Il quale a senso dello autore è bellissimo, e spera che lo
giudicheranno tale tutti quelli che lo vorranno leggere.
Come lo scafo mosso su lo scalo per essere varato da argomento
umano non potrebbe essere trattenuto nell'impeto precipitoso, così
Marcello non attese il ritorno di Betta per continuare il racconto. Il
novelliere in molte, in quasi tutte le cose, rassomiglia alla cicala;
ad ambedue piacciono gli albori mattutini, le fresche rugiade, e il
primo raggio dorato del sole; ad ambedue talentano le fronde degli
alberi, il meriggio splendido, l'aere aperto e sereno; entrambi, quegli
da mane a sera racconta, questa strilla; se il cielo si turba, l'uno
e l'altra tacciono; se la cicala scoppia, e l'altro muore, almeno in
Italia, all'ospedale, se pur non lo mandano professore di rettorica in
Savoia o in Sardegna, che torna ad un circa lo stesso; in una cosa sola
differiscono, ed è che la cicala annoia sempre, e il novelliere qualche
volta no. Marcello veramente non era narratore di professione, ma
tocca appena con le labbra la coppa incantata, aveva sentito l'ebbrezza
brulicargli per le vene, ond'ei continuava e diceva:
— Siamo ad un'altra soprabbellissima veduta... attenti.... attenti...
signori... domando scusa, dopo la partenza di Betta non posso più
adoperare il numero plurale.... attento dunque, signor zio... e ora che
storie sono elleno quelle di aggrinzare il naso? Non crede ch'io sia
per presentarle una soprabbellissima veduta? Sì... ci crede? O dunque
che mai le arreca fastidio? Per avventura la parola soprabbellissima?
Ma o non ha letto il _vocabolario di parole e modi errati_ dei signor
Filippo Ugolini, il quale ha la carità d'insegnarci che ai grandi
ingegni non disdice di due parole formarne una, e non le paia piccolo
privilegio; per la quale cosa io, nella fiducia di trovarmi un dì
battezzato per ingegno grande, mi approfitto intanto della patente,
e poi considero che a questi lumi di luna per significare una cosa un
po' mezzana un povero diavolo si trova tirato pei capelli a inventare
vocaboli nuovi; tanto logoro hanno fatto gli uomini piccini dei
superlativi per onorarsi fra loro. Invero taluno di loro esce fuori
di casa salito su i trampoli, e i compari levano le mani al cielo
sclamando: ecco il gigante! — O ti additano a sera un'ombra lunga,
lunga, che copre una piazza, e dicono: vedi vè, che razza di omaccioni
nascono nei nostri paesi! — Malcreati! Appaltoni! Su i trampoli montano
i giullari per tenere allegre le brigate, non già per maravigliarle; le
ombre dei pigmei diventano ciclopiche quando la luce tramonta. Ma tanto
è, la gaglioffaggine ha messo su compagnia di _mutua ammirazione_,
ed ha speranza che il carnevale continui per _omnia sæcula sæculorum:
amen_.
Dunque siamo ad un'altra soprabbellissima veduta. Io dormiva....
— Cosa che stava per accadere a me — se continuavi con quel suono.
— Io dormiva e sognavo un angiolo....
— Ma, nipote mio, tu mi fai da un pezzo in qua tal consumo di angioli
da rincararli sul mercato dei cieli venti centesimi la dozzina....
— Io mi figuro, signore zio, che durante la sua vita, massime in
gioventù, le sarà occorso di ricevere un pugno negli occhi. Si rammenta
in cotesta occasione le migliaia di stelle, che le parve vedere per un
pezzo, comecchè il sole splendesse luminoso a mezzodì? Or bene, dopo
il mio innamoramento a me sembrava vedere comparire angioli da per
tutto; e tutta la gente mirava dopo le spalle, nella supposizione che
ci avesse l'ale come altra volta ci teneva la coda. Dunque sognava un
angiolo, e a che rassomigliasse la sua bella faccia non importa dire;
l'angiolo, aperta una finestra del paradiso, con voce e con cenni mi
confortava, rotti gl'indugi, a salire. Io turbato gli rispondeva: —
signore, come vuol'ella che io voli, se mi mancano le ali? — Ed egli a
me: — di poca fede, credi, e l'amore ti farà crescere le ali....
Qui mi venne rotto il sonno nella testa dal picchiare frequente e
ognora più strepitoso della vicina nelle pareti. O cieli! o terra! non
ci era da prendere equivoco; coteste erano chiamate a fuoco, quando
arde lo incendio dello amore. Corsi così che credei mi fossero spuntate
le ali davvero...
E questo è certo, che l'amore della donna altrui, se non fa nascere
l'ali all'amante, qualche cosa fa nascere al marito...
— Aspetti a dire... e quasi tratto fuori di me mi accostai al buco, dal
quale aperto mi vennero buttate in faccia queste parole:
— Signore, per amore di vostra madre venite a soccorrermi; mio marito
si muore, ed io sola non lo posso assistere.
— Signora, volo — risposi io pensando sempre al sogno, e al come
l'amore faccia spuntare l'ali; però non volai, anzi tardai più del
solito, come succede, ora non trovando più le calze, ora infilandomi i
calzoni alla rovescia: nè lo indugio mi nocque, perchè in proporzione
che io vestiva il corpo, l'anima si spogliava dei turpi desiri, onde
rimasero a un punto quello compiutamente coperto e questa compiutamente
ignuda; in effetto, quando non so nemmeno io e per moto tutto
macchinale mi mirai allo specchio, e levai la mano per aggiustarmi i
capelli, la coscienza mi brontolò dentro: — pezzo di furfante, se ti
bastasse il cuore di ricompensarti giusta i tuoi meriti, tu invece
di accarezzarti la chioma avresti a darti tre o quattro schiaffi su
cotesto muso svergognato per brutti pensieri, che hai fatto su cotesta
santa donna. Signore zio, avviso ai lettori...
— M'introdussi per la porta della cucina, e la signora Isabella trovai
pallidissima, non però sgomenta; per mani mi prese e disse: aspettate
tanto che con qualche pretesto vi metta dentro, perchè l'inferno piglia
sospetto di ogni cosa.
Entrata in camera del moribondo, questi con voce appannata rimproverava:
— Tu mi contrasti in tutto; io voglio uscire, io vo andare domenica co'
miei amici in campagna... ti aveva ordinato mi chiamassi il sarto....
con le vesti di un anno fa sembrerò uno dei sette dormienti...
— Non ti affaticare il petto, Roberto, non ti arrapinare... il sarto è
arrivato... aspetta di là in cucina.
— Ma non fa notte ora?
— Fa.... ma si avvicina l'alba... e il giovane è garzone, però venne
per tempo a fine di non iscioperare; entrate.
Nel breve tempo che rimasi in cucina mi percosse la vista di certe
cose, che non mi aspettavo davvero trovarci, ed erano pane fresco e
formaggio e prosciutto, e simili altri mangiari non senza parecchie
bocce di vino.
Con tanta parte della mia curiosità nel sangue lascio considerare
a lei, signore zio, se mi sentissi struggere, se non fosse stato
l'aspetto pauroso del moribondo, io mi sarei avventurato a interrogare
_ipso facto_ la signora Isabella. Costui appena mi ebbe scorto prese
fra i singulti a favellare di amici, di vesti, di fogge nuove, di
scampagnate, alle quali cose tutte risposi a modo suo confortandolo
il meglio che sapeva: poi uscendo feci cenno alla signora che mi
seguitasse in cucina, e a lei venuta dissi:
— Ha ella pensato al prete?
— O Dio! non ci ho pensato, e qualora ci avessi pensato, come avrei
fatto ad avvisarlo?
— Cotesto povero uomo, se passa tre ore, alle quattro non ci arriva: ci
andrò io....
— Sola col mio marito che muore... ho paura.
— Non stia a confondere, cara signora, io sveglierò Teresa, e
m'ingegnerò a farla salire fino quassù.
E come dissi feci; così facile non mi riuscì col parroco, però ch'egli
dicesse la messa del mattino, e prima di averla celebrata non volle
venire; dopo messa e' si fermò a confortarsi lo stomaco, dacchè egli
sostenne che diceva messa all'alba appunto per questo, avendo osservato
che senza pericolo d'indigestione non poteva rimanersi più di sei ore
senza mangiare: ed aggiungeva contrito, capire benissimo cotesta essere
infermità, e, per fermo, castigo di Dio, ma come rimediarci altrimenti
che sopportarlo in pace mangiando a mezzanotte, alle sei di mattina, a
mezzogiorno e alle sei della sera? Intanto toglieva seco la eucaristia,
l'olio santo e gli altri arnesi, e accompagnato dal campanaio veniva
via.
Se va in paradiso, come gli auguro, osservò il parroco fermandosi a
piè della tredicesima scala tutto in acqua, non avrà a fare di molto
cammino — poi asciugatosi il sudore e ripreso fiato, tornò a salire.
Ora con mia somma meraviglia e dolore, mano a mano ch'io mi accostava
al quartiere della signora Isabella, udiva sghignazzare, e clamori,
che indegni sempre, adesso poi mi parevano scellerati. Quale io mi
rimanessi, pensatelo voi quando sospinto l'uscio della cucina mi vidi
comparire davanti due uomini di faccia e più di maniere volgari, che
assettati mangiavano e bevevano schiamazzando. La signora Isabella
non era lì; il prete si mordeva le labbra; io trasecolava: impiccio
più grande io non provai al mondo. Pregai il prete per amore di Dio a
pigliarsela in pace come il castigo di avere a mangiare ogni sei ore;
pregai quei furfanti in nome del diavolo a divorare cheti, e promisi
sarei tornato indi a un attimo con la chiave di tutti questi intrighi.
La signora Isabella piangendo mi confessò di tutto cotesto disordine
colpa il marito, il quale fittosi in capo di essere ormai sano aveva
voluto ad ogni patto si invitassero a colazione certi suoi amici
vecchi, ch'egli non aveva più visto dacchè si era messo a letto, ed
ella per non inacerbirlo averlo contentato: supporre, anzi credere
fermamente che già poco di buono prima, in questo intervallo di tempo
cotesti uomini fossero diventati pessimi; a mani giunte pregarmi la
liberassi da loro.
Tornato in cucina, eccotene una nuova di zecca; il parroco, il
campanaio avevano stretto co' due compagnoni una maniera di tregua di
Dio; anzi a tavola questi avevano ravvisato il parroco per amico loro e
maestro, appunto come secondo il vangelo di San Luca i due apostoli che
andavano ad Emmaus riconobbero Gesù Cristo alloraquando ei si mise a
tavola con loro e tagliò il pane[10].
Sovvenendomi in buon punto che tra l'osso e il dente del cane non
bisogna ficcare la mano, attesi che avessero finito, il che avvenne
tosto non potendo i cibi comprati durare un pezzo al vecchio assalto
ed al nuovo: allora voltomi ai compagni di Roberto dissi loro lui
dolentissimo per non avergli accolti come meritavano; colpa la
malattia, che gli si era cacciata addosso; per mio mezzo salutarli e
ringraziarli; sperare essersi ristabilito in salute alla più lunga
domenica: gli tornerebbe grato rivederli quel dì alla osteria del
Satiro, dove intendeva pagare il risotto per tutti.
Cotesti due ghiottoni fecero un po' di premura di vedere Roberto
tanto per non parere, e acceso chi pipa, chi zigaro con mille grazie e
saluti se ne andarono. Rimanevano il parroco e il campanaio; il primo,
appiccata la sacca contenente la materia di due sacramenti al medesimo
chiodo donde pendeva un mazzo di cipolle, trasportando ai pasti terreni
la pratica adoperata da ogni buon sacerdote nei celesti, stava intento
a rifinire ogni minuzzolo di cibo e di bevanda che rinveniva sopra la
mensa; il campanaio per amore di imitazione seguitava lo esempio; per
la qual cosa dopo cinque minuti di cotesto lavoro un topo si sarebbe
sgomentato a trovare una bricciola sola sopra e sotto la tavola. Il
parroco buttando giù il bicchiere disse:
— Or bene, quando incominciamo noi, chè si fa tardi e le mie penitenti
mi aspettano al confessionale?
Risposi avesse pazienza tanto che andassi per disporre lo infermo a
riceverlo.
— Andate e fate presto, soggiunse il parroco.
Di concerto con la signora Isabella allora dissi al moribondo come il
parroco essendosi recato a visitare certa inferma nel casamento, udito
che anch'egli giacesse in letto, era salito per salutarlo e desiderare
vederlo.
Il moribondo si arruffò tutto, e con impeto di cui non lo avremmo
reputato capace, disse risoluto non volere preti dintorno, non sapere
che farsi di loro; caso mai il parroco si attentasse ficcare il muso
nella sua stanza ei gli avrebbe scaraventato quanto stava sopra la
tavola da notte. Come Argante egli moriva qual visse; bestia fu, bestia
rimase: e siccome era ormai troppo tardi a convertirlo, mi strinsi
nelle spalle e tornai al parroco dandogli ad intendere che l'infermo
caduto in sincope non poteva in cotesto punto ascoltarlo; e il prete di
rimando:
— Anzi questo è momento opportunissimo, imperciocchè, appena egli torni
in sè, la salutare minaccia delle pene dello inferno farà miglior
breccia, sbigottito com'ei ha da trovarsi, ed incapace ad opporre i
pensieri della carne.
Risposi non essere mestieri di simili argomenti collo infermo, che in
vita si era mostrato ossequentissimo sempre ai precetti della Chiesa,
ed ora avere chiesto i sacramenti da sè.
Parve dubitarne il parroco, pure si acchettò; insomma tanto, ora con
quel pretesto, lo tenni sopra la corda, o mi parve tenercelo, che il
malato passò senza che vedesse il prete. Del suo transito mi accorsi
per cagione di uno strido breve e sommesso, che mandò la giovane donna,
ed in vero rientrato nella stanza trovai il marito morto e la moglie
con la faccia abbandonata sopra le coperte a piè del letto. Invocato
allora lo spirito di Sant'Ignazio, che mi desse valore d'imitare
il collo torto di San Luigi Gonzaga, mi feci allato al parroco e
bisbigliai: _consumatum est_.
— Che cosa è consumato? domandò il parroco.
— Lo infermo se ne andò con Dio.
— Col diavolo, volete dire, col diavolo, mugghiava il parroco
insatanassato; io capisco ottimamente i vostri raggiri, non sono mica
un baggiano, sapete! Mostrarvi empi alla scoperta non vi attentate, che
da una parte vi spaventa la pubblica riprovazione e dall'altra vi mette
paura la polizia, perchè ormai è chiarito che quale si mostra cattivo
cattolico, troviamo a un punto pessimo suddito e viceversa; e se non
temete lo inferno, non vi garba lo Spielberg. Però coi vostri garbugli
mettete di mezzo uno specchiato ecclesiastico, che serva di mantello
alle vostre abbominazioni, e mentre sembra di fuori che serviate Dio,
possiate senza un pericolo al mondo servire a Mammona. Ora io vi dico
che questo non sarà, e cavatevi dal capo di potere scarrucolare un par
mio: sappiate che 'l vostro morto non sarà sepolto in sagrato, e lo
porteremo via senza lume e senza croce come un animalaccio quale ei
si fu; sappiate che io bandirò dal pulpito lui morto senza sacramenti
un po' per colpa sua e molto più per colpa vostra, e quindi tutti
incorsi nella scomunica fulminata dai sacri canoni contro gli eretici
_relapsi_, e condannati senza rimedio alle pene eterne dello inferno.
— _Amen!_ risposi io senza scompormi — tanti risparmiati.
— Come, tanti risparmiati?
— Ma sicuro! dacchè persona caritatevole aveva messo da parte con molto
stento non so che danari per suffragare l'anima del morto; ma ora che
lo sento perduto senza rimedio la consiglierò a tenerseli.
— E voi fareste male....
Perchè? Tanto per salvarlo sarebbe tempo perso.
— No davvero, e ne adduco ragioni ineluttabili, statemi attento,
figliuolo dilettissimo, che ciò non fie senza profitto della
vostra coscienza. _In primis et ante omnia_, nonostante le censure
ecclesiastiche, può darsi che il defunto innanzi di morire con atto di
profondissima attrizione sia salvo, senza l'opera dei sacramenti; in
secondo luogo chi può chiudere può eziandio aprire, e questa verità
viene espressa con le due chiavi di san Pietro; revera a quale uopo
due chiavi, se la Chiesa non avesse dovuto adoperarle con due serrature
diverse e a fini contrarii? E la è chiara; una chiave chiude la toppa
dello inferno, l'altra apre quella del paradiso; per ultimo voi dovete
credere, ed abbiatelo per sicuro che la elemosina equivale ad un
battesimo perpetuo, e se non temessi di avventurarmi troppo, direi che
la elemosina supera in virtù il battesimo; imperciocchè questo lava
una volta sola, e non si può rinnovare, mentre per lo contrario la
elemosina, quasi lavandaia di carità, vi viene ogni sabato a casa, e
più spesso, se volete, a pigliarvi l'anima sudicia e riportarvela netta
di bucato; anzi, mirate efficacia della elemosina! Questa pulisce non
pure l'anima, bensì anche il corpo, e chi fa elemosina, per sentenza
di San Cipriano[11], può stare senza lavarsi le mani, che tanto gli
si manterranno più bianche del latte. Perciocchè cotesto gran santo
ammaestra «come essendo tassati i discepoli che mangiassero senza
lavarsi le mani, Cristo rispose dicendo: colui che ha fatto quel ch'è
di dentro, ha fatto medesimamente quello ch'è di fuori. Ma fate delle
elemosine, e con questo vi laverete ogni cosa.» Dunque elemosine,
dilettissimo, sempre elemosine, ed abbondanti elemosine, e voi laverete
ogni cosa.
— Voi parlate da quel dotto uomo che siete, e nondimeno il dubbio che
per l'anima una volta dannata cotesti sieno tutti pannicelli caldi mi
resta sempre per la gola.
— La intercessione dei santi ebbe virtù di cavare i dannati fuori dello
inferno....
— Oh!
— Si legge, e con argomenti credibili si trova confermato come
San Gregorio magno, mercè le sue preghiere, cavasse dallo inferno
l'imperatore Traiano, dopo cinquecento anni ch'ei ci stava dentro ad
arrostire.
— Tanto è, che l'uomo senza fede possa salvarsi non mi quadra.
— Questo avviene perchè non avete fede, ed io mosso da pura carità vi
vo' chiarire con quattro battute. La fede è dono di Dio; dono, capitemi
bene, virtù _gratis data_, che per opere non si acquista, con doni non
si merca....
— Oh! guarda, ed io avrei creduto che chi meglio opera più venisse
ricompensato.
— E voi avreste creduto male, ma vi compatisco, perchè siete un
ignorante.
— _Mea culpa_, risposi battendomi il petto.
— Le faccende di lassù, caro mio, non si governano al medesimo modo di
quelle del mondo; Dio manda la fede a cui meglio gli pare e piace; le
anime, figuratevi voi, sono come un branco di cacciatori tutti del pari
lesti in gamba e del pari valenti al tiro, i quali movono sparsamente
per la medesima selva; questi chiapperà una lepre o un daino, quegli
non sentirà nè anco cantare uno sgricciolo.
— Dunque, se così è, l'uomo per possedere la fede non ha maggiore
merito che ad avere sortito dalla natura il naso grosso?
— _Circum circa_ si può dire ch'ei sia in questa maniera. Però non
mostrerebbe, a mio parere, buon gusto Domeneddio, se si dilettasse
mandare alle pene eterne una povera creatura, la quale potesse dire:
— ho chiamato, e non mi avete risposto; ho picchiato, e non mi avete
aperto; ho cercato, e non vi siete lasciato trovare.
— Così la intendo ancora io, e giudicando appunto che Dio non farebbe
opera di giustizia a tracollare quel meschino nello inferno per
mancanza di fede, risparmieremo i quattrini, e lasceremo la cosa
bollire nella sua acqua come gli spinaci.
— Voi pigliate un granchio, e grossissimo, fratello mio, perchè tutti
i miei ragionamenti non valgono un fico, se l'uomo non si è ingegnato
smovere la bontà divina con la preghiera, i digiuni e la elemosina,
e non può provare che il difetto di fede in esso non deriva dalla
colpa propria, bensì per ostinazione altrui. Quello che vi ho detto
è simile ad un cappone messo in pentola col suo bravo sale e sedano
e prezzemolo, il quale non cuocerà in eterno se non gli si accenda il
fuoco dintorno per farlo bollire, e questo è chiaro. Senza elemosina
i miei argomenti rimarranno perpetuamente crudi. E poi lasciamo là il
morto, ditemi un po' voi chi salverà i vivi dalla scandalo? chi dal
diventare segno di esecrazione dei fedeli? Chi dall'essere presi in
sospetto dalla polizia? Chi dalle visite notturne del giandarme? Chi da
un viaggetto in Moravia nella bella stagione di dicembre? Chi...?
— Questo confesso che gli è un altro paio di maniche, e mi do per
chiarito. Torniamo al funerale, e vediamo un po' a quanto batterebbe la
spesa.
— Oh! lo vedete che aveva proprio ragione io quando vi diceva che vi
avrei chiarito: ecco qui, per la messa solenne quattordici lire... gli
è come pigliare un pane al forno... s'intende non musicata, bensì con
accompagnatura di organo... catafalco lire venti... trentaquattro...
consumo di sei ceri intorno e sei all'altare con più sei candele....
diciotto... e non si può fare a meno... trentaquattro e diciotto
cinquantadue, logoro di tappeto, quattro, cinquantasei.... cassa otto,
che fanno sessantaquattro... pittura di croce una, e sessantacinque...
campanaio per sonare l'agonia...
— Ma questa spesa si può risparmiare dacchè egli è morto.
— Bella ragione! L'agonia bisogna sonarla, perchè va sonata, e poi
se la gente non la sentisse sonare, sospetterebbe ch'ei fosse passato
senza sacramenti, ed è per lo appunto questo che più preme evitare. E
devo pensare propriamente a tutto io?
— Certo.
— E allora si ha da mettere cinque lire al barbiere per fargli la barba.
— Ohimè! lasciamo stare cotesto, che la morte in breve disfarà muscoli
e nervi non che barba e capelli — e aggiungete ch'egli in vita sua non
costumò mai radersi la barba.
— Tanto peggio; tanto peggio; oh! che volete, che si presenti all'altro
mondo co' segni della irreligione e del disordine? — Oh! che vengo
dalla China io per non sapere che i peli sono rivoluzionarii?
— Vada per la barba, ma cinque lire?... mi canzonate? — Mentre in vita
per cinque lire ne fanno venti delle barbe ai poveri diavoli come fu il
defunto.
— Voi parlereste come un libro stampato, ma quando siamo morti
diventiamo tutti uguali...
— Già.... appunto per questo; nudi uscimmo dal seno materno, e nudi
dobbiamo tornare alla terra... uguali nella miseria.
— Alla rovescia, dilettissimo mio, alla rovescia, tutti ricchi,
imperciocchè prossimi ad essere locupletati della grazia di Dio.
Dunque sonata di agonia due, barba, cinque, in tutto settantadue.
Per gl'incappati moccoli libbre quattro, a lire due per libbra otto
lire, settantadue e otto ottanta, lampioni quattro, ottantaquattro;
logoro di tappeto da capo quattro, ottantotto; nolo di crocifisso
di argento, due, novanta; nolo di due preti due lire l'uno, e non è
caro, novantaquattro; al curato dieci, centoquattro.... mi pare che
non ci sia altro? No, aspettate, lo sterro, lire sei centodieci. Guà!
dimenticava il meglio, ai portatori della bara lire otto, in tutto
centodiciotto... e se casca un _kreutzer_, a monte ogni cosa. Poi se
volete dare qualche cosa a Perpetua serva della canonica, sarà vostra
carità[12].
— Io tolsi allora il lume, e lo volsi attorno illuminando la cucina
priva degli arnesi più necessari, e poi gli dissi:
— Prete dabbene, vi par egli questo luogo abitato da gente che abbia
facoltà di spendere centodiciotto lire per un morto, senza contare la
mancia a Perpetua?
— Caschi un quattrino, a monte ogni cosa...
— Ma considerate la miseria di questa povera vedova....
— Ma considerate il grandissimo ribasso, che ho fatto; non mai le cose
sante calarono a così vil prezzo, talchè me ne piglia ira, vergogna,
rimorso e...
— Caro mio, non bisogna contare negozio per negozio, bensì instituire
il calcolo buona annata, mal'annata.
— Magari si potesse fare! ma la crittogama è entrata anco nella vigna
del Signore, e di che tinta!
— E voi usate la paura della polizia tedesca a guisa di zolfo,
eh? Me ne rincresce proprio; vedo che bisognerà raccomandarci alla
_Misericordia_, perchè lo porti via per carità.
— Non ci pensate nè anco; lo leveranno di casa sua su una scala,
come quello che morì impenitente e fuori del grembo della santa Madre
Chiesa; e alla vedova e a voi ne verrà infamia e danno.
— Quanto alla vedova me ne rincresce, per me me ne impipo.
— Non siete voi parente? non siete amico di casa?
— Nè parente nè amico, la prima volta è questa che io metto il piede
qua dentro; dei vostri buoni offici presso la polizia mi curo anco
meno, perchè come fa giorno con la strada ferrata me ne torno a casa
mia in Piemonte.
— Malannaggio al Piemonte e a chi ci è dentro! Ci sta vicino come la
corda al collo del condannato; se lo potessimo spingere mille miglia
lontano da noi, non sarebbe perduto nulla, o presto ricuperato...
— Reverendo, buona notte, o piuttosto buon giorno; se avete commissioni
per Torino, fate capitale di me; perdonate se vi lascio in asso, perchè
non vorrei mancare alla prima partenza della ferrata.
— Gioventù benedetta! voi prendete fuoco come gli zolfanelli... venite
qua... ditemi, ma chi paga?
— Chi volete che paghi? Pago io, che pure sono povero giovane, per
carità, onde se mi levo io il pane di bocca, che sono laico e non ci ho
che fare nulla, mi sembra che potreste levarvici un po' di companatico
voi che siete sacerdote, e per di più pastore di anime.
— Orsù, voglio farvi vedere se sapiamo anche noi altri ecclesiastici
ammollare; voi ci appuntate, lo so, di avarizia; mordetevi la lingua,
calunniatori; la carità la intendiamo anco noi altri: orsù, invece di
centodiciotto lire faremo ogni cosa, associazione, funerale e sterro
per centodieci.
— Curato! risposi di sul limitare della porta, avete comandi per
Torino... io parto.
— Ma sentite, non ve ne andate... in verità non si può fare a meno...
— Volete che faccia i vostri convenevoli al signor Bianchi Giovini?
— Voi siete un capo ameno; non ci guastiamo, via.... faremo numero
tondo... cento lire... O povera chiesa! povera religione, come scadute
abbasso!... Però quattrini... subito... quattrini anticipati...
— Niente affatto; _fidati_ era un galantuomo, _non fidarti_ era più
galantuomo di lui...
— Queste cose ad un ecclesiastico?
— Non ve ne adontate, anco i santi prevaricarono...
— Almeno la caparra...
— La caparra, vada...
— Sessanta lire?
— Venti lire.
— No, sessanta...
— Tagliamo in mezzo, trenta, ed eccole... ora andate a sonare l'agonia.
Il prete uscì, ma indi a poco ritornava sbuffando e diceva:
— Mi sono gabbato... non ho messo l'organista e il suddiacono... della
Perpetua non se n'è più parlato. Voi che mi parete un giovane timorato
di Dio, non permetterete che un povero sacerdote si rovini.
— Io, prima di tutto, dovete sapere non temo Dio.
— Oh! non temete Dio?
— No signore, si dee temere delle cose che hanno potenza di fare il
male:
Dalle altre no, che non sono paurose.
E lo ha detto Dante, che morì frate. Ora io non ho avuto mai paura di
Dio, bensì lo amo con tutta l'anima e m'ingegno osservare più che posso
i santi precetti ch'egli m'insegna con senso d'amore.
— Egli è tutta una, la messa torna a mattutino, anche così la si può
rabberciare... ma un _quid_ di più per l'organista, ecco ci vuole; e
il diacono e il suddiacono vi sembra giusto che si abbiano a sgolare
_gratis et amore Dei_?
— Mi pare che se vi piace buttare ogni cosa a monte io vi abbandono la
caparra.
Il prete se ne andò borbottando non so che parole di peccatore
ostinato... luterano... e simili; però quando fu in fondo della scala
si volse da capo a gridare:
— Oe, quel giovane, almeno rammentatevi di Perpetua...
Devo confessare per la verità che il funerale e l'associazione furono
piuttosto pomposi che decenti, e che con sommo mio stupore il curato
levava a cielo la mia carità, e non so nemmeno io quante altre virtù
cardinali e teologali, le quali, con somma mia maraviglia e quasi
spavento, mi erano entrate in corpo senza che io me ne accorgessi.
Tutto questo s'intende, arti vecchie per mantenersi la bottega avviata:
imperciocchè allegando esempi e lodando la pietà altrui, il prete
s'industria conservare tepida, almeno per una generazione, la cenere;
tocca al prete che verrà dopo a pensare se la si raffredda.
Per tutto quel dì stetti in casa la signora Isabella, e del giorno
appresso ci passai gran parte, consolandola con quelle parole più
convenienti che seppi; affinchè ella delle spese da me fatte non
s'inalberasse, le dissi, ed era vero, che aveva preso le cento lire
dalle cinquecento del signor Felice, e le proffersi di conservare le
rimanenti, ma ella ci si ricusò.
La lasciai pertanto rassegnata, e poichè di leggeri noi altri
crediamo quello che piace, così nelle calde parole, nello acconsentire
degli occhi, nella stretta delle mani io pensai vedere e sentire un
sentimento un zinzino più tenero che non è la gratitudine; per la
quale cosa ogni sequela d'idee su questo proposito io conchiudeva colla
esclamazione:
— Noi tapperemo il buco!...
E tanto mi dominava questo pensiero, che prima di salire a casa
comprai due libbre di gesso da presa per murarlo. Salito in casa
rovesciai parte del gesso sur una tavola, in mezzo al quale dopo averlo
ammonticchiato feci un vuoto per versarvi dentro l'acqua; in seguito
ammannii una maniera di mestola per istemperarlo prima di servirmene;
così apparecchiato mi accostava al buco, e non senza commozione gli
volgeva queste parole:
— O buco, conforto della mia vita e largitore delle gioie più pure
che io abbia provato nel mondo; tu mi hai tolto dall'anima quanto
la dissipazione ci aveva deposto di vile; tu mi hai insegnato come
l'amore preceda sempre i passi dell'uomo, pari alla stella di oriente
scorta dei regi in cerca del Redentore; per te ho appreso che dopo la
madre un altra donna più cara, sì ma non però più amata, abbia sortito
dal cielo potenza di condurre i nostri passi alla perfezione cui fu
concesso arrivare al seme di Adamo; tua mercè io sono più che io;
meglio di qualunque predicatore, vogli missionario, vogli domenicano,
vogli carmelitano scalzo, tu mi hai fatto stimare i miei fratelli, me
stesso, la vita, le opere e la giocondità della virtù. Io vorrei avere
ricevuto in dono la facondia di Demostene o la fantasia di Pindaro per
celebrarti degnamente in prosa e in versi. Io ti vorrei rendere più
illustre assai del buco di santo Alò, dov'egli ficcava il suo chiodo
ogni qual volta gli occorreva di ficcare il chiodo per non affiggere
con troppi fori la parete; onde venne il proverbio di fare come santo
Alò, che ficcava il chiodo sempre nel medesimo buco. Se adesso io ti
muro, non mi muove ingratitudine; al contrario affetto pari a quello
del buon padrone che riposa l'ottimo servo dalle lunghe fatiche: nè per
chiuso che tu rimanga io diverrò mai immemore di te, tutto ha fine nel
molto: separiamoci dunque a modo di benefattore e di beneficato, perchè
tu capisci che potendo sedermi da ora in poi a canto alla signora
Isabella e favellarle dappresso, sarebbe strano, per non dire peggio,
continuare a parlarle traverso un buco...
— Oh! siete voi? — Di un tratto mi parlò la voce soave della donna
amata; appunto io voleva dirvi cosa che non so perchè non mi attentai
favellarvi qui in casa, ed ora traverso la parete spero mi basterà
l'animo di farlo. Signor Marcello, quando si ringrazia, sì presume
pagare in parte il debito: ora io non voglio ringraziarvi, perchè amo
serbare intero l'obbligo mio verso di voi; io ho provato che in me può
venire meno l'amore, la gratitudine non mai, tanto vi basti...
— Anzi è troppo, mia riverita signora, e avrò mercede di gran lunga
superiore al merito, se mi concederà che io le rinnovi quotidianamente
la espressione della mia profonda stima... in casa sua.
— Giusto sopra di ciò voleva trattenervi, signor Marcello. La donna
povera deve avere cura, non dirò superiore a quella della ricca per la
sua onestà, bensì delle apparenze della onestà; in vero non basta alla
donna essere, ma deve eziandio parere onesta. Argomentate da ciò a che
mi esporrei io, se vedova, povera e sola, accogliessi in casa mia un
giovane elegante come voi? Voi siete troppo generoso, signor Marcello,
per mettere a duro partito la mia reputazione... io devo credere... io
credo che la mia fama ha da essere cara a voi quanto a me, non è egli
vero, Marcello?
— Eh!... non dico... ma se non isbaglio, mi pare che queste parole
significhino, ch'ella non mi vuole più d'intorno?
— Oh! no; io voglio vedervi e parlarvi tutti i giorni anzi più volte al
giorno, continuiamo a farlo come prima traverso questo buco...
— O nato sotto stelle maligne! esclamai dandomi un picchio su la
fronte. E il gesso da presa e la mestola ammanniti a che serviranno
eglino?
E siccome la signora, che cosa ci avessero a fare il gesso e la mestola
non capiva, io l'avvertii di quello che stava per condurre a termine,
quando sul più bello rimasi interrotto da lei; ond'ella tanto non si
potè tenere, che non ridesse, ma io nell'amarezza dell'anima e con riso
compunto ripresi:
— Poichè questo calice non può rimoversi dalle mie labbra, si faccia la
sua volontà, signora Isabella...
— Ma guardiamo un po' se la cosa comporti temperamenti tali da renderla
tollerabile; in prima io direi di allargare il buco a dimensioni tali
che di buco diventasse vera e propria finestra.
Oh! sì... larga finestra... grande quanto tutta la parete.
— Questo si nega; larga tre quarti di braccio, ed alta cinque soldi.
— Talchè se io non divento un gatto non ci potrò passare.
— Talchè se voi non diventale un gatto non ci potrete passare.
— Almeno sia praticata a tale altezza, che seduti entrambi sopra una
sedia possiamo vederci e favellarci.
— Questo si concede, anzi ogni sera tornato a casa metteremo, io da una
parte, voi dall'altra, il tavolino rasente all'apertura, e mentre io
lavoro, voi mi leggerete qualche bel libro di storia o di poesia.
— Faremo anco meglio; io congegnerò una lucerna per modo che abbia a
illuminare voi e me, e questo gioverà alla economia ch'è la seconda
provvidenza della povera gente.
Sta bene; e voi invece di andare all'osteria con perdita di tempo non
piccola e spesa grandissima, potreste trasportare il vostro pranzo
alla sera, e pranzeremmo insieme spartendo le spese; io mi piglierei il
pensiero di apparecchiarvelo.
— Accettato; accettato. Se venisse Lucullo a propormi adesso il baratto
di uno di questi pasti con cento suoi imbanditi in Apolline, io gli
darei di un calcio nella pancia.
— Siete contento della capitolazione?
— Eh! non potendo avere di meglio, adattiamoci; però delle parole io
non mi fido.
— Oh! che volete, che mandiamo pel notaro, che roghi del contratto?
— Dio ne liberi! Se un terzo entrasse fra noi lo strozzerei, ma ogni
convenzione costumano gli uomini raccomandare a segni più sensibili
che le parole non sono, come sarebbe a dire a segnatura, a croce, a
sigillo; io mi contento di una stretta di mano.
— E ciò non vi ricuserei davvero, se si potesse...
— Non si confonda; in due minuti rimedio a tutto. E anco in meno
remossi un mattone dond'ella mi porse la mano che io baciai con fervore
due volte, dicendo: la prima per lei, la seconda per la madre mia.
Per via di cotesta apertura io mi transumanai, per dirla con Dante,
e se avessi dovuto durare un pezzo nell'esercizio di tanta virtù
dinanzi a cotesto buco diventato finestra, io credo che a questa ora,
signore zio, avrebbe dovuto cercare il suo nepote fra gli angioli, con
suo sconcerto forse, e sicuramente col mio; chè fare un altro po' di
posata _in hac lacrymarum valle_ non mi scomoda punto. Però tra tanti
gaudii mi occorse uno stroppio, e questo fu che dimorando davanti
quella apertura mi trovai un giorno cotto per di fuori e per di dentro
così, che meglio non arrostisce un quarto di agnello sullo spiedo.
Gran giudizio mostrano di avere i Siciliani quando volendo imprecare a
taluno qualche grosso malanno gli dicono; tu possa essere innamorato!
Di fatti addio sonno, addio talento di cibo o di bevanda, mesto
sempre o pensoso senza pensare a nulla; fisso in una immagine, che mi
struggeva, uguale in tutto a cotesta povera fanciulla, che innamorata
del sole non cessava mai di guardarlo, senza badare che le consumava
la vista; e per maggiore rapina quanto più pativa, e meno mi sentiva
balìa di palesare i miei spasimi: se accadeva, e accadeva sovente, che
la pietosa donna mi domandasse: se mi sentissi male, se qualche pena
segreta mi angustiasse, non volessi celarla, a lei, che per me nutriva
affetto di sorella e di madre; io stava lì lì per isfogarmi, e voleva
e mi sforzava con ogni potere mio a farlo; ma sì, egli era niente, mi
si chiudevano i denti e mi saltava addosso il ribrezzo della febbre
quartana. Mi pareva di essere diventato un mantice da fabbro, tanto
era il mio fiatare da mattina a sera; mi pareva essere una rondine
in gabbia; certa volta mi affacciai alla finestra per buttarmici di
sotto, e lo faceva, se non fosse stata tanto alta: si trattava di sette
piani... capisce?
Ieri notte, sul fare del giorno, comecchè il solo coltrone mi coprisse,
mi parve avere addosso una lapide; volta di qua, volta di là non
trovava posa; nè anco se il diavolo avesse preso possesso del mio
corpo, mi sarei dimenato tanto; metteva sospiri da spegnere una torcia
a vento: — maledetto l'amore e chi gli vuol bene! esclamai infellonito,
e scappato fuori del letto mi posi col lenzuolo avviluppato intorno
alla persona a passeggiare di su e di giù per la stanza, come costuma
il Modena sul palco scenico quando fa la parte di Oreste. La signora
Isabella atterrita da cotesto tramestìo accorse all'apertura, e vistomi
mezzo vestito e arruffato a quel modo mi disse:
— Signor Marcello, per amore di Dio a che pensate voi?
— Io glielo do in mille a indovinare.
— Forse a vostro zio infermo?
— No, signora.
— A vostra madre defunta?
— No, signora.
— A qualche sfida forse?
— Nè meno.
— Per sorte a congiurare contro questi cani di Austriaci?
— Nè manco per ombra.
— E dunque a che pensate, Marcello? Non mi fate più stare in angoscia...
— Vuol'ella saperlo?
— Sicuramente.
— Ma proprio lo vuole?
— Sì, sì lo voglio, lo pretendo.
— Ebbene allora lo sappia: io pensava a Marco Tullio Cicerone...
— Domine, aiutaci! esclamò la signora Isabella levando gli occhi al
cielo, come paurosa che mi avesse dato volta il cervello; ed io cui il
moto e l'impeto e lo sdrucciolo della favella avevano ormai sciolto lo
scilinguagnolo, sempre correndo continuai:
— Sì, signora, a Marco Tullio Cicerone; ella saprà, e se non lo sa
glielo dirò io, come questo padre della romana eloquenza immaginasse
varie maniere di cominciare le sue orazioni; che talora egli esordiva
esitando, come se si peritasse a dire, e tale altra alla brava
dichiarando che avrebbe esposto questa cosa o quell'altra, epperò gli
prestassero udienza che ei la sapeva lunga e la sapeva ben contare;
sovente si raggirava per copioso sermone, e spesso eziandio veniva
a mezza spada soltanto a piè pari dentro la materia. Ora tocca anco
a me recitare un'arringa, un'arringa, ahimè! pur troppo importante,
dacchè se mi riesce persuadere e commovere, io salverò un infelice da
certissima morte; se all'opposto faccio fiasco, il poverino è ito. In
tanta angustia non so nemmeno io che pesci pigliare. Signora Isabella,
ha mai studiato la rettorica?
— Io? perchè farmene?
— È vero, le signore non hanno mestieri d'imparare rettorica, esse
nascono tutte col _Decolonia_ in corpo, talune ci hanno anco il
_Blair_: dunque senta, signora Isabella, mi consigli per carità. Dovrei
essere lungo o corto, girare di largo ai cantoni, ovvero dire breve e
schietto?
— A me sembra, che senza tanti andirivieni, il meglio stia nel
partito ultimo, che dite: il semplice è sempre bello, e nel bello
ordinariamente alberga il buono....
— Dio la benedica, signora Isabella: ebbene, signora Isabella, io
l'amo.... — e chiusi gli occhi, apersi le braccia come chi aspetta
il colpo di grazia. La risposta stette qualche po' di tempo a venire,
pur venne con voce tremola e però tanto più soave; velata sì, ma dal
velo che adombrò Venere celeste quando prima apparve ad Adone, ad
Anchise, eccetera.... in somma un'aura di maggio, che passa su le rose
sbocciate, un buffo di armonia delle sfere udito solo da Pitagora e da
me, sospinto forse verso la terra dal ventilare dell'ala bianca di un
angiolo....
— E dalli con questi angioli....
— Le domando perdono, signore zio, ma creda in verità, che parlare
della signora Isabella e non cascare negli angioli gli è come
discorrere di pane e non rammentare la farina; pertanto ella mi
disse: Marcello, ancora io vi amo; siete un cervello balzano, ma
cuore amoroso, e lo starmi sola m'incresce; nè giovane povera, e per
avventura non ingrata di forme, potrei frequentare le compagnie senza
scapito della mia fama: questo è certo, che non potendo la donna
fornire sola il pelligrinaggio della vita io non vorrei scorta diversa
dalla vostra; e se la prima volta la sbagliai pur troppo, mi affido
che la seconda l'avrei indovinata, non per merito mio, ma per grazia
del Cielo. Però due cose, se non si oppongono ricisamente, impediscono
almeno che questo desiderio adesso si compia, e sono il consenso del
vostro zio e di mio padre. Chi si conduce a questo atto solenne della
vita in onta de' suoi maggiori semina di spine il sentiero sul quale ha
da camminare, ed io ne ho fatta a mie spese amarissima esperienza.
Ratteneva l'alito per paura che meno chiaro mi venisse il suono di
quei santi detti, e cessato ch'ella ebbe, non potendo favellare io,
la mirava; ella mi diè coraggio, ella ravvivò la mia speranza, ella mi
spinse nelle sue braccia, mio padre... mio zio, ed io mi ci abbandono
mettendo in sua balìa la mia morte e la mia vita. _Ho detto_.
— E non posso rispondere male, come quel bizzarro al predicatore, che
fece il panegirico di san Giuseppe per dieci lire... no, in verità non
lo posso rispondere. Hai un zigaro?
— No.
— Ebbene, to' questo e fuma; Betta, tanto che io fumo va a rifarmi il
thè, e porta anco una caraffa di rum; sento il bisogno di ravvivare gli
spiriti.
Il thè fu fatto, il rum portato; lo zio Orazio bevve dell'uno e
dell'altro; camminava ora lento, ora concitato per la camera, e Betta
lo seguiva col guardo volgendo il capo ora a destra ora a sinistra,
quasi fosse stato un pendolo; alla fine Orazio disse, come favellando
seco medesimo:
— Guà! tutto può darsi; ai tempi miei una donna dopo avere assistito
alle missioni di un gesuita ingravidò, e partorì un figliuolo con
le orecchie di asino; — poi rivolto al nipote soggiunse: — _suadent
cadentia sidera somnos_; vien meco, che ti condurrò io stesso nel
quartiere ammannito nel presagio del tuo ritorno.
Accompagnando poi col fatto le parole, tolse il candelliere e precede
Marcello in certe stanze fatte accomodare per lui al terzo piano della
casa; quivi egli lo lasciò dicendo:
— Non è terminato, ma non ti faceva così presto di ritorno, però quanto
occorre ce lo troverai; poi se alcuna cosa ti abbisognasse suona il
campanello. Buona notte. Addio.
Il giovane rifinito per la stanchezza, e dalla mansuetudine con la
quale lo aveva accolto lo zio ricavando argomento a bene sperare, si
gettò sul letto senza nè anco spogliarsi, e presto si fu addormentato.
Se anche in cotesta notte sognasse, io non ve lo saprei contare,
perchè non me lo disse. Sicuro! voi potreste apporre: questo non fa
caso, dacchè voi altri, quando vi piace, entrate nel cervello degli
uomini desti o addormentati, e ci vedete, o piuttosto voi ci volete
vedere quello che vi pare e piace. Al quale obbietto rispondo che
voi avete perfettamente ragione, ma che per ora non mi piace entrare
nel cervello, nè in verun altro luogo dei miei personaggi, e chi
legge si contenti sapere che il giovane giacque fino a giorno alto,
e appena desto si sentì agitato dallo amore e dalla fame; quello era
grande, ma questa non canzonava: il primo occupava tutta l'anima, la
seconda tutto il corpo, l'uno toglieva refrigerio a mandare fuori
sospiri, l'altro s'impazientiva a non mandare giù bocconi. Peccato
proprio, che gl'innamorati non diventino sostanze spirituali, o per
lo meno cicale, le quali, se la fama porge il vero, si nutrono di
rugiada. L'appetito nella lotta con lo amore messo di sotto quattro
volte e sei, allo improvviso prese il di sopra, e con tanto impeto,
che Marcello si fece a corsa per uscire dal quartiere; la porta della
stanza gli si aperse sotto mano e facilmente: non così l'uscio dello
appartamento; allora lo scosse, lo spinse, e crescendo l'ira, tentò
a calci sfondarlo, ma e' non venne a capo di niente, che l'assito era
forte e gli arpioni gagliardi: quando si fu bene riscaldato, ammaccato
nelle mani e nei piedi, dette spese al suo cervello, e si ricordò del
cordone del campanello pendente in camera sua. Allora chiamandosi cento
volte bestia e soffiandosi nelle dita afflitte, tornò lemme lemme in
camera per sonare: del qual accidente mi è parso bene avvertire il
lettore, non mica ond'ei ne pigli insegnamento, perchè so che quando
gli capiterà incollerirsi, lo farà subito senza rispetti, accorgendosi
dopo che avrà la spuma alla bocca e sarà andato in acqua per la pena,
come con un po' di pazienza avrebbe avuto il fatto suo di quieto e con
risparmio di salute e di tempo; onde se mi domanderanno perchè dunque
mi è parso bene avvertirlo, dirò che non lo so nemmeno io; si dicono e
si fanno e si sopportano tante cose cattive in questo mondo, che non si
metteranno mica all'indice se ne ho detta una delle inutili.
Sonò pertanto Marcello, e mentre sporgeva la faccia verso la porta per
vedere comparire qualche servo, sentì chiamarsi dalla finestra. Ciò gli
parve strano, chè tale si è appunto l'indole dei cervelli bizzarri,
voglio dire non sapersi capacitare che altri viva nel mondo balzani
quanto o più di loro; recatosi pertanto alla finestra, guardò giù e
vide Betta la quale seduta tranquillamente all'ombra di un fico, gli
domandò perchè menasse tanto rumore.
— Perchè voglio scendere e fare... cioè salutare lo zio, e poi fare
colazione.
— Di tutte queste cose due non si possono fare, ed una la puoi fare
costà in camera.
— Come? Come? E quali sono le cose che non posso fare?
— Per esempio quella di uscire....
— E perchè?
— Perchè lo zio è uscito e si è portato seco la chiave.
— Ebbene manda pel fabbro che venga su co' grimaldelli ad aprire la
porta.
— Anco questa non si può fare, perchè lo zio, dopo messa una fettuccia
traverso le imposte, ne ha sigillato l'estremità.
— O che sono diventato un magazzino di fallito? o un deposito messo nel
monte di pietà? Questo è un delitto contemplato nel codice. Ai tempi
nostri doveva vedersi rinnovato il carcere domestico! violentare la
libertà di un cittadino! E poi da cui? Da un liberale!... da uno zio!
Ma diceva bene il consigliere Saureau, chi vuol vedere la schiavitù
vada in America. E adesso lo zio dov'è ito?
— Te lo dirà quando torna..
— E quando tornerà questo benedetto uomo?
— Credo nell'ora in che sarà venuto.
— Bada, Betta, non mi mettere al cimento di scaraventarti la brocchina
nella testa; e sentiamone un altra: il mio riverito zio e tu avete
nella vostra sapienza deliberato farmi morire di fame....
— Dio guardi! fruga nella stanza e troverai una funicella alla quale,
calata che tu l'abbia, io legherò un paniere pieno di cose buone così
per l'anima come pel corpo.
Marcello, considerato come per quel momento non ci era a fare di
meglio, rinvenuta la corda, la calò e Betta tosto legatoci il paniere
fece cenno che lo tirasse in su. Sentendo lo peso egli diceva tra sè:
che diavolo ci avranno messo dentro?
Curioso pertanto di esaminare, appena lo ebbe messo sul davanzale,
frugando trovò un libro e disse:
— Un libro! _Imitazione di Gesù Cristo_; che ci ha da fare cotesto
libro?
— Ma! lo zio disse ch'è la camicia del galantuomo.
— Anco un libro _Erasmo; Elogio della pazzia_; e questo a che buono?...
— Ma lo zio ha detto, caso mai tu volessi scrivere, potresti spassarti
a farvi i commenti di tuo.
— Senti, Betta, quando lo zio tornerà a casa gli dirai per parte mia,
che se vuole ristamparlo lo faccia con le sue note soltanto, che sono
anco troppe, anzi taluno ha detto che le sue chiose affogano il testo.
Ecco un giornale, la Civiltà Cattolica; e di questo che me ne ho a
fare?
— Ma! lo zio ride tanto quando lo legge, ch'io ce l'ho messo di capo
mio per divertirti caso mai ti pigliasse la malinconia....
— _Byron?_
— Per tenerti sveglio.
— _Il quaresimale del padre Segneri?_...
— Per dormire.
— _Magnesia calcinata... Gioco chinese_, ovvero il _rompicapo_?...
— Questo per esercitare la pazienza, quella per levarti la bile di
corpo.
— A quanto pare non ci manca altro che la maschera di ferro.... ecco
sigari... pane.... vino.... _et reliqua_. Mangiamo prima e poi il tempo
darà consiglio.
— Salomone stesso non avrebbe potuto ragionare di meglio... Gol tempo e
con la paglia anco a te si maturerà il cervello....
Accadde una tregua alle parole; alla quale pose fine Marcello
affacciandosi alla finestra col suo sigaro acceso, dicendo:
— Betta?
— Che vuoi figliuolo?
— Tu sai che subito dopo il pasto il leggere e lo scrivere guastano la
salute; però ragionerei teco se non fosse questa vampa di sole che mi
brucia la faccia.
— Io mi ricordo che su in un canto dell'anticamera del tuo quartiere ci
ha da essere un ombrello, piglialo e schermisciti dal sole.
Di fatti l'ombrello ci era, Marcello lo sporse fuori della finestra, lo
aperse, e tra lui riparato dall'ombrello e Betta al rezzo del fico fu
continuato il dialogo seguente:
— Betta, lo zio prima di andare a letto ti fece altri discorsi?
— Sicuro che me ne fece....
— E che disse?
— Disse tante cose, che ci voleva un magazzino a tenercele tutte....
— E non te ne rammenti di alcuna?
— Ecco, mi rammento di queste: tu hai da sapere, o Betta, egli mi
diceva, che ai tempi antichi ci furono due Dee, una delle quali
di manica larga anco troppo, che si dilettò di chiappare uomini e
Dei, e tenerseli per amanti contro il precetto del decalogo, perchè
la sciagurata aveva marito, un po' zoppo per la verità e di molto
sudicio, chè di sua arte egli fu magnano, ma non importa; marito egli
era e doveva rispettarsi in lui il sacramento del matrimonio; l'altra
all'opposto fu di manica stretta e fuggiva gli uomini come i cani
arrabbiati dall'acqua; questa fu abitatrice di selve e cacciatrice
solenne; nè fiere nè uccelli la passavano liscia con lei, che o di
saetta cadevano o da mille arzigogli insidiati rimanevano presi, ed
ella li pelava, arrostiva, mangiava come facciamo noi: in questo, come
vedi, valeva meglio l'altra di lei, però che Venere (quella che faceva
preda degli uomini si chiamava Venere) la preda fatta non arrostiva e
non mangiava, solo le assotigliava le gambe, e le affilava il muso.
Un giorno o una notte, salvo il vero, Giove mosso dai giusti lagni
degli uccelli superstiti, i quali gli dimostrarono come qualunque
tanto valeva non averli creati, che lasciarli in balìa di cotesta
sterminatrice, la quale gli uccelli non poteva patire, eccettochè
arrostiti, operò in guisa che Diana (quest'altra si chiamava per lo
appunto così) s'imbattesse in un giovane tanto ben fatto e bello, sto
per dire più del capo tamburo del reggimento delle guardie reali;
l'effetto di questo incontro fu che Diana volle diventare amica di
Venere; gli uccelli ebbero tregua; ma diceva sempre lo zio, la burrasca
si rovesciò addosso agli uomini, perchè Diana insegnò a Venere tutte
le insidie con le quali pigliava gli uccelli, e Venere a Diana tutti
i tranelli co' quali pigliava gli uomini, e insieme composero un
catechismo, che le donne per non istare in ozio imparano nei nove mesi
che si trattengono in corpo alle genitrici loro, onde lo zio concludeva
che a buttarsi dalla finestra, a torre moglie, insomma a fare tutte
quelle cose che si fanno una volta sola, bisogna avvertire almeno
due...
— Fosse anco san Tommaso in persona, se lo zio vedesse la signora
Isabella, rimarrebbe estatico di riverenza e di ammirazione: non mi
sembra di essere uccello da cascare sul vergone al primo cocoveggiare
della civetta....
— E questo gli diceva ancora io. I giovani, che sia benedetto, la sanno
più lunga di noi, io gli diceva; ma egli mi rispose: no signora, tu,
Betta, costumi tenere per lo meno tre giorni i granchi teneri in purga
prima di friggerli e darmeli a mangiare; ora non vuoi che io provi
per altrettanto tempo una donna di prima di consentirla a moglie pel
mio nipote? Io opposi che tra i granchi teneri e una moglie ci correva
grandissimo divario; ma egli ostinato replicava, che se differenza ci
entrava, era a carico della donna, per la quale tre giorni a ripurgarla
forse non sarieno bastati. Però stamane è partito per Milano....
— Ah! zio, zio, zio, — esclamò arruffato Marcello e lì fe' punto;
se gli frullasse nella mente di aggiungere qualche altra parola
e precisamente quale, io non affermo nè nego, certo è che ei non
la profferì; però tempestando si tirava indietro dal balcone, e
siccome l'ombrello aperto gli faceva contrasto, lo lasciò andare;
poi sbattacchiate a furia le finestre, prese a pestare i piedi, e
strapparsi i cappelli e a commettere pazzie da disgradarne Orlando
matto, meno che non isvelse pini come Orlando, perchè nella stanza non
ce ne trovò; per ultimo si mise a letto.