CAPITOLO OTTAVO

Dove sarà narrato quello che ci si racconterà.

— Ci sono lettere? — domandò la signora Isabella a Teresa, che le recò

secondo il consueto i pochi alimenti di cui ella abbisognava nella

giornata.

— Senza lettere.

E la signora Isabella rabbrividì e si fece bianca, indi a poco il

sangue le si risospinse alla faccia; il di dentro non le si poteva

vedere, ma a giudicarne dalla irrequietezza dei moti parve il bel

sereno dell'anima le si rannuvolasse; però di lieve tornò tanto

tranquilla ch'ebbe balìa di ripigliare il lavoro, e lavorava di lena,

senonchè di tratto in tratto levava gli occhi a mirare l'apertura

talora di colta, e talora a mo' dell'ago della bussola, che per subita

scossa deviato, tremando tremando si accosta al polo, e mi bisogna anco

aggiungere come il moto della signora Isabella spesso fosse spontaneo

e qualche volta no, perchè le pareva udire rumore da codesta parte,

ma levati gli occhi verso l'apertura le compariva fosca come la bocca

dell'inferno, onde ella tornava ad abbassarli sopra il telaio irridendo

alla speranza, che, Dea mansueta e pia, pure tal fiata ha vaghezza di

tormentare come una Furia.

E il giorno appresso, vista appena Teresa, la prima domanda che le

volse fu:

— E lettere ce ne sono?

— Senza lettere, rispose Teresa stringendo le labbra, e sollevando

entrambe le mani. Per questa volta la signora Isabella portò vivamente

la destra al cuore, quasi che le fosse stato ferito, e non potè

trattenere le lacrime, le quali però, voltando la faccia verso

l'apertura, nascose a Teresa.

E l'apertura parve che avesse senso di pietà, imperciocchè, uscita

che fu Teresa dalla stanza, ella prese a rischiararsi con luce sempre

crescente, quasi alba che ceda luogo al sole. Isabella proruppe in un

grido, e s'indirizzò a quella parte come... come... oh! sono pure lo

zotico uomo a lambiccarmi il cervello in cerca di una similitudine,

quando Dante me ne ha fatta una, che qui s'incastona meglio di gemma

dentro l'anello, come colomba vola con ale aperte e ferme al dolce

nido. Ma che diavolo vuole egli significare questo? La signora Isabella

appena affacciata all'appertura caccia uno strido non già di sorpresa,

bensì di spavento, e scappa via coprendosi con le mani la faccia.

Subito dopo s'intesero uscire traverso la finestra le parole:

— Sono io diventato tale da barattarmi con gli spauracchi, che piantano

i contadini in mezzo ai campi di gran turco? E fosse anco così, mi

dica, signora mia, sarebbe gentilezza a farmelo sapere?

— Ma chi siete voi?

— Non lo vedete? Oh! che avete bisogno di consultare il Dizionario

della storia naturale per iscoprire chi sono?

— Come vi chiamate, via?

— Orsù, Curiosità, il tuo nome è donna, mi chiamo Orazio, e sono zio

di Marcello, tutto questo non varrà a trovarmi grazia presso di voi? Mi

fuggirete sempre peggio di un coccodrillo?

— Mi scusi, signore, la sorpresa, la paura... e Marcello dove si trova?

— In prigione.... ma Orazio vedendo che Isabella stava per venire meno,

maledicendo la sua bizzarìa, si affrettò ad aggiungere — ma in casa

sua, per ordine mio, e Betta gli fa da sopprastante.

— Ed ella è arrivato stamani?

— No, signora, arrivai ieri l'altro.., e non mi sono mosso un momento

dall'apertura spiando tutti i vostri moti, ed ascoltando tutti i vostri

detti....

— Ma questo, signore... non mi pare....

— Non vi peritate; dite addirittura che non è onesto, ed io vi

risponderò che avete centomila ragioni; però se non è onesto io l'ho

trovato utilissimo per fare presto e bene. Alla mia età l'uomo pende

al sospettoso. Il diavolo, giova rammentarlo, è cattivo perchè vecchio.

Adoperando questo spediente non vi recava ingiuria, imperciocchè se vi

scopriva lusinghiera, vi avrei barattato i vostri cinque franchi con

cento soldi; se all'opposto buona e santa donna, come vi predicava il

nipote con fiducia piena e larghezza di cuore, vi avrei abbracciato

e detto: — «vieni, cara creatura, a questo seno, che gli uomini non

hanno potuto o saputo intristire tanto, ch'ei non sappia o possa amare,

vieni; dammi una figliuola, io ti darò un padre». Praticando in diversa

maniera ci sarebbero voluti anni, e nè anco sarebbero bastati, perchè,

vedi, la esperienza è simile all'avvoltoio di Prometeo; insegna ma

divora, e le lezioni ella si fa pagare in moneta di cuore, nè compie

mai il suo corso, anzi quanto più ne frequenti la scuola, e più ti

erudisce nella maledetta scienza di sospettare e temere. Ma adesso io,

senza che tu il sapessi, da due giorni ascolto perfino i tuoi sospiri,

speculo il moto e il colore della faccia, seguito con gli occhi il tuo

ago, con te m'inginnocchio a Dio, alle tue preghiere m'unisco, poso il

mio capo sul tuo guanciale, anzi sul tuo medesimo cuore, e ne sento i

palpiti appena nati; — dirò di più... li presento prima che nascano...

e da questa intima, indiscreta e disonesta conoscenza di te ne deriva

questo, che io ti supplico a darmi una figliuola in te, mentre io ti

prometto in me un padre di amore. —

Della favella, che Dio padre parlò prima ai nostri genitori, una

parola sola rimase fra noi, e questa parola è _perdono_, così almeno

cantava in poesia il vescovo Isaia Feignez; lo dice egli, e sarà,

ma se dello idioma divino ci avanza tanto scarsa reliquia, bisogna

dire che ci lasciasse interi il suono della voce e la benignità dello

sguardo, con i quali l'accompagnava, perchè la Isabella si sentì presa

da una dolcezza nuova, per cui non poteva fare altro che piangere ed

esclamare:

— Signore! Signore! — Da poi che morì mamma, io non le aveva provate

più... temeva averle perdute... ed ora le ho ritrovate... queste

lacrime.

E non si perdono, se pria non perdi l'amore. Chi peregrina pel deserto

vede talora smarrirsi per la sabbia il rigagnolo che gli dava coraggio;

ma se non cessa l'animo, vada innanzi, che anco in mezzo al deserto

rinverrà ombre di palmizii ed acque dolci, refrigerio della fatica,

premio della perseveranza.

Il signore Orazio non piangeva, ma non si attentava a profferire

parola, anzi neppure a movere atto, dacchè a mo' di tazza colma fino

all'orlo dubitava al minimo urto traboccare ancora egli. Così pertanto,

muti muti, durarono un pezzo, e quando si fu sfocato in entrambi

l'ardente affetto, la signora Isabella disse:

— A fine di conto il torto è mio, che doveva sapere come l'uomo di

grande ingegno possieda sempre larghezza di cuore; ed invero se lo

intelletto è dono di Dio, deve significarsi per via di benefizii: ora

quale maraviglia se io la trovo, caro signore Orazio, qual ella è, e

quale a me correva l'obbligo di conoscere ch'ella bisognava che fosse.

Questo la giovane disse proprio col cuore, ma bisogna confessare

che pensandoci una giornata non avrebbe potuto rinvenire piaggeria

più piacente e più fina. Grazia _gratis data_ alle donne gentili

la è questa, di esalare quasi un profumo perenne di urbanità sia

che favellino, sia che sorridano, o guardino od anco semplicemente

si movano. Con le laudi gli uomini vengono propiziandosi le stesse

divinità e veramente paiono divine se da un lato profferte da anime

sinceramente consapevoli, e meritate dall'altro; e basta per la lode

uno sguardo ed anco una stretta di mano. Quelle fra le lodi a cui

possiamo fidarci meno, sono composte appunto di parole; tuttavolta anco

in questo, chi se ne intende, vede per così dire palpitare il sangue, e

del più puro che scorra dal cuore.

— Questo è discorsino profumato, rispose Orazio, tratto fuori dalla

scatola dove le dame tengono i guanti, vera cambiale, che la vanità

pagherebbe a vista, e forse anco la modestia non lascierebbe andare

in protesto. Ad ogni modo va bene; dunque, figliuola mia, metti le tue

robe nella valigia, chè nella giornata torno a pigliarti per condurti a

Torino, dove ti accomoderò pel momento in casa di Orsola mia sorella,

una buona donna, che potrebbe essere meglio, ma al punto medesimo

centomila volte peggio, e quivi ti starai finchè sposa di Marcello non

entri in casa tua.

— Signor Orazio....

— E dai con questo signor Orazio; tu devi chiamarmi zio... e se ti

riescisse anco babbo, questo mi darebbe più consolazione..

— Dio sa con quanta pienezza di affetto io vorrei fare il piacere suo e

compire il mio desiderio ardentissimo, ma ella non ignora che mio padre

vive, e crederei che... anzi gli recherei torto di certo se mi passassi

del suo consenso...

— Mi pare... giurerei quasi che mi fu detto come non sempre tu abbia

creduto indispensabile il consenso paterno per andare a marito.

— È vero; e di qui la mia colpa e il mio castigo; ma tanto danno mi è

venuto dal mal fatto, e così lungo il rimorso e la vergogna incessante,

che sarei bene non so se più folle o trista dov'io ci cascassi da capo.

Conosco ottimamente che mio padre mi ributterà, e avrà ragione; però

se io offesi una volta l'autorità paterna, tanto più ho da guardarmi da

offenderla la seconda.

— Ed anco questo non fa una grinza, rispose Orazio abbottonandosi il

soprabito fino al mento, io vado diffilato a parlare a tuo padre che si

chiama?

— Omobono...

— È nome onesto: insomma, sta lieta, figlia mia, se il tuo padre

non vorrà fare torto al nome, e spero non lo farà, avrai due babbi,

diversamente uno oggimai non ti può più mancare.

Fattosi insegnare dove avesse banco il signore Omobono Garelli, e

saputolo, Orazio si condusse in certo vicolo angusto e buio, vicolo da

banchieri, vicolo da usurai, dove il sole anco ne' giorni di estate

pareva che passasse di rincorsa per paura che lo prendessero e gli

tosassero i raggi; entrò dentro un portico umido, umide rinvenne

le scale, i muri grondavano: la calce e i sassi tu avresti creduto

sudassero dalla pena per gli scannamenti che toccava loro a vedere

commettere ogni giorno là dentro. Salito al primo piano, gli occorse

una porta con la imposta tinta colore di cenere, e lurida di materia

viscosa al punto dove ponevano le mani gli avventori. Pare impossibile!

Da cotesta sozzura cavano argomento i banchieri d'inorgoglirsi quasi

altrettanto che i soldati si facciano per la bandiera lacera dal

tempo e dalle palle. In cotesto momento la porta del banco del signore

Omobono compariva aperta come quella dell'inferno; forse così operavano

perchè passasse la grave puzza, che esalano per ordinario cotesti

scannatoi, ed era tempo perso per due ragioni; primamente l'odore

sottile così si è fitto nelle muraglie, che appena ne uscirebbe se da

cima a fondo si scanicassero e si rintonacassero poi: in secondo luogo,

nè ammonizione di odorato, nè di altro senso, e nè di tutti i sensi

messi insieme varrebbe a trattenere l'uomo da penetrare là dentro. Mira

il bue quando va al macello: egli nicchia, il poveretto, su la soglia,

e punta la zampa, e s'ingegna a dare indietro, ma che gli vale? La

corda lo tira, e relutante o no la mazzuola lo aspetta: ora la cupidità

e l'interesse tirano gli uomini più e meglio, che la corda non tiri il

manzo.

Parte della prima stanza del banco del signore Omobono andava divisa al

pari di tutti gli altri banchi da un assito, dietro il quale ruggiscono

dalla fame, quasi bestie feroci, i commessi registrando i divoramenti

nel libro _maestro_ del principale, mentre il diavolo per di sopra le

spalle loro ne piglia nota nel suo iscartafaccio per trasportarli a

comodo sul gran libro _maestro_ dello inferno. Orazio, alzati gli occhi

per mirare che razza di cielo coprisse cosifatte spelonche, incontrò

depositate su certe tavole casse colore di cenere col millesimo e la

cifra del banchiere tinti in nero, onde non potè astenersi da pensare

ai sepolcri dei Parsi, i quali costumano mettere in alto i cadaveri dei

defunti; quantunque tra i sepolcri dei Parsi e queste casse mortuarie

una grandissima diversità ci corresse, la quale era questa, che i Parsi

ci mettevano i cadaveri, affinchè gli avvoltoi ne divorassero le carni,

mentre in coteste casse gli avventori ci erano depositati ormai ridotti

alle nude ossa.

Di un tratto uno dei commessi affacciò il muso fra i colonnini, che

incoronavano lo assito dentro il quale egli stava rinchiuso, e aperta

la bocca guarnita di denti rari e acuti, vere lesine di osso, disse ad

Orazio:

— A lei, si diverta.

E al punto stesso gli gettò un foglio, sul quale volgendo lo sguardo

egli conobbe essere la nota del ragguaglio dei cambii tra piazza

e piazza; però la rese subito, onde il commesso gentile, volendo

divertirlo ad ogni modo, gli dette il prezzo corrente delle derrate

che si vendevano sul mercato. Orazio alzò la mano, e involontario fece

l'atto di cui si scaccia una mosca dal naso, ma non gli giovò, chè un

sensale accostatoglisi gli disse in aria di mistero:

— Se vostra signoria ha da impiegare partite di danari, io posso

proporle un negozio _magnifico_; un mio avventore si disfarebbe di

dieci ed anche di venti, volendo, ancora di trentamila fiorini di

rendita austriaca.... creda, mio signore, che ci è da _realizzare_ alla

liquidazione in fine di mese un _brillante_ benefizio... e tanto di

colla mi riesce simpatica la sua fisonomia, che renunzio verso di lei

alla mia mediazione.

— Grazie! non ho moneta a dare.

E considerando che costui si accingeva ad insistere, per tagliare corto

rispose:

— Anzi vengo per prenderne.

Allora costui fece greppo come i fanciulli quando vogliono piangere,

e senza pure salutare si allontanò. Subentrava un altro mezzano, che

trattolo in un canto, gli bisbigliò dentro le orecchie:

— Sono _incantato_ di vederlo scapolare dalle mani di cotesto

imbroglione giallo di fuori e nero per di dentro; un rinnegato, sa

ella?... un vero traditore della Italia: noi intendiamo servirla da

patrioti, e _gratis_, ci s'intende, come si usa tra patriotti. Se

desidera, noi possiamo provvederla di fondi piemontesi quanti desidera;

sta in suo arbitrio scegliere: ce n'è del 1819, del 1831, del 34,

del 48, del 49, del 50, del 51, del 60, del 61, ed altri se ne vuole.

Negozii _serii_, negozii _solidi_, e per sopra mercato _patriottici_:

perchè la patria, veda, mio signore, è tutto. Senta, e qui la voce

già sì sommessa affievoliva fino al susurro: ci ho anco un altro

negozio meno _serio_, in vero, e più _rischioso_, ma chi non risica

non rosica... io non le sto ad accennare nè anco gli utili che ne

deriveranno, perchè si sperano superiori ad ogni previsione, e a dirne

solo mezzi temerei incorrere nella taccia di _esagerato_... io che

ho nome di _positivo_! Bisogna però aspettare che la Italia sia tutta

libera... tutta unita... in una parola posso servirla delle cartelle

dello imprestito Mazzini...

— Mi duole veramente, rispose Orazio, ch'ella abbia preso un granchio

che le morderà le mani, perchè ha da sapere che io sono uno ispettore

di polizia venuto di fresco da Venezia, onde in nome di sua maestà

cattolica....

— In questo caso sono lieto di essere dei primi a fare la conoscenza

del mio superiore, poichè mi trovo onorato di servire...

— Da spia?

E l'altro gli stette davanti nell'atto della parentesi che chiude

il periodo; poi fatto un risolino da iena quando ha disotterrato

il cadavere, girò sui calcagni, e andossi con Dio, o piuttosto col

diavolo.

Partito quello, eccotene un altro; e poi gli uomini hanno il coraggio

di dire fastidiose alle zanzare; questo si pose innanzi tratto

a screditare, secondo vuoi ragione, gli altri due, e i negozii

che proponevano; egli si esercitava al collocamento di _azioni

industriali_; ne aveva di ogni maniera, strade ferrate di tutto

questo mondo, e credo qualcheduna eziandio dell'altro, di ferriere,

di cartiere, di gassi, di conce, di saponiere, di bigattiere, di

gualchiere, perfino di fabbrica di pallottole di giaggiuolo per

mettersi dentro ai cauterii, insomma un diluvio; e se una era buona,

l'altra non canzonava. Orazio se lo levò d'intorno confidandogli a muso

tosto che anch'egli veniva per proporre al signore Omobono di pigliare

parte alla impresa di estrarre l'olio dai gusci delle chiocciole.

Rimasto solo, Orazio si volse a considerare il via va e il via vieni

dei miseri montoni, che entravano nella spelonca di Polifemo; quinci

udivansi belare prima in suono di stizza, poi in suono di pianto; per

ultimo tacevano, ed indi a poco si vedevano uscire tosati fino alla

pelle; parecchi grondavano sangue, e ad onta di ciò pareva che avessero

per bazza di non averci lasciato la carne e l'ossa.

Quando venne la volta di Orazio egli entrò, e secondo gli dettava la

sua indole già si poneva a inventariare ogni arnese della stanza,

ma non gliene concesse balìa il signore Omobono, il quale con voce

arrotata gli disse:

— Che volete?

Orazio allora gli ficcò gli occhi dentro gli occhi, e glieli vide neri

e lustri così che parevano fatti davvero di bitume giudaico: giallo

nella faccia con la barba verde pari a lucerna di ottone, la quale per

difetto di pulitura abbia preso il verderame: altre cose avrebbe egli

considerato, ed altre ne riferirei io, se il banchiere insistendo non

avesse replicato:

— Sbrigatevi, il tempo è moneta; che volete?

— Avrei da parlarvi...

— Si capisce... e vi ascolto.

— Da parlarvi di affari gravi....

— O gravi o leggeri, spero di poterci attendere, se ci troverò il mio

utile senza ricorrere ad altri.

— Però vi avverto che non spettano al banco, bensì alla famiglia....

— E li chiamate gravi?

— Mi pareva che la famiglia dovesse premere....

— Avete creduto pessimamente; prima di tutto bisogna attendere agli

affari. Chi prepose agli affari le altre faccende capitò male, e Archia

informi, che ne rimase morto. Dunque adesso non posso distrarmi dai

miei negozii; stasera alle sette e trentacinque minuti vi attendo a

casa; informatevi in banco dove sto di casa, colà udrò quanto avrete a

parteciparmi: addio.

E mosso due o tre passi di contro al signore Orazio, egli piegò

bruscamente il capo a mo' di montone che si apparecchi a cozzare;

il signore Orazio per non ricevere la capata nel petto ebbe a

indietreggiare; il signore Omobono quanto l'altro cedeva terreno, egli

ne acquistava sottentrando veloce, e rinnovando lo inchino minaccioso,

sicchè da un lato dando indietro, dall'altro incalzando, il signore

Orazio sbalordito, senza quasi accorgersene si trovò spinto fuori

della stanza del banchiere. Orazio, comecchè gli paresse duretto, si

erpicò per le quattordici scale, che menavano alla casa della signora

Isabella, e quivi con esso lei si trattenne consolandola fino a sera.

_Monsieur Horace Magni_, gridò un servo vestito di assisa celeste

coi calzoni corti e calze di seta, sollevando una portiera di velluto

cremisino, e Orazio si trovò petto a petto del signore Omobono: visto

appena ch'ei l'ebbe, disse nel suo segreto: _quantum mutatus ab illo_,

come Enea quando gli apparve Ettore in sogno; però il signore Omobono

era mutato in meglio, il rasoio aveva se non tolto, almanco diminuito

l'odiato verde della barba, e la fama dell'uomo che stava per entrare

gli aveva sospinto verso le guancie una sfumatura di vermiglio, che

gli uomini intendenti delle varie qualità di rosso use a comparire

sopra le guance dell'uomo, avrebbero battezzato per un crepuscolo della

vergogna: forse di ciò era niente, e lo si doveva attribuire piuttosto

all'agitazione che il pasto suole mettere nel sangue; ad ogni modo un

po' di rosso su la faccia ei ce lo aveva. La sua fisonomia arieggiava

alla lontana quella della sua figliuola, io mi figuro come Lucifero

san Michele, però che a fin di conto eglino erano fratelli, e tutti

figliuoli del medesimo babbo; e ciò tanto più di sicuro in quanto

che il padre gli avesse creati tutti da sè senza lo aiuto di altra

creatura, e, tranne i suoi, senza miscuglio di altri ingredienti. Il

signore Omobono con perfetta urbanità accogliendo Orazio così favellò:

— Mi sento lieto ed onorato di ricevere nelle mie povere case (e qui

girò intorno gli occhi come per incombensarli di fare lo ufficio di

Cicerone in cotesta sala riboccante di lusso insolente) un uomo, che

pel suo ingegno e per le sue virtù empie di giusto orgoglio la Italia.

Non si poteva dire cosa più tronfia, e poi venne accompagnata da tal

suono di voce, che parve cugino a quello che adoperano i ciarlatani

in fiera, quando vendono l'orvietano ai contadini, onde Orazio un po'

rotto rispose:

— Io non credo, mio signore, io non credo che sieno in me le belle

cose, che voi vi compiacete immaginare: ma quando anco per supposto ci

fossero, non meriterebbero lo elogio che, mercè vostra, mi compartite;

non lo ingegno, perchè viene da Dio ed ei lo impresta agli uomini; non

la virtù, perchè è dovere: il galantuomo pare bestia rara soltanto nel

paese dei ladri.

E di questo discorso la metà era anco troppa per mandare a male

un trattato ottimamente imbastito; figuratevi il nostro non anco

incominciato.

Omobono di subito annuvolatosi, dopo avere accennato a Orazio che

sedesse, si assettò pure egli e soggiunse:

— Signore, apprenderò volentieri la causa alla quale devo l'onore della

vostra visita....

— Voi avete una figliuola....

— Io? No.

— Come! non avete una figliuola, se me lo ha detto ella medesima?

— In questo caso ella ne sa più di me... e può darsi che i figliuoli

in fatto di derivazione conoscano più addentro che i padri possano

ragionevolmente affermare.

— Questo è un discorso fuori di squadra, sbieco addirittura. Non aveste

moglie?

— Io l'ebbi.

— E non l'amaste viva?

— L'amai con tutto il cuore.

Orazio all'udire la parola cuore sopra le labbra di Omobono gli vibrò

uno sguardo di sotto in su che parve una sassata.

— Ed ora morta l'odiate?

— Anzi l'amo due cotanti di più.

— E perchè, dunque, vi attentate oltraggiarne la memoria?

— Signore, voi avete moglie?

— Non l'ebbi mai.

— Ammogliato capireste a volo quello che scapolo non intenderete nè

anco coi commenti. Due sono i giorni dolcissimi della vita maritale;

il dì che la sposa entra in casa co' suoi piedi, e l'altro che n'esce

portata in quattro. Comprendereste eziandio di un tratto come tre via

dodici fa trentasei, che si può nel matrimonio dubitare di parecchie

cose senza offendere la fama dei vivi nè la memoria dei morti, e nè

anco a scapito dell'affezione che i coniugi hanno a conservare tra

loro.

Al signore Orazio parve bene affrettarsi a uscire fuori da cotesti

ragionamenti come da un sentiero melmoso; epperò ricondusse il discorso

sopra la signora Isabella.

— Dunque voi avete una figliuola?

— Io la ebbi.

— La quale per sua somma sciagura provocò il vostro sdegno...

— Sdegno! no; vi paio sdegnato, io? Ella tolse marito senza il mio

consenso, ed ella se lo tenga.

— Il suo marito è morto.

— Sì, mi pare che qualche cosa come di morte mi venisse all'orecchio.

— Ve lo scrisse ella medesima e ve ne chiese perdono.

— Perdono! Col domandare perdono, caro mio, non si salda la offesa

meglio che con la volontà di pagare non si saldi il debito.

— E la vostra figlia ha bagnato con le lacrime il pane del suo

pentimento; ella ha patito la fame, ella per iscaldarsi le dita,

per continuare il lavoro notturno non ha avuto altro calore, eccetto

quello del proprio fiato... miserie che l'animo viene meno a riferire

soltanto... perdonate, signore, al vostro sangue.

— Io non perdono mai.

— Oh! non lo dite; pensate che guai a me, guai a voi, se un dì fosse

risposto a noi altri in quel modo! Che abbiamo noi a offerire a Dio in

espiazione delle nostre colpe se non il pentimento? Che può meritarci

la salute dell'anima nostra se non il perdono di Dio?

— Già! sta in chiave; il diavolo quando invecchia si fa eremita. Voi

siete diventato beghino; ho indovinato?

— Io mi professai sempre cristiano; ed ho creduto di favellare con

cristiano: avrei per avventura sbagliato?

— O che vi siate apposto al vero, o immaginato il falso non fa il

caso; questo tenete per fermo, che il pentimento di cotesta donna non

mi muove; circa al perdono le tornerà più facile ripescare una spilla

caduta nel naviglio grande, che recuperare la mia grazia; la miseria è

pena condegna alle sue colpe.

— Ed anco colui, che avesse consigliato questa colpa a danno degli

altri, credete che avrebbe diritto di mostrarsi tanto implacabile? Tu

sarai misurato con la tua misura, lo dice il Vangelo.

Ogni vermiglio scomparve dalle guancie del signore Omobono, che

ridivenne tutto giallo; tacque alquanto; poi con voce repressa riprese

a dire:

— Signore, posso servirvi in altro?

— Io era venuto principalmente per questo, ma non solo per questo.

Dovete sapere che io ho un nepote...

— Me ne congratulo con voi....

— Questo nepote mi amareggiò co' suoi trascorsi la vita.

— Me ne dolgo con voi. E voi lo avrete senza dubbio maledetto?

— No signore, l'ho perdonato.

— E' sembra che siate di facile contentatura.

— Non tanto; io l'ho punito, e nel punirlo ho pensato come del suo

fallire parte n'era colpa egli, parte il bollore del sangue giovanile,

parte il reo costume e i tempi perversi, e parte io.

— Voi?

— Sì, signore, per colpa mia, perchè non essendo sortito alla dignità

di padre, non ebbi in dono l'arte di prevenire o di provvedere,

d'insinuarmi nel cuore e d'ispirare riverenza, insomma o non volli, o

non seppi esercitare tutte le qualità di padre: questa, e non altra,

è la mia parte di colpa. Però come a parte della colpa io mi offersi

a parte della pena; e se abbia sofferto nella trepidazione di morire

privo di uno del mio sangue che mi chiudesse gli occhi, Dio, che tutto

vede, lo sa. Quanto al nipote, deliberai che se un giorno mi tornasse

pentito e corretto, io gli avrei aperto le braccia come se non avesse

mai errato; la Provvidenza mi ha benedetto con questa grazia, e la

mia anima ne ha sentito un giubilo tanto grande, che pari, io penso,

non avrei mai provato se il mio nepote non si fosse mai dipartito dal

retto cammino: e qui devo dirvi che rimase piacevolmente umiliata la

mia presunzione, perchè io opinava che la parabola del figliuol prodigo

andasse un po' carica di colore, parendomi strano che il padre avesse

più gioia del figliuolo colpevole e pentito, che dell'altro rimasto

perfetto; ma a prova ho conosciuto che Gesù Cristo in questa come in

ogni altra cosa ha ragione — sempre ragione.

— Tutto ciò è bello, e, se volete, anche sublime; quanto a me, scusate,

io l'ho per barocco, che mi sarei aspettato stasera piuttosto farmi

frate, che udire discorsi così garbati e religiosi, massime dal signore

Orazio, che gode per le cinque parti del mondo riputazione di empio, ed

io credeva, vi chiedo scusa da capo, non affatto demeritata. Però come

in tutto questo entri io veramente non so vedere.

— Eccoci alla stretta; con un po' di pazienza, non dubitate, tutti

i nodi arrivano al pettine. — Mio nipote bandito dalla casa paterna

venne a Milano, qui conobbe Isabella; in grazia di questa cara creatura

io ringrazio il giorno e l'ora, che lo mandai fuori di casa; dacchè,

sua mercede, egli ritorni il più degno figliuolo e utile cittadino e

perfetto gentiluomo, che si potesse mai desiderare.

— Se altri che voi mi venisse a contare di questa sorte novelle, io

terrei che si pigliasse gioco dei fatti miei; che Isabella fosse un

fiore di virtù me n'era accorto anco troppo, ma che fosse diventata

una _via del paradiso_ non me lo sarei a mille miglia aspettato; tanto

meglio; pigliatevela per voi, fatela rilegare in marocchino, dorare

nelle intestature e tenetevela su lo inginocchiatoio per vostro uso,

quando vorrete dare innanzi un passo sul cammino della perfezione.

— Il giovane prese ad ammirarla (continuò a dire Orazio, senza badare

alle canzonature di Omobono) come cosa santa, e voi sapete, o forse

non lo saprete, e ve lo dirò io: nel cuore dei giovani l'ammirazione

trapassa presto ad un sentimento più tenero, e mio nepote amò vostra

figlia. Ora, ed anco questo è di natura, le donne gentili di leggieri

rimangono prese pei loro convertiti, ed anco

_Amore a nullo amato amar perdona_

ha detto il massimo dei nostri poeti, che si chiama Dante, come voi

avrete qualche volta sentito dire; insomma i giovani si amano e si

vorrebbero congiungere in matrimonio; circa al mio consenso io lo

do col cuore e con la lingua, e se potessi con tutti i sentimenti

dell'anima e del corpo, ma ciò non basta; la figlia vostra per dovere,

noi altri per convenienza imploriamo il vostro.

Io protesto solennemente di non avere mai visto il diavolo, e ormai

vivo sfiduciato di vederlo; però mi immagino che egli avesse a ridere

come il signor Omobono rise, alloraquando un santo casca in tentazione;

di fatti balenando un lampo di malignità esclamava:

— Ella è una dote, mio rispettabile filosofo, che voi siete venuto a

uccellare?

Che Orazio fosse filosofo lo diceva la gente, quanto a lui non ne

sapeva nulla, bensì sapeva che veruno gli aveva detto una ingiuria

in faccia impunemente, sapeva che in gioventù aveva avuto le mani

più lunghe delle parole, ed anco adesso in età matura non gli erano

diventate più corte: sentì pertanto farsi un tuffo il sangue, in volto

diventò livido e sbalzò dalla seggiola co' pugni stretti, ma di repente

gli si affacciò alla mente la immagine di Isabella, la quale, pari alla

stella del mare che al suo apparire abbonaccia la tempesta dei venti,

ebbe virtù di placare su lo istante la collera di Orazio; ond'ei tornò

a sedersi, e quando gli parve essere abbastanza padrone di sè, si levò

da capo e pacatamente disse:

— Voi vi siete ingannato, signor Omobono — e la prova è questa. —

Qui si trasse dal portafogli due scritture in carta bollata, le quali

porgendo al signore Omobono soggiunse: — piacciavi leggerle, e siatemi

cortese di serbare l'una e rendermi l'altra firmata da voi.

Omobono prese la prima, che gli veniva porgendo Orazio, e lesse:

«Io sottoscritto, in contemplazione del consenso, che il signore

Omobono Compagni da al matrimonio della sua figliuola signora Isabella

col mio nepote Marcello, dichiaro di mia propria volontà di rilevare

il prelodato signore Omobono Compagni da qualunque domanda di dote o di

alimenti potesse in ogni tempo essergli mossa dalla sua figlia signora

Isabella, obbligandomi di certa scienza e libera volontà di costituirle

l'una, e provvederla degli altri col mio patrimonio....»

— Egregiamente! ci è la sua brava firma, la recognizione del Notaro,

il tutto in regola. Signore Orazio, voi siete una perla di uomo. Ma

perchè dunque non me ne avete parlato in banco? Questi sono affari,

anzi affaroni, così Dio volesse che ogni giorno me ne capitassero dei

simili....

— Leggete questo altro.

«Io sottoscritto Omobono Compagni, desideroso di annuire alla

richiesta che mi muove con rispettosa sommissione la mia figliuola

Isabella, presto ad ogni fine ed effetto di ragione il mio consenso,

affinchè conduca per suo legittimo sposo il signor Marcello del fu

Giandonato Magni possidente domiciliato a Torino; e detto mio consenso

accompagno con la mia paterna benedizione, e con gli augurii della loro

prosperità.....»

— Per eccellenza! augurii e benedizioni a carrate, purchè non si tirino

fuori quattrini.

Chiamò il servo, e gli ordinava portasse il calamaio; il servo glielo

recò sontuosissimo di argento dorato, nè forse da calamaio di argento

uscì mai inchiostro per firma così turpemente abbietta e avaramente

snaturata. — Resa la carta, il signor Omobono inchinatosi disse ad

Orazio:

— Posso servirvi in altro, signore?

Ciò fu profferito col più bel garbo del mondo e con voce da disgradarne

la melodia dell'arpa eolia, e non pertanto tradotto in lingua volgare

significava così:

— Levatevi dinanzi agli occhi miei, che voi m'avete fradicio; forse

anco peggio.

Orazio accennò col capo non avere altro, e rizzatosi in piedi, preso

il capello, salutava e partiva. Omobono, o sia che l'allegrezza di

essere liberato dal fastidio di dotare ed alimentare la figliuola lo

levasse di sentimenti, o sia, come credo piuttosto, per istrazio del

signore Orazio, recatisi in mano due doppieri, e quelli incrociati,

lo precedeva rischiarandogli il cammino fino alle scale. Se fu suo

disegno di dare la berta a Orazio, bisogna dire che ne rimase scottato

fino all'osso, imperciocchè questi fingendo di stare sopra pensiero

non mostrò accorgersi dell'atto servile, glielo lasciò compire fino

all'ultimo, e sul punto di congedarsi, tratto fuori la mano di tasca,

gli porse uno scudo; senonchè qui facendo le viste di rientrare in sè,

disse:

— Oh! perdonate, vi aveva scambiato per un servitore.

Onde, come vedete, dall'una volta che si erano visti e trattenuti

insieme questi due uomini avevano cavato argomento di detestarsi per

due vite lunghe come quelle di Matusalemme.

E' non ci ha dubbio; quello che era avvenuto fra il signore Orazio e

suo padre umiliò profondamente la signora Isabella, l'afflisse, la fece

piangere, ma per ultimo tanto più si persuase che sarebbe un mostrarsi

ingrata alla Provvidenza, se ostinandosi a proseguire un affetto

che la respingeva, non avesse accolto due cuori, ch'ella nella sua

misericordia le mandava.

Epperò alla dimani Isabella in compagnia di Orazio se ne andò a

Torino: colà rompendo gl'indugi, in breve ora venne apparecchiata ogni

cosa necessaria a celebrare l'atto del matrimonio. Orazio, secondo

lo persuadeva la sua natura bislacca nello accompagnare in chiesa il

nipote, gli andava susurrando dentro le orecchie:

— E va in regola, ti ho cavato di prigione per menarti al patibolo.

Io vorrei porre qui una similitudine, ma pendo in sospeso se la metto

o non la metto, però che dubiti forte di sentirmi sgridato dai maestri

miei, i quali mi appunteranno di certo che male si accorderebbe con

la semplicità dello argomento: ora però che ho pagato la gabella al

giudizio dei maestri miei mi avventuro a porla.

Come l'ape immersa nel calice dei fiori attende alla dolce fatica,

immemore del sole che si leva o che tramonta, così questi miei

personaggi, chiusi negli affetti domestici, per un tempo non curarono

sapere, anzi non pensarono nè anco se il mondo durasse tuttavia

fuori di loro. E' fu una vita tutta baci, tutta risi, e se piansero,

ell'erano lacrime di celeste voluttà; rugiada divina, che raddoppia il

profumo delle gioie dell'anima! Taluno ripiglia l'uomo felice di avaro

perchè nasconde il tesoro della sua contentezza: veramente così l'uomo

quando è infelice espone indarno agli sguardi altrui il fascio delle

proprie miserie, che non è giusto accusarlo di serbare la sua gioia per

sè. E bisogna anco dire che il felice accomunerebbe le più volte invano

le caste gioie dell'anima; imperciocchè un cuore non senta dolcezza di

altro cuore che sia, se prima di tutto non si disponga alla grazia di

Dio, allora egli vi sparge con mano benefica il seme della pace, e ne

lascia intera la messe ai suoi figliuoli in caparra di quella infinita

che serba loro nei cieli.

Due anni trascorsero, e non si vedeva comparire frutto da cotesto

matrimonio; per quanto un volto umano può prendere la somiglianza di un

punto interrogativo, la faccia di Orazio domandava ora a questo, ora a

quell'altro sposo: ed ora che figure sono queste? La faccia sola però

interrogava, che quanto a lingua, anzichè farla parlare, se la sarebbe

svelta. Ma anco qui vennero consolati, ed un bel giorno Isabella

gittandosi in grembo allo zio, e nascondendo la faccia nel seno di lui,

gli susurrò sommesso nelle sue viscere agitarsi una creatura. Orazio le

cinse con mani tremanti il capo e lo baciò attorno attorno, esclamando:

— Fossero stelle io te le darei del pari, e del pari te le meriteresti,

figliuola mia. Grazia del cielo e tua mercede, hai messo il colmo alla

tua perfezione di donna: perchè che cosa è mai una donna senza prole?

Per leggiadra ch'ella sia, e di costumi santi e amorosa, parrà sempre

un fiore senza odore. La donna senza prole somiglia alla camelia;

questa superbisce nella pompa delle sue foglie bianche, o vermiglie, o

incarnate, o variegate; si profferisce a tutt'uomo, bazzica le liete

brigate, frequenta i festini, folleggia e muore senza compianto come

senza memoria; fiore di baccanale! fiore da femmina senza vergogna

come senza figliuoli! Perano le camelie! Ma la donna giocondata di

figliuoli è pari alla rosa, che lieta dura su la spina nativa quivi

educando i suoi bottoncini, e allorchè il tempo l'avvizzisce, lascia le

sue foglie rimedio ai mali, sollievo ai sensi ottusi, sicchè sovente,

quanto più il verno si discosta dalla dolce stagione la rosa ti manda

all'improvviso un saluto di odore, che ti ricrea il corpo e ravviva

l'anima richiamandola ai dì della primavera, a quelli della gioventù,

primavera anch'essa, ma che passata una volta, non si rinnova più! Non

importa, purchè si rinnovi nei figli o discendenti nostri, ben venga

la memoria della irrevocabile primavera. Vi ha chi rinfaccia lo studio

di procreare nipoti, e lo calunnia come istinto di animo vanitoso o

superbo; le sono grullerie, per non dire peggio, Isabella. Innanzi

tratto la creatura umana propagandosi salda il debito di riconoscenza

a cui le dette la vita; inoltre esercita a benefizio dei figli le cure

di nutrirli e allevarli, che i genitori esercitarono in pro suo, e come

chi si versa in cose male diventa iniquo, all'opposto chi si trattiene

fra cose buone riesce buono; il cuore nostro, Isabella mia, vedovo di

affetti è una lira senza corde, uno anello senza pietre, e comecchè si

possa amare scevri del fine di procacciarsi figliuoli, questo amore,

come ispirato più dalla Venere terrena che dalla celeste, o dietro sè

lascia amaro, o per lo manco passa senza traccia di dolcezza; perchè

se amore non si trasforma muore; egli dura immortale, se a mano a mano

ch'ei muda le penne terrene si circonda di raggi attinti alla fiamma

dell'anima. Tu come donna leggiadra potrai scadere affaticandoti nelle

cure materne, nel desiderio del tuo marito; non isgomentarti; per

dieci che tu perda a questo modo, acquisterai cento di riverenza e di

adorazione come madre. Per ultimo la creatura umana riproducendosi

risponde allo scopo della creazione: vuol'egli sedere a mensa e non

contribuire alla spesa? Non vanità nè superbia ci hanno a movere nello

studio di procreare figliuoli, bensì la idea di non morire intieri. La

vita è una battaglia: da secoli e secoli noi combattiamo la tirannide

e l'errore; non cessarono i giorni delle prove, succederanno altre

contenzioni, altri patimenti; ora se in cotesti tempi che io vedo

con gli occhi della mente, il mio nome sarà chiamato come quello di

un soldato, che non mancai mai alle battaglie della umanità, e se un

uomo uscito dal mio sangue risponderà gridando: presente! scavatemi

quanto volete profonda la fossa, copritemi di terra quanto vi piace,

io non morirò intero. La vita è un cammino verso la perfezione: ogni

nome porta la sua pietra per la fabbrica di questo tempio; certo

la opera si conosce lunga; la calce che lo mura spesso è spenta col

sangue del popolo; talvolta eziandio la opera rimane interrotta, o

pare, ma io credo fermamente che un dì sarà compita, e vedo in cotesto

tempio raccolta la umanità a lodare Dio padre: sciolta dalla servitù

e dell'errore si riconosceranno intero padre e figliuoli e cuore

palpiterà su cuore senza prete fra mezzo. In quel giorno, se una voce

che sia del mio sangue si aggiungerà al coro delle laudi dell'Eterno;

se un raggio della benedizione celeste si poserà sul capo di uno dei

miei discendenti, esulteranno le mie ceneri, e non potendo in altro

modo manifestare il proprio compiacimento, io penso che lo faranno

rendendo più verde l'erba che le copre. La presenza dei figli rende i

buoni migliori, rispettivi i tristi, che anco il demonio si periterebbe

a guastare questi fiori d'innocenza. Cristo amò i fanciulli; non

senza consiglio i pittori cristiani rappresentano i santi e le sante

circondati da pargoletti, poichè come presso i gentili l'olezzo

dell'ambrosia dava indizio della presenza del Nume, presso di un nembo

di angioletti annunziano prossimo Dio. Grande ed arcana è la gioia di

considerare come l'intelletto nei sensi dello infante, massime negli

occhi, si riveli a mo' del giorno per il cielo sereno in un mattino di

estate; prima da oriente appare un grigio perlato, di subito si muta

in bianco, quindi a breve in rosso, in rancio, in croco: all'improvviso

spunta il sole e in un attimo la gloria dei suoi raggi si diffonde per

lo emisfero, che di lui s'innamora; ma non sono questi unici i diletti

che reca un pargolo; ce ne ha altri ancora; che io vo' pur dire, e

questi spettano affatto alla materia: io confesso sentirmi gratamente

commosso dal lato della seta finissima dei capelli di oro, dal calore

pregno di vita di coteste rosse guancie, dalle carezze di quelle manine

più morbide della piuma del cigno; renunzio a descrivere la delizia un

po' troppo acuta, che suscita il riso del pargolo quando la mamma in

un estro di amore materno lo leva in alto come per accostarlo meglio a

Dio, o quando il babbo lievemente vellicandolo nel mento, gli procura

il piacere, che l'uomo forse unico gusta senza scontarlo in rimorso o

in dolore.

E questo Orazio disse tutto di un fiato, con tanta efficacia di gesti

che Isabella, Marcello e Betta ne rimasero attoniti e commossi; anzi

quel benedetto Marcello pure piangendo, per nascondere il pianto, si

fece in furia a pigliare il cappello mostrando uscire, e siccome il zio

gli corse dietro gridando:

— E ora dove vai?

— Mi lasci andare, che io vo a pregare l'arcivescovo che non impegni il

pulpito della cattedrale per questa quaresima.

E Orazio stringendosi nelle spalle soggiunse:

— Non date il santo ai cani e le margherite... ecc.: però Isabella,

piglia tutto il mio discorso per te.

Nè qui solo si restrinsero i benefizii derivati dalla presenza

d'Isabella in cotesta casa, chè Orazio, di Marcello non se ne parla

nè meno, mano a mano addomesticossi con lei; smise la stramberia del

discorso, e qualchevolta degli atti, onde sovente Orazio ebbe a dire:

— Dacchè mi si fece ospite Minerva, è mestieri che tutto intorno a lei

pigli le forme regolari e severe del Partenone.

Faceva ad un punto tenerezza e ilarità come Orazio, messi in un canto

i suoi libri di politica, di storia e di poesia, si circondasse di

trattati di medicina, e quelli giorno e notte leggesse per attingervi

norme a mantenere sana l'amatissima figlia; quanto a tenerla divertita

già non aveva bisogno di pensarci, pure ci pensava e molto. La mattina

si levava per tempo a remuovere dal viale qualche ghiaia male fra le

altre sporgente, perchè quando sul mezzodì ella scendeva a passeggiare,

a caso non le offendesse i piedi; egli moderava la luce dei lumi, egli

solerte persecutore di ogni effluvio odoroso che pungesse più acuto

della violetta o dell'ireos; che più? Prima che sonassero qualche

musica in qualche camera a Isabella, egli andava a sentirla provare

fuori di casa e là dove gli paresse in qualche punto un po' troppo

vibrata, egli per amore dei nervi della figliuola faceva, se potevasi,

moderarne i tuoni; diversamente ne sceglieva un'altra; per lo più stava

al Bellini, vero Tibullo dell'arte dei suoni. — Povero vecchio! Egli

era un miracolo di amore; veruno, e per avventura neppure egli, avrebbe

sospettato che la sua anima serbasse tanto tesoro di affetto.

Finalmente venne il giorno in cui da un capo all'altro in cotesta casa

fu inteso dire: un figliuolo è nato: ridevano i servi, e Betta come

gli altri; poi saltavano, e palma battevano a palma. Per istrano caso

Orazio e Marcello si abbandonarono l'uno nelle braccia dell'altro, e

piansero dirotto così che Isabella con piccola voce domandò:

— Signore, questo pianto mi dà cattivo augurio per la mia creaturina....

— Oh! no... no.... rispose Orazio asciugandosi gli occhi, io rido

subito.... figliuola mia... io piango... io piango... perchè quando

il piacere è troppo, vedi... non si può sopportare... e diventa quasi

dolore. —

E qui da capo proruppe in pianto. Lacrime dì gioia e pioggie di

primavera accrescono la giocondità del volto e dell'erba che bagnano,

sicchè sfogato alcun poco cotesto ardente affetto, essi non avrebbero,

Dio li perdoni, permutato un'ora della gioia presente con tutte le

future del paradiso.

Orazio entrava venti volte l'ora nella camera d'Isabella, e se

trovava il pargolo sveglio non rifiniva di supplicare la puerpera

di posarglielo un po' su le braccia: e quando ce lo aveva, era più

contento di uno imperatore che stringa nella mano la palla dello

impero.

— Babbo, me lo renda, via, ella me lo sciuperà...

— Io?

— Eh! che ci è da fare le meraviglie? Forse non mi sciupò anche il mio

Marcello?

— Sì, ma allora non possedeva in casa la _via del paradiso_; ora caso

mai si sbagliasse, presto tu ci rimetteresti sopra il buon cammino.

— Quando lo battezzeremo noi?

— Quando vorrai. Che ne dici Marcello?

— Mettetevi d'accordo voi altri; per me quello che volete voi voglio io.

— Direi da qui a tre giorni.

— E perchè aspettare tanto. Isabella?

— Perchè... perchè... io penso... io credo che sarebbe bene avvertire

mio padre della nascita del suo nipote...

— È giusto, e lo farò subilo, ma come entra lo annunzio collo aspettare

tre giorni?

— Non so... vorrei m'indovinasse... sono figlia alfine... ed egli padre

mio sempre... e il torto è mio.

Ho capito; sentite figliuoli; io proporrei di scrivere al signor

Omobono annunziandogli che fra tre giorni battezzeremo la creatura;

anco, Isabella, se lo vuoi, potremo aggiungere che tu lo preghi a darti

la consolazione di venirti a vedere; caso mai dentro cotesto termine

non comparisse, senza lui abbiamo fatto il matrimonio, e senza lui

battezzeremo il figliuolo.

La proposta del signore Orazio venne con gradimento di tutti accettata

non solo perchè ottima, ma anco per essere l'unica, che la congiuntura

offeriva. Allora nell'animo d'Isabella incominciò a manifestarsi una

trepidazione, che non era senza danno della sua salute; ad ogni romore

di carrozza che si udisse dalla strada allibiva, voltava sollevata la

faccia verso la porta, e poichè quinci non vedeva comparire persona

sospirava.

— E lettere da Milano, ella interrogava, ne sono venute?

— Non se n'è viste ancora.

Così passarono tre giorni; cadde la disputa se i tre giorni avessero a

decorrere interi, oppure se dovessero reputarsi compiti nella sera del

terzo giorno: prevalse la prima opinione, come quella che forse era più

giusta, e perchè Orazio, secondochè gli persuase la gentilezza, non ci

volle insistere sopra; ma sul termine portato dal quarto giorno non vi

era modo da gavillarci sopra. Lieta sì ma pure offuscata da tenue velo

di malinconia, Isabella sovvenuta da Betta si accinse a detergere e a

vestire la sua creatura; e vi so dire io se fossero sfoggiati a belli

i guancialetti cospicui per trine, per ricami e tutti infioccati di

nastri di raso; davvero cotesta faccia vermiglia in mezzo a bianchi

pizzi se non rassomigliava per lo appunto, ricordava il bottone della

rosa brizzolata dalla brina. Vestito che lo ebbe, Isabella baciò il

pargolo, lo ribaciò, tornò a baciarlo ancora, e poi lo commise nelle

braccia del signor Orazio; sentiva in questo momento la povera donna

sorgersi in petto una voglia infinita di sospirare, ch'ella però valse

a reprimere fino al punto di convertirla in un lungo respiro.

Orazio col pargolo su le braccia disse:

— Ed ora qual nome gli daremo noi?

— Orazio, disse Marcello.

— Orazio, soggiunse Betta.

Isabella piegò il capo, e non disse nulla, per la quale cosa Orazio a

lei volgendo il discorso riprese:

— E la mia figliuola non aprirà bocca in occasione tanto solenne?

— Sono una reietta da casa mia; poichè mio padre non vuole accettare me

nè il figliuolo mio, è ragione che io ed egli siamo tutti e unicamente

vostri.

— E noi non ti respingeremo mai, se tu non respingi noi, stanne sicura,

Isabella: solo dimmi se ti rincresce o no che il tuo figliuolo porti il

mio nome. Su, parla franca...

— Come vuole che mi rincresca? Solo avrei desiderato ne portasse un

altro, o almeno due... mi compatisca, sa!... ma adesso che mio padre lo

rifiuta... lo vedo ancora io... non è possibile...

Orazio considerando che il colloquio affliggeva Isabella, reputò

opportuno troncarlo, ed uscì per andare in chiesa con la balia, il

pargolo e Marcello.

Forse potevano avere scorso metà della contrada, quando videro venirsi

incontro un'altra carrozza tirata da quattro cavalli stimolati a

correre dallo strepito delle fruste dei postiglioni; allora il signore

Orazio, divenuto timido peggio di una femminuccia, cavò il capo

fuori dello sportello per avvertire il cocchiere di scansarsi, ma il

cocchiere non ebbe bisogno di farlo, imperciocchè si udì dall'altra

carrozza una voce che disse:

— Ferma!

E subito dopo si aperse, uscendone a precipizio un gentiluomo vestito

di nero. Orazio lo riconobbe, e a posta sua fatta fermare la carrozza,

ne scese pure egli. Il sopraggiunto gli mosse incontro dicendo:

— Signore Orazio, eccomi presente ad accettare lo invito....

— Signore Omobono, è troppo tardi. Gl'idi di marzo sono venuti....

— Ma non passati.

— Anzi venuti e passati.

— Signore Grazio, voi che fate professione di cristiano vogliate

ricordarvi che Gesù Cristo accolse l'operaio della sera col medesimo

viso col quale accolse quello della mattina, e li giudicò meritevoli di

mercede pari.

— Signore Omobono, io ricordo ogni cosa, ma vedete Gesù Cristo era Gesù

Cristo, ed io son Orazio; voi non siete un operaio, bensì il signore

Omobono, che non può mutare in buono uomo; e poi, a dirvela all'aperta,

quella degli operai era una parabola, nè qui si tratta di piantare

vigna, sibbene di battezzare un figliuolo.

— Oh! allora esclamò il signore Omobono levando ambedue le mani al

cielo, la troppa felicità vi ha indurito il cuore, come a me la troppa

ricchezza: perchè respingete l'assetato? Datemi un sorso della vostra

felicità... Signore Orazio, signore Orazio, pensate che l'uomo può

essere avaro non di danari soltanto. Anco voi come gli altri!.... Vi

giudicava diverso.

— Tolga Dio, rispose Orazio, che io vi compaia minore della estimazione

che voi fate di me; nè questo dico per superbia, no davvero, ma perchè

chi tolse il carico di custodire la onestà ha obbligo di operare in

guisa che per colpa sua non iscapiti di reputazione, ed io tuttochè

indegno, questo carico me lo sono tolto. Venite dunque, voi siete

padre d'Isabella, e questo è sangue del vostro sangue: voi siete più

prossimo a lei per parentela; io mi contenterò di starle più prossimo

per amore... che se vi ci accosterete come me, non io... non io ve ne

porterò astio... volendo sperare che Isabella abbia in sè tanto affetto

da consolare ambedue.

— Ed ella lo possiede in copia da bastare anco a me, mio caro zio.

— Sicuramente che lo possiede! E chi si attenterebbe a negarlo? Ah!

capisco... ho detto voglio sperare; e' fu un discorso fuori di squadra,

ella pena a amare quanto il sole a riscaldare.

— Il nome della creatura quale ha da essere? interrogava il prete

con voce che sembrava si fosse fatta imprestare da qualche raganella,

che suona l'uffizio nella settimana santa, allorchè le campane stanno

legate — e avvertano bene a scegliere nomi di santi che si trovano sul

calendario romano, perchè questo mal vezzo di pigliare nomi di gentili,

i quali per certissimo andarono tutti a casa del diavolo, io non potrei

patire... gli avviso che non mi troverebbero arrendevole fino a questo

punto.

— Ma entrò a dire il signore Orazio, il nome di questa creatura

aveva ad essere Orazio... e mi sembra che sia un nome ortodosso come

qualunque altro, che gode il benefizio di trovarsi sul calendario

romano...

— Non dico diversamente... e può benissimo battezzarsi col nome di

Orazio.

— Però dubito forte ch'ei possa ormai battezzarsi col nome di Orazio.

Il curato lo guardò sbieco per di sopra gli occhiali, sospettoso che

avesse patito ai mezzanini.

— E dunque come si chiamerà egli?

— Non costuma che il battezzando pigli nome dal compare?

— Giusto; massime poi se il compare sia parente.

— Dunque a voi, Omobono, voi siete il compare del vostro nipote;

e sì dicendo gli pose fra le mani il bambino che aveva preso egli,

intantochè volgeva altrove la faccia per nascondere il suo turbamento.

Senza dubbio Omobono non era più quello di prima; se lo aveva punto

l'affetto per la figliuola, ciò accadeva in grazia di uno strano

sconvolgimento avvenuto in lui; nondimanco rimescolavansi tuttavia

nel suo spirito passioni impure come l'orgoglio, la smania che assale

i vecchi avari di vedere perpetuato il proprio nome, il tedio delle

ricchezze, la vanità di una vita ormai priva di scopo, ed altre

parecchie che qui non fa mestieri rammentare; però nel cuore gli era

rimasta una tal quale durezza; ma la bontà infinita di Orazio, il

dolore immenso che soffriva, la semplice grandezza con la quale lo

reprimeva, il sacrifizio che sopportava ebbero virtù di voltarlo sotto

sopra, la terra gli mancò sotto le ginocchia, e due rivi di lacrime gli

sprillarono fuori dagli occhi quasi vena di acqua che di botto sbocchi

dal fesso che si è fatto nella rupe.

— Grazie, diceva, grazie, signore Orazio; se avessi un regno ve

lo donerei: se non fosse peccato, mi prostrerei dinanzi a voi per

adorarvi. Se non lo sdegnaste... e non lo sdegnerete di certo,

io proporrei a voi ed anco qui al signor Marcello, che al bambino

s'imponessero due nomi: Omobono e Orazio.

— Fate voi.

Così il figliuolo d'Isabella fu chiamato al fonte battesimale Omobono e

Orazio.

Orazio e Marcello di ritorno a casa entrarono soli in compagnia del

pargolo in camera della Isabella, che rivide loro e il suo figliuoletto

con tali dimostrazioni di gioia, che se fossero stati reduci da lunghi

viaggi o scampati da pericoli formidabili, ella non avrebbe potuto fare

minori.

— Ecco qua il tuo bimbo; guarda se te lo rendo come me lo confidasti:

guardalo bene, veh! perchè consegnato che io lo abbia, non garantisco

più nulla.

— È tutto sano, tutto vispo, tutto amoroso il mio Oraziuccio.

— Oh! senti, Isabella, ti ho da confessare una cosa.... il tuo bimbo

non si chiama Orazio.

— Non si chiama Orazio? Oh! allora come si chiama?

— Si chiama Omobono.

— Signore! e come può essere accaduto questo?

— Eh! l'uomo propone e Dio dispone, proverbio vecchio.

— Però avverti bene, gli abbiamo messo anco il nome di Orazio; ma

siccome quello di Omobono va innanzi, così sarà chiamato ordinariamente

con questo, non già con quell'altro.

— Dunque prendi, bimbo mio, questo pel nome di Omobono: to' quest'altro

pel nome di Orazio.

— Bacialo, bacialo, perchè credo che con ogni bacio, cara Isabella, tu

imprima una virtù nel tuo figliuoletto.

— Cortigiano! Tanto è, ella stette in corte una volta, e il vezzo della

piaggeria le si è fitto nell'ossa peggio che l'odore del muschio.... ma

ora che mi ribolle... mi conti un po' questa mutazione di nome come la

è andata... qui sotto gatta ci cova.

— Se bo da dirtela proprio come sta la cosa... ecco... il fattorino

della posta mentre stavamo per salire in carrozza ci ha consegnato

una lettera di tuo padre, la quale ci scongiurava con tante pietose

raccomandazioni a mettere il suo nome al nipote....

— Questo non è possibile....

— Come non è possibile? Marcello, diglielo tu se la faccenda sta

appunto come io la ho contata....

— Taci tu... e non dire bugie... se così fosse il padre sarebbe

venuto....

— Eccone una nuova di zecca! Chi sa che diluvio di affari saranno

piovuti addosso oggi al signor Omobono... sicuro, che ei non sia per

venire appena sbrigato, non lo metto in dubbio nemmeno, ma per ora non

si è visto....

— Datemi la lettera.

— Che lettera?

— La lettera dei babbo.

— Ah! la lettera, Marcello, dove l'hai messa la lettera? Io l'ho pure

consegnata a te la lettera.

— Sarà! rispose Marcello frugandosi per le tasche; senza altro la

dimenticammo giù nella carrozza.

— Non è così, il cuore mi dice che non è così... perchè tacete cosa

che può ricrearmi da morte a vita? Da quando in qua diventaste astiosi

delle mie contentezze? Io non vi avrei creduto mai tanto cattivi!

— Questo, abbi pazienza, Isabella mia, gli è un mettere il capitello

sotto zoccolo, tu comprendi quante cure esiga il tuo stato.... può

nuocerti la soverchia commozione.... o il moto un po' violento..... tu

sai che un odore alquanto acuto.... un niente spesso hanno partorito

conseguenze funestissime.

Mentre Orazio si sbracciava con queste ed altre parole a blandire

l'animo agitato della giovane donna, si accorse che gli avveniva di

un buco fare una fossa, perocchè sopra la faccia di lei si alternasse

con subita vicenda il pallore e il rossore, indizio certo d'interna

procella; non già, come ebbe a dire poi Orazio con le sue immagini

sbalestrate, che fossero nuvoloni i quali hanno in corpo grandine

e saette; ma sì nuvolette bianche e minute come pezzetti di lettera

amorosa gettati fuori della finestra da ragazza impaurita, che la mamma

gliela scopra nel seno. Per la qual cosa il dabbene uomo riprese:

— Ora, vedi, il fingerti solo che tuo padre sia presente ti commuove

tanto; pensa un po' che sarebbe se ci fosse davvero!

— Oh! allora mi sentirei tranquilla più del bimbo, che ora mi dorme

accanto.

— Come così è, signore Omobono, venite a benedire la vostra figliuola.

Nonostante i bei propositi Isabella svenne; nè poco ci volle a farla

rientrare in sè.

Tornata ai lieti uffici della vita, ella ed i suoi goderono un'ora che

spesso intere vite si consumano senza provarla, un'ora, per provare la

quale ogni creatura umana reputerebbe spesa bene la vita intera.

Questa è la storia fedele del Buco nel Muro; come la raccolsi io

la contai, a me piacque, perchè se fosse stato diversamente, io non

l'avrei scritta; desidero che piaccia anco a cui la leggerà: ad ogni

modo se gli parrà bella, la tenga per vera, com'è vero che qui fo punto

e me ne vado a dormire.

Il buco nel muro · 第 16 / 20 题