamento di verso l’oste ove
era a guardia il Duca di Borgogna: ma egli non era possibile, perchè
i loro cavalli erano così lassi e travagliati, ed il calore era sì
estremo, che non ne potevano la fatica: ed in discendendo a valle il
fiume, noi vedevamo l’acqua tutta covrirsi di picche, lance, scudi, e
d’uomini e cavalli che miseramente vi perivano ed annegavano. Quando
noi vedemmo la fortuna e il pietoso stato che correva sulle nostre
genti io cominciai a dire al Connestabile, che dimorassimo di qua dal
fiume per guardare uno ponticello che era colà presso sul rio; perchè
se noi lo lasciamo, io diceva, essi verranno caricare sovra ’l Re per
di qua, e se le nostre genti sono assalite per due luoghi, noi potremmo
troppo averne del peggio. Ed in così dimorammo noi; e siate certani che
’l buon Re fece quella giornata de’ più gran fatti d’arme che giammai
io abbia veduto fare in tutte le battaglie ove io fui anche. E si
diceva che se non fusse stata la sua persona, noi saremmo stati tutti
perduti e distrutti. Ma ben io credo che la virtù e la possanza ch’egli
aveva gli si addoppiò allora di vantaggio per la onnipotenza di Dio,
perchè elli si buttava nel mezzo là ove vedeva sue genti in distretta,
e donava di mazza e di spada colpi sì grandi ch’elli era meraviglia a
vedere. E mi contarono un giorno il Sire di Corcenè, e Messer Giovanni
di Salenay che sei Turchi vennero al Re quel giorno, e lo presono al
freno del suo cavallo e lo ammenavano a forza, ma il valente Principe
fu così vertudioso di suo podere, e di sì gran coraggio donò e colpì
sovra questi sei Turchi, che a lui solo si diliberò e li confuse: così
che molti inveggendo ch’elli faceva sì grandi cavallerie, e si difendea
così valentemente, presono ardire in cuore ed abbandonarono i passi
ch’e’ guardavano, ed andarono di randone al soccorso del Re.
CAPITOLO XX. Come io, a buona compagnia, difendessi un ponticello
perchè il Re non ne venisse accerchiato dai Saracini.
Appresso un poco, ecco qui dritto a noi che guardavamo il ponticello a
ciò che i Turchi non passassero, muovere il Conte Piero di Brettagna,
il quale veniva di verso la Massora, là ove egli ci aveva avuto
un’altra terribile scaramuccia. Ed era tutto tagliato al viso, talmente
che il sangue gli usciva in pieno dalle labbra, come s’elli avesse
voluto vomitar dell’acqua che tenesse in bocca. Ed era il detto Conte
di Brettagna montato su un grosso cortaldo[68] basso ed assai ben
fornito, e tutte le brettine gli pendeano rotte dallo arcione della
sella, ed egli si tenea a due mani al collo del cavallo, di paura che
i Turchi i quali gli erano dietro, e che il perseguivan da presso,
nol facessero cadere a terra. Con tutto ciò e’ sembrava ch’elli non li
dottasse già grandemente, perchè sovente elli si volgeva verso loro,
e loro diceva parole in segno di beffa e di muccerìa. E nella fine
di questa battaglia vennero verso noi il Conte Giovanni di Soissone,
e Messer Piero di Noille, che l’uomo appellava Quaderno, i quali
assai aveano sofferto di colpi quella giornata essendo dimorati alla
retroguarda. E quando i Turchi li videro, pensarono ismuoversi e farsi
loro davanti, ma quando essi ci ebbero scorti guardando il ponte e
colle facce tornate contro di loro, lasciaronli passar oltre dubitando
che li saremmo andati soccorrere, in così come al fermo avremmo
fatto. Dopo di che io dissi al Conte di Soissone che era mio cugino
germano: Sire, io vi prego che voi dimoriate qui a difendere questo
ponticello, e voi farete bene; perchè se voi lo lasciate, que’ Turchi
che voi là vedete davanti noi se ne faranno via per colpirci, e così
il Re dimorerà assalito per didietro e per davanti. Ed egli mi domandò
ov’egli dimorasse, se io volessi altresì dimorare con lui: ed io gli
risposi che sì molto volontieri. Ed allora, quando il Connestabile udì
il nostro accordo, egli mi disse ch’io guardassi bene questo passaggio
senza partirmene, e ch’egli ci andava inchieder soccorso. Ed in così
ch’io era là sul mio ronzone dimorando al ponticello tra mio cugino il
Conte di Soissone a man destra, e Messere di Noille a la sinistra, ecco
qui un Turco, che veniva di verso l’esercito del Re, giungere dietro
il detto Messer Piero di Noille, e donargli d’una grossa mazza pesante
un così gran colpo che lo abbattè steso sul collo del suo cavallo, e
poi prese la corsa per a traverso del ponte, e si fuggì di verso sua
gente, pensando che il volessimo seguire, e che così, abbandonando
noi il ponte, essi il potessono guadagnare. Ma quando videro che
nullamente noi volevamo lasciare, essi si misero a passare il ruscello,
e si dimoraro tra quello e il fiume. E quando noi li vedemmo, ci
approcciammo d’essi in tale maniera che noi eravamo tutti presti di
correre loro sovra, s’e’ si fussono più avanzati del venire.
Davanti noi ci avea due Araldi del Re, donde l’uno avea in nome
Guiglielmo di Brono, e l’altro Giovanni di Gaimacio, verso i quali, li
Turchi che erano tra il rio e la riviera, come ho già detto, ammenarono
di piano de’ villani a piè, gente minuta del paese, i quali gittavan
loro zolloni e pietre puntagute a prova e forza di braccio, ed al
postutto ammenaronvi un’altra maladizione di Turco che loro gittò tre
volte il fuoco greco. Ed a l’una delle volte elli prese alla robba di
Guiglielmo di Brono, che lo ispense tantosto, donde assai bisogno gli
fu; perchè se vi fosse bastato tanto da focheggiare, ne saria venuto
tutto abbragiato. E noi eravamo tutti coverti di verrette e di dardi
che isfuggivan dai Turchi, i quali tiravano a codesti duo Araldi.
Ora mi avvenne ch’io trovai lici presso un farsettone di stoppaccio
ch’era stato ad un Saracino, ed apertolo per lo sparato me ne feci
scudo a mio grande uopo e vantaggio, perchè in così io non fui tocco
di lor verrette che in cinque luoghi, mentre il mio cavallo ne fu
in ben quindici. Ed in quella, tosto come Dio il volle, arrivò colà
uno de’ miei borghesi di Gionville, il quale mi apportò una bandiera
alle mie armi, ed una gran coltella da guerra, di che non ne avea
punto; perchè d’or innanzi, visto come quella pedonaglia di villani
faceva pressa agli Araldi, le incorremmo sopra, e coloro smucciarono
prestamente. E nel mentre che noi eravamo là guardando il ponticello,
il buon Conte di Soissone, quando fummo tornati dal correre appresso
que’ villani, si gabbava meco e dicevami: Siniscalco, lasciamo gridare
e braitare questa canaglia, e, _per la Dio creffa,_ siccome solea
scuratamente sagrare[69], ne parleremo ancora voi ed io di questa
giornata donneando in camera colle dame. Avvenne che sulla sera, prima
che ’l Sol cadesse, il Connestabile Messer Umberto di Belgioco ci menò
i ballestrieri del Re a piedi, i quali, prontando i tenieri di lor
ballestre, ci s’arringarono dinanzi; di che noi altri scendemmo di
cavallo dietro la parata de’ ballestrieri. Il che veggendo i Saracini
che colà erano, incontanente se ne fuggirono e ci lasciarono in pace.
Ed allora mi disse il Connestabile che noi bene avevamo fatto dell’aver
così guardato il ponticello, e soggiunse ch’io me n’andassi di verso
il Re arditamente, e che non lo abbandonassi sino a che elli fusse
disceso in suo padiglione. Ed in così me n’andai io di verso il Re,
e sì tosto come gli fui presso, arrivò a lui Messer Gianni di Valery
a fargli una richiesta che era, come il Sire di Castillione pregavalo
umilmente che gli donasse a menare la retroguarda. Ciò che il Re gli
ottriò molto volentieri, e poi si mise a cammino per ritirarsi ai
paviglioni, ed io gli levai di testa il morione e gli diedi il mio
cappello di ferro assai più leggieri, affinchè prendesse vento e se
ne sciorinasse le tempia. Ed in quella che noi camminavamo insieme,
venne a lui il Friere Errico Priore dello Spedale di Ronnay, il quale
avea passato la riviera, e gli venne baciar la mano tutto armato, e gli
domandò s’e’ sapeva novella alcuna di suo fratello il Conte d’Artese.
Ed il Re gli rispose, che sì bene, poichè sapea fermamente ch’elli era
in Paradiso. Di che il Priore, credendo riconfortarlo, gli disse: Sire,
unqua sì grande onore non avvenne a Re alcuno di Francia come a voi,
perchè di gran coraggio voi e tutte vostre genti avete passato a nuoto
una maestra riviera per andare a combattere i vostri nemici; e talmente
avete fatto che voi li avete cacciati, e guadagnatone il campo con esso
quegli ingegni che vi facevano sì mala guerra, e vi diportate tuttavia
in loro albergherie ed alloggiamenti. — Ed il buon Re rispose, che Dio
fusse adorato del come e del quanto che gli donava, ed in così dicendo
cominciaro a cadergliene sì grosse lagrime, che molti gran personaggi,
i quali videro ciò, furo molto oppressi d’angoscia e di compassione
veggendolo così plorare, e tuttavia lodare il nome di Dio del quanto
gli faceva sì miseramente indurare. — E quando noi fummo arrivati ai
nostri albergamenti vi trovammo gran numero di Saracini a piè, i quali
si tenevano alle corde di una tenda, cui essi ammainavano a forza
contro molti di nostra gente minuta che la stendevano. Ed il Maestro
del Tempio che facea l’antiguarda, ed io corremmo su quella canaglia e
la mettemmo a la fuga, sicchè quella tenda dimorò alla gente nostra. Ma
non per tanto ci ebbe grande battaglia, nella quale alquanti, ch’erano
in burbanza e rinómo, si diportarono molto ontosamente, li nomi de’
quali potrei io ben nomare. Nullameno me ne astengo assai di leggieri,
per ciò ch’essi son morti, e mal s’affà a chicchessia il maldire de’
trapassati. Di Messer Guidone Malvicino, vogliovi io invece ben dire,
perchè il Connestabile ed io lo rincontrammo in cammino, venendo de la
Massora, ben mantenendosi, e si era egli assai perseguito e pressato
da vicino. E già quanto li Turchi aveano da prima ributtato e cacciato
il Conte di Brettagna e sua battaglia, com’io vi dissi qui innanzi,
altanto nè più nè meno ributtavano e cacciavano essi Monsignor Guidone
e sue genti. Ma non meno per ciò ebbe egli grandi lodi di quella
giornata, perchè molto valentemente si portò egli con tutta la sua
battaglia. E ciò non era punto di meraviglia, perchè io da poi udii
dire a coloro che sapevano e conoscevano suo lignaggio e quasimente
tutte sue genti d’arme, ch’e’ non ne fallìa guari che tutti i suoi
Cavalieri non fussono o di suo lignaggio o suoi uomini di fede ed
omaggio ligio, perchè molto più gran cuore e volontà avean essi al lor
Capitano, e Maestro.
Appresso che noi èmmo disconfitti li Turchi e cacciati fuori delle
albergherie loro, li Beduini in frotto si ferirono per mezzo l’oste
ch’era stata ai Turchi e Saracini, e vi presero ed asportaro tutto
quanto essi vi poteron trovare di relitto; donde io fui forte
meravigliato, perchè essi Beduini sono soggetti e tributarii ai
Saracini. Ma unqua per ciò non udii dire ch’essi ne fussono al
peggio per cosa alcuna che loro avessono tolta o furtata. E dicevano
che lor costume era tale di sempre correr su ai fievoli, il che è
puntualmente la natura de’ cani; tra’ quali, quando uno n’abbia a chi
un altro incorra, ed uomo adizzi questo ed aiuti, ecco tutti gli altri
tracorrere sul primo e addentarlo.