Di due insegnamenti che ’l Re mi diede.
Qui appresso udirete uno insegnamento che il buon Re mi diede a
conoscere. Era il tempo in che si rivenìa d’oltremare e si stava tutto
dinanzi l’isola di Cipri, quando per uno vento, che l’uomo appella
Garbino, il quale non è punto l’uno dei quattro venti maestri regnanti
in mare, ecco che la nostra nave urtò e donò un gran colpo ad uno
rocco talmente che li marinai ne furono tutti perduti, e disperati,
stracciandone loro robbe e loro barbe. Di che il buon Re salì fuori
del letto tutto scalzato, non avendo più che una cotta, e si andò
a gittar in croce davanti il Corpo prezioso di Nostro Signore, come
colui che non ne attendea che la morte. E tantosto appresso s’appaciò
il fortunale, e la nave surse disimpedita e rigallò come in giolito.
Alla dimane mi appellò ’l Re e mi disse: Siniscalco, sappiate che Dio
ieri ci ha mostro una parte di suo gran podere, poichè uno di que’
venti piccolini, che a pena gli sa uomo nominare, ha pensato annegare
il Re di Francia, sua donna, suoi figliuoli e famiglia. E dice Santo
Anselmo che ciò è una minaccia di Nostro Signore, altresì come s’egli
volesse dirci: Ora vediate e conosciate che, s’io l’avessi voluto
permettere, ne sareste stati tutti sommersi. Al che è da rispondere:
Sire Iddio, e perchè ne minacci tu? se la minaccia che tu ne fai non è
punto per tuo prode nè per tuo vantaggio; poichè, se tu ne avessi tutti
perduti, tu non ne saresti già più povero, ed in così non più ricco se
tutti salvati? Certo dunque il tuo minacciare è per nostro profitto,
non per tuo, quando noi il sappiamo conoscere e intendere. Or bene
dunque Siniscalco, seguitò il Re, di queste tali minacce noi dobbiamo
intendere che se ci ha in noi cosa a Dio dispiacente, che noi la
debbiamo rattamente levare e così per simigliante vi debbiamo riporre
ciò che sappiamo essergli in piacere che sia fatto. E se così faremo
Nostro Signore ci donerà più di bene in questo mondo e nell’altro
che non ne sapremmo divisare, e se faremo altrimente, egli farà di
noi ciò che il Signore fa del malvagio sergente, il quale, se per la
minaccia non si corregge, ed il Signore lo fiere nel corpo, ne’ beni e
sino a la morte, e a peggio se possibile è anche. Dunque in così farà
Nostro Signore al peccatore malvagio che per sua minaccia non si vuole
ammendare, e lo colpirà in sè e nelle cose sue crudelmente.
Il buon sant’uomo Re si sforzò di tutto suo podere a farmi credere
fermamente la Legge Cristiana che Dio ci ha donato, così come voi
udirete qui appresso. Dicevami dunque che noi dobbiamo sì fermamente
credere gli articoli della Fede, che per nullo iscapito che ce ne
possa venire al corpo non ci lasciam trascorrere a fare nè dire il
contrario. E inoltre diceva che lo inimico dell’umana natura che è il
diavolo, è sì sottile, che, quando le genti muoiono, egli si travaglia
di tutto suo podere a farle morire in alcun dubbio degli articoli della
Fede: chè egli vede e conosce bene ch’e’ non può togliere all’uomo
le buone opere ch’esso ha fatto, e che ne ha perduto l’anima s’elli
muore in secura credenza della fede cattolica. Per ciò dee l’uomo
prendersi guardia di questo affare, ed averci tale securtà di credenza
ch’e’ possa dire all’inimico quando gli dà tale tentazione: Vattene
nimico di nostra natura, tu non mi getterai già fuori di ciò che credo
fermarmente, cioè delli articoli della mia Fede, anzi meglio amerei
che tu mi facessi tutte le membra dilaccare; poichè io voglio vivere e
morire puntualmente in questa credenza. E chi così fa vince lo inimico
di quell’arma istessa, donde esso nimico voleva ucciderlo.
Pertanto diceva il buon Re che la Fede e credenza di Dio era tal cosa
a che noi avremmo dovuto accomodarci senza dubbio alcuno, anche se
non ne fossimo noi certificati soltanto che per lo udir dire. E su
questo punto mi fece il buon Signore una domanda, cioè: Comente mio
padre avea nome. Ed io gli risposi ch’elli avea in nome Simone. Or
per qual modo il sapete voi? diss’egli: ed io gli dissi che ben n’era
certo e lo credea fermamente per ciò che mia madre lo mi avea detto
molte volte. Adunque soggiunse egli, dovete voi credere perfettamente
gli articoli della Fede per ciò che gli Apostoli di Nostro Signore ve
lo testimoniano, in così come voi udite cantare al _Credo_ tutte le
Domeniche. E su tale proposito mi disse egli che uno Vescovo di Parigi,
nomato in suo dritto nome Guglielmo, gli contò un giorno che uno gran
Maestro in Divinità gli era venuto innanzi per parlare e consigliare
se medesimo a lui. Ma che, come e’ fu per dire suo caso, si prese
a piagnere molto forte e duramente. Per che il Vescovo cominciò ad
ammonirlo dicendo: Maestro, non piangete punto e non vi togliete di
conforto, perchè sappiate veramente che nullo non può essere peccatore
sì grande che Dio non sia più possente di perdonargli. Ah! disse il
maestro, Monsignor lo Vescovo, che io non ne posso altro che piagnere,
poichè mi dubito di essere miscredente ad uno punto, e questo è ch’io
non posso essere asseverato in cuore del santo Sagramento dello Altare
in così come Santa Chiesa lo insegna e comanda a credere; e veggio bene
che ciò mi viene di tentazione dello inimico. Maestro, disse allora il
Vescovo, or mi dite, quando l’inimico vi invia tale tentazione, e vi
dispone per a tale errore, v’è egli in piacere? Rispose il Maestro:
certamente non mai, ma al contrario mi dispiace e m’annoia tanto che
più non potrebb’essere. Or bene, disse il Vescovo, io vi domando se
voi prendereste oro nè argento nè alcuno bene mondano per rinegare di
vostra bocca niente che toccasse al Santo Sagramento dello Altare nè
ad alcuno de’ Sagramenti della Chiesa? Veramente, rispose il Maestro,
siate certo che nulla cosa terrena non è, di che io ne volessi aver
preso, e che anzi amerei meglio mi distroncassero tutto vivo a membro
a membro, che aver rinegato il minimo dei detti Santi Sagramenti.
Adunque il Vescovo gli mostrò per esempio il grande merito ch’egli
acquistava nella pena ch’e’ sofferiva della tentazione, e gli disse
così: — Maestro, voi sapete che ’l Re di Francia guerreggia contro
’l Re d’Inghilterra, e sapete che il castello ch’è il più presso
della marca[38] de’ detti due Re si è la Roccella in Poitù; dunque
rispondetemi: Se lo Re di Francia vi avesse dato balìa di guardargli il
castello della Roccella che è si presso della marca, ed a me l’avesse
data sopra il castello di Montelery che è nel fino cuore di Francia; a
quale dovrebbe il Re, nel termine di sua guerra, saper miglior grado,
a voi od a me di aver guardati di perdita i suoi castelli? — Certo,
Monsignore, disse il Maestro, io credo che ciò sarebbe a me che gli
avrei bene guardata la Roccella, la quale è in luogo più dubitoso, e
ci è la ragione assai buona. — Maestro, disse allora il Vescovo, io
vi certifico che mio cuore, gli è tutto simigliente al castello di
Montelery, perchè io del Santo Sagramento dell’Altare, e così degli
altri, ne sono così asseverato che non me ne viene dubbio neuno. Per
tanto vi dico come per uno grado che Dio nostro Creatore mi sa di
ciò ch’io li creda securamente ed in pace, che bene a doppio ve ne sa
egli grado di ciò che voi gli guardiate vostro cuore in perplessità e
tribolazione: donde io vi dico che molto meglio gli piace in questo
caso il vostro stato che non il mio, e sònovene di ciò ben gioioso,
e vi prego l’abbiate in sovvenenza, ed egli vi soccorrerà certo al
bisogno. Quando il Maestro ebbe tutto ciò inteso e col cuore ascoltato,
s’agginocchiò innanzi ’l Vescovo, e si tenne di lui molto contento e
ben pago.