Come la Petriera e gl’ingegni de’ Saracini, gittando il fuoco greco,
abbruciassono due fiate i nostri Gatti incastellati.
Una sera avvenne che i Turchi ammenarono un ingegno ch’essi appellavano
la Petriera, un terribile ingegno a mal fare, e lo misero a fronte a
fronte dei gatti incastellati, che Messer Gualtieri di Curello ed io
guardavamo in quella notte. Per lo quale ingegno essi ci gittavano
il fuoco greco ad abbondanza e a gran furia, e questo era la più
orribile cosa che unque mai io vedessi. Quando il buon Cavaliero
Messer Gualtieri, mio compagno di scolta, vide questo fuoco, egli si
gridò e ci disse: Signori, noi siamo perduti per sempre senza rimedio,
perchè se essi bruciano i nostri gatti incastellati, noi ne siamo
altresì arsi e bruciati; e se noi disertiamo nostra guardia, noi ne
siamo onìti vituperosamente. Perchè io concludo che nullo non è che di
questo periglio ci possa difendere, se non è Iddio il benedetto nostro
Creatore. Sì dunque vi consiglio a tutti, che tutte e quante le fiate
ch’essi ci gitteranno il fuoco greco, che ciascuno di noi cada sui
ginocchi e sui cubiti, e gridi mercè a Nostro Signore, in chi è tutta
possanza. E tantosto che i Turchi gittaro il primo colpo di fuoco, noi
ci mettemmo aggombitati e ginocchioni appunto così come il produomo
ci avea insegnato. E cadde il fuoco greco questa prima volta tra i
nostri due gatti incastellati in uno spiazzo che loro era davanti,
e che aveano fatto i nostri prolungando il dicco; ed incontanente
quel fuoco fu spento da un uomo che avevamo proprio a ciò fare. Or la
maniera del fuoco greco era tale ch’egli veniva ben davanti sì grosso
che una botte, e dietro lasciava una coda durante circa una mezza canna
di quattro palmi. Egli al suo venire di schianto facea tale bruìto da
sembrare la saetta folgore che cadesse dal cielo, e rendea figura d’uno
dragone volante per l’aere, e gittava sì gran chiarità e spereggio
ch’egli ci si vedea entro il vallo come di giorno, accendendovisi
la tenebra in vivo lume di fiamma. Tre fiate in quella nottata ci
gittarono il detto fuoco colla Petriera, e quattro con la ballestra
grossa a tornio[64]; e tutte le fiate che ’l nostro buon Re San Luigi
udiva che ci gittavano così questo fuoco, egli si ponea ginocchioni, e
tendendo le mani e levando la faccia al cielo, gridava ad alta voce a
nostro Signore e diceva in plorando a grandi lagrime: Bel Sire Dio Gesù
Cristo, guardate me e le mie genti! E poi che ’l fuoco c’era caduto
innanzi, e’ mandava un suo ciambellano per sapere in qual punto noi
eravamo, e se il fuoco ci aveva gravati. E ben credetemi che di sue
buone preci ed orazioni noi ne avevamo mestieri; poichè l’una delle
volte ch’e’ Turchi il gittarono, cadde il fuoco di costa al gatto
incastellato che guardavano le genti di Monsignore di Corcenay, e ferì
nella riva del fiume che era là davanti, e se ne venne dritto a loro
tutto divampante ed ardente: perchè tantosto ecco venire correndo verso
di me un Cavaliere di quella Compagnia, tuttavia gridando: Atateci,
Sire, atateci o noi siamo tutti arsi, vedete là orrenda stroscia di
fuoco greco che i Saracini ci han tratto, e che viene dritto al nostro
castello. Ratto corremmo là, donde il bisogno era grande, poichè
così come dicea il Cavaliere in così era, ed estinguemmo il fuoco a
grande affanno e disagio, perchè dall’altra parte i Turchi ci tiravano
attraverso il fiume dardi e verrettoni, di che tutto era pieno.
Il Conte d’Angiò fratello del Re guardava di giorno i gatti
incastellati, e tirava nell’oste de’ Saracini con ballestre. Ora aveva
comandato il Re che appresso che il Conte d’Angiò ci avea fatto il
guato durante il giorno, noi altri della mia compagnia il facessimo
durante la notte; donde eravamo a gran pena ed a grande sollicitudine,
perchè li Turchi aveano già rotte e fracassate nostre tende e nostri
ripari. Ora avvenne che codesti Turchi traditori ammenarono di giorno
la loro Petriera davanti le nostre parate, quando il Conte d’Angiò
le difendea. Ed aveano accoppiati tutti li loro ingegni, donde essi
gittavano senza rallento il fuoco greco sul nostro argine traversagno
tutto di faccia delle nostre bastite, sicchè nullo si osava mostrarsene
fuora e scovrirsi; perchè in allora i nostri due gatti incastellati
furo in un momento consumati e bruciati. Per la qual cosa il detto
Conte d’Angiò, che li dovea guardare quel giorno, ne uscì quasi fuori
del senno e si volea gittare di dentro il fuoco per estinguerlo o
morirvi. Su di che i miei Cavalieri ed io dovemmo render grazie a Dio,
perchè, se i Saracini avessero atteso a notte a far loro sforzo, noi ne
saremmo stati tutti arsi e bruciati.
Il che veggendo il Re, fece egli una richiesta a’ suoi Baroni che
gli donassono e trovassono modo di aver legname de’ vascelli ch’essi
avevano sopra mare, ciascuno di sua parte il più che potrebbe, perchè
non ci avea là intorno fusti o selve di che essi si fossero potuto
atare; e così loro rimostrò il Re, donde ciascuno gliene servì ciò
ch’egli potè. Ed avanti che il nuovo gatto incastellato fusse compito,
il legname che vi fu impiegato venne stimato valere dieci mila lire
e più, perchè potete conoscere che molti battelli ne furono perduti,
e che noi ne eravamo allora in grande difetto. Quando il gatto fu
all’intutto compiuto, il Re non volle punto ch’e’ fosse messo e
piantato sino a quel giorno che ’l Conte d’Angiò suo fratello doveva
farvi la guardia, e comandò che fosse rizzato nel proprio luogo ove li
due altri erano stati bruciati. E ciò faceva egli, a fine di ricovrar
l’onore del detto suo fratello, al guato del quale erano stati bruciati
gli altri due gatti incastellati. E siccome lo Re volle, così fu fatto.
Il che veggendo li Saracini da capo attirarono tutti i loro sedici
ingegni, e di modo li accoppiarono che tutti insieme lanciavano al
nostro gatto ch’era stato fatto di nuovo. E quando essi videro che
le nostre genti dottavano d’andare e venire al gatto pel fitto de’
cantoni e pietre grosse e canterute che essi traevano, drizzaro la
Petriera tutto di fronte al gatto incastellato, e lo arsero da capo col
fuoco greco. E seconda gran grazia fece Nostro Signore a me ed a mei
Cavalieri, perchè s’essi avessero atteso sino alla notte vegnente in
che noi dovevamo tener la guardia, ne saremmo stati arsi od oniti come
per simigliante vi dissi qui avanti.