CAPITOLO QUARTO

Vita e miracoli del Romanzo: della morte ne parleremo più tardi.

Miei amabili lettori — prima di mettere un altro passo protesto

che nel nome di lettori intendo e voglio comprese anche, ed anzi

principalmente, le leggitrici, tanto più che trattandosi di lettori

maschi soltanto non si sarebbe potuto assegnare a tutti l'addiettivo

amabili, almeno senza le debite riserve. Perchè poi adoperi così

vorrei tacerle, ma sforzato dirò che lo faccio, perchè, secondo lo

insegnamento antico, tutto quello che occorre nel mondo di savio e di

gagliardo hassi a distinguere con nome _maschile_...

— E chi sono questi barbari, i quali si concedono commettere siffatte

enormezze?

— La non m'interrompa, madama; veda, i romani costumavano così e non

erano barbari; questi usavano la parola _auctor_ a modo dello indovino

Tiresia, ch'ella come sa, fu maschio e femmina, da bosco e da riviera;

e noti ancora, Virgilio, che fu l'elegantissimo dei poeti latini, disse

_ducente Deo_, e parlava di Venere; scrisse _Deus impare gaudet_, ed

accennava a Proserpina....

— Virgilio non fa testo perchè e' si mostri sempre parziale pel genere

mascolino, come ne fa fede la sua egloga di Coridone.

— Non mi tagli a mezzo le parole, madamigella; veda anco Macrobio, che

per quanto io sappia non consentiva con Coridone, parlando di Venere

detta: _pollentemque Deum Venerem_....

— Ad ogni modo furono latini e noi siamo italiani, essi antichi e noi

altri moderni.

— Anzi, mia gentile marchesina, ella può vantarsi modernissima stando

alle fedi del suo battesimo, e meglio alla freschezza del suo amabile

volto; ma che però? Gl'italiani le danno torto non meno dei latini;

quanto agli etruschi io non saprei; consideri, di grazia: «Madonna

Cia degli Ordelaffi (Matteo Villani scrive) che rimase _guidatore_

della guerra»; e altrove — che il re Roberto di Napoli lasciò la

giovane reina _governatore_ del suo regno, — nella vita di santa Maria

Maddalena si afferma che ella era molto bellissima _parlatore_ — e

avverta che gli esempii non finiscono qui....

— Non finiscono qui davvero gli esempii, e tanto è vero, che nelle

favelle latina e italiana tutto quanto occorre nel mondo di savio e di

gagliardo piglia nome dal maschio, che il Cavalca, parlando di donna,

le affibbia la qualità di _peccatore_, così mi salta su a dire una

sorella del Sacro Cuore, ed io...

— La non si sbracci, mia dilettissima sorella in Cristo, perchè

consideri che lo esempio le sia proprio contra; di fatto volendo

significare il Cavalca come la donna nel peccato sia piuttosto

sghangherata che rotta, la qualificò con l'aggettivo maschile, mentre,

trattandosi di doti lodevoli, il femminile come più parco bastava, e ce

n'era di avanzo.

— Ella è un insolente.

— Può darsi, signora contessa, ma la cosa sta com'io gliela conto.

— Niente affatto: anzi le cose brutte o fiere o maligne per la massima

parte pigliano nome dal maschio; mi dica l'inferno di che genere è?

Mascolino o femminino?

— Che vuol'ella? anco compare Matteo domandò al sole s'egli si fosse

maschio o femmina, ma quei non gli rispose.

— La non si sbracci di uscirne pel rotto della cuffia, risponda in

chiave:

— Lo inferno è maschio, ma la dannazione eterna è femmina.

— Il peccato e il vizio portano calzoni o vestono gonnella? mi dica in

grazia?

— _Fragilità_, il tuo nome è donna, e badi che lo ha scritto

quell'omaccione del Shakespeare.

— Nell'inferno ha mai letto che ci sieno demoniesse?

— No, signora: e la ragione è chiara, perchè elleno stanno tutte in

questo mondo.

— Chi tentò Eva non fu serpente? lo può negare?

— Diamo un taglio al serpente; egli è certo che Eva tentò Adamo.

— Qui bisogna finirla: datemi un codice, un codice, dico, criminale;

tutte le mie _crinoline_, per un codice criminale; venga qua,

legga: il furto è maschio o femmina? Il parricidio, il fratricidio,

l'omicidio, l'uxoricidio, maschi tutti; maschio l'assassinio; maschio

l'adulterio...

— Si fermi lì, chè mi ha convinto, le sue ragioni mi avevano scalzato,

ma gli esempii, massime l'ultimo, mi strozzano, e poi considero che

le donne con le delicate loro dita talora si dilettano a sfilacciare

un uomo come un pezzo di tela, e Orfeo informi; però chiedo a tutti

perdono, e mi affretto a fare ammenda del fallo. —

Miei lettori dunque e amabili leggitrici, io vi prego a immaginare

nello svolgere questa pagina che sieno passati due anni dal punto

in che vi lasciai nel mio racconto; vedano non facciano greppo,

non aggrinzino il naso; le ho compiaciute qui sopra, ora qui sotto

compiacciano di grazia, un po' me: e poi pensino che la eternità di

petto alla sua durata pone meno tempo a consumare due secoli, che le

signorie vostre di faccia alla loro a fingere passati due anni nel

voltare di una pagina. Non mi parlino di unità chè altramente butto via

la penna e lascio in tronco la storia.

Dove ci ha maggiore inverisimiglianza, di grazia; nello immaginare

trascorsi due anni nello svolgere di una pagina, ovvero nel capacitarmi

che tante e sì strane vicende sieno accadute nel medesimo giorno, e per

lo appunto in un medesimo luogo? A mo' di esempio vi sembra che stia a

martello, che l'Oreste del massimo Alfieri, avendo avuto tanto tempo

di palesare nella reggia di Strofio allo amico Pilade, dove crebbero

insieme, quello che mulinava nella mente; avendolo avuto nella nave

mentre veleggiavano; avendolo avuto allorchè dal lido s'incamminavano

in Argo; si decida a spifferare il suo proponimento di ammazzare Egisto

giusto dentro la usurpata reggia, di cui i muri, a senso del tragedo

illustre, vanno intonacati di spie?

E poi il romanzo, io ve lo voglio dire dentro un orecchio per la

reputazione _del sacro collegio_[3] (e intendete delle Muse, non già di

quello dei Cardinali, che reputazione non ha da perdere), è figliuolo

illegitissimo di una Musa. Non tentennate il capo; io so quello che

mi dico: le Muse in Olimpo, come accade di tante altre, che non sono

Muse, in questo mondo, godono riputazione di vergini, e si hanno a

predicare tali; quanto allo essere, gli è un altro paio di maniche;

però una tradizione credibile racconta come certa Musa, affermano fosse

Tersicore la ballerina, sviatasi dalle altre, andasse un dì su l'ora

dell'_Angelus Domini_ a visitare Bacco, che trovò assettato a tavola

con un branco di Sileni e di Satiri; ci erano anco dei Fauni, ch'è

quanto dire tutti elettori, i quali avevano votato per lui per mandarlo

deputato al parlamento dei cieli; la Musa a contemplare cotesto

spettacolo nuovo per lei, tôrse vereconda il passo e sì fece:

Della mano su gli occhi una visiera.

Felice lei e noi, se la visiera fosse stata più fitta! ma, no signore,

ella si parò gli occhi come la vergognosa del campo santo di Pisa; onde

scorgendo due satiretti che pigliavano a saltare, vinta dalla passione

dominante pel ballo, ed anco per vanità, rimase.

Cessato il ballonzolo, la pregarono di mostrare un po' di che cosa

fosse capace, ed ella, che pure aveva voglia che la vedessero dieci

volte maggiore di quella ch'eglino avevano di vederla, si fece tanto e

poi tanto pregare, che ormai come disperati stavano lì lì per cessare:

della quale cosa ella spaventandosi, di sfascio saltò in mezzo alla

sala, spanta, e briosa come vino che spilli fuori dalla botte lasciata

per negligenza priva di zipolo. E' fu un delirio mirarla; andavano

in visibilio Sileni e Satiri; per allegrezza agitavansi, baciavansi,

qualcheduno piangeva alla dirotta, i più ridevano ed abbracciandosi

co' nappi pieni in mano, venivano col barellare a versarseli sul

capo, senza avvertire da lunge mille miglia che un giorno le anime

si salverebbero dalla eterna dannazione a quel modo, e per di più

adoperandoci non mica vino, ma acqua schietta. Quando la Musa fu

stanca le porsero a bere; ella se ne schermì dicendo, ch'era solita

spegnere la sete sua nell'acqua chiara delle fontane di Parnaso. Bacco

le rispose che l'acqua era buona per fare i bucati; gradisse una tazza

di nettare, e non credesse che fosse vino del piano di Pisa; e poi

soggiunse che per compagnia aveva preso moglie un frate. La Musa bevve

e dopo tornò a ballare; ribevve più tardi, e quindi col più snello dei

satiri menò un gentile minuetto, e per l'ultimo un ballonchio da casa

del diavolo, dove entrarono tutti; così produssero la veglia innanzi

della notte un pezzo; e le guardie di sicurezza, che passarono e

ripassarono sotto le finestre di casa Bacco, l'avrebbono fatta smettere

di prima sera, se non li tratteneva il pensiero che i signori pari a

Bacco in prigione non si mettono mai, bensì ci mandano spesso; però

crescendo il baccano, e temendo i rapporti di qualche pezzo non meno

grosso di Bacco, come sarebbe stata Minerva, la quale desiderava per

le sue elucubrazioni la notte tranquilla, o vogli Venere che anch'ella

ama quiete le ore notturne per un altro genere di lavori, sforzarono

l'uscio ed entrarono in casa.

Egli era un mucchio di corna, di code, di orecchie asinine, di zampe di

capra, di cosce pelose e di qualche altra cosa ancora; e sotto a quel

mucchio (orribile a dirsi!) trovarono la Musa concia. Dio ve lo dica

per me. Col favore della notte, la portarono a casa; Apollo, che fu

per darsi del capo nel muro, buttò via di capo il berretto di cotone,

spezzò le corde alla cetra e cantò un lamento senza accompagnature, che

chi lo udì ebbe a dire: Apollo non avere mai fatto di meglio. Il peggio

fu, che indi a pochi giorni pigliarono alla povera Musa le nausee, gli

stomacucci, i capogirli, _eccetera_; onde ebbe a mettersi in letto;

le sue sorelle mandarono per Esculapio, a cui dissero, le ingenue! che

temevano forte Tersicore fosse caduta inferma pel male dell'idrope, per

colpa di una famosa bevuta fatta a sangue caldo nel fonte di Aganippe.

Esculapio visitò la inferma per di sopra e di sotto, e poi sentenziò

che la Musa idropica veramente era; però di quella certa idropizia, che

così in cielo come in terra guarisce nello spazio di nove mesi: non

sbigottissero, non correre la sorella pericolo di sorta alcuna; però

medico più adattato di lui per questa specie di malattia essere una

donna: facessero capo a lei: egli _designava_ loro _madama Reale_, la

più famosa levatrice di Torino, donna capace e sopratutto segreta; ma

se conoscessero di meglio, quella adoperassero.

Tersicore, ahi! Tersicore in capo a nove mesi partorì un fanciullo più

bello del giorno, almeno Tersicore diceva così; e a questo fanciullo

fu imposto il nome di Romanzo. S'egli, appena messa la testa fuori

dal materno alvo, non chiese da bere come Pantagruello, secondo che

ci racconta il _Rabelais_, storico veridico quanto il signor Ranalti

e il signor Gualterio, marchese e intendente, che piglia possesso di

Orvieto _sotto il fuoco_ (stile di gala dei giornali _moderati_) gli è

un fatto che a lui appena nato spuntarono le ali e si mise a volare; e

vola e vola, ora si posò sul naso a Giove, che credendolo una zanzara,

ci diede un picchio di ammazzare un cavallo, ma non lo colse, ora su la

lancia a Marte, un dì stette con Ercole, un altro con Amore, ond'egli

incominciò a raccontare le guerre dei Titani, le galanterie di Venere,

le fatiche del figliuolo di Alcmena e le vicende di Psiche gentile;

finchè aveva dei fatti veri si serviva di quelli, quando gli mancavano

egli ce ne annestava di suo; diventato più adulto, derise li Dei, prese

a bazzicare gente perduta, scrisse coi Greci le favole _milesie_, a

Roma strinse amicizia con Apuleio, anco a Tito Petronio Arbitro resse

la penna; insomma una ne faceva e un'altra ne pensava; per ultimo,

tante commise scapestratezze, e tanti dolori arrecò a quella povera

donna di Tersicore, che sovente tutta in lacrime, la meschina, ebbe a

dire che ben per lei se dava retta a Momo, il quale, quando gli nacque

il figliuolo, la consigliò a muso duro di metterlo nella ruota dei

Trovatelli. Il peggio poi fu, allorchè il Romanzo si fece cristiano,

e un dì scappando di casa alle muse portò via a Melpomene i coturni, a

Talia la maschera, a Clio lo stile, ad Urania il compasso.

Tersicore andò a Roma alla cerca del figliuolo, e da quella via, per

fare un viaggio e due servizi, baciare il piede al Papa, dacchè ella,

come ballerina, una grande devozione pei piedi se la sentiva; però non

se gli faceva baciare; ma a Roma le dissero che il Romanzo si era fatto

turco; allora corse affannosa a Costantinopoli, e costà seppe come da

parecchio tempo, ridottosi nella China, seguitava la credenza di Budda:

non lo trovò neppure a Canton, perchè ito in America a farsi mormone;

gli corse dietro invano per le terre degl'idolatri, a Londra, a Madrid,

a Ginevra, alla fine lo trovò a Parigi, dove aveva aperto bottega di

rigattiere di tutte le religioni del mondo. Magazzino sterminato di

Numi smessi e da smettere, presso cui l'antico Panteon di Roma appariva

un vero guscio di noce!

Quindi vago ei si mostrò mai sempre di mescere il sacro col profano,

il serio col faceto, le lancie confondere con le mannaie; protervo

e insolente, talvolta gli piacque, mutato in paggio, sostenere lo

strascico dei manti regi o insinuarsi nei penetrali delle regine a

rovistare nei e pomate, ed anco, ahimè! veleni; ardì anche ficcarsi

dentro le alcove delle marchese e vedere e udire cose, che non si

devono vedere nè udire, molto meno ridire; e non per tanto, non

solo volle vederle e volle udirle, ma altresì, lo svergognato, volle

stamparle, con tale una strage di anime, che Dio ve lo dica per me;

poi mettendosi un perruccone in _folio_ sul capo, assistè ai Consigli

dei Principi e ci volle dire la sua; nè valse chiudergli le porte in

faccia o tirare le cortine; chè quanto si covò là dentro di arcano,

tanto lessero poi, pieni di spavento, spifferato pel mondo vecchio e

pel nuovo. Conobbe i disegni delle battaglie del principe di Condè e

delle fortificazioni del maresciallo Vauban, anche prima che questi

gli avesse concepiti. Un bel giorno montò sopra una seggiola nel

palazzo reale a declamare con Camillo Dumoulin, muggì col Danton alla

Convenzione, miagolò col Robespierre ai Giacobini, schiattì col Marat

nello _Amico del popolo_; poi stette a vedere il ballo di tondo di

tutta questa gente e dei reali di Francia, che stringendosi per la

mano sparivano uno dopo l'altro nel regno della morte, come gli anni si

dileguano nella eternità; e la mannaia batteva la musica per tutti.

Quinci si tolse e lavò col sangue glorioso delle battaglie il sangue

scellerato delle proscrizioni civili; gli piacquero il fuoco, il

ferro, lo stridore e il fumo, esultò nei gaudii della strage; con la

spada nella destra e la bandiera della Libertà nella manca si fece

a urtare di corsa il ridotto, che lo aspettava con bocca aperta de'

suoi cannoni, quasi tigri in atto di sbranarlo; tutte codeste bocche

balenarono, tonarono, e intorno si diffuse una procella di morte;

ogni vista disparve così dalla terra come dal cielo, e Tersicore dal

Parnaso non sapeva nè manco lei a qual santo raccomandarlo, tanta

era la confusione degli Dei che le mulinava per la testa... quando

di un tratto, sgombrato l'aere, ella lo rivide in cima al parapetto

drappellare la bandiera della Libertà, col piè calcante un uomo

ucciso, più radioso per avventura che non fu Dio quando soffiò la vita

nell'uomo. In seguito avendo meditato i cari versi di Tommaso Grossi

intorno alla gloria, si fa pacifico,

E vede come alfine ella le incresce

Se una imagin di amor non vi si mesce.

Però ridottosi a vivere in città, si rese frate: se i monasteri fossero

di maschi o di femmine non distinse, o piuttosto non volle distinguere;

entrò in tutti; e quivi egli legò amicizia con Abelardo ed Eloisa,

eterno sospiro dei veraci amanti; anzi fu proprio lui il primo che

vide il sepolto amante levare le braccia, quando gli scoperchiavano il

sepolcro per mettergli a riposare allato la sua Eloisa. Uscendo di lì

col cuore chiuso, occorse nella Teologia, e per sollevarsi, le trasse

la parrucca di capo e gliela buttò nella Dora; capitatagli fra i piedi

la Politica, la ghermì per la coda, e mulinatala un pezzo, la frombolò

come un gatto morto in piazza Castello; allo svoltare dal canto della

Università, trovatasi innanzi la Metafisica che s'incamminava co'

suoi arnesi a mettere al tormento i cervelli dei poveri giovani, non

potè resistere alla tentazione di darle a mano aperta un solennissimo

picchio sul berettone e ingozzarglielo fino al mento: la Metafisica

poi non fece sembianza di accorgersene, anzi non tentò nè anco di

tirarselo in su, nè parve che col berettone sugli occhi vedesse meno;

al contrario taluni avvisarono ch'ella a quel modo vedesse di più e

più chiaro, ed anco a lei parve così; rallegratosi il cuore, il Romanzo

fu preso da immenso affetto del popolo, e di botto lo andò a visitare

nelle soffitte dei palazzi, dov'egli abita forse per trovarsi sottomano

il paradiso, a cui lo accostano ogni giorno più i patimenti che dura.

Colà pose amore alla fanciulla di _madre sempre viva_ e di _padre

sempre morto_ in battaglia o sul mare, la incoraggì, la sostenne, le

cinse il capo di una ghirlanda di fiori immortali, colti nei giardini

dello amore e dell'allegria; egli le ornò la stanza, egli insegnò al

suo canarino i bei versi che chiamarono sul tetto uno stormo di pennuti

amatori a plaudirgli col canto, egli gli mutò l'acqua, gli riempì la

cassetta di pannico e lo ricompensò della dolce canzone col pinolo;

ma soprattutto fu pei conforti del Romanzo; che la fanciulla si sentì

rafforzata le dita al lavoro, e diventò _zuava_ del cucito; egli la

fece valorosa da tenere sempre fuori della porta la miseria, la quale

di ora in ora si provava stendere la minaccia trista per arraffarle

la mamma, e portargliela all'ospedale. La fanciulla, sovvenuta dal

Romanzo, sostenne le querimonie della vecchia, le durezze, le male

parole, i rinfacci; studiò le mancasse mai nulla; ella talora digiunò

un giorno, affinchè nella scatola della madre non mancasse tabacco,

e avesse a masticare il suo bravo zucchero candito; ringraziata,

ne rimase lieta, pagata d'ingratitudine pianse, ma raddoppiò le sue

cure; quando per ultimo la vecchia venne a morte, il Romanzo andò pei

casigliani perchè salissero su, o scendessero a vestirla e vegliarla,

andò a trovare il falegname, il quale per carità fece la cassa, ed egli

ce la ripose dentro, e ci dipinse sopra la sua brava croce col pennello

imprestatogli dal pittore accanto, e con la filiggine stemperata

nell'acqua: chiamò eziandio quattro giovanotti della contrada,

ognuno dei quali si mise in ispalla una stanga della barella, ed egli

precedendo con la croce, portarono il cadavere al camposanto, dove lo

sepellirono implorando alla defunta, che Dio nel giudicarla guardasse

meno ai suoi peccati, che alle angoscie patite nei suoi giorni brevi ed

infelici.

Tornato a casa per consolare la ragazza, si accorse com'ella il

consolatore se lo fosse bello e trovato nel giovane pittore, che

andato per ripigliare il suo pennello e' ci era rimasto a piangere;

e poichè piangere non si può sempre, i giovani si misero a leggere, e

il Romanzo, niente impermalito, stette lì aperto in mezzo a loro per

dilettarli, ed anco un pocolino per istruirli, ma leggi, leggi, anche

questo viene a noia, onde un bel giorno chiusero il Romanzo, ed egli

non vide più nulla; quando ei rimase chiuso, il Romanzo non sa, chè gli

avevano rubato l'orologio alla fiera di Novara, ma ci deve essere stato

un pezzo, perchè ruzzolando certa volta per terra, si aperse e vide...

che vide? La povera fanciulla con gli occhi gonfi, le chiome sciolte,

dimagrata da per tutto, meno nei fianchi, affaticarsi a soffiare dentro

un caldano pieno di carboni. Il Romanzo innanzi tutto spalancò la

finestra, che non si sentiva punto voglia di rimanere soffocato per

compagnia, poi si accostò alla fanciulla e pianamente le disse: «Matta,

che fai? Ci capita così presto addosso la morte, che a fè di Dio non

vale il pregio affrettarla con le nostre mani; ti par'egli colpa di

morte dare la vita ad un'altra creatura? Matta; e non vedi che questo

egli è come un rubare il mestiere al Creatore? Quanto ai rispetti

umani, pensi che sarà lodato dagli uomini chi si va a rimpiattare col

suo errore dentro una fossa, o non piuttosto chi resta valorosamente

ad espiarlo? Il fallo cara mia, è un debito come gli altri, che va

saldato, e la morte rassomiglia alla bancarotta; la virtù poi di madre

la è spugna, che basta a cancellare qualunque trascorso di donzella;

rimanti, rimanti, e ti conforta col pensiero, che dove voce di femmina

non arriva più, aggiuntata con la voce del pargolo, arriva sempre o

quasi: io poi che mi trovai pei mezzi, ed ho bisogno di rimettermi in

credito, veglierò per te.»

E il buon Romanzo attenne la promessa, poichè entrò in casa al pittore

diventato famoso, e chiappatolo a frutto, gli narrò un giorno la sua

storia, con tinte messe a chiaroscuro così a pennello, che il pittore

si sentì tutto scombussolato dentro; e poichè conduceva allora su la

tela il quadro dell'Assunta, ed aveva lasciato in bianco il capo di un

angiolino, non gli essendo occorso modello capace di stare a confronto

co' tanti che ci aveva di già disegnato, gli parve la provvidenza

lo avesse fatto a posta, perch'ei ci mettesse la immagine del suo

figliuolino, che doveva nascere bellissimo, perchè la mamma sua era

molto arcibellissima, ed egli non si poteva chiamare brutto — qui si

guardò allo specchio lisciandosi i baffi; — onde di punto in bianco

scese tre piani, ne salì sette, entrò nella soffitta della desolata,

chiese perdono, e, figurarsi! l'ebbe; abbracciò, fu abbracciato,

_eccetera_...

Correva appunto un giovedì quando tutte queste cose accadevano, e nella

domenica prossima in casa al pittore cascò, stò per dire, un diavolìo

di sacramenti, perchè la donna fu confessata, l'uomo comunicato, ed

amendue congiunti in matrimonio: nè basta; che usciti appena di chiesa

la sposa, a cui per allegrezza si erano commosse le viscere, partorì;

però ebbero a tornare in chiesa da capo, affinchè battezzassero il

bambino, e il prete lo battezzò; se non che, mentre si metteva gli

occhiali sul naso per registrarlo sul libro delle anime, ammonì

lo sposo che non pigliasse di coteste rincorse, altramente egli si

esponeva a rischio di condurre ai fonti battesimali la sua discendenza

in gregge, come il profeta Giacobbe spingeva le sue pecore a pascere

nel paese di Canaan.

È fama che il Romanzo in cotesto giorno, entrando e uscendo di

chiesa, correndo pel parrucchiare, per la balia, pei convitati, per

le provviste _et reliqua_, tutto rosso in viso ed affannoso, mentre si

asciugava il sudore, esclamasse: «Quando faceva il Figaro _figuro_ era

un mestiere cane, ma fare il Figaro _galantuomo_ è un cane mestiere.»

Avendo preso amore pei luoghi alti come il Dio Moloc, il Romanzo quinci

spiccando un salto si recò sul campanile della Madonna di Parigi,

e colà assistè allo amore del prete che piglia il filo su la pietra

stessa dove arrotano i rasoi, conobbe i baci sacrileghi, i quali dove

toccano lasciano il livido, descrisse gli abbracciamenti satanici,

che stringono una creatura vivente, e la lasciano cadavere, ed un bel

giorno consigliò _Quasimodo_ e lo sovvenne a scaraventare _Claudio

Frollo_ di sotto al campanile.

Poi per ricrearsi venne in Italia, e si aggirò pei colli della Brianza,

dove conobbe Renzo e Lucia, e prese tabacco nella scatola di padre

Cristoforo; un degno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio

ai suoi amici sussurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate

Cristoforo Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui Romanzo,

con promessa di riportargliele finito il lavoro, e poi gliele aveva

negate; egli avere taciuto e tacere per non fare scandalo, ma, conte o

non conte, questo cavargli di sotto tante virtù per regalarle altrui...

e poi a chi? a un frate! sembrargli solenne bindoleria. Basta!

contentarsi per ora, che i _Promessi sposi_ si chiamassero romanzo:

caso mai si attentassero battezzarli storia, egli era capitale da

citare il signor conte davanti il giudice civile, ed a un bisogno anche

criminale.

A Livorno ci si condusse per amore dei bagni di mare, e stretta

amicizia con un popolano, gli mostrò con certa sua lanterna magica le

virtù e le colpe di un popolo caduto, e l'anima grande del Ferruccio,

che ad ogni secolo (e n'erano già passati tre) si affacciava sdegnosa

fuori del sepolcro per domandare se l'ora della vendetta era venuta;

e il popolano accelerò la vendetta con arte, che di leggieri avrebbe

potuta essere superata da ogni uomo; nessuno avrebbe potuto superarne

il coraggio, l'impeto e l'odio contro la tirannide.

In somma, chi può adesso tenere fermo il Romanzo o circoscriverlo

dentro certi confini? Taluno lo ha visto attraversare il deserto

accoccolato sul cammello dell'arabo; chi lo trovò a Siviglia a cantare

per la notte stellata una canzone del _romancero_ sotto la finestra

della più bella _senora_ del paese; lo incontrarono nella baia

dell'Udson col Parry e col Franklin; si trattenne con gli Esquimesi,

bazzicò coi Camsciadali; incammuffato di pelle di vitello marino,

sostenne l'aere pingue dei loro antri, schiariti dall'olio di vitello

marino; partecipò alle mense di vitello marino; assistè alle caccie

armato di ossi di vitello marino e tutto questo per raccogliere la

storia delle loro passioni e raccontarcela; passò in China, scavalcando

di un salto la muraglia, fu in India, entrò in Jeddo, malgrado il

divieto dello imperatore del Giappone, e per l'America corre e ricorre

costante e benefico a mo' di vento etesio. Ora dunque consentitegli

ch'ei vaghi a suo senno, non gli chiedete forme antiche, nè osservanza

a regole vetuste, imperciocchè egli si rinnova sempre, Proteo

inesauribile della letteratura moderna. Un giorno forse anch'egli

verrà meno, e si troverà attaccato al palco, come una giubba vecchia

in bottega dell'ebreo in compagnia dei poemi epici, dei trattati di

metafisica, di storie contemporanee, ma per ora egli palpita, egli

regna; non gli perfidiate pertanto vivere a modo suo, dacchè egli vi

lascia vivere al vostro; per le quali ragioni che a me paiono tutte

buone, vi prego immaginare che voltando una pagina sieno discorsi due

anni; e chi lo vuol fare, sì il faccia, chi no, mi rincari il fitto e

ripiglio la storia. —

Sono discorsi due anni, e niente sembra mutato in casa Orazio; forse,

guardandoci sottilmente, negli angoli degli occhi e sopra la fronte di

lui il tempo ha terminato il solco della ruga principiata da un anno

fa, e ora torna indietro per mettere mano a condurne un'altra accanto;

e sopra la faccia di Betta si legge pur troppo la medesima storia: ma

queste sono cose, che non giova avvertire mai, massime nelle donne, di

cui capitale se non unico, almanco più chiaro consiste nella bellezza

vera o presunta.

Tutto uguale dunque, perfino la tazza del thè fumante dinanzi ad

Orazio, il quale, seduto co' gomiti appoggiati ai bracciuoli del

seggiolone, le dita intrecciate, con la persona china in avanti, stava

fisso fisso guardando, non mica gli oggetti sensibili parati dinanzi a

lui, bensì le visioni del proprio spirito; e su questo punto non cadeva

pericolo di sbagliare, imperciocchè le sue pupille sbalestrassero una a

ponente, l'altra a levante.

La Betta, che da un pezzo mirava cotesto divagamento dello intelletto

di Orazio, e n'era inquieta, onde trarnelo fuora prese a tossire, e

smovere i mobili, e ad agitargli la mano sugli occhi, nella guisa che

costumavano i santi quando cacciavano via da loro le tentazioni e le

mosche, nè tutto questo bastando, postergato ogni rispetto, gli si

accostò, con ambedue le mani gli cinse il capo, e con divina audacia

se lo fece posare sul seno. Orazio tremò, e tornato in sè, non volle

e non seppe liberare il capo dalla benevola stretta, bensì le lacrime

gli spuntarono negli occhi, le quali si sparpagliarono per le palpebre,

e quivi rimasero appese come stille di rugiada su l'orlo delle foglie,

pure aspettando le consumi il sole.

— Io pensava, alfine disse Orazio con un gemito.

— E troppo spesso, e troppo lungamente, perchè il suo cervello non

abbia a patirne; si rammenti che ci abbiamo avuto due o tre picchi,

caro signore Orazio.

— Ma il trapassare d'idea in idea non affatica come credi, Betta:

quello che fa male davvero è il pensiero fisso, questo poi trapana il

cervello; io lo sento qui doloroso come un bottone di ferro infocato.

— E glielo credo; dunque perchè la si vuole limare sempre dentro

cotesto pensiero solo?

— E che sai tu dei pensieri che mi galoppano per la mente? La Dio

grazia, le ossa e la carne tappano meglio il cuore del pastrano

abbottonato fino al mento.

— Oh! non tappano nulla, ed io glielo miro sopra la fronte, come se ce

lo avesse scolpito il signor Bastiano.

— Sì eh, o indovina, via...

— Marcello!... Marcello! bisbigliò sommesso Betta, curvandosi sopra

Orazio.

Mirabile contradizione umana! Orazio aveva provocato la risposta di

Betta; dirò di più; egli l'aveva presagita, se fosse stata diversa

l'avrebbe afflitto, ed ora invece di rallegrarsene se ne adontò,

sottrasse il capo dalle mani di Betta, levossi in piedi respingendo

il seggiolone con ira, e si mise a passeggiare per la stanza stizzito

così, che peggio non appare un poeta ruggente, in cerca della chiusa

del suo sonetto, e smanioso diceva:

— Ecco gli avanzi che l'uomo fa, quando si addomestica troppo i suoi

servitori: questi finiscono con lo stimarlo meno di un truciuolo; io

le aveva detto e ripetuto non so quante volte, che al mio nepote io

non voleva pensarci più; epperò non ci pensava mai; ora se Betta avesse

saputo l'obbligo suo, doveva credere alle mie parole, e non levarmi il

rispetto, dandomi una mentita sopra la faccia, e venirmi a sostenere

così di punto in bianco che io penso sempre a cui io ordino che si

creda che non penso mai.

Betta non rispose nulla, se non che alla sesta giravolta agguantò

Orazio per un braccio, e lo ricondusse soavemente a sedere: allora

Orazio, quasi in tacito pegno di pace, mise la sua dentro la mano di

Betta, la quale, sentendola madida di sudore e tremante, fu commossa

da un struggimento interno da non potersi dire, e gli occhi le si

gonfiarono di lacrime: provò a trattenerle, ma e' non fu nulla, che

le stavano lì lì per uscire fuora, e dall'altro canto non le volea

piangere; imperciocchè se con le sue lacrime fosse venuta a crescere il

fascio dell'afflizione di Orazio, povera a lei! che le sarebbe parso

di commettere un peccato, e grosso. Di botto die' in uno strido, ed

esclamò subito:

— Il mio occhio! Mi è entrato un bruscolo dentro l'occhio. Signore

Orazio, per carità, mi soffi dentro l'occhio.

E Orazio subito rizzato in piedi, intanto che Betta, tirando in su

in giù la pelle delle palpebre, scopriva quanto più poteva della

congiuntiva dell'occhio, ci soffiava dentro come un mantice, di ora in

ora osservando:

— Misericordia! Quante lagrime! ti deve angosciare davvero questo

maledetto bruscolo?

Affermano tutti quelli che lo ponno sapere, come in paradiso ci

abbiano non un angiolo (diavolo! un solo non potrebbe bastare), bensì

parecchi angioli scribi a cui fu commesso la cura di registrare sur

un libro i peccati che gli uomini vanno commettendo in giornata, da

una parte; e dall'altra, come di ragione, i meriti loro; il che si

chiama tenere i conti a partita doppia, per compilarne il bilancio al

termine di ogni vita, e saldare poi in tanta moneta di paradiso, cosa

che accade di raro, ovvero in tante tratte su lo inferno, e questo è

caso ordinarissimo; dicono ancora che ogni peccato ha il suo prezzo

fisso, e però eziandio le menzogne, le quali si scontano in ragione

di sette anni di Purgatorio per ognuna. Io, che per odio di stare a tu

per tu, credo tutto quello che si degnano darmi ad intendere, protesto

che questa poi non la posso ingollare: tra menzogna e menzogna una

differenza ha da correre, e sostengo che la bugia di Betta invece di

passarsegliela a debito, l'angiolo scrivano deve avergliela registrata

a credito, defalcandone sette anni di purgatorio per qualche altra

bugia meno innocente; quanto a me? tengo qualunque scommessa, e vedremo

a suo tempo se io ho colto nel segno.

— Grazie, signore Orazio, grazie, disse Betta, asciugandosi gli occhi,

col grembiule; adesso che il bruscolo è uscito dal mio occhio, miriamo

un po' se ci ha verso di cavargli quella tribolazione di Marcello dal

cuore.

— Sì, proviamo Betta, proviamo; ormai corre il quarto mese ch'io non ho

lettere di Marcello, nè so che cosa ne sia accaduto...

— Ed è questo motivo perchè la si addolori poi tanto? Non voleva ella

mandarlo in Australia? Io giudico, che dopo avere finito i quattrini si

è imbarcato per costà...

— Dio lo guardi! Dio ci liberi tutti! Senza quattrini in terre

d'Inglesi? Ma tu non sai, o Betta, che forse in tutto il mondo non

ci ha che Londra dove l'uomo senza quattrini muoia proprio di fame:

non mica che la carità manchi a Londra: al contrario ella ci è bene

e meglio; ma il fumo del carbon fossile l'accieca, o se ci vede,

affaccendata per andare alla borsa, non può trattenersi a soccorrere

chi muore di fame sopra la pubblica strada. Gl'Inglesi hanno per

costume di dire, e lo scrivono eziandio nei fondachi loro: _il tempo è

moneta_; sarebbe più corto e più sincero ad un punto, se affermassero a

dirittura tutto è _moneta_; così di sopra come di sotto, e tanto dentro

quanto fuori. Se questo accade a Londra, pensa se a Melbourne dove non

vanno di certo i galantuomini in villeggiatura — perchè, Betta mia,

l'uomo fuori di casa sta spontaneo come i nostri primi padri stavano

costretti fuori del paradiso terrestre... per via del peccato...

Qui Orazio si rizzò da capo, e prese come la prima volta a passeggiare,

però con ragione diversa; chè per la prima volta dall'èmpito scese alla

quiete, mentre adesso di mano in mano accendevasi:

— O Betta? Che hai tu fatto? Io vedo... io vedo quel povero ragazzo

salito per disperazione sopra una barcaccia sdruscita; lo vedo perduto

in mezzo ad un mare di cui i cavalloni s'incalzano mostruosi, come

le alpi che abbiamo davanti; — lo vedo in cima di un maroso bianco,

e arruffato pari al capo di Caronte, il vecchio demonio, stendermi la

mano e dirmi: «Buona notte, signore zio!» e poi sparisce... o Dio! per

non comparire più a galla...

— Lei dice santamente, sa, signore Orazio, la grulla sono io. Marcello

non può essere andato senza quattrini in Australia... questa è chiara

come il sole: sa ella dove sarà andato di certo?

— Dove, Betta? Dove credi sia andato Marcello?

— In Crimea, alla guerra...

— Peggio, Betta, peggio. Avrebbe Marcello potuto avere così poco cuore

e punto giudizio da mettersi a simili sbaragli senza farmene motto? Gli

basterebbe l'animo di lasciarsi ammazzare per assassinare il suo zio?

Che gli ho fatto io perchè egli voglia morire prima di me? Il figlio

unico non può nè deve andare alla guerra. Napoleone, vedi, che mise in

pratica moderna la favola antica di Saturno, che divorava i proprii

figliuoli, Napoleone stesso consentì che i figli unici rimanessero

a casa: anco a lui parve che pel figliuolo unico corressero maggiori

obblighi per istare, che per andare, non fosse altro per ammannirli

altri figliuoli come legna da ardere nella fornace della sua ambizione.

E poi si trattasse di guerra patria, li dia la peste! non lo vorrei

trattenere, no, quanto è vero Dio che ci deve giudicare; senonchè mi

farei allestire la cassa, e ma' mai ci arrivasse la notizia: Marcello è

morto; io ti direi: «Betta, buttiamovici dentro, e finiamo questa burla

sguaiata che si chiama vita!»

— Oh! che cosa mi dice, signor Orazio? Ed io aveva sentito leggere su

la _Opinione_, che cotesta guerra ce l'eravamo recata sopra le spalle

per amore di patria, ed io ci aveva creduto.

— Che vuoi tu, Betta? Iddio essendosi per la centesima volta pentito di

avere creato questa razzaccia umana, voleva distruggerla, ma si trovò

legate le mani per virtù dello antico contratto, che, come sai, stipulò

con Noè, quando egli uscì dall'arca; pure volendola punire con qualche

cosa, che equivalesse al diluvio, rovesciò sopra la terra i giornali.

Se n'eccettui taluno, ma raro, tutti gli altri dêtta la ignoranza, la

presunzione scrive, la fame compone, la calunnia ne rivede le bozze,

l'ambizione stende lo inchiostro su le pagine, la cupidità stringe il

torchio, la infamia vende. — Il giornalista è il _sicario_ dei tempi

detti civili; _come il sicario_ di notte opera stampando e scrivendo;

_come il sicario_ ti aspetta larvato al canto per colpirti alla

sprovvista; _come il sicario_ perdutissimo e bestiale può con un colpo

di stiletto ammazzare un eroe Ravaillac che passa il cuore a Enrico

IV. Però la Provvidenza, che presto si placa, se non potè distruggere

il fatto ci porse il suo rimedio, affinchè gli uomini avvertiti se ne

preservassero; e però come al serpente a sonagli assegnava il fruscio

della coda, ella impartiva ai giornali un odore nauseante, e questo per

l'odorato; inoltre li condannava a rimanersi sempre fradici, affinchè

insozzandoti le mani, ti facessero fede che la è roba sempre sudicia.

I giornali pertanto il più delle volte sono pagati per istrozzare la

coscienza pubblica; però tutti, o quasi, hanno sonato le campane a

festa per questa benedetta guerra di Crimea, e il popolo n'è rimasto

intronato: ma qui che le campane non si fanno sentire, ti dico aperto

che la guerra di Crimea è mossa da causa fin qui nuova negli annali

della follia, voglio dire per l'adulazione. Nella speranza remota di

un benefizio ci arrechiamo un danno certo; nel presagio di acquistare

un amico andiamo a provocarci un nemico sicuro, e poi tu hai, o Betta,

a ficcarti ben dentro la mente una cosa, anzi due, che un popolo

non acquista la sua libertà esterna querelandosi per le reggie dei

potentati stranieri a mo' dello accattone alla porta del convento:

a questo modo buscherai una ramaiolata di broda, non la libertà; e

quanto alla libertà interna, Dio volesse che ai popoli la offerisse

Igea dentro una tazza colma di salute, ma non è così; questa pure noi

non possiamo acquistare, eccettochè con la ricetta, che adoperò Ercole

contro l'idra Lernea; voglio dire, botte da ciechi: e per compendiare

tutto in poche parole, così dentro come di fuori libertà non si ottiene

con la destra stesa, bensì stretta; quella si addice al mendico che

supplica la elemosina, questa al guerriero che minaccia il nemico con

la spada.

— Dunque concludo, riprese Betta, che se Marcello non se n'è andato

lontano per mare nè per terra, senza fatto deve trovarsi vicino.

— Ma! neanche con la riga in mano si argomenterebbe così diritto.

— E se si trova prossimo tanto più avrà ad essere facile rinvenirlo:

per la quale cosa io giudico, innanzi tratto, che ella farà benissimo

a pigliarne lingua scrivendo a qualche suo amico di Milano, a mo'

d'esempio al signor Tondi, quel mercante suo amico.

— Tu parli santamente: ma cotesti poveri Lombardi tanto sono trassinati

da quelle bestiacce di tedeschi, che tengono sempre le orecchie ritte

come lupo che aombri; se avessi potuto concertare col Tondi una maniera

d'intenderci, fingendo favellare di zuccaro o d'indaco, io credo che

mi servirebbe volentieri; diversamente temerà di guastare i fatti suoi

sul dubbio che qualche lettera gli sia soppressa, e la _polizia_ vada a

pescare nella ricerca di Marcello qualche insidia al paterno reggimento

di S. M. Apostolica.

— Aspetti! Allora scriva a Don Placidi, quel dabbene canonico che ride

tanto, che mangia tanto, che beve tanto, che...

— Certo il canonico, per quello che fa la piazza, gli è proprio fiore

di galantuomo, ma tu capisci bene che mi si professa amico dalla mano

sinistra, come i principi di corona, sposano le vassalle, e ma' ma

l'Arcivescovo sospettasse che mantiene meco pratica, s'egli stesse

contento a sospenderlo a _divinis_ sarebbe bazza. Ora i preti, e sopra

tutti gli altri cristiani i preti, dei precetti di Gesù tengano a

memoria ottimamente quello, che la carità, affinchè possa chiamarsi

perfetta, deve incominciare da sè medesimo; anzi molti opinano che

Don _Mestesso_ fosse prete, e affermano che il papa lo avrebbe fatto

senz'altro cardinale se non moriva d'indigestione cappellano.

— Dunque faccia una cosa, scriva al conte Scotti; questi mi pare che

non lo abbiano a tenere tanti rispetti.

— Per questo poi tu ti sei apposta, egli è una perla, ma che vuoi tu?

La stagione mi corre nemica: ogni anno di carnovale il conte perde la

testa a cagione dei piedi di qualche ballerina.

— Dunque ci mandi un uomo a posta che frughi, e rovisti per ogni angolo

tanto che le riporti notizia di Marcello.

— Tu l'hai detto! Per poco che il mio messaggiero si mostrasse curioso

o impacciato, correrebbe rischio di essere spedito in Moravia per

sospetto di spia, e forse dietro a lui Marcello a fargli riscontro;

perchè gli Austriaci hanno in corpo il diavolo della simmetria; tanto

è vero questo, che qui in Italia non impiccano mai un Italiano solo.

Queste sono faccende delicate, Betta mia, adagio ai ma' passi. Se

vuoi vai, e se non vuoi manda, egli è un proverbio d'oro... e bisogna

finirla.

Questo dicendo, Orazio prese un candelliere e se n'entrò in camera,

dove Betta non lo seguitò, pensando che andasse per qualche suo agio,

ma ella ebbe a restare trasecolata quando lo vide comparire indi a poco

vestito di tutto punto abbottonato fino al mento, il fascettone di lana

intorno al collo, guanti e bastone.

— E ora in cotesto arnese dove va, che sia benedetto?

— Vado a Milano.

— A Milano! esclamò Betta spaventata; e subito dopo, quasi per mettere

un travicello in mezzo alle gambe della costanza di Orazio, e farlo

stramazzare alla traditora, soggiunse: il passaporto?

— Da parecchi giorni io l'ho in tasca.

— Col visto del console austriaco? soggiunse Betta pallida in faccia

pel presagio della disfatta.

— Col visto del console austriaco.

— E il signor Orazio me lo ha taciuto?

In queste semplici parole ci era tanto peso di rimprovero, che il

signor Orazio abbassò il capo, senza potere formare una parola, ed

anche Betta se ne stava alquanto sopra di sè, ma subito dopo, come

chi razzola da un balzo si attacca ad ogni tignamica, ella insistendo

soggiunse:

— A quest'ora?

— Basta che mi affretti sarò a tempo all'ultima partenza della

strada ferrata — e così parlando Orazio additava l'orologio posto sul

caminetto.

— Ma la notte, il freddo, l'umido, la tosse, il reuma, l'emorroidi,

l'ernia, il mal del fegato!... Signore! Oh! se si inferma chi lo

custodirà?

— Mi sono coperto bene, ho meco il mio fascettone di lana, e questo

pel freddo, l'umido e gli altri malanni; pel rimanente la ferma fiducia

nello aiuto di Dio.

— E se lei casca in sospetto di cotesti scellerati di austriaci?

Signore! mi viene la pelle di pollo a pensarci soltanto.

— Betta, di grazia, sgombrami la via; vedi, tu non potresti trattenermi

nè manco se tu fossi Andromaca, e mi porgessi su le braccia Astianatte.

— Qui non ci hanno che fare le natte; bensì tedeschi... La supplico non

si esponga, signor Orazio... non metta a cimento la sua vita... abbia

carità di lei... ed anco un poco di me!

— Duro fatto di noi altri meschini! esclamò Orazio dandosi un picchio

sulla fronte così marchiano che si fece saltare a un punto cappello,

occhiali e parrucca, non però mosse atto di correre loro dietro per

raccattarli, tanto la passione in cotesto punto lo vinse; — duro fato!

Lo italiano per condursi in terra italiana... qui presso a cinque ore

di cammino... in cerca del propria sangue, corre maggiore pericolo di

quello, onde i cristiani erano minacciati una volta nei paesi di Algeri

o di Salè.

E intanto che Betta raccoglieva occhiali, cappello e parrucca,

Orazio soggiunse: — senti, Betta, non impedire il mio fatale andare,

perchè sappi una cosa, che ti ho tenuta nascosta; se io passassi una

notte come la trascorsa, tu correresti rischio di trovarmi morto nel

letto....

In questa fu sentita una scampanellata da buttare giù la porta; e

Orazio e Betta avevano appena avuto il tempo di domandarsi: chi mai

sarà? che Orsola, Lorenzo, Antonio, irruppero nella stanza gridando:

eccolo! e' viene! e' viene!

— Chi viene? urlò Orazio.

— Chi viene? — urlò con voce rinforzata Betta.

E gli altri: — eccolo! e' viene!

— Ma chi? — Ma chi?... Betta e Orazio in coro.

— Viene Marcello, gli rispose di su la porta in atto tragico quel capo

ameno di suo nipote.

Il buco nel muro · 第 11 / 20 题