Anche della istessa materia e del governo della sua vita.
Un’altra fiata il santo Re mi contò che ad un’otta in Albigese le
genti del paese mossero all’incontra del Conte di Monforte, che allora
guardava per lo Re la terra di Albigese, e gli dissono venisse a
vedere il Corpo di Nostro Signore, lo quale era divenuto in carne ed
in sangue entro le mani del Prete offerente, donde essi erano al tutto
meravigliati. Ed il Conte rispuose loro: Andatevi voi altri che ne
dubitate, perchè, quanto a me, io credo perfettamente e senza dubbio
il Santo Sagramento dello Altare, siccome nostra madre santa Chiesa ne
lo testimonia ed insegna; talchè io spero, in credendolo così, averne
corona in Paradiso più che gli Angioli, i quali creder lo deggiono
poichè il vedono a faccia a faccia.
Ancora mi contava il buon santo Re, che una volta avvenne che nel
Munistero di Cluny ebbevi grande disputazione di Cherici e di Giudei;
e che là si trovò un Cavaliero vecchio ed antico, lo quale richiese
finalmente allo Abbate di quel Munistero, ch’elli pure avesse un poco
d’udienza e congedo di parlare; il che per Messer lo Abbate, il quale
non sospicava a dove volesse uscire, gli fu a gran pena ottriato. E
allora il buon Cavaliero si lieva ritto di sopra la gruccia ch’egli
portava a sostegno, e dice che gli si faccia venire appresso il
più gran Maestro di que’ Giudei. E come questo gli fu assentito, il
Cavaliero gli va fare questa dimanda: Maestro, rispondete; credete
voi nella Vergine Maria che portò il nostro Salvatore Gesù Cristo nel
fianco suo e poscia nelle sue braccia, e credete voi ch’ella l’abbia
Vergine partorito, e sia madre di Dio? A che il Giudeo rispose che
di tutto ciò egli non credeva neente. E il Cavaliero gli disse: Molto
follemente avete risposto, e siete pazzamente ardito quando voi, che
non lo credete, siete entrato per negarla in suo Munistero ed in sua
magione; e che ciò sia veramente voi di presente lo apparerete; ed in
così dicendo, egli leva sua gruccia, e fiere il Giudeo bene stretto
sopra l’orecchio, tanto ch’egli lo stende a terra del colpo. E ciò
veggendo gli altri Giudei, lievano il lor Maestro, e se ne fuggono
così che ne dimora finita la disputazione de’ Cherici e de’ Giudei.
Allora venne lo Abbate turbato in viso a quel Cavaliero, e gli disse:
Sir Cavaliero, voi avete fatto strana follía di ciò che avete colpito e
non argomentato. E il Cavaliero gli rispose: Ma voi avete fatto ancora
più grande follía dello avere così assembrata e sofferta una tale e sì
lunga disputazione di errori; perchè qui entro ci avea gran quantità di
Cristiani buoni ma grossi, i quali se ne sarebbono andati miscredenti
e torbi per lo argomentoso gergo delli Giudei. — E così vi dico io,
soggiunsemi di suo il Re, che nullo, se non è gran Cherco e Teologante
perfetto, non dee disputare con Giudei; ma si dee l’uomo laico, quando
elli ode male dire della Fede Cristiana, difendere la cosa non già
solamente di parole, ma a buona spada pugnante e tagliante, non a
vincere l’errore dello intelletto, ma ad attutire lo scandolezzo della
bocca.
Il governamento della vita ebbe tale, che tutti li giorni udiva le ore
canoniche in nota, ed una Messa bassa di _requiem_, e poi l’officio del
giorno di Santo o Santa. Appresso desinare sempre in letto si riposava,
e poi, quando n’era surto, dicea le preci de’ morti con uno de’ suoi
cappellani, e poi Vespro, indi tutte le sere udía la Compieta.