Della battaglia che ne seguì oltre il fiume, ove fu morto il Conte
d’Artese.
Avanti che partire il Re aveva appuntato che i Tempieri farebbono
l’antiguarda, ed il Conte d’Artese suo fratello menerebbe la seconda
battaglia. Ma sì tosto che ’l Conte d’Artese ebbe passato il fiume
insieme a tutta sua gente d’arme, e ch’e’ videro i Saracini fuggire
loro davanti, essi piccano li cavalli delli speroni e cominciano a
correr sopra li Saracini. Donde la valente Milizia dell’antiguardo ne
levò parola di corruccio, ma il Conte d’Artese non le osava rispondere
o rattenersi per la paura di Messer Folcaldo del Melle che lo tenea
per lo freno del suo cavallo, e che, sendo sordo, non udìa cosa che i
Tempieri dicessono al Conte, ma gridava tuttavia a gola: or addosso,
or addosso. Quando i Tempieri videro ciò, essi si pensaro essere oniti
e diffamati se lasciavano andare il Conte d’Artese innanzi a loro,
perchè tutti d’un accordo ferirono degli sproni tanto ch’e’ poterono,
e perseguirono i Saracini fuggenti per mezzo la Città della Massora
sino al campo posto verso Babilonia. Or quando finalmente ristettono
e pensarono ritornare addietro, ecco li Turchi lanciar loro per a
traverso le strette rughe della cittade gran forza di fromboli e di
saettame, sicchè là fu morto il Conte d’Artese e il Sire di Coucy
che si nomava Raullo, e tanto d’altri Cavalieri sino al numero di
trecento, ed i Tempieri, in così come il loro Gran Maestro mi disse, vi
perdettono bene dugento ottanta de’ suoi[67].
E i miei Cavalieri, Genti d’arme ed io vedemmo a man sinistra gran
quantità di Turchi che s’armavano ancora, e incontanente corremmo
sovr’essi. Ed in quella che li cacciavamo per mezzo loro oste, io
scorsi un gran Saracino che montava sul suo cavallo, e gli teneva il
freno un suo cavaliero: e intanto che il Saracino levò le mani alla
sella per voler montare, io gli diedi della spada sotto le ditella
tanto come potei metterla avanti, e lo freddai di quel colpo. Quando
il Cavaliere vide il suo Sire morto, abbandonò egli signore e cavallo,
e m’ispiò al ritornare, e mi venne colpire di sua lancia un sì gran
colpo tra le spalle ch’elli mi gittò sul collo del mio cavallo, e
mi tenne così pressato ch’io non poteva sguainar la spada che aveva
cinta, ma mi bisognò tirare un’altra spada ch’io aveva alla sella
del cavallo, donde bene mestieri me ne fu; e quando egli vide ch’io
aveva la spada in pugno, elli ritirò di forza la lancia che io avea
afferrata, e s’arretrò da me. Ora avvenne ch’io e i miei Cavalieri
trovammo de’ Saracini fuora dell’oste, e ne vedemmo qua e là ben presso
a sei mila che si erano gittati alla campagna e aveano abbandonati
gli alloggiamenti: perchè quando essi ci ebber veduti così spartati,
ci vennero correr sopra di gran randone, e là uccisono Messer Ugo di
Tricciatello Signore d’Isconflano, il quale portava la bandiera della
nostra compagnia: e parimente presono Messer Raullo di Guanone della
detta nostra compagnia, lo quale essi avevano abbattuto a terra. E
in quella che l’ammenavano i miei Cavalieri e me il conoscemmo, e
lo andammo arditamente riscuotere e liberare dalle lor mani. Ed in
ritornando di quello affronto li Turchi mi donarono di sì gran colpi
che il mio cavallo s’agginocchiò del gran peso che gli toccò sentire,
e me gittarono oltre per di sopra le orecchie sue. Di che tantosto
mi raddrizzai mio scudo al collo e mia spada in pugno: ed allora si
tirò verso me Monsignor Erardo di Esmerè, che Dio assolva, lo quale a
somigliante essi avevano abbattuto a terra: e noi ci ritirammo insieme
verso una magione, che colà presso era stata guasta per attendervi il
Re che veniva, e trovar modo di ricovrare un cavallo. Ed in così che
noi ne andavamo a quella magione, ecco qua una gran bandiera di Turchi,
i quali venivano sovra noi correndo e passando oltre verso un’altra
compagnia di nostre genti che colà presso reggea la puntaglia. Ed in
passando essi mi gittano a terra di tal burina che lo scudo m’esce del
collo, e mi calpestano per morto, donde guari non ne falliva. E quando
furono passati, Messer Erardo mio compagnone mi venne a rilevar su,
e così potemmo andare sino ai muri di quella magione disfatta. Ed a
questi muri si resero a noi Messer Ugo di Iscossato, Messer Ferrante
di Loppel, Messer Ranaldo di Menoncorto, ed altri più. E là ci vennero
assalire li Turchi in maggior forza da tutte parti: e ne discese una
parte d’essi dentro il casalone ove noi eravamo, e lungamente furono
battagliando contra noi a la puntaglia e da presso. Allora i miei
Cavalieri mi donaro a guardare un cavallo, ch’essi tenevano per paura
ch’e’ si fuggisse, e si dettono a difendersi vigorosamente contra li
Turchi, ed in tal maniera che grandemente lodati ne furo da alquanti
produomini che li vedevano. Là fu ferito Messer Ugo di Iscossato di tre
grandi piaghe nel viso ed altrove. Messer Raullo e Messer Ferrante a
simigliante furono naverati alle spalle talmente che il sangue sortiva
di loro piaghe tutto così che d’una botte sorte il vino. Messere Erardo
d’Esmerè fu naverato per mezzo il viso d’una spada che gli trinciò
tutto il naso tanto che gli cadeva sulla bocca. Adunque in quella
distretta mi sovvenne di Monsignore San Jacopo, e gli dissi: Bel Sire
San Jacopo, io ti supplico aiutami e mi soccorri a questo bisogno. E
tantosto ch’io ebbi fatto mia preghiera Messer Erardo mi disse: Sire,
se voi non pensaste ch’io il facessi per fuggirmi ed abbandonarvi, io
v’andrei inchiedere Monsignore il Conte d’Angiò ch’io vedo là in quei
campi. Ed io gli risposi: Messer Erardo, voi mi fareste grande onore e
grande piacere se voi ci andaste chiedere aiuto per salvarci le vite,
giacchè la vostra è bene in grande avventura. E bene io ne dicea il
vero perchè elli ne morì poco stante di quella nàvera. E tutti furono
altresì d’opinione ch’elli ci andasse cercar soccorso. Allora gli
lasciai andare il cavallo suo ch’io tenea per lo freno, ed egli ratto
se ne corse al Conte d’Angiò richerendogli che ci venisse soccorrere
nel periglio ove noi eravamo. E là ci ebbe un gran Sire con lui che ne
lo voleva guardare, ma il buon Signore non ne volle niente credere,
anzi girò il suo cavallo, ed accorse con alquanto delle sue genti
piccando delli speroni. E quando li Saracini il videro venire essi ci
lasciarono, ma come e’ vennero in effetto, scorsero li Saracini i quali
tenevano Messer Raullo di Guanone e l’ammanavano tutto ferito, perchè
incontanente mossero a ricovrarlo, ma lo riebbero in ben pietoso e
miserevole punto.