Qui conta di Maestro Roberto di Sorbona.
Avvenne un’altra fiata che per lo grande rinômo ch’elli udì di Maestro
Roberto di Sorbona d’esser prod’uomo, egli lo fece venire a lui e bere
e mangiare a sua tavola[32]. Ora eravamo un tal dì egli ed io beendo
e mangiando alla tavola del detto Signore Re, e parlavamo consiglio
a cheto l’uno all’altro[33]. Il che vedendo il buon Re ci riprese in
dicendo: Voi fate male di consigliarvi qui, parlate alto affinchè i
vostri compagni non dubitino che voi parliate d’essi in male; se in
mangiando di compagnia voi avete a parlare alcuna cosa che sia piacente
a dirsi, sì allora parlate alto che ciascuno vi intenda, o se non,
tacetevi.
Quando il buon Re era in gioia, elli mi faceva questioni, presente
Maestro Roberto, talchè e’ mi domandò una fiata: Siniscalco, or mi
dite la ragione per la quale avviene che prode uomo val meglio che
giovane uomo[34]. Allora cominciò briga e disputazione in tra Maestro
Roberto e me. E quando noi avemmo lungamente dibattuta e disputata
la questione, il buon Re rendette la sentenza, e disse così: Maestro
Roberto, io vorrei bene avere il nome di produomo, ma ch’e’ fusse buon
produomo, ed il rimanente vi dimorasse, perchè produomo o probuomo è sì
gran cosa e sì buona, che anche solo nel motto riempie tutta la bocca.
Ed al contrario diceva il buon Signore Re che mala cosa era l’altrui
prendere, poichè il _rendere_ era sì grieve che solamente a nomarlo
scortecciava la bocca, e ciò pe’ due _r-r_ che vi sono, li quali vi
stanno a significanza delli rastri dello avversario, lo quale tuttodì
attira a sè ed arronciglia coloro che vorrebbono rendere lo avere od
il mobile altrui; ed in così elli seduce usurieri e rapitori, e li
ismuove di donare in fin di vita alla Chiesa loro usure e rapine per
Dio, ciò ch’e’ dovrebbono invece non donare ma rendere, e ben sanno
a cui. Ed istando sovra questo proposito, comandò che io dicessi di
sua parte allo re Tebaldo di Navarra suo genero, ch’elli si prendesse
guardia di ciò ch’e’ faceva, e ch’elli non ingombrasse sua anima,
credendo poi esserne quieto pe’ gran danari ch’elli donava e lasciava
al Munistero de’ Fratelli Predicatori di Provino; con ciò sia che
il saggio uomo intanto ch’e’ vive, deggia fare tutto in così che far
dee buon esecutore di testamento, ciò è primieramente e avanti altra
ovra restituire e ristabilire i torti e’ gravami fatti ad altrui
dal trapassato, e solo del residuo avere proprio di quel morto fare
le elemosine ai poverelli di Dio: così come il Diritto scritto lo
insegna[35].
Il santo Re fu un giorno di Pentecoste a Corbello accompagnato da
ben trecento cavalieri, ove noi eravamo Maestro Roberto da Sorbona ed
io. Ed il re appresso desinare si discese alla rinchiostra lasciando
la cappella, e andò parlare al Conte di Brettagna, di chi Dio abbia
l’anima, padre del Duca che è al presente. E davanti tutti gli altri
mi prese il detto Maestro Roberto al mantello, e mi domandò, alla
presenza del Re e di tutta la nobile compagnia: Ditemi, per vostro
senno, se il Re si sedesse in questo chiostro, e voi andaste sedere
in suo banco più alto di lui, sarestene voi a biasmare? Al che io
risposi che: sì veramente. Or dunque, riprese egli, siete voi bene a
biasmare, quando voi siete più riccamente vestito di mantello che ’l
Re nostro Signore. Per che di tratto io gli dissi; Maestro Roberto,
Maestro Roberto, io non son mica a biasmare, salvo l’onore del Re e
di voi; poi che l’abito ch’io porto, tale che lo vedete, me l’hanno
lasciato mio padre e mia madre, e non l’ho io punto fatto fare di mia
autorità. Ma il contrario, è di voi, donde siete ben forte a biasimare
e riprendere, dacchè voi, che siete figliuolo di villano e di villana,
avete lasciato l’abito di vostro padre e di vostra madre, e vi siete
vestito di più fino cammellino[36] che ’l Re non è. Ed allora io presi
il panno del suo sorcotto e di quello del Re, e giuntili l’uno presso
l’altro, seguitai: or riguardate s’io ho detto il vero. Ed allora il
buon Re imprese a difendere Maestro Roberto di parole, ed a covrirgli
suo onore di tutto suo podere in mostrando la grande umiltà che era
in lui e com’egli era pietoso a ciascuno. Appresso queste cose il Re
si trasse, ed appellò Monsignor Filippo padre del Re vivente, ed il Re
Tebaldo suoi figliuoli[37] ed assisosi all’uscio della Cappella, mise
la mano a terra e disse ai suddetti figliuoli: Sedetevi qui presso di
me ch’uomo non vi vegga. Ah! Sire, dissono quelli, perdonateci, se vi
piace, ma egli non ci appartiene di sedere sì presso di voi. Ed egli
allora, rivolto a me: Siniscalco, sedetevi qui. Ed io tosto il feci
così da presso che la mia robba toccava la sua. Ciò fatto, li fece
assidere accanto a me, e allora soggiunse: Gran male avete fatto,
quando voi che siete miei figliuoli, non avete fatto da prima ciò ch’io
vi ho comandato: or guardatevi che giammai egli non vi avvenga. Ed
essi risposero, che non più. Ed elli allora mi va a dire che ci aveva
appellati per confessarsi di ciò che a torto aveva difeso e mantenuto
Maestro Roberto contro di me; ma diss’egli, io lo feci perchè il vidi
così isbaito che aveva assai mestieri di chi ’l soccorresse ed atasse:
essere bensì vero che si dee vestire onestamente ad esserne o meglio
amato da sua donna, o più pregiato dai minori, ma non così che ’l
vestirsi e il portarsi ecceda misura di proprio stato: doversi insomma
l’uomo mostrar fuora di tal maniera che vecchiezza non dica: tu troppo
fai, nè giovinezza: fai poco, siccome fu avvertito d’innanzi.