Venni fatto aguzzino ed Amostante

nel regno delle Muse.

Con le largizioni sbraciate del buon Lupato io cavai tanto da

non cascare morto di fame sopra _l'eterne pagine_, che mi dava a

correggere: ma occorrono certi quarti d'ora così per gli uomini come

pei popoli, nei quali gli è un gran fatto vivere; testimone quel

tanto che su questo proposito predicò dalla bigoncia cotesto cervello

magno del nostro Massimo Azeglio, che maneggia spada, pennelli,

penne e timoni (di Stato già s'intende) con la medesima agilità

onde un giocoliere di fiera si remolina fra le mani quattro mele

cotogne. Vissi, e subito dopo, assicuratomi alquanto su le ale, mi

commisi a volo maggiore; dettai manifesti; mi arrischiai a qualche

prefazioncella; e rotti gli argini, proruppi fino alle traduzioni;

l'esito superò l'aspettativa altrui e le mie speranze, perchè rispetto

a revisione di stampe sopra ventiquattro svarioni ebbi la coscienza

di non farne passare che 20 soli, e allo editore milanese parvi

sofistico; per le traduzioni dal francese mi regolai col mettere sempre

la vocale in fondo alle parole del testo, cosa che i miei colleghi

_traditori-traduttori_ spesso dimenticavano; epperò corsi pericolo di

diventare testo di lingua _a Milano_. Nè qui mi arresto; aveva detto,

bugiardo, a Teresa di professione essere marruffino; questa parola

parve smovesse la fortuna a farmi un po' di bene; mi capitò pertanto un

buon Toscano, che viaggiava per vendere semenza di bachi di seta, e mi

pose a parte della opera e del guadagno. Ella sa, mio caro zio, come

i gentiluomini toscani in questo traffico delle sete si esercitassero

sempre con alacrità tale, che a taluni storici parve soverchia, e

tali altri misero in canzone; sicchè Niccolò Capponi, assunto al sommo

maestrato della repubblica, non rifuggiva uscire di celato dal palagio,

in onta al divieto, per dare un'occhiata ai suoi opificii di sete:

a giorni nostri cotesto studio assieme ad ogni altro spettante alle

industrie agricole crebbe così fra quella nobil gente, che all'ora

che fa non si potrebbe senza invidia contrastarle di essere diventata

perfettamente villana: anzi siccome ella fa eziandio professione di

amare la patria nei giornali, così io credo che se potesse allevare

alla milizia questi bachi per venderli con profitto, noi avremmo di

già il fatto nostro; e senza bisogno di soccorso straniero potremmo a

quest'ora esclamare con Eustachio Manfredi:

Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.

Non temeremmo più della concorrenza della Svizzera; anzi mentre questa

dolorosa repubblica manda, o consente che vadano anime cristiane a

puntellare la tirannide, i gentiluomini toscani da paese monarchico

spedirebbero schiere di bachi eroi a difesa della libertà.

Ma negli estri della narrazione io ho fatto un salto fuori dell'ordine

cronologico degli eventi: niente di male; con la penna il tempo lascia

ricondursi indietro: chiedo perdono e continuo.

Era già trascorso un mese, quando certo dì appressatomi al buco

contemplai la terza veduta, che io sto per raccontarle.

Ecco mi apparisce di primo acchito dinanzi gli occhi una bellissima

creatura, ma ahimè! di genere mascolino; giovane di sembianze miti,

a tutto punto aggiustato nei capelli, nei baffi, nelle vesti, come

in ogni altra cosa, si teneva piuttosto appoggiato, che seduto su

la tavola di cucina con una gamba soprammessa all'altra, un piede

piantato, mentre con la punta dell'altro toccava appena la terra, ed

erano entrambi perfetti di forma, ambedue lucidi per la calzatura, così

che pareano fatti con due pezzi di bitume giudaico; il braccio destro

teneva a squadra levato in alto, e fra l'indice e il medio della mano,

paglierina a cagione del guanto gentilmente stretto, il sigaro condotto

a traverso molto oceano di fumo a deliziare gli ozii della gente

dabbene. Ahi! zio, zio, se in quel punto io non cascai morto è segno

che il mio petto fu fabbricato a prova di caldaia a vapore; sentii di

un tratto nel cuore il diaccio, il morso dei centomila serpenti di cui

va armata la invidia, e preso da ira, da rabbia, da una catasta insomma

di passioni, corsi per uno specchio, dove, mirandomi, potere giudicare

da me stesso se avessi potuto reggere il paragone con cotesto splendido

giovanotto. Pare impossibile! E pure pieno dell'amore mio io non aveva

nè anco pensato a provvedermi uno specchio; non importa niente, dissi

fra me, che mi sovvenni di Narciso, e sperimentai a prova la bontà del

suo metodo di educazione, mio signore zio, quando mi diceva essere

di suprema necessità tirare su i figliuoli nella conoscenza di ogni

mitologia così antica come moderna, perchè gli Dei importa riverire

tutti. Andai pertanto in cucina e mi specchiai dentro il catino pieno

di acqua; ahimè! non avendo atteso che l'acqua quietasse, immagini

lei quale strazio fu fatto delle sembianze del suo povero nipote; tre

nasi, occhi strabuzzati, bocca da servire di modello alla buca dove

si buttano le lettere... fui per dare della testa nella muraglia e lo

faceva se non avessi saputo di trovarla dura...

— Ringrazia Dio, che se l'acqua stava tranquilla tu correvi rischio

d'innamorarti come Narciso del tuo volto, e rimanerti perpetuamente

attaccato al catino in cucina.

— Dunque, poichè fu pel mio meglio, non dico altro su questo

particolare e tiro innanzi.

Betta levò gli occhi al cielo, e certo in cotesto muto linguaggio disse

una di queste due cose:

— Possibile che con tanto giudizio sieno così matti! Ovvero: possibile,

che con tanta pazzia sieno così savii!

E Marcello proseguiva.

— Col cuore, che mi picchiava mille battute per minuto, come bue tratto

al macello, io mi condussi da capo al buco per mirare la strage dei

miei amori.

— Oh! troni. Oh! dominazioni. Il giovane non aveva mutato, si può dire,

atteggiamento, se non che il sigaro cessava di fumare, e nel suo volto

traspariva un non so che di acerbo; appunto nella guisa che notai

in te, Betta, quando mangi le fette di limone (gusti fradici) e che

guastano i denti, come ti potrà chiarire il mio signore zio. Il giovane

discorreva, tra bene e male raccapezzai queste parole:

— Isabella, tu puoi credere se io mi affatichi ogni dì per mettere

buone parole onde placare l'animo esacerbato di tuo padre: ma io ne

cavo piccolo frutto; egli non si può dare pace che tu ti sia maritata

col figliuolo del suo calzolaio.

— Senti, Felice, rispondeva la giovane, se io non sentissi avere verso

babbo peggiore torto di questo, davvero io non mi giudicherei dannata.

Per avventura, Felice, la nostra famiglia deriva dai Lombardi, che

andarono alla prima crociata?

— Nostra famiglia! pensai io; dunque sono parenti?

Un cielo negro allorchè spunta il sole,

Parve _l'anima mia_ a tai parole,

per dirlo in rima parodiando i versi del nostro sempre dolce e soave

Tommaso Grossi, ed appuntai le orecchie per sentire meglio:

— La nostra famiglia non si vanta seme di cavalieri crociati, e non

gliene importa, ma tuo padre e il mio scesero dai colli di Bergamo

a Milano non senza il fatto loro, che moltiplicarono con industrie

onorate; sicchè dopo essere saliti, tornare a scendere non garba:

ad eccezione di tutte le altre scale, per quella della fortuna si va

volentieri in su, e con immenso affanno all'ingiù.

— Averi! Ricchezze! Che sono mai? Vele e non altro, con le quali

navighiamo per la vita: forse con poche non si fa cammino come con le

molte? Anzi, quando il tempo seconda, con una sola ti approfitti meglio

che con tutte.

— Tu parli d'oro, ma nel viaggio della vita gli averi non provvedono le

vele soltanto, bensì le paghe e le panatiche pei marinari, la cappa e

il primaggio al capitano, i noli agli armatori: insomma, cara mia, egli

è più facile disprezzare i quattrini a parole che passarsene co' fatti.

— Bravo giovane! esclamò lo zio Orazio, certamente quando lo

battezzarono in Duomo, il buon senso gli fece da compare.

— E' pare che la giovane, la quale con licenza vostra d'ora in poi io

chiamerò signora Isabella, non si sentisse gagliarda in questa disputa,

onde data una giravolta maestra al timone, soggiunse:

— E poi Roberto ormai può stare a paragone con chiunque, avendogli

l'arciduca governatore fregiato il petto con la croce della corona di

ferro.

— Creusa non deveva mai accettare doni da Medea, riprese il giovane

con faccia turbata; di fatti queste croci sbraciate dall'arciduca

sono meno testimonianza del merito di cui riceve, che della smania

di gratificarsi la pubblica benevolenza in cui le dà. Che se tu miri

diritto, vedrai come per uso il tuo Roberto ne ha scapitato moltissimo

nella riputazione e diventò esoso all'universale; non mica perchè o

mutasse di animo o altri stimasse che lo avesse mutato, mai no; bensì

perchè è danno grave lasciare credere ai nostri oppressori che con

una pensione od una croce possano corrompere i nostri cuori italiani,

immortali odiatori di chi ci tiene schiavi, come immortali amatori di

qualunque promova la nostra libertà.

La signora Isabella, a quanto parve, non sapeva che pesce pigliare,

dacchè teneva la testa bassa sul telaio, e senza rispondere verbo

menava l'ago alla disperata. Il giovane intanto avea riacceso il sigaro

a un gramo tizzo di fuoco che aveva l'aria di una lucciola smarrita nel

fornello, e tra un buffo e l'altro di fumo continuò:

— Nè questo fu la sola maledizione che uscì dalla maluriosa croce pel

tuo Roberto, chè inoltre gli versò nell'animo la vanità, per la quale

ei tenne avere messo il tetto, quando non aveva condotto la fabbrica

nè manco al primo piano; disprezzò i consigli, neglesse i maestri, con

gli amici si ruppe, e con modi o superbi o villani provocò la tempesta,

all'impeto della quale volarono via peggio che foglie secche la sua

fama di artista, ogni speranza di riuscita, la quiete dell'animo,

la salute del corpo, e in breve, pur troppo volerà eziandio la sua

vita. Io però non gli voglio male, e dove anco glielo avessi voluto,

basterebbe vederlo infelice, perchè io mi rimanessi; ma per altra

parte, intendiamoci chiaro, bene non glie ne voglio, perchè io non mi

dimenticherò mai che in grazia sua tu mi fosti infedele.

Io che fisso al buco stava uditore e spettatore di cotesto assalto di

parole, ebbi ad accorgermi che il signor Felice aveva perso la scherma,

imperciocchè la signora Isabella, sagacissima, colto il destro per

rifarsi, accorse pronta alle offese esclamando:

— Infedele! E come? Forse ti promisi amore? Impegnai mai teco la mia

fede? Quando mai dissi parola, o feci cosa che a te mi legasse?

Ah! zio, a coteste parole, preso da immensa tenerezza apersi le braccia

per abbracciare, qualche cosa abbracciai, il muro, e mi scorticai le

dita.

— Non importa: udiamo; sta per rispondere il cugino.

— Noi fummo allevati assieme, egli disse: i padri nostri l'uno di noi

destinò all'altro; noi lo sapevamo; sempre io mi stava teco: non movevi

piede senza che io ti accompagnassi.

— Questo è vero, ma ciò non è amore...

«Benedetta quella bocca!» Ed egli soggiunse:

— E nelle danze tu sceglievi sempre me per compagno e quando cantavi

io ti accompagnava col suono, in chiesa andavamo di conserva davanti al

medesimo altare c'inginocchiavamo, e se la gente diceva dintorno: «che

gentile coppia di sposi!» tu ti facevi rossa in viso; tu sapevi pure

che tali dovevamo essere un dì, nè te ne mostravi scontenta.

La signora Isabella lievemente impallidì, si mise il dito su i labbri,

e dopo essere stata alquanto pensosa disse:

— Anche questo è vero, ma ciò non è amore.

— Da me accettasti doni, che parlano chiaro di amore, un coricino

di rubini, due bottoni di smeraldo; e il verde palesa la speranza,

il vermiglio la passione, e sorridendo accettasti; una sera sotto

i cipressi della villa ti presi la mano, te la strinsi, e poi te la

riposi in libertà, ma tu nella dolce prigione la lasciasti; e non lo

posso assicurare pure mi parve che tu sospirassi — un'altra volta,

seduti sul margine della vasca nel giardino, mi attentai baciarti le

spalle, e tu non fuggisti.

Qui poi Isabella si fece in volto vermiglia, e presto presto, come chi

ha fretta, rispose:

È vero anco questo altro, ma ciò non è amore...

— E che cosa dunque si chiama amore a casa tua?

L'amore! I trenta volumi della storia della Chiesa del Fleury, che

lo zio canonico ha nella sua libreria, non basterebbero a dirti che

cosa sia amore, e di un motto, uno sguardo, un sorriso ne avanzi a

significarlo: tanto ti basti, chè se amore fosse stato il mio, non

avrei, io fanciulla timida e vereconda, lasciato la mia dentro la tua

mano, nè mi sarei rimasta dopo che tu baciasti le spalle.

— Come no? O che siete voi altre donne come i libri turchi, che si

leggono alla rovescia?

— No, bisogna leggerci alla diritta col nostro alfabeto.

Ad ogni modo, se non pel tuo amore, almeno pel mio che tu sapevi, e che

non mi fu disdetto, io credo poterti chiamare infedele. Però quanto

a tuo padre gli è un altro paio di maniche; egli gli vuole un male

di morte; dove intenda a caso profferire il suo nome, egli esce di

sentimento, la faccia gli si fa pavonazza, e dalle labbra manda spuma;

egli non gli può perdonare di essersi insinuato in casa sua come un

serpente...

— Egli ci entrò per la porta salendo le scale, come fanno tutti gli

altri cristiani.

— Egli lo trasse dalla miseria, egli lo confortò allo studio della

pittura, gli dette asilo, gli dette soccorso, ed in mercede di tutto

questo gli rapì la figliuola.

— Non è così, la figliuola prestava liberissima il consenso di recarsi

con esso lui alla parrocchia per esservi sposata.

— Nè basta, chè il fraudolente, mostrandosi in vista a tuo padre

disperato un giorno peggio dell'altro, lo condusse a domandargli

la cagione del suo segreto affanno, e quegli gli disse essere colpa

l'amore di egregia donzella; anch'ella amantissima e disperata perchè i

suoi parenti superbi di nuova fortuna a patto alcuno non consentivano

le nozze; e via via mettendogli in tanta mala vista il divieto

paterno che tuo padre irretito nella insidia lo persuase egli stesso a

menarsela via di casa per condurla a sposa, e lo provvide di danari, e

gl'imprestò fino la sua carrozza per fuggire.

— Salvo il rispetto paterno, ed ora che nessun ci sente, vorrei tu mi

dicessi, Felice, chi operò peggio dei due, o Roberto col pigliargli la

carrozza per portargli via la figliuola di casa, o mio padre che gli

dava il consiglio di adoperarla in questa faccenda? Non ci sono due

pesi, nè due misure; non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto

a te, cose vecchie, eppure ignorate o non praticate come se fossero

novissime.

— Diamo un taglio a cotesto. Tuo padre, puoi crederlo, non è manco

infellonito teco; però non si possono mica dare alla lavandaia le

viscere di padre, e giudico che remossa la causa non dovrebbe riuscire

difficile farne cessare l'effetto; molto più che standogli accanto

io correi ogni occasione a volo per raumigliarlo, e per così dire

sfruconargli l'amore paterno nel cuore.

— Tu ti mantieni quale sempre ti conobbi, Felice, un ottimo giovane.

— Eh! per quello che fa la piazza ci posso stare ancora io. Ma senti

quello che dobbiamo fare, Roberto ormai, povero disgraziato, non ne può

uscire.., non voglio affligerti, Isabella, ma lo vedi da per te stessa,

i suoi giorni sopra questa terra sono contati. Ora per quando Dio lo

chiamerà a sè tu mi hai a promettere chiaro e lampante, per non correre

pericolo la seconda volta di leggere alla rovescia, che ci sposeremo di

amore e di accordo col consenso di mio padre e del tuo.

E tacque; nè Isabella rispose sul momento. Quale angoscia fosse la

mia figuratela, Betta, la se la figuri, signore zio, Dio non lo mandi

a provare ai cani; se vi dicessi che il mio cuore stava stretto come

una mandorla dolce dentro il torchio dello speziale quando ne spreme

l'olio, non direi mezzo del vero; chiusi gli occhi e apersi le braccia

mormorando: _in manus tuas_...

Quando gli riapersi crebbe la paura, dacchè la signora Isabella si

fosse levata, e accostatasi allato del signor Felice, gli avesse posto

domesticamente la mano sopra la spalla, e lo guardasse in faccia: dopo

alcuno spazio di tempo prese a dire:

— Felice; tu sei quel giovane di garbo, che sempre ti ho conosciuto.

Felice, tu sei nato sotto la stella della geometria, della idraulica,

dell'algebra, di tutto quello che vuoi. Tu riuscirai un ottimo

direttore di bigatterie, impresario di strade ferrate, ed anco

eccellente marito; tu acquisterai fama di educatore bravo di bestie

e di figliuoli; ma tanto di amore non capirai mai nulla, perchè il

cuore della donna è una lira che va tocca con la più tenera delle

penne levata al sommolo delle ale di amore. Ora senti, Felice, la tua

proposta mi suona ferocemonte magnanima e generosamente spietata; parti

egli che tu potessi sperare, che fosse accolta da me fattami in questa

stanza, presentata come capitolazione a donna vinta dallo stento,

esposta a modo di contratto sopra la coltre del letto dove si spegne

uomo, che amai di amore una volta, ed ora amo per dovere e per pietà?

Senza volerlo mi trovai a battere le mani una contro l'altra, e stette

un attimo ch'io non urlassi: — brava! — I giovani rimasero sconcertati

dallo strepito improvviso, per la quale cosa rivolsero la faccia al

palco, e al pavimento, non si potendo capacitare da che cosa movesse;

però scappai dal buco per allontanare il sospetto, e perchè quel brava

rientrato mi sfondava la gola; onde per isfogarmi, recatomi nell'angolo

più lontano della stanza, cacciai dentro il cappello la faccia e ci

feci una scorpacciata di _brava! brava! bravissima!_

Quando sfogato, con piede cauto quasi pauroso d'inciampare su le uova,

mi accostai da capo al buco, il signor Felice se n'era andato (Dio lo

accompagni) e la signora Isabella, come se nulla fosse accaduto, menava

tranquilla il suo ago. Ah! mi parve che mi levassero di sul petto il

Monte-Bianco, o per lo meno il piccolo San Bernardo; il collarino,

intorno al quale la signora Isabella lavorava in cotesta congiuntura,

manca alla collezione dei colletti e ci mancherà sempre, Betta...

perchè... perchè... io lo porto qui tra la camicia e la carne.. sul

cuore...

— E presso a morte, interruppe beffando lo zio, non ti dimenticare di

avvertire l'assistente:

Mi metterai quel collarino bianco,

Ch'ella di propria mano ha trapuntito.

— Attenti! Attenti, signori, a quest'altra bellissima veduta, gridò

il giovane con lieta voce e con gioconda faccia; ma chi avesse potuto

mirarlo dentro gli sarebbe comparso tutt'altra cosa, imperciocchè egli

avesse sperato di far breccia nello animo dello zio, e l'attenzione

silenziosa di lui glie ne porgesse fin lì credibile argomento;

ora poi per cotesta berta cascava dalle nuvole per dare un picchio

sul lastrone; però maliziato per arte e per ingegno, che in simili

occasioni soccorre sempre naturalmente i giovani, capì che qualche

senso il suo racconto doveva pure avere operato; onde studioso di non

lasciarlo raffreddare, ecco, rincalzava più forte:

— Eravamo di notte, in mezzo dello inverno, correva una freddissima

stagione, quando mi percosse dalla strada uno strepito del diavolo:

— agguanta! dalli! ammazza! e un fuggire e un inseguire da mettere

i brividi addosso. Di un tratto mi parve che picchiassero a colpi

concitati nella porta di casa della vicina, e tanto bastò perchè di un

salto io fossi al buco, e vidi... chi vidi? il signor Felice stravolto

così che stentai su le prime a ravvisarlo; figuratevi, era senza

cappello, aveva le vesti lacerate, ansava come un mantice, e da più

parti grondava sangue:

— Salvatemi! supplicava, se non volete che questi scellerati tedeschi

_trovino in via di grazia_[8] ad avermi a fucilare, o almanco mandarmi

allo Spilbergo nel carcere duro a vita.

— Come volete che vi aiuti io? Fra un nodo di tosse ed un altro

singhiozzava lo infermo: — nelle prosperità non vi siamo passati pel

capo nè manco per ombra... adesso nel pericolo, salvatemi! salvatemi!

— Io non vo' impicci, io — L'Arciduca ha promesso allogarmi un quadro

storico e non vorrei che per cagione vostra mi venisse a mancare...

l'Arciduca...

La signora Isabella si approfittò del crescente singulto dello infermo

per porgergli da bere, e troncare il corso delle sconce parole; poi

tratto il giovane in cucina, gli disse:

— O come è andata? Che ti successe?

— Isabella, tu sai quanto ami la Patria; se questa avesse quella

tua lingua affilata, forse mi direbbe che io l'amo da geometra, da

architetto, da direttore di bigattiere, da educatore di bestie e di

figliuoli... va bene così? Ma la Patria non ha lingua, e avendola io

confido ch'ella si contenterebbe, che l'amassi come so e come posso

senza tante storie. Fatto sta che stasera io assieme a parecchi giovani

eravamo convenuti qui oltre in una casa per disegnare tra noi circa

ai partiti più opportuni per liberarci da questi cani di tedeschi,

quando o perchè ci sia stato il Giuda di mezzo, o per proprio sospetto,

i _poliziotti_ l'hanno circondata in guisa da torre ogni speranza di

uscita. Vista ogni resistenza inutile, ci siamo lasciati pigliare, ma

tratti per via, io a poco a poco ho rallentato il passo, e trovatomi

solo con due poliziotti al fianco mi sono abbaruffato con loro, ne ho

date e ne ho ricevute ma, come vedi, eccetto qualche ammaccatura, mi

è riuscito svignarmela; ora sentendomi la canetteria dei poliziotti

dietro, che urlava: agguanta! agguanta! ho temuto svoltando il canto,

di trovarmi preso come dentro una morsa, caso mai mi fossi imbattuto

in qualche altra pattuglia; fermatomi a riprendere fiato, mi sono

visto dinanzi alla tua casa; guardando dentro il portone ho mirato

il casotto vuoto della portinaia, onde mi sono infilato su per le

scale, ed eccomi qui da te. Quel cosaccio di Roberto mi ha fatto quasi

pentire di essermi appigliato a questo spediente, ma tu, cugina, non mi

respingerai!

— Così si fossero potuti salvare teco i tuoi compagni, poveri loro!

Però il signor Felice aveva fatto i conti senza l'oste, dacchè io,

costituendomi di propria autorità provvidenza di questi due fiduciosi

a torto, me ne era ito sul tetto, e quivi tenendomi al muro dello

abbaino, sporto il capo giù per la via mirai un nugolo di poliziotti

brulicanti intorno alla porta della signora Isabella; eranci altresì

parecchi giandarmi con le carabine armate di baionette, e farabutti

con lampioni e torcie di resina; le baionette e le arme brunite

riverberando la fiamma dalle torce mandavano baleni di sangue:

questo mi strinse il cuore così che mi sentii inondare la faccia di

sudore freddo, saltai nella stanza e appressate le labbra al buco,

risolutamente urlai:

— Presto! alla finestra del pozzo.

— Poi mirai se obbedivano, ma i giovani stavano a mo' di trasognati,

cercando come e donde così distinta la voce avesse risonato nella

cucina, ed io considerando quanto lo indugio pigliasse vizio, da capo

urlai per di dentro al buco:

— Presto! alla finestra del pozzo, o siete perduti.

— Allora ci corsero essi, ci corsi anche io, e c'incontrammo nel

medesimo punto: la mia finestra distava dalla finestra accanto un paio

di braccia e più; quella della signora Isabella non era sormontata

dalla squadra di ferro per sostenere la carrucola del pozzo; bensì

l'aveva la mia, con la sua brava fune, catena e secchia: io stesso

attingeva l'acqua dal pozzo, e intanto che la tirava su, per nobilitare

agli occhi miei l'atto, ora ricordava l'esempio di Nausicaa figlia di

Alcinoo, che va a lavare i panni alla fontana, ora che i costumi greci

e romani vollero la ginnastica componesse parte distintissima della

educazione civile. Ma adesso non corre temperie per queste novelle;

urge che io vi dica come spenzolatomi dalla finestra con voce sommessa,

pure capace a farmi capire, favellai:

— La polizia ha invaso questa casa, e già fruga i piani di sotto a

voi. Signor Felice, non vi rimane altro scampo che questo; vi tirerò

in là la fune con la secchia; la signora Isabella terrà ferma la fune,

intanto ch'ella, signor Felice, salirà sul davanzale della finestra;

salito lì, agguanterà la fune quanto potrà più stretto con ambedue le

mani, avvertendo di fasciarsele con un fazzoletto per non segarsele;

poi metta dentro la secchia il piede destro, e ci si assicuri bene,

per ultimo avvisi che si trova solidamente collocato dicendo: — _giù!_

— Allora la signora Isabella a sua volta annunzi trovarsi in punto di

lasciare ire la corda dicendo anch'essa: _giù!_ — ed apra la mano; io

reggerò più che posso, perchè non succeda troppo dondolio: ed una volta

il signor Felice qui in casa, nè manco il diavolo lo troverà.

— Dio mio! ma se la fune si rompe, — ma se il ferro cede...

— Sta salda, Isabella, tanto, peggio di cascare in mano ai tedeschi non

mi può succedere.

— Non dubitate di niente, la squadra e la fune sono tali da reggere un

paio di bovi non che il signor Felice, ch'è meno d'un bove...

— Grazie, disse il signor Felice, ora verrò ad attestarvi la mia

gratitudine in casa vostra, e ridendo mise il piè nella secchia per

fare il passo pericoloso.

— Riuscì ogni cosa a pennello; appena entrato in casa mia il signor

Felice, volto alla signora Isabella io l'ammonii:

— Ora chiuda, signora mia, la sua finestra per bene, e si metta

a ricamare al telaio senza che paia fatto suo. Al signor Roberto

raccomandi tacere...

— Ma scusi, interruppe la signora Isabella, avrei il piacere di

favellare col diavolo o con un mago?

— Nè coll'uno, nè coll'altro, e col tempo le farò toccare con mano che

non ho coda, nè corna: buona notte.

Accostatomi in fretta al signor Felice, gli dico:

— Vostra signoria si spoglierà, e alla parola unendo l'atto gli piglio

una manica del vestito per levarglielo di dosso.

— O perchè mi ho da spogliare? rispose il giovine tirandosi indietro.

— Perchè bisogna fare così, si lasci salvare; — lo spogliai di tutti

i panni, anco della camicia, perchè lacera e insanguinata; se togli le

calze e gli stivali, rimase come egli una volta uscì dal grembo della

madre sua; io, fatto dei panni fagotto, mi avviai verso la finestra, ma

egli corsomi dietro mi afferrò pel braccio ricercando con premura:

— Ed ora dove portale cotesti panni?

— Li butto nel pozzo.

— Fermo per Dio! che ci ho in tasca tra fogli e danari il valsente di

4000 lire.

— Levatene la borsa, e il portafoglio e lasciate servirvi.

Salii sul davanzale della finestra, staccai la carruccola di ferro, la

misi dentro la secchia, con alcuni pezzi di mattone, ci legai d'intorno

i panni, e poi sospeso l'involto a perpendicolo dove giudicai avesse

a trovarsi la bocca del pozzo, lo piombai giù; — il tonfo che fece

rompendo l'acqua, mi chiarì che io aveva mirato giusto.

Me ne dolse, e dio che mi vede il cuore sa se dopo l'angoscia

di lasciare lo zio io ne soffrissi altra pari nel mondo, ma così

persuadeva il dovere; — dopo avere fatto fare il tuffo ai panni, apersi

l'armario, remossi la cortina doppiamente cara per reverenza religiosa

e per amore filiale, e svelai agli occhi di quel più che profano del

signor Felice il sacro buco, dove apposte le labbra chiamai:

— Signora Isabella, venga qua — Più in qua.... più accosto ancora;

io prima di tutto pieno di confusione e di rimorso la scongiuro di

perdonarmi se le ho fatto, senza ch'ella se ne accorgesse, un buco nel

muro....

— Ah! ora capisco...

— Sì, signora, ha capito benissimo, ma a suo tempo e luogo le spiegherò

come non sia indegno della sua pietà non che del perdono: intanto mi

faccia la carità di tappare il buco dalla parte sua.

— E perchè ho io da tappare il buco?

— Veda, signora Isabella, perchè caso mai venissero, come verranno di

certo, i poliziotti a frugare fino quassù non ci mettessero l'occhio...

con costoro ogni pelo serve di bandolo a dipanare le matasse, che fanno

le funi al boia.

— Ma con che ho io da tappare questo buco?

— Diamine! o che non trova in casa arnese da tappare un buco?

— Aspetti, ecco qui un tegame.

— Un tegame! E tegame vada, esclamai, guardando il cielo con ambe le

mani congiunto; ci ficchi sopra un chiodo, poi ci appenda il legame.

— Ecco fatto pel chiodo; ora il tegame.

E ahimè! il tegame si frappose fra il mio dolce desire e me. O buco!

certo io sperava averti un giorno o l'altro a turare — ma però come

Figaro spegne la sua lanterna; — io voglio dire, quando non ce ne fosse

stato più bisogno. O buco! io presagiva ottimamente che ti avrei chiuso

un dì, ma disegnava farlo con un mazzo di penne strappato all'ale

dell'amore; ed ora mi tocca vederti tappato da un tegame!... Angioli

avvocati miei, abbiate cura di farmi segnare su i libri di ragione del

paradiso questa partita di virtù a caratteri maiuscoli.

— Si sa fare la barba? domandai al signor Felice, che buttatosi sul

letto sonnacchiava.

— Che ci entra qui la barba?

— Si lasci servire, e risponda: se la sa fare, sì o no?

— Non me la so fare.

— In questo caso gliela farò io; e versata acqua nel bacile, ci sbattei

il sapone e a lui sbigottito e repugnante invano insaponai la barba.

Mentre dava la striscia al rasoio, io diceva:

— Possibile, signor Felice, che un giovanotto elegante, quale ella

dimostra essere, possibile, io dico, che abbia la testa così dura?

Potrebbe darsi che la polizia nel dubbio di avere sbagliato uscio venga

a rovistare anco qui, e allora importa moltissimo per lei, ed un poco

anche per me che la signoria vostra non sia riconosciuta.

Allora si lasciò fare, ed io gli buttai giù baffi e capelli conciandolo

che Dio ve lo dica per me. Io giuro tutte le antiche divinità, compreso

il Dio Ridicolo[9], che in ciò non misi una malizia al mondo, ma come

lo aveva ridotto era impossibile vederlo e non ridergli in faccia;

avrei pagato un Perù a metterlo davanti agli occhi della cugina

Isabella in cotesto arnese; e bene mi riprometteva cavarmene la voglia

il giorno appresso, ma egli non vi si lasciò prendere come udirete.

Sbarbato e raspato, lo rimisi a letto; di poi presi i miei vestiti

delle feste, gli sgualcii alquanto perchè paressero portati, e glieli

posi sulla seggiola accanto al letto. Per buona sorte la polizia non

venne, chè forse tutte queste cautele non sarebbero bastate; bensì per

quanto fu lunga la notte noi la udimmo tafanare nel casamento allato,

nella casa della signora Isabella e per la strada, ma sul far del

giorno tutto tornò alla quiete ordinaria: allora la signora Isabella

dato un picchietto nel muro rimosse il tegame dal buco e chiamò; ed io

lì pronto di un salto a udirla, il cugino no, che dormiva peggio di un

ghiro; colà ella mi fece sapere che le faccende erano procedute bene,

non avendo la polizia preso sospetto di nulla, quantunque fosse ita a

rovistare fin dentro al camino, e avesse aperto tutte le finestre per

chiarirsi se alcuno poteva svignarsela da cotesta parte: raccomandarmi

il cugino, e addio. Qui lo abborrito tegame mi rapiva la vista delle

mie contentezze.

Destatosi il signor Felice, lo confortai a rimanersene a letto; sarei

uscito io a pigliare lingua delle cose e a tastare il terreno; desse

retta a me, non si movesse da giacere e soprattutto badasse vè!...

non gli saltasse il ticchio di parlare alla cugina, chè i casigliani

potrebbero pigliare sospetto dello insolito rumore, e contarne novelle,

come si costuma tra i vicini, con molto pericolo mio, della signora

Isabella e di lui; e misi in fondo _lui_ per non parere, ma ci calcai

su perchè capisse che il primo prossimo è sè stesso.

— Voi dite giustamente, ed io mi adatterò appuntino alle vostre

prescrizioni, come fa lo infermo agli ordini del medico; solo vi prego

di tornare con qualche cosa da mangiare, e tornare presto, perchè se

mai avvisaste ricondurvi quassù a mani vuote, non ve la cavereste con

una spalla di meno.

— Buona natura quella del signor Felice, eccellente natura lombarda,

generosa, amorosa e sopratutto appetitosa. Non so quanto io restassi

fuori di casa, ma quando tornai pieno le tasche e il petto di bene

altro che di estri febei per sopperire ai bisogni del signor Felice,

il signor Felice era sparito. Fui sul punto di svenirmi, ma molto

opportunamente mi ricorse agli occhi un biglietto sopra la tavola: ci

stesi la mano ratto, lo apersi e lessi:

«Amico carissimo. Due bisogni del pari potenti, comechè di natura

diversa, mi sfrattano di casa sua; il primo tutto corporale, ed è la

fame; vostra signoria tarda, ed io non mi vo' ridurre a fare davvero

la fine del conte Ugolino; l'altro tutto spirituale, ed è la libertà.

Chiuso qui dentro e solo, mi pare proprio di essere già in prigione;

ho preso un libro, ma che vuol ella? In ogni T maiuscolo mi ci pare

vedere una forca; i puntolini sull'i mi hanno sembianza di palle

tedesche; lo Z mi mette i brividi addosso, che arieggia il giudice

processante; che più? Il B, perfino l'onesto B con le due pance mi

richiama alla mente qualche canonico confortatore, il quale mi dica

senza ridere che tra la scala della forca e quella di Giacobbe non ci

corre divario alcuno, perchè menano tutte e due in paradiso. Essendomi

pertanto provato i suoi vestiti ho veduto che mi stavano a pennello,

epperò mi decido a portarglieli via; punto e virgola: non vada però

a immaginarmi un seguace della nequissima setta dei Comunisti, e per

convincerla di un tratto sappia che io mi trovo venticinque mila lire

ben contate di rendita, senza fare capitale su le sperabili eredità di

uno zio e di un cugino; vero è bene che il cugino, noverando un anno

meno di me, nutrisce sopra la mia eredità la medesima speranza che io

ho sopra la sua. Gli è come un palio fra noi; staremo a vedere chi lo

vincerà. La morte tiene in mano la scommessa. In sequela di quanto ho

esposto qui sopra, ella troverà qui dentro tanti biglietti per lire

cinquecento, che mi paiono bastevoli per ricomperarsi altri panni, e

se non arrivano, se la pigli in pace fino a quando ci rivedremo. Dovrei

anche ricompensarla dei servizi di barbiere ch'ella mi ha prestato, ma

essendomi mirato allo specchio....

Devo avvertire che dopo l'avventura del catino io mi ero provvisto di

specchio...

»essendomi mirato nello specchio ho dovuto persuadermi che questi

non si possono pagare eccetto che in due modi; il primo dei quali

consisterebbe nello accomodarla per tosatore _in capite_ con qualche

proprietario di pecore; il secondo non glielo voglio dire; quando

ci rivedremo potrebbe darsi che glielo facessi provare. In grazia

sua mi toccherà a stare sei mesi in casa, come si narra costumasse

Demostene, ovvero adattarmi a venticinque anni a mettere su parrucca.

Siccome io penso svignarmela in Piemonte, così a cominciare da domani

vada alla posta, e chieda lettere per Prospero Castoldi, che io le

scriverò sotto questo nome. A Isabella che dirò? Dirò quello che vostra

signoria giudicherà ch'ella sappia, conciossiacosachè, come diceva

padre e maestro Volpacchiotti della compagnia di Gesù, che m'insegnò

la rettorica, io non sia di testa così dura secondo che parve avere

la degnazione di credere vostra signoria, da non conoscere che l'ago

calamitato del cuore della mia cugina passo passo si vada accostando al

suo polo magnetico. Pazienza. _Quand on n'est pas content il faut être

philosophe;_ ed io sarò contento di saperla in buone mani. Quantunque

non ci sia mestieri, io le raccomando questa cara, degna e buona

creatura; creda che la è una coppa di oro, ed è più savia che ella

stessa per avventura non s'immagina. Certo, quel matrimonio con cotesto

orso di pittore guasta un po' la perfezione del quadro, ma poichè io

le cedo ogni mia ragione sopra la cugina, intendo d'insegnarle un mio

segreto, col quale io mi consolava tutte le volte che mi angustiava

quel pensiero molesto, il quale di per sè è semplicissimo. Ricorra al

lunario. Sì, signore, al lunario, e quivi consideri come i luminari del

cielo, donde noi ricaviamo calore e luce, in capo all'anno due o tre

volte almanco si ecclissano. Il matrimonio dunque della cugina Isabella

col pittore Roberto su in cielo si chiamerebbe ecclissi del sole o

della luna; in terra ella lo dica una frittata di donna innamorata, e

si consoli. Spero in Dio che ci rivedremo nella patria liberata dallo

abborrito tedesco; ad ogni modo in qualunque luogo, in qualunque tempo

amico per la vita. — Felice. — »

Senza stare a inquisire sottilmente se avessi o non guadagnato nella

partenza del signor Felice, e così all'ingrosso ammonito che il

vantaggio superava lo scapito, io mi appressai al buco per darne avviso

alla signora Isabella, che pronta alla chiamata, rimosso il tegame,

ansiosamente domandò:

— Che ci è egli di nuovo?

— E ci è che il signor Felice non si trova più....

— O Dio! O Dio! esclamò la signora Isabella recandosi le mani al petto,

quasi si sentisse ferita nel cuore, e per tema di cascare si appoggiò

al muro.

Io allora provai un ghiaccio sopra la fronte come se ci avesse

strisciato una tarantola, e subito dopo mi si empì il capo di tanta

malignità da disgradarne quattro giornalisti moderati, esclusa la

_Perseveranza_, ch'è la colomba del mestiere.

Si narra come il cardinale di Richelieu costumasse dire, che se gli

mettevano in mano quattro dita di scrittura del primo galantuomo del

mondo, egli era tomo da farlo sdrucciolare in galera; e cotesto parve

iattanza ai suoi tempi; ai nostri non ci ha chiericuzzo che non si

reputi, e non sia veramente capace di fare altrettanto se non peggio;

però che lo interesse soffiando i suoi consigli nell'orecchio all'uomo

ne contamini in un attimo tutto il suo sangue; di questo ebbi prova

dentro me stesso; cui con la smania di calunniare vennero addosso di

un tratto l'ingegno e il modo della calunnia; onde, attenuata la voce,

dissi:

— O la non si turbi, cara signora Isabella; qui non ci ha cosa della

quale ella si abbia a sbigottire; il signor Felice se n'è andato perchè

non ha potuto più reggere alle mosse per via della fame come qualmente

si ricava dalla lettera, che ha lasciato sul tavolino.

— Oh! che sia benedetto! la me la porga questa lettera; vengo a

pigliarla alla finestra del pozzo.

Ora essendo questo ciò che appunto mi tornava meno, non mi parve strano

di aggiungere un po' di bugia alla calunnia, considerando che le bugie

sono come bicchierini di acquavite ministrati alla calunnia, affinchè

duri di buona lena al lavoro; però subito pronto risposi:

— Me ne rincresce proprio, perchè ho sempre veduto come la più parte

dei malanni, che capitano addosso ai liberali, derivino dalla grulleria

di tenere ricordi o conservare i fogli: per me uso così, leggo prima

due volte o tre la lettera per bene, tanto che nella memoria mi si

registra meglio che il bulino non incide sopra l'acciaio, poi accendo

un fiammifero e le do fuoco, nè la perdo di occhio, finchè io non

l'abbia veduta ridotta in cenere....

— Questo si chiama operare da giovane prudente, e me ne rallegro con

lei.

Prudente! pensai io; questa è la prima volta che me lo sento dire;

quasi stava per voltarmi a vedere se dietro alle spalle ci fosse

persona cui potesse applicarsi cotesta lode più direttamente che a me,

ma trovandomi solo non ci cascava equivoco; andava proprio a me; e mi

ricordo avere pensato non senza amarezza un'altra cosa, che fu questa:

mira! da molte buone parole che ho detto, e da qualche buona opera che

ho fatto me n'è venuto per consueto ingiuria o danno, mentre adesso

che m'inoltro nel mare del furfante, ogni vento comincia a gonfiarmi le

vele.

— Alla svolta si provano i barberi; mala via non può fare a meno che

porti a cattiva osteria.

— Tu parli di oro, Betta; ma persuaditi che più spesso che tu possa

immaginare non va così, tanto vero, che gli uomini religiosi, trovando

in fondo della vita molti conti sbilanciare maledettamente, hanno

insegnato a credere che nell'altro mondo gli angeli o i demoni si

pigliano la scesa di capo di aggiustarli con tanto inferno o tanto

paradiso di giunta, e così credo anch'io.

— Giusto come io le diceva, continuai a favellare con la signora

Isabella, il signor Felice ha scritto che se n'andava prima perchè non

ha potuto sostenere lo stimolo della fame, e poi perchè in questa casa

ci si sentiva affogare, e a parere mio ha avuto torto marcio nell'una

cosa come nell'altra; nella prima, dacchè io gli aveva promesso di

recargli da ristorarsi, e l'ho fatto in copia da bastare a tre pranzi

di Polifemo; onde, se non temessi di acquistarmi taccia di severo,

vorrei osservare che in giovane bennato non sapere resistere nè manco

due ore a questi grossolani appetiti è un gran mancamento, almanco mi

pare.... perchè io non vorrei per cosa al mondo pregiudicare la fama di

quel caro giovane; nella seconda, più presso al paradiso come in questa

casa, o dove mai si vuole egli trovare il sor Felice?

— Non si può negare, noi ci troviamo molto presso al paradiso, ma

non fa comodo a tutti salire quattordici scale per godere di siffatto

benefizio.

— Ah! non è a cagione della linea perpendicolare, cara signora

Isabella, che io mi reputo vicino alle beate sedi, bensì

orizzontalmente.

Questa fu la prima parola colorita di amore, che udì dal mio labbro

la signora Isabella, e me ne increbbe, perchè non si poteva coniare di

peggiore gusto; non se ne sarebbe giovato l'Achillini: ella però come

prudentissima la lasciò cascare fingendo di non accorgersene; io per

calafatare lo sdrucio aggiunsi:

— E badi ad un'altra cosa, signora Isabella; il signor Felice si è

vestito dai miei meglio panni, e mi ha lasciato cinquecento lire perchè

me gli faccia nuovi....

— Oh! questo poi non è gentile davvero.

Se lo Amore si facesse radere la barba, e se fosse ito a farsela

radere dalla signora Isabella, io credo, che quel _non è gentile_ se

lo sarebbe sentito penetrare dentro la pelle sottile e freddo quanto il

filo di un rasoio di rota.

Per allora ella chiuse il ragionamento pregandomi a volerla chiamare

con tre picchietti nella parete quante volte avessi notizie a

parteciparle del cugino, ch'ella si sarebbe affacciata alla finestra

del pozzo per ascoltarle. Frattanto reputare onesto che il buco....

Io visto appena il baleno per aria, che minacciava il povero buco....

di scomparire dalla natura delle cose accorsi sollecito alla parata, ed

osservai con molta gravità:

— Non credere... non parermi _prudente_... e sperare che dopo matura

considerazione dovesse parere anco a lei... la chiusura del buco,

imperciocchè qualcheduno avrebbe potuto acchiappare per aria le parole

dette alla finestra con molto danno del cugino e suo: ad ogni modo se

non ci avessero uditi, ci avrebbero visti, ed ella che giudiziosissima

ed accortissima (voleva mettere un altro sdrucciolo, ma temei sfondare

il foglio) era, doveva conoscere le ciarle infinite delle casigliane,

alle quali basta ogni po' di gomitolo per dipanarci sopra una matassa

infinita di maldicenza.

La signora stette alquanto sopra di sè, poi rispose:

— Lasciamo stare dunque il buco: per tapparlo saremo sempre in tempo.

— Giusto! Così diceva anch'io — e ricevuta e resale la buona sera, ci

separammo.

Io chiuso l'armario ebbi a felicitarmi, dirò meglio, ebbi a

spaventarmi di avere scoperto ad un tratto in me questo tesoro di

arti diplomatiche; pensai farmi annunziare su pei diarii ai potentati

del mondo, che abbisognassero di primi ministri; mi volli bene, mi

onorai, e rammento che mi presi la soddisfazione di baciarmi, la quale

cosa feci accostando le labbra allo specchio; dopo ciò mi assettai

disponendo i cibi davanti a me sul tavolino, e poichè allegria mangia

per quattro, bevvi per otto: ricordo che quando mi prese voglia di

coricarmi, la candela unica mi sembrò moltiplicata fino a sette, quanti

sono i sacramenti ed i peccati mortali, e sebbene mi affaticassi a

spegnerle, più si ostinavano a rimanere accese; per ultimo feci buio, e

andato a letto cotestanotte mi sognai trovarmi nel congresso di Vienna

a tu per tu col principe di Metternich, a cui dopo avere detto una

carta d'ingiurie lanciai un calamaio nel capo, e glielo ruppi dicendo:

to' questa, che me l'ha insegnata un tedesco, — alludendo senz'altro

a Lutero, il quale, per quanto si racconta, trattò il diavolo nella

medesima maniera: alla mattina trovai che in sogno aveva scaraventato

l'orinale nella parete di faccia, e i pezzi ingombravano il pavimento.

Le notizie del cugino non si fecero aspettare; le trasmisi a seconda

del concertato per traverso al buco, che rimase aperto caso mai ne

venissero altre, e vennero, però via via più rare; finalmente cessarono

affatto: non per questo turammo il buco, anzi a furia di vagheggiarlo

mi parve che dal lato destro il contorno non rotondasse bene; e per

quel giorno, dopo che lo ebbi accomodato a modo mio, mi piacque; il

giorno di poi guardandolo anco più attentamente vidi che sgarbava

a mancina, e lo posi in sesto; nè anche così andava a dovere; presi

il compasso per disegnarlo senza errore; ma trovandomi imbarazzato a

puntarne un'asta nel centro ch'era vuoto, ci posi su per traverso una

sbarretta, la quale naturalmente soprammetteva e non poco agli orli

del buco; epperò riuscì disegnato un po' più grande del primo: capiva

benissimo che condurlo a cotesta larghezza tutto in un giorno non

era aria; ma a poco per volta ci pervenni, nè parve se ne accorgesse

la signora Isabella, e non di certo dev'essersene accorta, tanto la

cosa venne naturale. Verso le feste di Natale mi prese il _grippe_

con dolore di capo e febbre da cavalli; la povera signora Isabella

era sgomenta; chi potesse mandare a curarmi non aveva; quanto a lei,

oltrecchè in ogni caso la decenza l'avrebbe trattenuta da visitare

un giovanotto, non si trovava libera di movere un passo dal letto

del marito, che precipitando al suo fine diventava ogni momento più

fisicoso. Teresa, vecchia, se non erano le ale degli angioli, le sue

gambe davvero non potevano portarla su per quattordici scale. Allora,

e mira intelletto di carità che hanno le donne! ella stessa senza

badare da altro allargò il buco tanto che divenne buca, traverso la

quale potesse passare una tazza; ancora mi ammonì che toccandomi a

scendere da letto per condurmi a pigliare la tisana era più lo scapito

del guadagno, e questo era vero; però volle m'ingegnassi trasportarlo

rasente alla parete, dov'era il buco, e per lo appunto sotto di quello,

affinchè stendendo il braccio senza altro incomodo potessi pigliare la

tazza ch'ella mi avrebbe offerto; così la signora Isabella in mezzo a

due infermi vegliava alla cura di entrambi, e al tempo stesso alacre e

animosa attendeva ai ricami. Un gentile l'avrebbe rassomigliata a Igea;

a me cristiano apparve quasi la madonna del popolo in compagnia degli

Angioli della Carità e del Lavoro.

E qui fo punto, perchè a cagione del tanto favellare sono fatto roco:

ella consideri, mio caro zio, che se io non mi sono mostrato pari a

Gargantua, il quale uscito mala pena dal materno alvo chiese da _bere_,

pure sono uomo anch'io, e mi pare che senza bere non potrei tirare

innanzi o male.

Orazio senza rispondergli si risovvenne del tè, e fece per recarselo

alla bocca, ma lo trovò freddo, onde prese a dire:

O sia che tu ti parta, o che ritorni,

Sempre ti provo avverso al sericano

Dei cor letizia tè.

— Per attendere alle tue fandonie ecco ch'è diventato diaccio, però,

Betta, in cortesia vogli andare a scaldarlo da capo.

Il buco nel muro · 第 14 / 20 题