Perchè e come il buon Re si crociò, e come con esso presi io anche la
Croce.
Appresso queste cose avvenne che ’l Re cadde in una molto grande
malattia istando a Parigi, e funne talmente al basso, siccome poscia
gli udii raccontare, che l’una delle Dame che lo guardava in sua
malattia, credendo ch’e’ fusse trapassato, gli volle coprire il viso
di uno lenzuolo, dicendo ch’egli era morto. E dell’altra parte del
letto, in così come a Dio piacque, ci ebbe un’altra Dama, la quale non
volle soffrire che gli fosse coverto il viso, e se gli desse sepoltura,
ma sempre diceva che ancora gli bastava la vita. Sul che, durando il
discordio di quelle Dame, di tratto il Signore operò in lui e gli donò
la parola. E questa fu per dimandare che gli si apportasse la Croce,
il che fu fatto. Or quando la buona Dama sua Madre seppe ch’egli avea
ricovrato la parola, ella n’ebbe gioia sì grande che più non potea
essere, ma quando, accorsa, il vide crociato, ne venne a meno così come
s’ella l’avesse veduto morto[45].
E in quel tanto che ’l buon Re si crociò, si crociarono anche Roberto
Conte d’Artois, Alfonso Conte di Poitieri, Carlo Conte d’Angiò che fu
dappoi Re di Cicilia, i quali tutti tre erano fratelli del Re, ed Ugo
Duca di Borgogna, Guglielmo Conte di Fiandra, suo fratello Guidone
che poi non ha guari morì a Compiègne; il valente Conte Ugo di San
Polo, Messer Gualtieri suo nipote, lo quale molto bene si portò oltre
mare, ed avrebbe molto valuto, se avesse vissuto lungamente. Altresì
fecero il Conte della Marca, di cui non ha guari parlammo, e Messere
Ugo il Bruno e suo figliuolo il Conte di Salebruche, Messer Gualberto
d’Aspromonte e’ suoi fratelli. Nella compagnia del quale io Giovanni
di Gionville, per ciò che eravamo cugini, passai il mare in una piccola
nave che noi allogammo. Noi eravamo in tutto venti Cavalieri, de’ quali
di sua parte egli era il decimo, ed io il decimo di mia parte, e fu
ciò appresso Pasqua l’anno di grazia 1248. Ma avanti la mia partenza
io mandai a’ miei uomini e suggetti di Gionville che venissero tutto
dinanzi a me la vigilia della detta Pasqua, che fu il giorno in che
nacque Giovanni mio figliuolo Signore di Ancarville, che fu della
prima mia donna, sorella del Conte di Gran Prato[46]. Io fui tutta la
settimana a fare feste e banchetti con mio fratello Gioffredo Sire di
Valcolore, e tutti li ricchi uomini del paese che là erano, ed appresso
che avevamo bevuto e mangiato, dicevamo canzoni gli uni dopo gli altri,
e dimenavamo gran gioia ciascuno di sua parte. Ma quando venne il
Venerdì io dissi loro: Signori, sappiate ch’io me ne vo oltre mare, e
sì non so s’io ritornerò giammai o no. Pertanto se ci ha nullo tra voi
a chi per avventura abbia fatto alcun torto, e che si voglia lagnare
di me, si tragga avanti, perch’io lo voglio ammendare qualmente ho in
costume di fare a coloro che si dolgono di me o di mie genti, siccome a
voi tutti è noto. Ed affinchè non avessi appoggio o vantaggio alcuno,
durante il loro consiglio, mi tirai in disparte, e ne volli credere
tutto ciò ch’essi me ne rapporterebbono senza nulla contraddizione[47].
E sì il faceva per ciò ch’io non voleva importare a torto un solo
danaio: talchè per fornire il mio caso ingaggiai agli amici gran
quantità di mia terra, tanto ch’egli non mi dimorò punto più di mille
dugento lire in rendita di terre, perchè Madama mia Madre[48] viveva
ancora, la quale teneva la più parte delle mie cose in suo dotamento.
Così partii io decimo de’ Cavalieri miei, come vi ho detto dinanzi, con
tre bandiere: e questo vi ho raccontato io, per ciò che se non fosse
stato l’aiuto ed il soccorso di Dio, che giammai non mi obbliò, io non
avrei saputo portare tal fascio quale fu il mio per lo tempo di sei
anni in che fui per la Terra Santa in pellegrinaggio.
Quando fui presto di partire, e tutto in quella ch’io voleva movere,
Giovanni Sire d’Aspromonte e il Conte di Salebruche inviarono verso
me a sapere s’io voleva che noi andassimo insieme, da che essi erano
tutto pronti coi Cavalieri loro. Ciò ch’io avendo consentito molto
volontieri, femmo, come ho predetto, allogare una nave a Marsiglia, che
ci portò e condusse tutti insieme arnesi e cavalli.
E ben sappiate che avanti il partire il Re mandò a Parigi tutti
li Baroni di Francia, e loro fece fare fede ed omaggio e giurare
che lealtà essi porterebbono a’ figliuoli suoi se alcuna mala cosa
avvenisse di sua persona nel santo viaggio d’oltre mare. E similmente
mandò egli a me; ma io che punto non era suggetto immediatamente a lui,
ma rilevava dal Conte di Sciampagna, non volli fare alcun sagramento.
E quando io volli partire e mettermi alla via, inviai cercare l’Abbate
di Cheminone, che di quel tempo era tenuto il più produomo che fusse in
tutto l’Ordine bianco[49] per riconcigliarmi a lui. Ed egli, poi che
m’ebbe ascoltato, mi diè e cinse la mia scarsella, e mi mise il mio
bordone alle mani. E tantosto io me ne partii di Gionville, senza che
rientrassi unqua poi nel castello sino al ritorno del viaggio d’oltre
mare; e me ne andai primamente a santi peregrinaggi che erano lì
presso, cioè a Blecorte, a Sant’Urbano, ed in altri santi luoghi tutto
a piè, scalzato e in pannucci. Ed in quella che, andando da Blecorte a
Sant’Urbano, mi convenne ripassare d’appresso al castello di Gionville,
io non osai anche tornar la faccia verso di quello per troppa paura
d’averne siffatto cordoglio che il cuore mi s’intenerisse di ciò ch’io
lasciava i miei due figliuoli e il mio bel castello dove era tutto
de’ miei e di me. Ma subito tirai oltre col Conte di Salebruche e con
nostre genti e Cavalieri, e andammo desinare a Fontana-l’Arcivescovo
davanti a Dongiò. E là lo Abbate di Sant’Urbano, a chi Dio faccia
perdono, donò a me ed a’ miei Cavalieri de’ bei gioielli.[50] E poi
prendemmo congedo da lui, e ce n’andammo dritto ad Ausonne, e colà
mettemmo noi e nostri arnesi in battello sulla Saonna sino a Lione, e
nostri cavalli e destrieri ammenavansi a mano costeggiando la riviera.
E quando fummo a Lione noi là entrammo nella riviera del Rodano per
andare in Arles il Bianco. Ed ho ben sovvenenza che, di lungo la via
sovra il Rodano, trovammo uno castello che l’uomo appellava Rocca
vischiosa, lo qual castello il Re avea fatto abbattere, per ciò che
il Sire di quello, che avea in nome Roggero, tenea malvagio rinòmo di
rubare e spogliare tutti li mercadanti e pellegrini che passavano per
colà.