nel regno delle Muse.
Con le largizioni sbraciate del buon Lupato io cavai tanto da
non cascare morto di fame sopra _l'eterne pagine_, che mi dava a
correggere: ma occorrono certi quarti d'ora così per gli uomini come
pei popoli, nei quali gli è un gran fatto vivere; testimone quel
tanto che su questo proposito predicò dalla bigoncia cotesto cervello
magno del nostro Massimo Azeglio, che maneggia spada, pennelli,
penne e timoni (di Stato già s'intende) con la medesima agilità
onde un giocoliere di fiera si remolina fra le mani quattro mele
cotogne. Vissi, e subito dopo, assicuratomi alquanto su le ale, mi
commisi a volo maggiore; dettai manifesti; mi arrischiai a qualche
prefazioncella; e rotti gli argini, proruppi fino alle traduzioni;
l'esito superò l'aspettativa altrui e le mie speranze, perchè rispetto
a revisione di stampe sopra ventiquattro svarioni ebbi la coscienza
di non farne passare che 20 soli, e allo editore milanese parvi
sofistico; per le traduzioni dal francese mi regolai col mettere sempre
la vocale in fondo alle parole del testo, cosa che i miei colleghi
_traditori-traduttori_ spesso dimenticavano; epperò corsi pericolo di
diventare testo di lingua _a Milano_. Nè qui mi arresto; aveva detto,
bugiardo, a Teresa di professione essere marruffino; questa parola
parve smovesse la fortuna a farmi un po' di bene; mi capitò pertanto un
buon Toscano, che viaggiava per vendere semenza di bachi di seta, e mi
pose a parte della opera e del guadagno. Ella sa, mio caro zio, come
i gentiluomini toscani in questo traffico delle sete si esercitassero
sempre con alacrità tale, che a taluni storici parve soverchia, e
tali altri misero in canzone; sicchè Niccolò Capponi, assunto al sommo
maestrato della repubblica, non rifuggiva uscire di celato dal palagio,
in onta al divieto, per dare un'occhiata ai suoi opificii di sete:
a giorni nostri cotesto studio assieme ad ogni altro spettante alle
industrie agricole crebbe così fra quella nobil gente, che all'ora
che fa non si potrebbe senza invidia contrastarle di essere diventata
perfettamente villana: anzi siccome ella fa eziandio professione di
amare la patria nei giornali, così io credo che se potesse allevare
alla milizia questi bachi per venderli con profitto, noi avremmo di
già il fatto nostro; e senza bisogno di soccorso straniero potremmo a
quest'ora esclamare con Eustachio Manfredi:
Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.
Non temeremmo più della concorrenza della Svizzera; anzi mentre questa
dolorosa repubblica manda, o consente che vadano anime cristiane a
puntellare la tirannide, i gentiluomini toscani da paese monarchico
spedirebbero schiere di bachi eroi a difesa della libertà.
Ma negli estri della narrazione io ho fatto un salto fuori dell'ordine
cronologico degli eventi: niente di male; con la penna il tempo lascia
ricondursi indietro: chiedo perdono e continuo.
Era già trascorso un mese, quando certo dì appressatomi al buco
contemplai la terza veduta, che io sto per raccontarle.
Ecco mi apparisce di primo acchito dinanzi gli occhi una bellissima
creatura, ma ahimè! di genere mascolino; giovane di sembianze miti,
a tutto punto aggiustato nei capelli, nei baffi, nelle vesti, come
in ogni altra cosa, si teneva piuttosto appoggiato, che seduto su
la tavola di cucina con una gamba soprammessa all'altra, un piede
piantato, mentre con la punta dell'altro toccava appena la terra, ed
erano entrambi perfetti di forma, ambedue lucidi per la calzatura, così
che pareano fatti con due pezzi di bitume giudaico; il braccio destro
teneva a squadra levato in alto, e fra l'indice e il medio della mano,
paglierina a cagione del guanto gentilmente stretto, il sigaro condotto
a traverso molto oceano di fumo a deliziare gli ozii della gente
dabbene. Ahi! zio, zio, se in quel punto io non cascai morto è segno
che il mio petto fu fabbricato a prova di caldaia a vapore; sentii di
un tratto nel cuore il diaccio, il morso dei centomila serpenti di cui
va armata la invidia, e preso da ira, da rabbia, da una catasta insomma
di passioni, corsi per uno specchio, dove, mirandomi, potere giudicare
da me stesso se avessi potuto reggere il paragone con cotesto splendido
giovanotto. Pare impossibile! E pure pieno dell'amore mio io non aveva
nè anco pensato a provvedermi uno specchio; non importa niente, dissi
fra me, che mi sovvenni di Narciso, e sperimentai a prova la bontà del
suo metodo di educazione, mio signore zio, quando mi diceva essere
di suprema necessità tirare su i figliuoli nella conoscenza di ogni
mitologia così antica come moderna, perchè gli Dei importa riverire
tutti. Andai pertanto in cucina e mi specchiai dentro il catino pieno
di acqua; ahimè! non avendo atteso che l'acqua quietasse, immagini
lei quale strazio fu fatto delle sembianze del suo povero nipote; tre
nasi, occhi strabuzzati, bocca da servire di modello alla buca dove
si buttano le lettere... fui per dare della testa nella muraglia e lo
faceva se non avessi saputo di trovarla dura...
— Ringrazia Dio, che se l'acqua stava tranquilla tu correvi rischio
d'innamorarti come Narciso del tuo volto, e rimanerti perpetuamente
attaccato al catino in cucina.
— Dunque, poichè fu pel mio meglio, non dico altro su questo
particolare e tiro innanzi.
Betta levò gli occhi al cielo, e certo in cotesto muto linguaggio disse
una di queste due cose:
— Possibile che con tanto giudizio sieno così matti! Ovvero: possibile,
che con tanta pazzia sieno così savii!
E Marcello proseguiva.
— Col cuore, che mi picchiava mille battute per minuto, come bue tratto
al macello, io mi condussi da capo al buco per mirare la strage dei
miei amori.
— Oh! troni. Oh! dominazioni. Il giovane non aveva mutato, si può dire,
atteggiamento, se non che il sigaro cessava di fumare, e nel suo volto
traspariva un non so che di acerbo; appunto nella guisa che notai
in te, Betta, quando mangi le fette di limone (gusti fradici) e che
guastano i denti, come ti potrà chiarire il mio signore zio. Il giovane
discorreva, tra bene e male raccapezzai queste parole:
— Isabella, tu puoi credere se io mi affatichi ogni dì per mettere
buone parole onde placare l'animo esacerbato di tuo padre: ma io ne
cavo piccolo frutto; egli non si può dare pace che tu ti sia maritata
col figliuolo del suo calzolaio.
— Senti, Felice, rispondeva la giovane, se io non sentissi avere verso
babbo peggiore torto di questo, davvero io non mi giudicherei dannata.
Per avventura, Felice, la nostra famiglia deriva dai Lombardi, che
andarono alla prima crociata?
— Nostra famiglia! pensai io; dunque sono parenti?
Un cielo negro allorchè spunta il sole,
Parve _l'anima mia_ a tai parole,
per dirlo in rima parodiando i versi del nostro sempre dolce e soave
Tommaso Grossi, ed appuntai le orecchie per sentire meglio:
— La nostra famiglia non si vanta seme di cavalieri crociati, e non
gliene importa, ma tuo padre e il mio scesero dai colli di Bergamo
a Milano non senza il fatto loro, che moltiplicarono con industrie
onorate; sicchè dopo essere saliti, tornare a scendere non garba:
ad eccezione di tutte le altre scale, per quella della fortuna si va
volentieri in su, e con immenso affanno all'ingiù.
— Averi! Ricchezze! Che sono mai? Vele e non altro, con le quali
navighiamo per la vita: forse con poche non si fa cammino come con le
molte? Anzi, quando il tempo seconda, con una sola ti approfitti meglio
che con tutte.
— Tu parli d'oro, ma nel viaggio della vita gli averi non provvedono le
vele soltanto, bensì le paghe e le panatiche pei marinari, la cappa e
il primaggio al capitano, i noli agli armatori: insomma, cara mia, egli
è più facile disprezzare i quattrini a parole che passarsene co' fatti.
— Bravo giovane! esclamò lo zio Orazio, certamente quando lo
battezzarono in Duomo, il buon senso gli fece da compare.
— E' pare che la giovane, la quale con licenza vostra d'ora in poi io
chiamerò signora Isabella, non si sentisse gagliarda in questa disputa,
onde data una giravolta maestra al timone, soggiunse:
— E poi Roberto ormai può stare a paragone con chiunque, avendogli
l'arciduca governatore fregiato il petto con la croce della corona di
ferro.
— Creusa non deveva mai accettare doni da Medea, riprese il giovane
con faccia turbata; di fatti queste croci sbraciate dall'arciduca
sono meno testimonianza del merito di cui riceve, che della smania
di gratificarsi la pubblica benevolenza in cui le dà. Che se tu miri
diritto, vedrai come per uso il tuo Roberto ne ha scapitato moltissimo
nella riputazione e diventò esoso all'universale; non mica perchè o
mutasse di animo o altri stimasse che lo avesse mutato, mai no; bensì
perchè è danno grave lasciare credere ai nostri oppressori che con
una pensione od una croce possano corrompere i nostri cuori italiani,
immortali odiatori di chi ci tiene schiavi, come immortali amatori di
qualunque promova la nostra libertà.
La signora Isabella, a quanto parve, non sapeva che pesce pigliare,
dacchè teneva la testa bassa sul telaio, e senza rispondere verbo
menava l'ago alla disperata. Il giovane intanto avea riacceso il sigaro
a un gramo tizzo di fuoco che aveva l'aria di una lucciola smarrita nel
fornello, e tra un buffo e l'altro di fumo continuò:
— Nè questo fu la sola maledizione che uscì dalla maluriosa croce pel
tuo Roberto, chè inoltre gli versò nell'animo la vanità, per la quale
ei tenne avere messo il tetto, quando non aveva condotto la fabbrica
nè manco al primo piano; disprezzò i consigli, neglesse i maestri, con
gli amici si ruppe, e con modi o superbi o villani provocò la tempesta,
all'impeto della quale volarono via peggio che foglie secche la sua
fama di artista, ogni speranza di riuscita, la quiete dell'animo,
la salute del corpo, e in breve, pur troppo volerà eziandio la sua
vita. Io però non gli voglio male, e dove anco glielo avessi voluto,
basterebbe vederlo infelice, perchè io mi rimanessi; ma per altra
parte, intendiamoci chiaro, bene non glie ne voglio, perchè io non mi
dimenticherò mai che in grazia sua tu mi fosti infedele.
Io che fisso al buco stava uditore e spettatore di cotesto assalto di
parole, ebbi ad accorgermi che il signor Felice aveva perso la scherma,
imperciocchè la signora Isabella, sagacissima, colto il destro per
rifarsi, accorse pronta alle offese esclamando:
— Infedele! E come? Forse ti promisi amore? Impegnai mai teco la mia
fede? Quando mai dissi parola, o feci cosa che a te mi legasse?
Ah! zio, a coteste parole, preso da immensa tenerezza apersi le braccia
per abbracciare, qualche cosa abbracciai, il muro, e mi scorticai le
dita.
— Non importa: udiamo; sta per rispondere il cugino.
— Noi fummo allevati assieme, egli disse: i padri nostri l'uno di noi
destinò all'altro; noi lo sapevamo; sempre io mi stava teco: non movevi
piede senza che io ti accompagnassi.
— Questo è vero, ma ciò non è amore...
«Benedetta quella bocca!» Ed egli soggiunse:
— E nelle danze tu sceglievi sempre me per compagno e quando cantavi
io ti accompagnava col suono, in chiesa andavamo di conserva davanti al
medesimo altare c'inginocchiavamo, e se la gente diceva dintorno: «che
gentile coppia di sposi!» tu ti facevi rossa in viso; tu sapevi pure
che tali dovevamo essere un dì, nè te ne mostravi scontenta.
La signora Isabella lievemente impallidì, si mise il dito su i labbri,
e dopo essere stata alquanto pensosa disse:
— Anche questo è vero, ma ciò non è amore.
— Da me accettasti doni, che parlano chiaro di amore, un coricino
di rubini, due bottoni di smeraldo; e il verde palesa la speranza,
il vermiglio la passione, e sorridendo accettasti; una sera sotto
i cipressi della villa ti presi la mano, te la strinsi, e poi te la
riposi in libertà, ma tu nella dolce prigione la lasciasti; e non lo
posso assicurare pure mi parve che tu sospirassi — un'altra volta,
seduti sul margine della vasca nel giardino, mi attentai baciarti le
spalle, e tu non fuggisti.
Qui poi Isabella si fece in volto vermiglia, e presto presto, come chi
ha fretta, rispose:
È vero anco questo altro, ma ciò non è amore...
— E che cosa dunque si chiama amore a casa tua?
L'amore! I trenta volumi della storia della Chiesa del Fleury, che
lo zio canonico ha nella sua libreria, non basterebbero a dirti che
cosa sia amore, e di un motto, uno sguardo, un sorriso ne avanzi a
significarlo: tanto ti basti, chè se amore fosse stato il mio, non
avrei, io fanciulla timida e vereconda, lasciato la mia dentro la tua
mano, nè mi sarei rimasta dopo che tu baciasti le spalle.
— Come no? O che siete voi altre donne come i libri turchi, che si
leggono alla rovescia?
— No, bisogna leggerci alla diritta col nostro alfabeto.
Ad ogni modo, se non pel tuo amore, almeno pel mio che tu sapevi, e che
non mi fu disdetto, io credo poterti chiamare infedele. Però quanto
a tuo padre gli è un altro paio di maniche; egli gli vuole un male
di morte; dove intenda a caso profferire il suo nome, egli esce di
sentimento, la faccia gli si fa pavonazza, e dalle labbra manda spuma;
egli non gli può perdonare di essersi insinuato in casa sua come un
serpente...
— Egli ci entrò per la porta salendo le scale, come fanno tutti gli
altri cristiani.
— Egli lo trasse dalla miseria, egli lo confortò allo studio della
pittura, gli dette asilo, gli dette soccorso, ed in mercede di tutto
questo gli rapì la figliuola.
— Non è così, la figliuola prestava liberissima il consenso di recarsi
con esso lui alla parrocchia per esservi sposata.
— Nè basta, chè il fraudolente, mostrandosi in vista a tuo padre
disperato un giorno peggio dell'altro, lo condusse a domandargli
la cagione del suo segreto affanno, e quegli gli disse essere colpa
l'amore di egregia donzella; anch'ella amantissima e disperata perchè i
suoi parenti superbi di nuova fortuna a patto alcuno non consentivano
le nozze; e via via mettendogli in tanta mala vista il divieto
paterno che tuo padre irretito nella insidia lo persuase egli stesso a
menarsela via di casa per condurla a sposa, e lo provvide di danari, e
gl'imprestò fino la sua carrozza per fuggire.
— Salvo il rispetto paterno, ed ora che nessun ci sente, vorrei tu mi
dicessi, Felice, chi operò peggio dei due, o Roberto col pigliargli la
carrozza per portargli via la figliuola di casa, o mio padre che gli
dava il consiglio di adoperarla in questa faccenda? Non ci sono due
pesi, nè due misure; non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto
a te, cose vecchie, eppure ignorate o non praticate come se fossero
novissime.
— Diamo un taglio a cotesto. Tuo padre, puoi crederlo, non è manco
infellonito teco; però non si possono mica dare alla lavandaia le
viscere di padre, e giudico che remossa la causa non dovrebbe riuscire
difficile farne cessare l'effetto; molto più che standogli accanto
io correi ogni occasione a volo per raumigliarlo, e per così dire
sfruconargli l'amore paterno nel cuore.
— Tu ti mantieni quale sempre ti conobbi, Felice, un ottimo giovane.
— Eh! per quello che fa la piazza ci posso stare ancora io. Ma senti
quello che dobbiamo fare, Roberto ormai, povero disgraziato, non ne può
uscire.., non voglio affligerti, Isabella, ma lo vedi da per te stessa,
i suoi giorni sopra questa terra sono contati. Ora per quando Dio lo
chiamerà a sè tu mi hai a promettere chiaro e lampante, per non correre
pericolo la seconda volta di leggere alla rovescia, che ci sposeremo di
amore e di accordo col consenso di mio padre e del tuo.
E tacque; nè Isabella rispose sul momento. Quale angoscia fosse la
mia figuratela, Betta, la se la figuri, signore zio, Dio non lo mandi
a provare ai cani; se vi dicessi che il mio cuore stava stretto come
una mandorla dolce dentro il torchio dello speziale quando ne spreme
l'olio, non direi mezzo del vero; chiusi gli occhi e apersi le braccia
mormorando: _in manus tuas_...
Quando gli riapersi crebbe la paura, dacchè la signora Isabella si
fosse levata, e accostatasi allato del signor Felice, gli avesse posto
domesticamente la mano sopra la spalla, e lo guardasse in faccia: dopo
alcuno spazio di tempo prese a dire:
— Felice; tu sei quel giovane di garbo, che sempre ti ho conosciuto.
Felice, tu sei nato sotto la stella della geometria, della idraulica,
dell'algebra, di tutto quello che vuoi. Tu riuscirai un ottimo
direttore di bigatterie, impresario di strade ferrate, ed anco
eccellente marito; tu acquisterai fama di educatore bravo di bestie
e di figliuoli; ma tanto di amore non capirai mai nulla, perchè il
cuore della donna è una lira che va tocca con la più tenera delle
penne levata al sommolo delle ale di amore. Ora senti, Felice, la tua
proposta mi suona ferocemonte magnanima e generosamente spietata; parti
egli che tu potessi sperare, che fosse accolta da me fattami in questa
stanza, presentata come capitolazione a donna vinta dallo stento,
esposta a modo di contratto sopra la coltre del letto dove si spegne
uomo, che amai di amore una volta, ed ora amo per dovere e per pietà?
Senza volerlo mi trovai a battere le mani una contro l'altra, e stette
un attimo ch'io non urlassi: — brava! — I giovani rimasero sconcertati
dallo strepito improvviso, per la quale cosa rivolsero la faccia al
palco, e al pavimento, non si potendo capacitare da che cosa movesse;
però scappai dal buco per allontanare il sospetto, e perchè quel brava
rientrato mi sfondava la gola; onde per isfogarmi, recatomi nell'angolo
più lontano della stanza, cacciai dentro il cappello la faccia e ci
feci una scorpacciata di _brava! brava! bravissima!_
Quando sfogato, con piede cauto quasi pauroso d'inciampare su le uova,
mi accostai da capo al buco, il signor Felice se n'era andato (Dio lo
accompagni) e la signora Isabella, come se nulla fosse accaduto, menava
tranquilla il suo ago. Ah! mi parve che mi levassero di sul petto il
Monte-Bianco, o per lo meno il piccolo San Bernardo; il collarino,
intorno al quale la signora Isabella lavorava in cotesta congiuntura,
manca alla collezione dei colletti e ci mancherà sempre, Betta...
perchè... perchè... io lo porto qui tra la camicia e la carne.. sul
cuore...
— E presso a morte, interruppe beffando lo zio, non ti dimenticare di
avvertire l'assistente:
Mi metterai quel collarino bianco,
Ch'ella di propria mano ha trapuntito.
— Attenti! Attenti, signori, a quest'altra bellissima veduta, gridò
il giovane con lieta voce e con gioconda faccia; ma chi avesse potuto
mirarlo dentro gli sarebbe comparso tutt'altra cosa, imperciocchè egli
avesse sperato di far breccia nello animo dello zio, e l'attenzione
silenziosa di lui glie ne porgesse fin lì credibile argomento;
ora poi per cotesta berta cascava dalle nuvole per dare un picchio
sul lastrone; però maliziato per arte e per ingegno, che in simili
occasioni soccorre sempre naturalmente i giovani, capì che qualche
senso il suo racconto doveva pure avere operato; onde studioso di non
lasciarlo raffreddare, ecco, rincalzava più forte:
— Eravamo di notte, in mezzo dello inverno, correva una freddissima
stagione, quando mi percosse dalla strada uno strepito del diavolo:
— agguanta! dalli! ammazza! e un fuggire e un inseguire da mettere
i brividi addosso. Di un tratto mi parve che picchiassero a colpi
concitati nella porta di casa della vicina, e tanto bastò perchè di un
salto io fossi al buco, e vidi... chi vidi? il signor Felice stravolto
così che stentai su le prime a ravvisarlo; figuratevi, era senza
cappello, aveva le vesti lacerate, ansava come un mantice, e da più
parti grondava sangue:
— Salvatemi! supplicava, se non volete che questi scellerati tedeschi
_trovino in via di grazia_[8] ad avermi a fucilare, o almanco mandarmi
allo Spilbergo nel carcere duro a vita.
— Come volete che vi aiuti io? Fra un nodo di tosse ed un altro
singhiozzava lo infermo: — nelle prosperità non vi siamo passati pel
capo nè manco per ombra... adesso nel pericolo, salvatemi! salvatemi!
— Io non vo' impicci, io — L'Arciduca ha promesso allogarmi un quadro
storico e non vorrei che per cagione vostra mi venisse a mancare...
l'Arciduca...
La signora Isabella si approfittò del crescente singulto dello infermo
per porgergli da bere, e troncare il corso delle sconce parole; poi
tratto il giovane in cucina, gli disse:
— O come è andata? Che ti successe?
— Isabella, tu sai quanto ami la Patria; se questa avesse quella
tua lingua affilata, forse mi direbbe che io l'amo da geometra, da
architetto, da direttore di bigattiere, da educatore di bestie e di
figliuoli... va bene così? Ma la Patria non ha lingua, e avendola io
confido ch'ella si contenterebbe, che l'amassi come so e come posso
senza tante storie. Fatto sta che stasera io assieme a parecchi giovani
eravamo convenuti qui oltre in una casa per disegnare tra noi circa
ai partiti più opportuni per liberarci da questi cani di tedeschi,
quando o perchè ci sia stato il Giuda di mezzo, o per proprio sospetto,
i _poliziotti_ l'hanno circondata in guisa da torre ogni speranza di
uscita. Vista ogni resistenza inutile, ci siamo lasciati pigliare, ma
tratti per via, io a poco a poco ho rallentato il passo, e trovatomi
solo con due poliziotti al fianco mi sono abbaruffato con loro, ne ho
date e ne ho ricevute ma, come vedi, eccetto qualche ammaccatura, mi
è riuscito svignarmela; ora sentendomi la canetteria dei poliziotti
dietro, che urlava: agguanta! agguanta! ho temuto svoltando il canto,
di trovarmi preso come dentro una morsa, caso mai mi fossi imbattuto
in qualche altra pattuglia; fermatomi a riprendere fiato, mi sono
visto dinanzi alla tua casa; guardando dentro il portone ho mirato
il casotto vuoto della portinaia, onde mi sono infilato su per le
scale, ed eccomi qui da te. Quel cosaccio di Roberto mi ha fatto quasi
pentire di essermi appigliato a questo spediente, ma tu, cugina, non mi
respingerai!
— Così si fossero potuti salvare teco i tuoi compagni, poveri loro!
Però il signor Felice aveva fatto i conti senza l'oste, dacchè io,
costituendomi di propria autorità provvidenza di questi due fiduciosi
a torto, me ne era ito sul tetto, e quivi tenendomi al muro dello
abbaino, sporto il capo giù per la via mirai un nugolo di poliziotti
brulicanti intorno alla porta della signora Isabella; eranci altresì
parecchi giandarmi con le carabine armate di baionette, e farabutti
con lampioni e torcie di resina; le baionette e le arme brunite
riverberando la fiamma dalle torce mandavano baleni di sangue:
questo mi strinse il cuore così che mi sentii inondare la faccia di
sudore freddo, saltai nella stanza e appressate le labbra al buco,
risolutamente urlai:
— Presto! alla finestra del pozzo.
— Poi mirai se obbedivano, ma i giovani stavano a mo' di trasognati,
cercando come e donde così distinta la voce avesse risonato nella
cucina, ed io considerando quanto lo indugio pigliasse vizio, da capo
urlai per di dentro al buco:
— Presto! alla finestra del pozzo, o siete perduti.
— Allora ci corsero essi, ci corsi anche io, e c'incontrammo nel
medesimo punto: la mia finestra distava dalla finestra accanto un paio
di braccia e più; quella della signora Isabella non era sormontata
dalla squadra di ferro per sostenere la carrucola del pozzo; bensì
l'aveva la mia, con la sua brava fune, catena e secchia: io stesso
attingeva l'acqua dal pozzo, e intanto che la tirava su, per nobilitare
agli occhi miei l'atto, ora ricordava l'esempio di Nausicaa figlia di
Alcinoo, che va a lavare i panni alla fontana, ora che i costumi greci
e romani vollero la ginnastica componesse parte distintissima della
educazione civile. Ma adesso non corre temperie per queste novelle;
urge che io vi dica come spenzolatomi dalla finestra con voce sommessa,
pure capace a farmi capire, favellai:
— La polizia ha invaso questa casa, e già fruga i piani di sotto a
voi. Signor Felice, non vi rimane altro scampo che questo; vi tirerò
in là la fune con la secchia; la signora Isabella terrà ferma la fune,
intanto ch'ella, signor Felice, salirà sul davanzale della finestra;
salito lì, agguanterà la fune quanto potrà più stretto con ambedue le
mani, avvertendo di fasciarsele con un fazzoletto per non segarsele;
poi metta dentro la secchia il piede destro, e ci si assicuri bene,
per ultimo avvisi che si trova solidamente collocato dicendo: — _giù!_
— Allora la signora Isabella a sua volta annunzi trovarsi in punto di
lasciare ire la corda dicendo anch'essa: _giù!_ — ed apra la mano; io
reggerò più che posso, perchè non succeda troppo dondolio: ed una volta
il signor Felice qui in casa, nè manco il diavolo lo troverà.
— Dio mio! ma se la fune si rompe, — ma se il ferro cede...
— Sta salda, Isabella, tanto, peggio di cascare in mano ai tedeschi non
mi può succedere.
— Non dubitate di niente, la squadra e la fune sono tali da reggere un
paio di bovi non che il signor Felice, ch'è meno d'un bove...
— Grazie, disse il signor Felice, ora verrò ad attestarvi la mia
gratitudine in casa vostra, e ridendo mise il piè nella secchia per
fare il passo pericoloso.
— Riuscì ogni cosa a pennello; appena entrato in casa mia il signor
Felice, volto alla signora Isabella io l'ammonii:
— Ora chiuda, signora mia, la sua finestra per bene, e si metta
a ricamare al telaio senza che paia fatto suo. Al signor Roberto
raccomandi tacere...
— Ma scusi, interruppe la signora Isabella, avrei il piacere di
favellare col diavolo o con un mago?
— Nè coll'uno, nè coll'altro, e col tempo le farò toccare con mano che
non ho coda, nè corna: buona notte.
Accostatomi in fretta al signor Felice, gli dico:
— Vostra signoria si spoglierà, e alla parola unendo l'atto gli piglio
una manica del vestito per levarglielo di dosso.
— O perchè mi ho da spogliare? rispose il giovine tirandosi indietro.
— Perchè bisogna fare così, si lasci salvare; — lo spogliai di tutti
i panni, anco della camicia, perchè lacera e insanguinata; se togli le
calze e gli stivali, rimase come egli una volta uscì dal grembo della
madre sua; io, fatto dei panni fagotto, mi avviai verso la finestra, ma
egli corsomi dietro mi afferrò pel braccio ricercando con premura:
— Ed ora dove portale cotesti panni?
— Li butto nel pozzo.
— Fermo per Dio! che ci ho in tasca tra fogli e danari il valsente di
4000 lire.
— Levatene la borsa, e il portafoglio e lasciate servirvi.
Salii sul davanzale della finestra, staccai la carruccola di ferro, la
misi dentro la secchia, con alcuni pezzi di mattone, ci legai d'intorno
i panni, e poi sospeso l'involto a perpendicolo dove giudicai avesse
a trovarsi la bocca del pozzo, lo piombai giù; — il tonfo che fece
rompendo l'acqua, mi chiarì che io aveva mirato giusto.
Me ne dolse, e dio che mi vede il cuore sa se dopo l'angoscia
di lasciare lo zio io ne soffrissi altra pari nel mondo, ma così
persuadeva il dovere; — dopo avere fatto fare il tuffo ai panni, apersi
l'armario, remossi la cortina doppiamente cara per reverenza religiosa
e per amore filiale, e svelai agli occhi di quel più che profano del
signor Felice il sacro buco, dove apposte le labbra chiamai:
— Signora Isabella, venga qua — Più in qua.... più accosto ancora;
io prima di tutto pieno di confusione e di rimorso la scongiuro di
perdonarmi se le ho fatto, senza ch'ella se ne accorgesse, un buco nel
muro....
— Ah! ora capisco...
— Sì, signora, ha capito benissimo, ma a suo tempo e luogo le spiegherò
come non sia indegno della sua pietà non che del perdono: intanto mi
faccia la carità di tappare il buco dalla parte sua.
— E perchè ho io da tappare il buco?
— Veda, signora Isabella, perchè caso mai venissero, come verranno di
certo, i poliziotti a frugare fino quassù non ci mettessero l'occhio...
con costoro ogni pelo serve di bandolo a dipanare le matasse, che fanno
le funi al boia.
— Ma con che ho io da tappare questo buco?
— Diamine! o che non trova in casa arnese da tappare un buco?
— Aspetti, ecco qui un tegame.
— Un tegame! E tegame vada, esclamai, guardando il cielo con ambe le
mani congiunto; ci ficchi sopra un chiodo, poi ci appenda il legame.
— Ecco fatto pel chiodo; ora il tegame.
E ahimè! il tegame si frappose fra il mio dolce desire e me. O buco!
certo io sperava averti un giorno o l'altro a turare — ma però come
Figaro spegne la sua lanterna; — io voglio dire, quando non ce ne fosse
stato più bisogno. O buco! io presagiva ottimamente che ti avrei chiuso
un dì, ma disegnava farlo con un mazzo di penne strappato all'ale
dell'amore; ed ora mi tocca vederti tappato da un tegame!... Angioli
avvocati miei, abbiate cura di farmi segnare su i libri di ragione del
paradiso questa partita di virtù a caratteri maiuscoli.
— Si sa fare la barba? domandai al signor Felice, che buttatosi sul
letto sonnacchiava.
— Che ci entra qui la barba?
— Si lasci servire, e risponda: se la sa fare, sì o no?
— Non me la so fare.
— In questo caso gliela farò io; e versata acqua nel bacile, ci sbattei
il sapone e a lui sbigottito e repugnante invano insaponai la barba.
Mentre dava la striscia al rasoio, io diceva:
— Possibile, signor Felice, che un giovanotto elegante, quale ella
dimostra essere, possibile, io dico, che abbia la testa così dura?
Potrebbe darsi che la polizia nel dubbio di avere sbagliato uscio venga
a rovistare anco qui, e allora importa moltissimo per lei, ed un poco
anche per me che la signoria vostra non sia riconosciuta.
Allora si lasciò fare, ed io gli buttai giù baffi e capelli conciandolo
che Dio ve lo dica per me. Io giuro tutte le antiche divinità, compreso
il Dio Ridicolo[9], che in ciò non misi una malizia al mondo, ma come
lo aveva ridotto era impossibile vederlo e non ridergli in faccia;
avrei pagato un Perù a metterlo davanti agli occhi della cugina
Isabella in cotesto arnese; e bene mi riprometteva cavarmene la voglia
il giorno appresso, ma egli non vi si lasciò prendere come udirete.
Sbarbato e raspato, lo rimisi a letto; di poi presi i miei vestiti
delle feste, gli sgualcii alquanto perchè paressero portati, e glieli
posi sulla seggiola accanto al letto. Per buona sorte la polizia non
venne, chè forse tutte queste cautele non sarebbero bastate; bensì per
quanto fu lunga la notte noi la udimmo tafanare nel casamento allato,
nella casa della signora Isabella e per la strada, ma sul far del
giorno tutto tornò alla quiete ordinaria: allora la signora Isabella
dato un picchietto nel muro rimosse il tegame dal buco e chiamò; ed io
lì pronto di un salto a udirla, il cugino no, che dormiva peggio di un
ghiro; colà ella mi fece sapere che le faccende erano procedute bene,
non avendo la polizia preso sospetto di nulla, quantunque fosse ita a
rovistare fin dentro al camino, e avesse aperto tutte le finestre per
chiarirsi se alcuno poteva svignarsela da cotesta parte: raccomandarmi
il cugino, e addio. Qui lo abborrito tegame mi rapiva la vista delle
mie contentezze.
Destatosi il signor Felice, lo confortai a rimanersene a letto; sarei
uscito io a pigliare lingua delle cose e a tastare il terreno; desse
retta a me, non si movesse da giacere e soprattutto badasse vè!...
non gli saltasse il ticchio di parlare alla cugina, chè i casigliani
potrebbero pigliare sospetto dello insolito rumore, e contarne novelle,
come si costuma tra i vicini, con molto pericolo mio, della signora
Isabella e di lui; e misi in fondo _lui_ per non parere, ma ci calcai
su perchè capisse che il primo prossimo è sè stesso.
— Voi dite giustamente, ed io mi adatterò appuntino alle vostre
prescrizioni, come fa lo infermo agli ordini del medico; solo vi prego
di tornare con qualche cosa da mangiare, e tornare presto, perchè se
mai avvisaste ricondurvi quassù a mani vuote, non ve la cavereste con
una spalla di meno.
— Buona natura quella del signor Felice, eccellente natura lombarda,
generosa, amorosa e sopratutto appetitosa. Non so quanto io restassi
fuori di casa, ma quando tornai pieno le tasche e il petto di bene
altro che di estri febei per sopperire ai bisogni del signor Felice,
il signor Felice era sparito. Fui sul punto di svenirmi, ma molto
opportunamente mi ricorse agli occhi un biglietto sopra la tavola: ci
stesi la mano ratto, lo apersi e lessi:
«Amico carissimo. Due bisogni del pari potenti, comechè di natura
diversa, mi sfrattano di casa sua; il primo tutto corporale, ed è la
fame; vostra signoria tarda, ed io non mi vo' ridurre a fare davvero
la fine del conte Ugolino; l'altro tutto spirituale, ed è la libertà.
Chiuso qui dentro e solo, mi pare proprio di essere già in prigione;
ho preso un libro, ma che vuol ella? In ogni T maiuscolo mi ci pare
vedere una forca; i puntolini sull'i mi hanno sembianza di palle
tedesche; lo Z mi mette i brividi addosso, che arieggia il giudice
processante; che più? Il B, perfino l'onesto B con le due pance mi
richiama alla mente qualche canonico confortatore, il quale mi dica
senza ridere che tra la scala della forca e quella di Giacobbe non ci
corre divario alcuno, perchè menano tutte e due in paradiso. Essendomi
pertanto provato i suoi vestiti ho veduto che mi stavano a pennello,
epperò mi decido a portarglieli via; punto e virgola: non vada però
a immaginarmi un seguace della nequissima setta dei Comunisti, e per
convincerla di un tratto sappia che io mi trovo venticinque mila lire
ben contate di rendita, senza fare capitale su le sperabili eredità di
uno zio e di un cugino; vero è bene che il cugino, noverando un anno
meno di me, nutrisce sopra la mia eredità la medesima speranza che io
ho sopra la sua. Gli è come un palio fra noi; staremo a vedere chi lo
vincerà. La morte tiene in mano la scommessa. In sequela di quanto ho
esposto qui sopra, ella troverà qui dentro tanti biglietti per lire
cinquecento, che mi paiono bastevoli per ricomperarsi altri panni, e
se non arrivano, se la pigli in pace fino a quando ci rivedremo. Dovrei
anche ricompensarla dei servizi di barbiere ch'ella mi ha prestato, ma
essendomi mirato allo specchio....
Devo avvertire che dopo l'avventura del catino io mi ero provvisto di
specchio...
»essendomi mirato nello specchio ho dovuto persuadermi che questi
non si possono pagare eccetto che in due modi; il primo dei quali
consisterebbe nello accomodarla per tosatore _in capite_ con qualche
proprietario di pecore; il secondo non glielo voglio dire; quando
ci rivedremo potrebbe darsi che glielo facessi provare. In grazia
sua mi toccherà a stare sei mesi in casa, come si narra costumasse
Demostene, ovvero adattarmi a venticinque anni a mettere su parrucca.
Siccome io penso svignarmela in Piemonte, così a cominciare da domani
vada alla posta, e chieda lettere per Prospero Castoldi, che io le
scriverò sotto questo nome. A Isabella che dirò? Dirò quello che vostra
signoria giudicherà ch'ella sappia, conciossiacosachè, come diceva
padre e maestro Volpacchiotti della compagnia di Gesù, che m'insegnò
la rettorica, io non sia di testa così dura secondo che parve avere
la degnazione di credere vostra signoria, da non conoscere che l'ago
calamitato del cuore della mia cugina passo passo si vada accostando al
suo polo magnetico. Pazienza. _Quand on n'est pas content il faut être
philosophe;_ ed io sarò contento di saperla in buone mani. Quantunque
non ci sia mestieri, io le raccomando questa cara, degna e buona
creatura; creda che la è una coppa di oro, ed è più savia che ella
stessa per avventura non s'immagina. Certo, quel matrimonio con cotesto
orso di pittore guasta un po' la perfezione del quadro, ma poichè io
le cedo ogni mia ragione sopra la cugina, intendo d'insegnarle un mio
segreto, col quale io mi consolava tutte le volte che mi angustiava
quel pensiero molesto, il quale di per sè è semplicissimo. Ricorra al
lunario. Sì, signore, al lunario, e quivi consideri come i luminari del
cielo, donde noi ricaviamo calore e luce, in capo all'anno due o tre
volte almanco si ecclissano. Il matrimonio dunque della cugina Isabella
col pittore Roberto su in cielo si chiamerebbe ecclissi del sole o
della luna; in terra ella lo dica una frittata di donna innamorata, e
si consoli. Spero in Dio che ci rivedremo nella patria liberata dallo
abborrito tedesco; ad ogni modo in qualunque luogo, in qualunque tempo
amico per la vita. — Felice. — »
Senza stare a inquisire sottilmente se avessi o non guadagnato nella
partenza del signor Felice, e così all'ingrosso ammonito che il
vantaggio superava lo scapito, io mi appressai al buco per darne avviso
alla signora Isabella, che pronta alla chiamata, rimosso il tegame,
ansiosamente domandò:
— Che ci è egli di nuovo?
— E ci è che il signor Felice non si trova più....
— O Dio! O Dio! esclamò la signora Isabella recandosi le mani al petto,
quasi si sentisse ferita nel cuore, e per tema di cascare si appoggiò
al muro.
Io allora provai un ghiaccio sopra la fronte come se ci avesse
strisciato una tarantola, e subito dopo mi si empì il capo di tanta
malignità da disgradarne quattro giornalisti moderati, esclusa la
_Perseveranza_, ch'è la colomba del mestiere.
Si narra come il cardinale di Richelieu costumasse dire, che se gli
mettevano in mano quattro dita di scrittura del primo galantuomo del
mondo, egli era tomo da farlo sdrucciolare in galera; e cotesto parve
iattanza ai suoi tempi; ai nostri non ci ha chiericuzzo che non si
reputi, e non sia veramente capace di fare altrettanto se non peggio;
però che lo interesse soffiando i suoi consigli nell'orecchio all'uomo
ne contamini in un attimo tutto il suo sangue; di questo ebbi prova
dentro me stesso; cui con la smania di calunniare vennero addosso di
un tratto l'ingegno e il modo della calunnia; onde, attenuata la voce,
dissi:
— O la non si turbi, cara signora Isabella; qui non ci ha cosa della
quale ella si abbia a sbigottire; il signor Felice se n'è andato perchè
non ha potuto più reggere alle mosse per via della fame come qualmente
si ricava dalla lettera, che ha lasciato sul tavolino.
— Oh! che sia benedetto! la me la porga questa lettera; vengo a
pigliarla alla finestra del pozzo.
Ora essendo questo ciò che appunto mi tornava meno, non mi parve strano
di aggiungere un po' di bugia alla calunnia, considerando che le bugie
sono come bicchierini di acquavite ministrati alla calunnia, affinchè
duri di buona lena al lavoro; però subito pronto risposi:
— Me ne rincresce proprio, perchè ho sempre veduto come la più parte
dei malanni, che capitano addosso ai liberali, derivino dalla grulleria
di tenere ricordi o conservare i fogli: per me uso così, leggo prima
due volte o tre la lettera per bene, tanto che nella memoria mi si
registra meglio che il bulino non incide sopra l'acciaio, poi accendo
un fiammifero e le do fuoco, nè la perdo di occhio, finchè io non
l'abbia veduta ridotta in cenere....
— Questo si chiama operare da giovane prudente, e me ne rallegro con
lei.
Prudente! pensai io; questa è la prima volta che me lo sento dire;
quasi stava per voltarmi a vedere se dietro alle spalle ci fosse
persona cui potesse applicarsi cotesta lode più direttamente che a me,
ma trovandomi solo non ci cascava equivoco; andava proprio a me; e mi
ricordo avere pensato non senza amarezza un'altra cosa, che fu questa:
mira! da molte buone parole che ho detto, e da qualche buona opera che
ho fatto me n'è venuto per consueto ingiuria o danno, mentre adesso
che m'inoltro nel mare del furfante, ogni vento comincia a gonfiarmi le
vele.
— Alla svolta si provano i barberi; mala via non può fare a meno che
porti a cattiva osteria.
— Tu parli di oro, Betta; ma persuaditi che più spesso che tu possa
immaginare non va così, tanto vero, che gli uomini religiosi, trovando
in fondo della vita molti conti sbilanciare maledettamente, hanno
insegnato a credere che nell'altro mondo gli angeli o i demoni si
pigliano la scesa di capo di aggiustarli con tanto inferno o tanto
paradiso di giunta, e così credo anch'io.
— Giusto come io le diceva, continuai a favellare con la signora
Isabella, il signor Felice ha scritto che se n'andava prima perchè non
ha potuto sostenere lo stimolo della fame, e poi perchè in questa casa
ci si sentiva affogare, e a parere mio ha avuto torto marcio nell'una
cosa come nell'altra; nella prima, dacchè io gli aveva promesso di
recargli da ristorarsi, e l'ho fatto in copia da bastare a tre pranzi
di Polifemo; onde, se non temessi di acquistarmi taccia di severo,
vorrei osservare che in giovane bennato non sapere resistere nè manco
due ore a questi grossolani appetiti è un gran mancamento, almanco mi
pare.... perchè io non vorrei per cosa al mondo pregiudicare la fama di
quel caro giovane; nella seconda, più presso al paradiso come in questa
casa, o dove mai si vuole egli trovare il sor Felice?
— Non si può negare, noi ci troviamo molto presso al paradiso, ma
non fa comodo a tutti salire quattordici scale per godere di siffatto
benefizio.
— Ah! non è a cagione della linea perpendicolare, cara signora
Isabella, che io mi reputo vicino alle beate sedi, bensì
orizzontalmente.
Questa fu la prima parola colorita di amore, che udì dal mio labbro
la signora Isabella, e me ne increbbe, perchè non si poteva coniare di
peggiore gusto; non se ne sarebbe giovato l'Achillini: ella però come
prudentissima la lasciò cascare fingendo di non accorgersene; io per
calafatare lo sdrucio aggiunsi:
— E badi ad un'altra cosa, signora Isabella; il signor Felice si è
vestito dai miei meglio panni, e mi ha lasciato cinquecento lire perchè
me gli faccia nuovi....
— Oh! questo poi non è gentile davvero.
Se lo Amore si facesse radere la barba, e se fosse ito a farsela
radere dalla signora Isabella, io credo, che quel _non è gentile_ se
lo sarebbe sentito penetrare dentro la pelle sottile e freddo quanto il
filo di un rasoio di rota.
Per allora ella chiuse il ragionamento pregandomi a volerla chiamare
con tre picchietti nella parete quante volte avessi notizie a
parteciparle del cugino, ch'ella si sarebbe affacciata alla finestra
del pozzo per ascoltarle. Frattanto reputare onesto che il buco....
Io visto appena il baleno per aria, che minacciava il povero buco....
di scomparire dalla natura delle cose accorsi sollecito alla parata, ed
osservai con molta gravità:
— Non credere... non parermi _prudente_... e sperare che dopo matura
considerazione dovesse parere anco a lei... la chiusura del buco,
imperciocchè qualcheduno avrebbe potuto acchiappare per aria le parole
dette alla finestra con molto danno del cugino e suo: ad ogni modo se
non ci avessero uditi, ci avrebbero visti, ed ella che giudiziosissima
ed accortissima (voleva mettere un altro sdrucciolo, ma temei sfondare
il foglio) era, doveva conoscere le ciarle infinite delle casigliane,
alle quali basta ogni po' di gomitolo per dipanarci sopra una matassa
infinita di maldicenza.
La signora stette alquanto sopra di sè, poi rispose:
— Lasciamo stare dunque il buco: per tapparlo saremo sempre in tempo.
— Giusto! Così diceva anch'io — e ricevuta e resale la buona sera, ci
separammo.
Io chiuso l'armario ebbi a felicitarmi, dirò meglio, ebbi a
spaventarmi di avere scoperto ad un tratto in me questo tesoro di
arti diplomatiche; pensai farmi annunziare su pei diarii ai potentati
del mondo, che abbisognassero di primi ministri; mi volli bene, mi
onorai, e rammento che mi presi la soddisfazione di baciarmi, la quale
cosa feci accostando le labbra allo specchio; dopo ciò mi assettai
disponendo i cibi davanti a me sul tavolino, e poichè allegria mangia
per quattro, bevvi per otto: ricordo che quando mi prese voglia di
coricarmi, la candela unica mi sembrò moltiplicata fino a sette, quanti
sono i sacramenti ed i peccati mortali, e sebbene mi affaticassi a
spegnerle, più si ostinavano a rimanere accese; per ultimo feci buio, e
andato a letto cotestanotte mi sognai trovarmi nel congresso di Vienna
a tu per tu col principe di Metternich, a cui dopo avere detto una
carta d'ingiurie lanciai un calamaio nel capo, e glielo ruppi dicendo:
to' questa, che me l'ha insegnata un tedesco, — alludendo senz'altro
a Lutero, il quale, per quanto si racconta, trattò il diavolo nella
medesima maniera: alla mattina trovai che in sogno aveva scaraventato
l'orinale nella parete di faccia, e i pezzi ingombravano il pavimento.
Le notizie del cugino non si fecero aspettare; le trasmisi a seconda
del concertato per traverso al buco, che rimase aperto caso mai ne
venissero altre, e vennero, però via via più rare; finalmente cessarono
affatto: non per questo turammo il buco, anzi a furia di vagheggiarlo
mi parve che dal lato destro il contorno non rotondasse bene; e per
quel giorno, dopo che lo ebbi accomodato a modo mio, mi piacque; il
giorno di poi guardandolo anco più attentamente vidi che sgarbava
a mancina, e lo posi in sesto; nè anche così andava a dovere; presi
il compasso per disegnarlo senza errore; ma trovandomi imbarazzato a
puntarne un'asta nel centro ch'era vuoto, ci posi su per traverso una
sbarretta, la quale naturalmente soprammetteva e non poco agli orli
del buco; epperò riuscì disegnato un po' più grande del primo: capiva
benissimo che condurlo a cotesta larghezza tutto in un giorno non
era aria; ma a poco per volta ci pervenni, nè parve se ne accorgesse
la signora Isabella, e non di certo dev'essersene accorta, tanto la
cosa venne naturale. Verso le feste di Natale mi prese il _grippe_
con dolore di capo e febbre da cavalli; la povera signora Isabella
era sgomenta; chi potesse mandare a curarmi non aveva; quanto a lei,
oltrecchè in ogni caso la decenza l'avrebbe trattenuta da visitare
un giovanotto, non si trovava libera di movere un passo dal letto
del marito, che precipitando al suo fine diventava ogni momento più
fisicoso. Teresa, vecchia, se non erano le ale degli angioli, le sue
gambe davvero non potevano portarla su per quattordici scale. Allora,
e mira intelletto di carità che hanno le donne! ella stessa senza
badare da altro allargò il buco tanto che divenne buca, traverso la
quale potesse passare una tazza; ancora mi ammonì che toccandomi a
scendere da letto per condurmi a pigliare la tisana era più lo scapito
del guadagno, e questo era vero; però volle m'ingegnassi trasportarlo
rasente alla parete, dov'era il buco, e per lo appunto sotto di quello,
affinchè stendendo il braccio senza altro incomodo potessi pigliare la
tazza ch'ella mi avrebbe offerto; così la signora Isabella in mezzo a
due infermi vegliava alla cura di entrambi, e al tempo stesso alacre e
animosa attendeva ai ricami. Un gentile l'avrebbe rassomigliata a Igea;
a me cristiano apparve quasi la madonna del popolo in compagnia degli
Angioli della Carità e del Lavoro.
E qui fo punto, perchè a cagione del tanto favellare sono fatto roco:
ella consideri, mio caro zio, che se io non mi sono mostrato pari a
Gargantua, il quale uscito mala pena dal materno alvo chiese da _bere_,
pure sono uomo anch'io, e mi pare che senza bere non potrei tirare
innanzi o male.
Orazio senza rispondergli si risovvenne del tè, e fece per recarselo
alla bocca, ma lo trovò freddo, onde prese a dire:
O sia che tu ti parta, o che ritorni,
Sempre ti provo avverso al sericano
Dei cor letizia tè.
— Per attendere alle tue fandonie ecco ch'è diventato diaccio, però,
Betta, in cortesia vogli andare a scaldarlo da capo.