Come ci arrestammo davanti il fiume di Rosetta, e di ciò che ’l Re vi
dispose, e lo nuovo Almirante vi contrappose.
Or dunque a proseguire nostra materia, diciamo che quel fiume scende
in Egitto, e vi gitta sue branche per mezzo la pianura, com’io v’ho
già detto, delle quali branche l’una viene a Damiata, l’altra ad
Alessandria, la terza a Tanes, e la quarta a Rosetta. A quella branca
che s’addirizza a Rosetta andò il Re di Francia a tutta sua oste,
e pose gli alloggiamenti tra esso fiume e quello di Damiata. E là
trovammo tutto il podere del Soldano alloggiato sulla riva del fiume
di Rosetta per guardare e proibircene il passaggio. Ciò che loro era
cosa ben agevole a fare, poichè nullo di noi non avrebbe saputo passare
s’egli non si fusse messo a nuoto, non avendovi punto di guado. Il
Re ebbe consiglio in lui di far gittare un dicco per a traverso la
riviera per passare ai Saracini; e per mettere a salvaguardia quelli
che farebbono il dicco fe’ costrurre due grossi belfredi che si
appellano Gatti incastellati, perciò che ci avea due castelli davanti
i gatti e due casematte di dietro per tollerare lo stoscio de’ cantoni
che i Saracini gittavano con ingegni e difíci, e di questi ne aveano
ben sedici tutti a dritto, donde facevano meravigliosi trabocchi. Il
Re fece fare altresì diciotto ingegni, de’ quali fu mastro trovatore
e fattore un Giossellino di Curvante. Il fratello del Re agguatava i
gatti di giorno, e noi altri Cavalieri sì gli agguatavamo la notte.
E si fu la settimana innanzi Natale che i gatti incastellati furono
presti, e poi si cominciò a fare il dicco. Ma quanto se ne faceva,
li Saracini altanto ne disfacevano di lor parte. Perchè dal lor lato,
tutto di contro l’argine, facean seno della riva e vi scavavano larghi
fondacci; sicchè, come l’acqua per lo argine nostro s’arretrava, ed
ella tosto piegava a riempiere i fossati opposti; perchè avveniva che
ciò che noi ammontavamo a stento in tre settimane o in un mese, essi
mantenendo la larghezza del fiume, il frustravano agevolmente in un
giorno od in due, guastando tuttavia a grandi colpi di frecce e bolzoni
le nostre genti che portavano terra per avanzar la traversa.
I Turchi, quando il loro Soldano fue morto della malattia che gli prese
davanti Hamano, fecero lor Capitano di un Saracino che si appellava
Sceceduno figliuolo del Seicco[62] lo qual Capitano era stato armato
Cavaliere dallo Imperatore Federico. E tantosto quel Sceceduno inviò
una parte delle sue genti a passare di verso Damiata ad una piccola
città chiamata Surmesac, la quale è sul fiume di Rosetta, e vennero
a cadere da quel lato sulle nostre genti. E il proprio giorno di
Natale, in quel tanto ch’io era a desinare col mio compagno d’armi Pier
d’Avalone, e tutti i Cavalieri nostri, li Saracini entrarono nell’oste,
e vi uccisero alquanti poveri che se n’erano ai campi sbandati. E
incontanente noi montammo a cavallo per andare alla riscossa, donde
gran mestieri ne era a Monsignor Perrone nostr’ospite, che si trovava
fuora dell’accampamento, perchè avanti che fussimo là li Saracini
l’avean già preso, ed ammenavano lui e suo fratello il Signore di
Val. Allora noi piccammo degli sproni, e corremmo su i Saracini e
riscuotemmo que’ due buoni Cavalieri ch’avean già messi per terra a
gran forza di colpi, e li rammenammo nell’oste. I Tempieri ch’erano
all’erta fecero bene ed arditamente la retroguarda, ma con tutto ciò li
Turchi ci venivano sopra di gran coraggio da quel lato guerreggiandoci
forte e fermo, sino a che il nostro accampamento non si fu chiuso di
fossato di verso Damiata, da quel fiume là insino al fiume di Rosetta.
Quel Sceceduno Capitano de’ Turchi, di cui ho parlato qui davanti, era
tenuto il più valente e prode di tutta Paganìa. Egli portava nelle sue
bandiere le armi dello imperadore che l’avea fatto Cavaliere, ed era
la sua bandiera partita in banda, e nell’una banda e’ portava armi
parecchie a quella del Soldano d’Aleppo, e nell’altra le armi del
Soldanato di Babilonia. Suo nome era Sceceduno, com’io v’ho detto,
figliuolo del Seicco, che tanto vale a dire in lor lingua, come nella
nostra figliuolo del Veglio: ed un tal nome tenevano essi tra loro
a gran cosa, perciò che sono le genti che più onorino i vecchi ed
antichi, solo ch’essi si sieno guardati in giovinezza d’alcun malvagio
rimproccio. Ora codesto Capitano, così come fu rapportato al Re per
ispie, si vantò ch’e’ mangerebbe nella tenda del Re di Francia innanzi
il giorno di S. Sebastiano ch’era prossimano a venire[63].
Or quando il Re ciò intese, egli disse che se ne prenderebbe ben
guardia, e serrò sua oste e ne dette l’intesa alle sue genti d’arme.
Donde il Conte d’Artese suo fratello fu commesso a guardare i belfredi
e gl’ingegni; il Re ed il Conte d’Angiò, che dipoi fu Re di Sicilia,
furo stabiliti a guardare il campo verso Babilonia, e il Conte di
Poitieri ed io Siniscalco di Sciampagna a guardare il campo di verso
Damiata. Ora avvenne tantosto, che quel Capitano de’ Turchi, avanti
nominato, fece passare sue genti nell’isola che era tra lo fiume di
Damiata e lo fiume di Rosetta, ove erano i nostri alloggiamenti, e
fece arringare sue battaglie da l’un de’ fiumi sino all’altro. Il Conte
d’Angiò, ch’era in quella parte, corse sui detti Turchi e ne isconfisse
tanti da metterli in fuga, e molti ne furo annegati in ciascuno de’
detti fiumi. Ma tuttavia, egli ne dimorò gran parte, a chi nissuna
cavalleria osava di urtare per li diversi ingegni ch’elli avevan tra
loro, e de’ quali n’uscian per noi grandi mali. E a quella fiata che
il detto Conte di Angiò assalì li Turchi, il Conte Guido di Forestà
che era in sua compagnia, sdrucì a cavallo lui e suoi cavallieri per
tra la battaglia de’ Turchi, e tirò oltra sino a un’altra battaglia
di Saracini, e là fece maraviglie di sua persona. Ma ciò non ostante
fu egli gittato a terra e n’ebbe la gamba spezzata, ed a braccia nel
rimenarono due de’ suoi Cavalieri. E ben sappiate che a molto gran pena
si potè ritrarre il Conte d’Angiò di quella mislèa, ove egli molte
fiate fu in grande periglio, sicchè dappoi ne fu molto pregiato di
quella forte giornata. Al Conte di Poitieri ed a me accorse un’altra
gran battaglia dei detti Turchi. Ma siate certi che molto bene
furono ricevuti ed altrettanto serviti. E ben bisogno lor fu ch’e’
trovassono la via per ove essi erano baldamente venuti, poichè ne femmo
un’abbondosa tagliata, e ritornammo a salvezza negli alloggiamenti
senza avere come niente perduto di nostre genti.