CAPITOLO QUINTO

Betta riportami il thè.

Il giovane con impetuosi passi si fece verso lo zio, e giuntogli

appresso gli si genuflesse davanti, prese a lui male repugnante, la

destra, gliela baciò, e bagnò di pianto. Il signore Orazio non sapeva

in che mondo si fosse; capiva che il suo dovere era mostrarsi, non pure

sdegnato, ma acerbo; si sforzava ricondurre sotto la bandiera l'ira

con gli occhi insanguinati, la contumelia con le labbra gonfie, e il

terrore co' capelli ritti a mo' d'istrice che abbia visto i cani, ma

l'erano novelle; tutte queste cose scappavano quanto più le chiamava, e

ormai si sentiva disposto chinarsi alla capitolazione, ed abbracciato

il capo al nipote, sfogarsi in lacrime sopra di esso, quando per

ventura venne a posare la manca su l'orlo del vasoio dove stavano

tazze, zuccheriera e bricco del thè ormai freddo da un pezzo; il vasoio

messo a leva rovesciò bricco, tazze e zuccheriera; ogni cosa a rifascio

sul capo al figliuolo prodigo; e' fu un battesimo di thè, di latte e

di zucchero. Allora Orazio, rompendo in uno scoppio di risa, si mise in

ginocchio: ridendo dopo di lui s'inginocchiarono Bella, Orsola, Lorenzo

ed Antonio, e tutti insieme presero chi ad asciugare il pavimento,

e chi a raccogliere i frantumi delle tazze, sovente toccandosi con

le mani, e qualche volta cozzandosi con la testa. Intanto Orazio

prolungando ad arte cotesta faccenda andava mulinando tra sè: che

dirgli? come parlargli? lo respingerò? lo abbraccerò io? cuore di pasta

frolla, non sapevi essere ardui i doveri paterni? perchè ti recasti

sulle spalle la dignità di padre? perchè la tieni se te ne senti

indegno? Non capisci che dalla costanza tua, o dalla tua debolezza

può dipendere la sventura, o la onorata vita di questo giovane? Fa di

cuore rocca e rimandalo là donde è venuto... Sicuro, è detta! dopo il

Fiscale della coscienza, entrava a dire l'avvocato. — E poi dopo avere

riso, dopo averne toccate le mani, dopo averlo ribattezzato col thè,

col latte e con lo zucchero? O il battesimo non lava tutte le colpe?

_Asperge me hysopo et mundabor_; e se David ci mise l'isopo e non il

thè, ciò accadde perchè il thè ai suoi tempi non usava.

E Orazio, giù carpone per terra, chi sa quante belle cose avrebbe

discorso su questo gusto, se ormai diligentemente rasciutto il tappeto,

raccolta ogni scheggia, comecchè minutissima, non si vedeva tolto ogni

onesto motivo di rimanersi giù per terra, mentre si erano rilevati

tutti; si drizzò pertanto senza neppure avere deciso, se nel volgere il

discorso al nepote avrebbe adoperalo il _lei_, o il _tu_, o il _voi_.

Qui gli occorse nuovo ostacolo alla politica bellicosa, dacchè vide

Betta, che preso con ambedue le mani il capo di Marcello ci teneva su

fitte le labbra come se volesse bevergli il cervello.

Ecco lì, egli pensò, costui mi ha sciupato ogni cosa.... e non gli

pareva vero che fosse ita a finire a quel modo; però cotesto toccare

terra gli aveva fatto bene; gli aveva dato forza per perdere, come

successe ad Anteo di mitologica memoria, onde con voce tra fosca e

chiara disse:

— Marcello, voi avete sbagliato, il numero tre dista due unità dal

numero cinque...

— Zio ella ha dieci volte ragione: ma ecco ciò che mi ha persuaso a

tornare; si compiaccia seguitarmi nel mio ragionamento....

— Tira innanzi a ragionare.... _arri_! e ringrazia Dio che non ci ho la

frusta.

— Io mi sono fatto a dire: lo zio Orazio accoppia a cuore amante

ingegno eletto; quindi non è da supporsi nè manco per ombra ch'egli

siasi innamorato del numero cinque; no davvero. Parve a lui che non ci

avesse mestiero di minore spazio di tempo per raddrizzare le gambe ai

cani, voglio dire il cervello di suo nipote; ma se questo nipote gli

tornerà in casa innanzi cotesto termine e gli mostrerà buttando carte

in tavola, che senza pretendere di essere esposto alla venerazione

dei fedeli come uno stinco di santo, può stare come un altro

nell'arciconfraternita dei galantuomini secondo la stagione che corre,

lo riceverà a braccia quadre, e gli dirà: tu sia benedetto!

— Eh! Eh! e durò un pezzo a tossire Orazio prima di rispondere; ma chi

avesse potuto vedere in viso cotesti eh! gli avrebbe scorti rossi per

la vergogna, essendo altrettante bugie della gola adoperate da Orazio

per pigliare tempo; all'ultimo disse: eh! cotesto tuo discorso starebbe

in isquadra, ma io non so sopra quale fondamento riposi; chi mi malleva

che non mi torni a casa furfante come prima, più la sfrontatezza per

giunta?

— Io vi mallevo.

— Tu ti presenti a me come nel Metastasio Ezio all'imperatore

Valentiniano, quando gli dice cantando:

«Signor, vincemmo ai gelidi trioni.»

Ed ora mi rispondi come Medea, quando nella tragedia sentenzia:

«Or che resta a Medea? — Medea.»

Tutto ciò mi chiarisce che hai letto Metastasio, e il duca di

Ventignano, non già che tu sii migliorato!

«Non son chi fui

(rispose Marcello declamando sempre a mo' d'istrione)

morì di me gran parte,

Se quel che avanza è roba dozzinale,

Un po' di studio ci adoprando e di arte,

Spero direte: e' non ci è ben nè male.»

Questo in rima; in prosa le ripeto, che tengo carte in mano....

— Ora dimmi via, qual fu il santo, che operò su te un miracolo tanto

miracoloso? Nominalo tosto, — che io gli mandi ad accendere i moccoli

ai piedi.

— E' non fu un santo...

— Dunque?

— E' fu un buco.

Il signor Orazio spiccò un salto come un rannocchio di legno,

lieto trastullo dei bambini, e sentì la bile tornare a gonfiargli i

precordii, nel sospetto di essere cuculiato dal protervo nepote; ma

guardatolo così a squarciasacco, gli apparve tanto ingenuo e rispettoso

in vista, che subito cadde in apprensione gli si fossero spigionate le

soffitte; onde è che percosso da questo pensiero proruppe in un grido

chiamando: — Betta! Betta!

Betta rimescolata gridò:

— Ch'è accaduto, signore?

Orazio, additando Marcello, con faccia sgomenta continuava:

— O Betta! Ecco là Marcello, che pretende di essere guarito dagli

antichi vizi, meglio del lebbroso che si tuffò nella piscina, — ma non

in virtù della piscina, bensì.... o Dio... Dio... in virtù di.... di un

buco. E qui il degno gentiluomo coprendosi con ambedue le mani il volto

singhiozzava....

Ma Betta lì pronta prese a dire: — in verità io non vedo in questa

faccenda motivo di maravigliarci e molto meno di sgomento; un buco

può fare molto bene e molto male; venga qui, signore Orazio, sia

benedetto; la si figuri la buca delle lettere, e consideri quante

cose buone e quante cattive la può portare; una sfida al duello, una

carta d'ingiurie, l'avviso di un incendio, di una seduta accademica,

di un accidente e via discorrendo; per altra parte una rimessa di

quattrini, il saluto di un amico, l'avviso di un matrimonio, un decreto

di assemblea che ti dichiari benemerito della patria, quando vostra

signoria era giovane un invito... lei mi capisce — e se più ne ha, più

ce ne metta: però mi sembra dicevole alla sua prudenza ascoltare con

pacatezza il giovane, e poi, secondo ciò che egli le verrà esponendo,

governarsi secondo il suo buon giudizio.

— Ah! tu sei la linea retta del buon senso, o Betta. — Marcello — poi

disse Orazio agguantando il nepote pel braccio — tu m'hai a promettere

una cosa sul tuo capo.

— Che cosa, zio?

— Quando Betta morirà, che intendo e voglio sia dopo di me, tu me la

impaglierai, e riporrai nello studio...

Per questa volta era Marcello che dubitò che lo zio avesse dato nei

gerundii, onde non senza esitazione domandò:

— Impagliare Betta! e perchè?

— Perchè in Arquata sopra la soglia della casa, che fu del Petrarca,

mostrano la sua gatta impagliata come il genio del luogo; questa non

mi sembra, e non è da filosofi; mentre tu mostrando ai curiosi Betta

impagliata nel mio studio potrai dire — vedano, signori, cotesta donna

quando viveva ebbe giudizio per dodici gatte, e per ventiquattro donne,

— e, se ti parrà — potrai aggiungere — e di uomini, sì in verità di

uomini, compresi tu ed io. —

Poi ridivenuto blando Orazio riprese:

— Marcello, tu non t'impermalirai se non pago la cambiale, che tu hai

tratto a vista sopra la mia fiducia; io non ho assegnamenti di tuo in

mano, lo sai?

— Lo so; così intendeva farle pagare lo _assegno_ solo dopo ricevuta la

mercè, ma e' non mi ha dato tempo di sbarcarla nè anco; — si compiaccia

rammentarselo. Dunque ella prima mi ascolti, e poi mi condanni.

— È giusto! disse Betta.

— È giusto! soggiunse Orazio, anzi per udirlo a bello agio, Betta, non

ti sia per comando, riportami il thè.

E il thè fu portato e versato fumante nelle tazze, ma prima che Orazio

e Betta se lo accostassero alle labbra, Marcello incominciò:

— Arrivai a Milano, dove non mi presi briga alcuna di informarmi quante

miglia distasse da noi l'Australia, contentandomi sapere che l'erano

troppe più di quelle, che io volessi fare; e poichè mi paragonava ad

una nave lanciata seguitai lo impulso, che mi pareva avere ricevuto,

non ismettendo punto, anzi crescendo le spese: se però mi venisse

attorno quella specie di farfalle, che invece di consumarsi le ali

passando di mezzo al fuoco lo consumano, pensatelo voi; ce ne fu di

ogni maniera antica; se qualcheduna nuova, tra queste principale il

perseguitato politico; io ebbi modo di cavarne per mio uso il ritratto,

e glielo mostro. Stia attento.

Il perseguitato politico per ordinario porta i capelli corti alla

soldatesca, i baffi _idem_; gli uni e gli altri lustri di grasso,

profumato o no, non importa; ma per lo più sa di sego; in guisa che per

questo la sua età non apparisce giusta; vero cannocchiale per gli anni

ora li sfodera a cinquanta, e, se gli torna, anco a sessanta; se no gli

tira fino a trentacinque, ed anco a trenta; e se una donna cinquantenne

gli osserva: — come siete giù! vi avrei giudicato più attempato; egli

sospirando risponde: — Ah! madama, per le angoscie del cuore l'uomo

invecchia presto; possa non provarle ella mai, madama, le pene del

cuore. — Allora madama _trova_ che egli può benissimo avere trent'anni

soli, ed anco meno.

Egli veste un abito abbottonato fino al sommo del petto, e talora

ci si vede una cima di nastro; e se gli venga domandato a quale

ordine cavalleresco appartenga, ne dirà uno di Portogallo, o turco, o

tunisino; anche la persona egli tiene su rigida come uomo avvezzo agli

esercizi militari: quanto al fumo, sembra perpetuamente in gara con

la cappa del cammino di una vaporiera; adopera il sigaro; più sovente

la pipa; anche sembra nato gemello con lo stipite del caffè, donde si

muove solo per accompagnare i suoi conoscenti al tavolino per bere con

esso loro di tutto e sempre; poi torna al posto: egli entra in tutte

le liti, di tutti i duelli è il padrino; se riesce a comporre in pace i

duellanti è bene; se non riesce è meglio: solo questa giustizia bisogna

rendergliela; procura che non seguano mai morti; e se prima dello

scontro non era amico di veruno dei litiganti, lo diventa senza fallo

dopo di tutti e due; quando si viene a discorrere di casi successi,

egli è tomo di dire come il conte di San Germano, allorchè presero a

contrastare in sua presenza di un fatto accaduto alla corte di Luigi

XIV cento anni innanzi: — no signori, non andò così, e lo so perchè mi

ci trovava, o, anzi, stava allato di lui col candelliere in mano.

Difatti egli era a Saragozza quando la presero di assalto i Francesi,

e vide proprio co' suoi occhi veggenti scrivere al Palafox il famoso

biglietto: _guerra a coltellate_! — Mina, il Pastor, il curato Merino

gli ha tutti su le dita. In Grecia si trovò a sostenere cadente il

povero Santorre Santarosa a Sfatteria, e fu per lui se si conservò il

ritratto dei suoi cari, ch'egli a furia di baci stinse mezzo la vigilia

della battaglia;[4] e chi tenne per le falde il vescovo Germanos

mentre si buttò di sotto dalla torre di Missolungi se non egli? E lo

salvava se la tonaca di quel degno sacerdote non era troppo logora,

sicchè sul più bello gli si strappò in mano. Egli a Marco Botzaris

suggerì un'insidia, a Miauli un colpaccio disperato, con Canari entrò

nei brulotti co' quali andarono a bruciare i vascelli turchi, ambedue

spensierati e alla carlona come quando si accende il sigaro.

Quanto più ci accostavamo alle nostre parti, tanto più si mostrava

discreto: si era però trovato co' fratelli Bandiera, ma per amore

di Dio non lo dicessero; nelle cinque giornate di Milano egli fu la

mano destra di Carlo Cattaneo; ma avendo preso cura d'imbrattarsi il

viso, non era stato riconosciuto da nessuno. Si afferma viscerato di

Kossuth; fratello di Mazzini; di quei di Francia non si discorre nè

manco. — Donde viene egli? Secondo i paesi dove si trova muta polo. In

Ispagna fu italiano, in Italia spagnuolo, ma a volta a volta ora esce

di Sassonia, ora di Moldavia, ora di Vallachia; e non lo tradiscono i

costumi, nè la favella, perchè fantino fu tratto di casa, e i genitori

lo lasciarono presto orfano, e poi la lingua francese è lì per torre

via ogni originalità, come il bianco di calce per imbiancare qualunque

segno sopra le parete. Per quale diavoleria con tutte queste cose, che

io dico, e molto più, con quelle che io taccio, egli sia stato e si

rimanga a Milano, pare proprio un miracolo, e miracolo maggiore che la

polizia non abbia preso lingua delle sue parole, ch'ei studia moderare,

ma che pure basterebbero, anzi ne avanzerebbero mezze per condurlo

diritto come un fuso allo Spilbergo, o in qualche altra villeggiatura

di S. M. Apostolica.

Siccome il proscritto politico fa professione di comunismo pratico,

non teoretico, ed afferma di più avere versata in altri tempi la

sua messa nella borsa comune con tanta generosità, che nè anch'egli,

pensandoci sopra un giorno, saprebbe dire a quanto mai ascenderebbe,

e ciò credo ancora io; basti questo che a lui non rimase più nulla;

e che non possieda più nulla è verissimo, ed io lo so ch'egli prese a

esercitare sopra le mie povere robe un saccheggio regolare quotidiano,

con tutte le regole dell'arte. La mia guardaroba non si trovava tanto

fornita, che potesse resistere a simili assalti; ma lo fosse stata il

doppio e il quadruplo, in capo ad una settimana avrebbe dovuto votarsi;

inasprito un dì, che io lo vedeva mettersi in tasca il mio penultimo

paio di calze, gli dissi corna; ma egli mi volse uno sguardo di pietà,

e avvoltosi superbamente nelle pieghe del mantello, che mi aveva preso,

rispose: — pur troppo prima d'ora mi sono accorto, Marcello, che da

te non ci sarebbe stato modo di cavarci niente di buono: le vie della

perfezione stanno chiuse irrevocabilmente dinanzi ai tuoi passi: —

tu porti il nome del nipote di Augusto, primo tiranno di Roma; tu

non potrai essere buon repubblicano mai. — Così favellando usciva, e

indi in poi mi fu facile levargli di sotto qualche cosa di mio come

pelare i capponi, che Lorenzo ci mette in tavola lessati. Però devo

confessare, e veda, zio, lo faccio senza corda, non fu il solo genere

mascolino che provai infesto; io ebbe a sostenere la guerra contro

tutti i generi della grammatica; il femminino quanto il mascolino, ed

anco il neutro mi volle dare la sua zampata; chè certo prete mi portò

via venti svanziche per non so qual messa pei morti di Curtatone e di

Montanara. Io, deve sapere, signore zio, ebbi mai sempre trasporto

alla dinamica; onde mi posi a considerare con l'attenzione, che per

me si poteva maggiore, lo strano perturbamento che giusto adesso si

operava nelle sue leggi; per ordinario se piglia una tavola e la mette

in bilico, quanto più aggraverà di peso una delle cime tanto più si

leverà l'altra; ora della dinamica dei quattrini conobbi che la facenda

cammina non solo diversa, ma contraria; difatti in proporzione che il

peso dei marenghi scemava da un lato, il giudizio saliva dall'altro:

tanto e' si era levato in alto che fin là credo ei non vi sia giunto

prima, nè giungerà poi; anzi mi parve miracolo che non gli pigliasse

il capogiro. Il giudizio dal sublime soglio, dove lo aveva sospinto

la imminente miseria, schierò dinanzi a sè i miei marenghi, come si

dice che costumasse Serse i suoi soldati prima di entrare in Grecia,

e conobbe che bisognava affrettarsi a ingaggiare la battaglia, se non

voleva rilevarne una batosta irreparabile quanto vergognosa. Dato il

segnale, ecco comparire sul campo _in acie ordinata_ il locandiere,

la lavandaia, il sarto, il caffettiere, il calzolaio, _eccetera_,

armati fino ai denti dei loro conti, e fulminarmi col fuoco di fila

delle somme finali; combattei al pari di Leonida, giacqui, risorsi, e

grondante sangue per mille ferite rimasi vivo, e vittorioso pagando,

come talvolta anco nei tempi moderni è accaduto a qualcheduno.[5]

Rassegnando i miei dopo la battaglia, vidi che mi erano rimasti giusto

otto marenghi, e per istrano caso un Napoleone I, un Luigi XVIII,

un Carlo X, un Luigi Filippo, una Repubblica, un Carlo Alberto, un

Vittorio Emanuele, un Napoleone III. Due imperatori, cinque re e una

repubblica per 160 franchi non era caro. Però essendomi agguantato

il capo con le mani per bene contemplarli, e cavarne i responsi, mi

parve che Napoleone I prendesse a movere le labbra, e subito dopo un

suono metallico mi percosse le orecchia, il quale diceva: «nè senno,

nè fortuna, scompagnati dalla giustizia, fondano cosa durevole, ed io

fui ingiusto, vinsi battaglie inani, feci del papa una statua di marmo,

che poi cascatami addosso mi schiacciò i calli; il trono, comecchè

coperto di velluto rosso andava composto di ossa umane slegate, onde mi

scrollò sotto, e battei del postione su la terra; infelicissimi casi!

Ma di tutti più infelice l'ultimo, quando dal pulpito di Santa Elena

mi strinse il bisogno di predicare alla terra, affinchè mi amasse, mi

ammirasse o almeno compiangesse; predicai al deserto, e il deserto

delle acque provai più desolato del deserto di arena; imperciocchè

questo taccia sepolto in silenzio di morte, mentre l'altro rompendosi

nelle roccie col suo perpetuo fiotto parve irridermi dicendo:

_bugiardo! bugiardo!_»

Io stava per blandire cotesto marengo afflitto, quando entrò in quel

punto un ultimo avversario a darmi di uno stocco nel petto.

Ma sopra ogni altro feritore infesto

Sopraggiunge Tancredi e lui percote.

Però non era Tancredi, bensì il lustratore di stivali... allora il

fiero capitano s'involò nelle ombre delle tasche del lustratore in

compagnia di una _svanzica_, di una _mutta_, e di tre _centesimi_

parmensi, che gli tennero dietro come le tre furie a Oreste parricida.

_Tantæ molis erat_ saldare il conto del lustratore degli stivali.

Mi volsi per consolarmi a contemplare la faccia Canonicale dì Luigi

XVIII, che ammiccatomi alquanto degli occhi con un risolino susurrò:

«e' si danno tempi, figlio mio, in cui salutare gli uomini col nome

di bovi sarebbe dargli metà meno del loro avere; così vero, che

i bovi bisogna strascinare al macello, mentre che gli uomini si

arrabattano a darti carne, ossa, pelle e corna; e se tu non gli pigli,

si arrapinano; tu bada di accettare dall'uomo dopo cena quello che

ei non ti avrebbe donato prima di colazione; non mica perchè egli non

ti abbia a ridomandare anco questo un giorno o l'altro, ma sì perchè

tu glielo potrai restituire senza incomodo anco co' frutti; mentre se

pigli troppo, ti fia grave renderlo con gl'interessi o senza; ed egli

spogliato di tutto vorrà troppo più, e con modi più acerbi, che se in

parte tu lo avessi lasciato vestito; di questo ti faccia testimonianza

il gramo marengo del mio successore, il quale in fede di gentiluomo

non so come la gente duri a barattare per venti franchi come il mio;

tu però non gli domandare niente; tanto lo ingrullirono le donne e

i preti, che se tu lo interroghi intorno ai negozii di Stato, egli è

capace di risponderti: _ite, missa est_». E continuando il suo risolino

concluse recitando i versi di Orazio sua delizia:

Nos ubi decidimus

Quo pater Eneas, quo dives Tullus, et Ancus

Pulvis et umbra sumus.

Luigi Filippo mi disse pensoso: «giovane impara; io ho creduto che

se fossi giunto a ridurre il mio regno nella formula: ecco io sono il

vostro pane e il vostro vino, la umanità mi avrebbe battuto le mani per

_omnia sæcula sæculorum_; ho sbagliato, l'uomo non è materia affatto,

nè affatto spirito, nè in qualsivoglia condizione il consorzio umano fu

così tristo, che tanto o quanto non si dovesse attendere a soddisfare

lo spirito, o così sublime che ci assolvesse da qualunque cura della

materia. Tu stima gli averi al pari di tutte le cose che possono

dirittamente procacciarti; non gli stimare sopra, nè di più di quelle

cose, che non valgano a procurarti. I quattrini ti compreranno un buon

desinare e un letto soffice, non ti compreranno la buona reputazione, e

la coscienza incolpevole madre dei sonni tranquilli.»

Il marengo della repubblica rappresentava tre figure un po' logore,

due di femmina, forse la libertà e la uguaglianza, sposate da una

terza in sembiante di uomo incamuffato con la pelle di lione, la coda

del quale gli spenzolava giù per le gambe: ahimè! già a vederlo solo

questo simbolo mi dava il mal di mare. La figura di mezzo mi parlò in

questa sentenza: «a volere fondare una repubblica che duri, bisogna che

la libertà e la uguaglianza sieno coniate _nel cuore_ dei cittadini,

non già _su le monete di argento_ e molto meno sopra _quelle d'oro_;

e perchè appunto l'erano coniate _su le monete_ non albergavano _nei

cuori_, onde qui non fummo mai, e di costà cominciamo a sparire.»

Difatti risposi io, la cosa, che adesso mi apparisca più chiara di

questa impronta, è la coda che pende di fra le gambe a te.

«La logica, soggiunse la figura, è l'aritmetica delle azioni umane;

ognuno presume sapere che l'undici viene dopo il dieci, e pure

pochissimi al cimento dimostrano saperlo; tu procura principiare sempre

dal principio, e quando ti affermano che due e due fanno quattro, prima

conta due volte su le dita toccandoti una volta le labbra e l'altra il

naso.»

— Sarà servita, risposi io.

Carlo Alberto passò senza far molto; solo pareva tentasse voltarsi

addietro per vedere, ma il collo di metallo non gli consentì il moto;

allora mi parve che spirasse, ma non lo posso assicurare; venne la

volta di Vittorio Emanuele. Signore che conio! Chi scolpì la effigie

di questo re sopra le monete può vantarsi essere maestro e donno di

quanti mangiano a tradimento il pane dello Stato; certo è che il re

non potrebbe dire a questo operaio quello che disse Carlo V quando

raccolse il pennello a Tizio: «maestro, voi mi avete dipinto un

ritratto da amico; le donne che s'innamorassero di me sopra la vostra

effigie corrono rischio di disamorarsi sul mio originale.» Il marengo

di Vittorio Emanuele anch'egli, acqua in bocca; solo mentre io lo

considerava udii come se una voce mi sussurrasse nell'orecchio destro:

Lunga promessa. . .

Mi voltai per vedere chi fosse quegli, che mi era venuto dopo le

spalle, e non iscorsi persona; ma intanto che piegava il collo per

mirare Napoleone III, dal quale mi riprometteva udire _mirabilia_, ecco

la voce bisbigliarmi nell'orecchio sinistro da capo:

. . . coll'attender corto.

Da capo mi voltai e rivoltai, e persi a un punto la vista dell'ente

arcano, che recitò in due parti il verso di Dante e le parole del

marengo rappresentante Napoleone III, il quale colto il destro si era

messo in mucchio con gli altri, allegro in vista come uomo che sia

passato dalla porta senza pagare la gabella della carne macellata che

ha sotto.

Questo mi dissero i nette marenghi; dopo ciò statuii tenermeli cari

come i sette sapienti della Grecia, e poichè pur troppo prevedeva che

avremmo dovuto separarci, volli ordinare le cose in maniera, che questo

accadesse più tardi, che fosse possibile. In tale intento licenziai la

stanza all'albergo, e mi posi in cerca di un ricovero, il quale trovai

tosto intorno al Duomo al primo piano cominciando a contare dal tetto;

e mi piacque per tre cose; la prima fu un abbaino nella sala, dove

affacciandoti montato sopra una sedia tu potevi fare all'amore con le

tante piramidi del Duomo; la seconda, ch'era imbiancato di fresco, e

così immacolato per virtù del pennello dello imbianchino, quanto la

nostra Donna lo fu in grazia del sommo Pontefice Pio IX; la terza una

finestra nella cucina, donde in venticinque minuti facendo forza di

braccia si poteva attingere un litro di acqua nel pozzo sottoposto;

ebbi letto, ebbi una seggiola con tre piedi, e non mi dolse,

rammentandomi che anco la Sibilla quando dava i responsi si metteva a

sedere sul tripode, una catinella incrinata, una mezzina senza manico;

mancavano i candelieri, ma ciò non fece ostacolo; praticando il mondo,

aveva visto come le boccie servano a illuminare le genti piene e vuote,

vive e morte, e ciò a differenza dei cinque quarti e nove decimi della

umanità che viva non fa lume, e morta anche meno: però, sebbene io

stessi unicamente, non potei dissimulare a me medesimo che pure qualche

coserella mancava...

— Marcello, sono dieci minuti, che io ti ascolto mentre il pensiero mi

ondeggia tra il bevere questa tazza di thè, e lo scaraventartela nella

testa.

— Dacchè ella ha avuto la bontà di consultarmi prima, il mio parere

sarebbe che se la bevesse...

— E il buco com'entra in tutto questo?

— Come! ci siamo vicini, e non se n'era accorto?

— Sospendo fino al buco; poi, uomo avvisato mezzo salvato.

— Dunque precipito il racconto, e taccio come ruzzolassi le quattordici

scale del mio nuovo domicilio; sceso al piano comprai fiammiferi,

comprai stovigli, e siccome passando di su una piazza vidi che un

mercante vendeva stampe all'aria aperta per venti centesimi il pezzo,

mi prese vaghezza di decorarne con qualcheduna, che più mi andasse a

genio, la stanza; mentre io vagava coll'occhio tra un vero giardino di

apostoli, martiri e confessori, ecco percotermi il volto della immagine

della Madonna uguale, a mo' che gocciola somiglia a gocciola, al

ritratto della povera madre mia...

Qui il giovane sostò alquanto con la voce, chè la commozione gli

strinse la gola, e gli occhi si empirono di lacrime. Orazio, che teneva

sempre in mano la tazza, corse furiosamente a cercare il moccichino,

e si soffiò a più riprese il naso o finse. Marcello rimessosi in sella

continuò...

— Sì, signore, tale e quale la madre mia, e terminate le spese, tornai

a casa col fattorino, che mi portava la valigia. In dieci minuti

e sedici secondi aveva dato sesto ai miei appartamenti; restava

a collocarsi la immagine: mi pareva peccato esporla alle ingiurie

dell'aria e degl'insetti; rammentava come la chiesa, solenne trovatrice

di cerimonie, abbia in costume celare le cose sante allo sguardo

continuo dei fedeli, affinchè per troppa dimestichezza non inviliscano,

e di un tratto mi occorse modo d'imitarla: nella prima stanza trovai un

armadio ricavato dallo spessore del muro chiuso co' suoi sportelli per

dinanzi.

Questo è ciò che mi ci voleva. Sarà l'armadio sacro quanto il ciborio,

e consacrato intero al culto materno senza metterci altro, e ciò per

infinite ragioni: principalmente per quella che io non ce l'aveva;

presi pertanto un chiodo e un sasso di cui mi era provvisto in luogo

di martello, e cominciai a picchiare. La parete divisoria nel fondo

dell'armadio avevano tirato su di mattone per taglio, e la punta del

chiodo si era ficcata tra una commessura e l'altra dei mattoni, onde la

calce cesse altramente, che se fosse stata ricotta, e feci un buco.

— Vede, signor zio, se parlava da senno quando le dissi che eravamo

prossimi a questo benedetto buco...

— Tira innanzi...

— Cavai il chiodo maravigliando dell'arrendevolezza del muro, e nel

cavarlo ne usciva un raggio di luce, sendochè la mia sala per avere

l'unica finestra dello abbaino stava piuttosto al buio. La luce mi

persuase a guardare che mondo si agitasse di là dal buco; però ci

applicai l'occhio, e vidi... potenza del cielo e della terra, che vidi

io mai?

— Che cosa, di'? interruppe Betta, la quale, comecchè alla lontana,

quanto a curiosità si vantava discendere da Eva.

— Un angiolo...

— Non mi fa specie, osservò Orazio, stando di casa tante vicino al

paradiso, per ogni lieve stincatura, che si facessero gli angioli,

ti avevano a cascare proprio sul tetto, e aveva l'ale, di', cotesto

angiolo?

— Non l'ale, bensì la cuffia.

— Però senz'ale anche le tazze volano, e in questo dire levò la tazza

del thè come per accompagnare la dimostrazione coll'esempio, ma Betta

pronta gli tenne la mano, dicendo:

— _Priore, udite l'altra parte._

Marcello, che non aveva visto cotesto atto o non lo aveva voluto

vedere, riprese esaltato:

— Un Angiolo, un Cherubino e un Serafino; io l'ho decomposta dalle

ossa fino alla lievissima caluggine del labbro superiore; ad uno ad uno

esaminai i capelli, i vasi linfatici, le palpebre, le tinte, le mezze

tinte, e le sfumature; ella stessa ne giudicherà, signore zio, se vorrà

giudicarne; solo lo avverto, che a descriverle le bellezze della donna

mia mi ci bisogna tempo almeno almeno fino a domani a questa ora, e poi

per quanto dicessi, io non aggiungerei alla quinta parte della metà del

vero.

— Guardati dal farlo; se l'uomo prima d'innamorarsi non perdesse

il giudizio, si tratterrebbe da lodare smaniosamente la sua donna,

contento col dire: _La mi piace_. Lascia all'oste lodare il vino,

che vende. Chi imbianca la facciata di casa è segno che la vuole

appigionare.

— Così è; la mia donna buona per tutti deve comparire bella unicamente

per me. Però zitti a bellezze; e favelliamo dell'altre cose che vidi

traverso il buco; procediamo dunque con ordine, e che io parli delle

stupende virtù dell'_ordine_ non mi pare spediente, dacchè tutte le

ranocchie di tutti i pantani del mondo da un pezzo in qua non sanno

cantare altra canzone eccettochè questa; ogni scrittore parte il suo

lavoro in canti, libri e capitoli; io lo dividerò in _vedute_, perchè

quello che esporrò lo vidi a guisa di mondo nuovo. Dunque, signore e

signori, attenti alla prima _veduta_.

Una cucina nuda, tersa un po' meno di Venere quando uscì dalle acque;

alcuni carboni vermigli quasi dalla vergogna di spandere così piccolo

fuoco, e un pentolino, che pareva chiedesse scusa di accostarsi presso

loro con tanta confidenza; allato alla finestra un telaietto e una

scranna. La cucina aveva due porte; una a giudicarne dalle ferramenta

metteva fuori di casa; l'altra nella stanza da dormire; di vero dal

buio io vidi la metà di un letto dal capezzale in giù, e su cotesto

capezzale, ohimè! la faccia di un giovane disfatto dalla etisia. Era

egli stato bello? Chi può giudicarlo dalle tempie cave, dalle guancie

infossate, dal naso emunto, dalla orrenda strage, che mena questa

infame malattia sul corpo umano? Solo adesso mostrava la chioma e

la barba lucidissime, nere, ed ottimamente disposte, come costuma il

parrucchiere prima di tagliare i capelli che ha comprato; gli occhi

limpidi, aperti, e fondi così, che giù giù ci avresti potuto scorgere

la morte appiattata a mo' d'iena dentro la fossa dov'ella va a cercare

i cadaveri. Su la parete accanto il letto mirai attaccate parecchie

tele dipinte, più o meno condotte innanzi col lavoro, nessuna finita;

onde sembrava che a reputarlo pittore di professione si sarebbe colto

nel segno. La donna faceva un continuo andare dal camino al letto, dal

letto al telaio, per modo che la spola nelle mani alla tessitrice non

va sì spesso nè veloce, ed ora porgeva allo infermo un po' di brodo,

ora una cucchiaiata di pozione calmante, ora una cosa, ora l'altra

secondo i bisogni del morbo; lo rincalzava dolcemente, di tratto in

tratto gli accomodava i lenzuoli sul letto, o gli asciugava il sudore,

e tutto questo con una carità, con tale ineffabile dolcezza che metteva

nell'anima un senso:

Che intender non lo può chi non lo prova.

— Punto e virgola; mi occorre interromperti per due ragioni; la prima

è di farti pagare la gabella pel verso di Dante, che vorresti insinuare

di contrabbando nel tuo racconto, e la seconda è quest'altra che tu hai

promesso infastidirmi in prosa; però se manchi al patto, io mi dichiaro

da parte mia sciolto dall'obbligo di ascoltarti, e me ne vado difilato

a letto.

— _Mea culpa_, ma ella lo sa, quando l'uomo si esalta diventa poeta;

tanto vero, che la poesia sta di casa appresso a Dio; e non avendone in

pronto de' miei, mi valgo de' carmi altrui, alla rovescia dello Zappi,

che in fondo del sonetto:

Il gondolier mentre la notte imbruna,

disse:

Invece degli altrui canto i miei carmi.

Però se la mia umile preghiera può trovare grazia presso di lei, io la

supplico, mio caro zio, a non mi tagliare la parola a mezzo; veda, ella

scombussola tutta la estetica del mio racconto; ella butta un ramino di

acqua fredda nella pentola sul punto che sta per ispiccare il bollore;

ella dà di gambetto al corridore mentre sta per vincere il palio:

questo non va bene; mi lasci andare senza scavalcarmi.

Dove siamo rimasti? Alla carità della donna; va bene; però; però

l'uomo non sembrava rassegnato; e lo compatisco, perchè quanto alla

vita non gliene aveva a premere più di un luppino, almanco io me lo

figuro; ma avere a lasciare così cara, così soave, così bella donna,

oh! doveva essergli affanno da passargli il cuore: per la quale

cosa egli di nulla nulla si arrapinava, accusandola di poco amore,

nè ella rispondeva parola; solo alzava gli occhi al soffitto; e poi

gli richinava al solaio in guisa da strascinare in terra angioli,

arcangioli, troni e dominazioni, insomma da rendere il cielo vuoto come

una casa spigionata; in cotesto sguardo non entrava querela, e nè anco

preghiera, che di lassù la provvedessero di pazienza, come donna sicura

di trovarla inesausta nei tesori dell'anima sua: bensì ci si vedeva

uno scongiuro d'ineffabile istanza, perchè consolassero lui nei suoi

dolori, e lo sovvenissero almeno a soffrire, poichè non gli avevano

consentito di godere. Per quel giorno n'ebbi abbastanza, e turai

il buco con la immagine della madonna, che somigliava la mia madre

defunta.

— E non gittasti via il tuo danaro, perchè andando innanzi di questo

passo tu devi essere arrivato presto a comporre il dizionario della

lingua degli occhi....

— Attenti alla seconda bellissima veduta. Già ella, zio, bisognerà che

si rassegni alla scena fissa, perchè comprende bene che non le posso

mutare a vista una casa di materiale con la facilità con la quale

gliela cambierei dipinta. Apro l'Armadio, e scopro il sacro buco: la

bella donna non è più sola; io vedo seco un'altra femmina attempata,

a cui la prima fa cenno di parlare sommesso; pure accostandosi alla

parete bucata avviene che io le possa udire perfettamente.

— Se me ne pianga il cuore Dio lo sa, diceva la vecchia, di doverle

dare così trista notizia, ma così è; il merciaio ha ricusato

comprare il colletto e i manichini. Supponendo ch'ei lo facesse per

assottigliare il prezzo, io gli ho proposto darglieli per due svanziche

di meno, ma egli mi ha risposto: «No, Teresa, io non lo faccio per

questo... voi lo sapete, le signore non vengono a provvedersi in

bottega mia, e le povere a questi lumi di luna hanno altro pel capo che

comperare colletti; mirate, io ne ho qui due invenduti, pei quali vi

ho pagato venti svanziche; però comprenderete di posta che non posso

tenere tanto capitale morto. Se potessi esitarli anche senza guadagno,

magari! perchè voi non mi avete confessato nulla, ma so bene io chi

gli fa, e a cui servono. Quando la croce è posta sopra le spalle di

una povera e degna giovane come la signora Isabella, quale uomo potria

ricusare di servirle di Cireneo? Non posso proprio; ancora io ho

famiglia, e i Tedeschi ci mangiano il cuore.»

Non seppi che cosa rispondere, mi sono stretta nelle spalle

augurandogli: Dio vi aiuti, Ambrogio! Dallo accertarvi che voi siete

amata da tutti nella contrada in fuori io non saprei darvi altra

consolazione.

— E Dio aiuterà, Teresa, riprese Isabella; intanto pigliate questi

pendenti, e in così dire se gli staccò dagli orecchi, portategli al

presto, e poi compratemi la solita carne, il pan buffetto, la gelatina

di lichene, la pozione di laudano sciolto nella mucilagine di gomma

arabica... basterà a tanto il danaro, Teresa?

— Spero di sì.

— Teresa, io ho rossore di dovere sempre restare in debito con voi...

ma!...

— Oh! sì, scialo anche io ad allegrezze perchè mi abbiate a tribolare

con queste grullerie.

— Buona Teresa! Ora dunque sbrigatevi, chè da un punto all'altro

Roberto potrebbe domandare qualche cosa, e il poverino patire per non

averla lì pronta.

— Cotesti pendenti non capiteranno al Monte di pietà, deliberai tra

me, e ricontati i marenghi superstiti nella borsa, ci trovai quello con

la effigie di Vittorio Emanuele, lo trassi fuori, e mi parve, che per

fare una buona azione non poteva sciegliere meglio della moneta con la

effigie di un galantuomo. Ci si trova tanto di rado! Con questo alla

mano mi cacciai giù per le scale, e con tale e siffatto impeto entrai

nel portone accanto, che dato di cozzo nella Teresa per poco non la

mandai a gambe levate per aria.

— Misericordia! esclamò la povera portinaia; gli asini hanno più

creanza di voi.

Io cominciava con maligni auspicii; aveva tonato a destra; pure con

buono studio mi provai a vincere la rea fortuna.

— Mille scuse; merito quello che dite e peggio, ma parte della colpa ce

l'avete voi, signora Teresa.

— Io? rispose la femmina maravigliata del sentirsi chiamata a nome,

e lusingata del titolo di signora, proseguì. Com'entro io nei fatti

vostri? Chi siete? Da poi che vi ho dato a balia io vi riveggo adesso.

Poteva risponderle per le rime, e già la risposta aveva preso l'abbrivo

su la lingua come il giocatore sul trappolino per battere il pallone,

ma io strinsi il cancello dei denti e la tenni prigioniera. Quindi con

la mia voce più melodiosa, quella stessa, o Betta, che adopero con te

quando ti asciugo le tasche, dissi:

— La immensa cupidità che ho di vedervi, signora Teresa, ha partorito

la spinta; pensate se avrei voluto farvi ingiuria, mentre io vi cerco

come la mia santa avvocata.

La povera donna arruffava gli occhi come un gatto spaventato; ond'io

reputando utile venire a mezzo ferro, aggiunsi:

— Voi avete a sapere ch'io sono di professione marruffino; ma poi

m'ingegno, entro nelle case delle donne, vendo a respiro; ricompro a

contanti, baratto con la signora moglie in pizzi e trine gli ultimi

cucchiai di argento del signor marito e... insomma m'ingegno. Ora

avendo saputo che voi tenete fabbrica di merletti, mi sono fatto lecito

di venirvi a proporre qualche affaruccio, il quale potremo allargare a

traffici maggiori quante volte ci possiamo trovare la nostra reciproca

convenienza.

La portinaia non seppe rispondermi altro: — Merletti! comprarli! sì

signore!

E lasciatomi in asso, ricorse su per le scale e tornò giù con un

palmo di lingua fuori, intanto che io contemplando una stampa lacera

impastata nel pannello del casotto della portinaia, rappresentante il

ratto di Europa dipinto dal Veronese, diceva: O amore, mirabil cosa

non mi sarà mai se cavando Giove dall'Olimpo lo conducesti in terra a

convertirsi in bue, mentre io....

— Ecco i merletti — e Teresa me gli spiegò davanti gli occhi.

— O zio, quanto è vero che io mi chiamo Marcello, più sottile, più

leggiadro lavoro non si vide mai al mondo. Raffaello (io le regalo gli

altri), Raffaello col suo pennello non avrebbe saputo condurre tanto

gentili arabeschi, com'ella trapunse col suo ago divino, ed in fede di

ciò, eccogliene la mostra...

E qui Marcello, tratta fuori di tasca una scatola di cartone, l'aperse

ed espose in vista una collezione intera di colletti e di manichini. Lo

zio col pelo irto come un istrice, che veda venirgli addosso un cane,

con un colpo di mano li gittò lontano da sè, ma pronta gli raccolse

Betta, ed esaminatili con argutezza, disse:

— In verità sono lavorati eccellentemente.

— Va, te li dono, le Muse sole hanno intelletto per capire le Muse

— esclamò quel mascagno di Marcello, mentre pensava tra sè: — Mi

faccio l'onore del sole di luglio; tanto varrebbe provarmi a cavare

il sorcio fra le granfie al gatto, che rivendicare quel ricami dalle

mani di Betta; _amare, pigliare_, verbi principalissimi della lingua

che favellava Eva, trasmessi per opera naturale nel sangue delle sue

figliuole fino alla consumazione dei secoli, non ostante quello che

dice in contrario delle idee innate la logica del padre Soave.

— E pure, vedi Betta, io ebbi il coraggio di criticarli per darmi

sembianza di mercante, essendo stato informato da persone, che se ne

intendono, che la bugia serve come di colla per tenere insieme tutti

i pezzi che compongono il vero mercante. Per questo peccato io temo

forte che nello inferno non mi abbiano ad arrotare come il Damiens,

imperciocchè tu hai da sapere, o Betta, che il padre Segneri nelle

sue prediche ci assicura, come s'ei ci fosse stato e gli avesse co'

proprii occhi veduti, giù nello inferno ci si trovano tutti i supplizii

praticati dagli uomini nel mondo, e pende incerto tuttavia tra gli

uomini e i demonii chi di loro abbia il vanto della invenzione[6].

Breve; spesi Vittorio Emanuele nello acquisto di due colletti e due

paia di manichini; e stabilii che ogni settimana per uguale prezzo mi

sarebbe stata fornita la medesima quantità di mercanzia, stantechè

la _fabbrica_ della signora Teresa non poteva sul momento accettare

ordinazioni maggiori.

Tutto questo mi era andato a capello; adesso restava qualche cos'altro

da farsi; bisognava procurarmi il marengo la settimana e per questa

volta dissi davvero: — voglio — prese le buone mosse, incominciai a

trottare per la città come un fattorino della posta, di ora in ora

interrogandomi:

Che debbo far, che mi consigli Amore?

Amore fece il sordo, bensì rispose un'altra cosa, che io non aveva

chiamato e non cercava, e fu la fame; onde le mie considerazioni

terminarono col mettere capo alla Osteria della Corona di Ferro;

entrai, mi cibai, e giusto nel punto in che io mi forbiva la bocca con

la salvietta, il _Buon consiglio_, dal quale nascono i consiglieri,

quasi a mostrare la sua dignità veniva ora spontaneo, mentre io per

lo innanzi lo aveva chiamato tanto tempo invano, ed egli da pari suo

mi ammoniva, come con tutta la mia scienza abbottinata nelle rade

scorrerie da me fatte su i poderi delle Muse io non avessi messo

insieme tanto da dare la profenda al Pegaseo un giorno solo.

— E sia così, purchè mi frutti pane, e tale favellando mi calcai il

cappello in capo ed usciva dimenticandomi cosa di cui però non si

era dimenticalo l'oste, intendo dire il conto. Rammento che quando io

esclamai ingenuo: — per Bacco! Me n'era scordato — l'oste, più ingenuo

di me almeno due volte rispose: — non fa caso, basta che di due se ne

ricordi uno.

— Tornai a scorrere la città, sicchè in breve mi occorse la bottega

dello stampatore Tappati; io stava per mettere mano su la stanghetta

dell'uscio ed entrare, quando il _Buon Consiglio_, tiratomi per la

manica del vestito, mi disse: — chiarisciti prima; allora gittai gli

occhi sopra le bacheche e lessi: _Dizionario apostolico._ — _Teologia

del cardinale Pietrone._ — _Opere del Domenicano Lacordaire. Manuale

dei preti._ — _Atlante dei predicatori_, ecc., ecc., ecc., e via

discorrendo; opere, che promovessero il senno civile, nemmeno una. Come

dal sole emana la copia dei raggi, che spandesi a illuminare la terra,

da codesta maluriosa officina diffondevansi tenebre di beghineria a

rendere più gravi le miserie della patria. Però lì ritto davanti la

bottega dello stampatore Tappati pensai:

— Lo stampatore sovente merita quattro volte o sei abborrimenti più

del tiranno, imperciocchè, mentre questi è padrone del corpo soltanto,

quegli vilissimo schiavo si affatica a imbestialire le anime, e lo

intento a cui mira il primo, comecchè nè buono nè grande possa essere

mai, pure talvolta gli avviene apparire non turpe mentre turpissimo e

meschino fu sempre quello del secondo; chè consiste unicamente nello

intascare poca moneta, prezzo d'infamia. Gli stampatori, invocati

chirurghi ostetrici ai parti letterarii, non vanno, o su cento volte

vanno una, e allora per mal talento senza la operazione non se la sanno

cavare mai; se salvano il parto, ammazzano il padre.

Come il padre? Interrogai me stesso, offeso del paragone.

Sì signore, risposi, perchè nel paese delle Muse a ingravidare tocca

agli uomini e non alle donne, o almeno queste di libri impregnano di

rado.

Gli stampatori arieno a pigliare la torcia e far lume per le scale agli

uomini magri sortiti all'onore di avere udienza da Apollo su in cima

al Parnaso; ma essi, maligni o avari, per avanzarsi la cera a mezze

scale spengono la torcia esponendo gli scrittori a rompersi il collo

dove mettano un piede in fallo. Gli stampatori preposti all'uffizio

di mostrare ai giovani ingenui i monumenti antichi e moderni, onde

ne viene alla città decoro immortale, sapete voi dove me gli menano

spesso? Lo volete sapere? In bordello. Gli stampatori cui si commette

il carico di nutrire chi nutrisce ed arrichisce loro, altro non sanno,

o non vogliono fare, che menarli diritto allo spedale, e quivi gli

lasciano mostrando meno previdenza del contadino (di umanità non si

parla), il quale innanzi di mangiarsi il porco almanco lo ingrassa.

Schiavi vilissimi un giorno di quale o la coscienza o l'imbroglio o

l'errore misero a splendere sul candeliere, tiranni sempre del merito

modesto.

Con la medesima coscienza, o piuttosto con la stessa sfrontatezza,

l'editore ti stamperà l'Aretino e San Tommaso, la Imitazione di Cristo

e le Novelle dell'abate Casti, l'avviso dello stato d'assedio bandito

dai Tedeschi su la Lombardia, una sentenza del consiglio di guerra,

un invito sacro, un sonetto per ballerina; in una parola, prima ti

stampano opere, che servono come d'introduzione al delitto, e poi

per riscontro ti stampano il codice penale che lo punisce. Di libertà

trafficano e di tirannide a mo' che i pollaioli fanno delle galline,

e l'una e l'altra serbano nella medesima stia, per tirare loro il

collo, e pelarle secondo l'avventore. Se Cristo cacciò via dal tempio

i pubblicani a suono di frustate, i quali a fine di conto ci vendevano

robe innocenti e necessarie al vivere del corpo, in qual modo e con

quali argomenti ne avreste ad essere cacciati voi altri, che con

lascivie, beghinerie e dottrine simili contaminate i sacri studii e le

nobil scuole?

Per le quali considerazioni, e per altre che le somigliano, buttatomi

su le spalle il lembo del pastrano per atteggiarmi a profeta Natan,

levata la destra e agitatala per l'aere, vibrai contro la bottega del

Tappati queste maledizioni.

Ascolti Dio i carichi che ti mando, e li compia a danno tuo e di coloro

che ti rassomigliano, o libraio Tappati. Possa in capo alla settimana

entrarti in bottega un solo chierico di campagna per comprarti un

fascicolo della _Civiltà Cattolica_; — possa in capo al mese entrarci

una femmina di partito, e richiesto il libro della Meretrice inglese,

offrirti la metà del prezzo che costa a te; — possa un commissario

di polizia in riposo entrarci in capo a un anno, e dopo domandato le

opere del padre Tapparelli gesuita lasciartele sul banco perchè troppo

care. — Ti falliscano i corrispondenti, e dopo averli spremuti sotto

il torchio della prigione, non ti offrano più del venti per cento in

quattro rate annuali di cinque per cento l'una. Capiti il conto di

ritorno in mano ad Aronne giudeo, che te lo tenga rasente alla gola

come il carnefice il filo del coltello. Rifiutino i bottegai i tuoi

libri, come quelli che essendo in troppo piccolo _sesto_ e di carta

troppo sottile non servono a veruna della moltitudine infinita delle

involture. Ti corrano tutti i mesi corti quanto il febbraio, perchè

il padrone ti stringa frequente a pagargli la pigione del magazzino

ingombrato indarno. Escano di sotto terra, scendano da' tetti topi

e ratti a migliaia per rodere prima i tuoi libri, poi te e chi ti

rassomiglia. _Amen._[7]

Il buco nel muro · 第 12 / 20 题