Come a Marcello nello staccarsi da Betta si attaccassero tutti i Santi
del Calendario sul capo.
Marcello arrivò a casa quando l'ora si accostava più presso al tocco
di quello che si discostasse dalla mezza notte; grattò lieve lieve la
porta per due ragioni, la prima per amore di non destare lo zio, la
seconda per sospetto che lo zio svegliato non conoscesse l'ora tarda
del suo tornarsene a casa; però dobbiamo avvertire che nell'animo di
Marcello l'ordine delle ragioni non si era presentato per lo appunto
quale lo abbiamo scritto noi, anzi capovolto; ad ogni modo l'amore per
lo zio, se non precedeva e forse nè anco accompagnava l'amore per sè,
sarebbe stato ingiustizia affermare che non lo seguitasse da vicino
così che i due amori apparissero uno solo, almeno per quelli che non
istavano a squattrinarla tanto pel sottile. Ma era scritto nei fati
che per cotesta volta le cautele andassero vuote, però che Betta,
fattasegli incontro, gli dicesse lo zio aspettarlo levato. Il giovane
stette alquanto sopra di sè sorpreso, e domandò poi:
— O che novità sono elleno queste, Betta? Sai tu nulla?
— Nulla, Marcellino, ma governati a modo, perchè in fondo alla marina
ci è del torbo.
— Tempeste di luglio! esclamò il giovane, e senza levarsi nè il
cappello di capo, nè il sigaro dalla bocca, in due salti entrava nello
studio dello zio. —
Lo zio si levò appoggiando una mano sul tavolino, e non mosse passo
verso il nipote, quindi volto il capo a Betta rimasta su l'uscio della
stanza, le disse:
— Sorella, ora puoi andartene a letto; — e poichè Betta, presaga di
futuri guai, nicchiava, egli aggiunse: — contentami via; — le parole
veramente pregavano, ma la voce sonava imperativa, quale a memoria di
Betta non aveva mai adoperato il signore Orazio; ond'ella così non bene
sicura rispose:
— Senta, signore Orazio, ella chiuda bene l'uscio dello studio, io me
ne vado in cucina e mi ci serrerò dentro; se le abbisognasse qualche
cosa, non manchi di sonare il campanello... io starò sveglia... e starò
sveglia... Signore! — tanto non potrei dormire.
— Ormai tu lo hai per còmpito di farmi sempre alla rovescia di quello
che desidero... accomodati come ti pare.
Rimasti soli, zio e nepote, Orazio con voce sommessa ed anche un
tantolino velata incominciò:
— Marcello, noi dobbiamo separarci...
— Per andare a dormire...?
— No; voi per imparare a vivere, io per inverdirmi di non avere saputo
insegnarvelo.
— E chi può volere questo? E chi anco volendo lo potrà?
— Voi lo avete voluto, ed io lo voglio: quanto al potere, basta che
vi pigliate la fatica di scendere sedici scalini e tirarvi la porta di
casa dopo le spalle, la è cosa fatta.
— E lei è rimasto levato per darmi questa bella notizia? Veda, zio,
meriterebbe per gastigarlo che io le leggessi tutto intero un fascicolo
della _Civiltà Cattolica_, ma questa atrocità non commetterò già io,
che non voglio la morte del peccatore, bensì ch'ei viva e si penta.
Capitoliamo via: io per ora me ne andrò a dormire, e siccome la notte
porge consiglio, le risponderò riposato domani....
— Domani! Domani voi avete a trovarvi di molte miglia lontano da Torino.
— Zio, abbia carità di me... casco dal sonno.
— Marcello, tu scherzi in mal punto. Rammenti quello che tanto spesso
ti andava dicendo e ti ripetei anco ieri l'altro? —
Marcello, che dal trapasso del plurale al singolare e dalla voce
tornata blanda argomentava prossima a sciogliersi la neve, con
crescente arroganza rispondeva:
— Ma che le pare? Ci vorrebbe altro per tenere a mente tutto quanto
ella mi dice! Bisognerebbe prima di tutto che empissi il mio capo, il
quale confesso vuoto, ma non di grande capacità, e poichè questo non
basterebbe, avrei a pigliare magazzini a pigione e lì dentro riporre il
volume delle sentenze, massime, apotegmi, _eccetera_: ciò, come vede,
menerebbe una spesa terribile e spianterebbe le regole della savia
economia, ch'ella tanto spesso mi va predicando: sicchè osservi bene
ch'egli è proprio per amore di lei, mio caro zio, e delle cose sue se
di quanto ella mi dice la mattina procuro che non mi rimanga la sera nè
anco una gocciola nel capo.
— Allora mi toccherà riprincipiare.
— Oh no! zio, in coscienza non me ne importa nulla.
— Importa però a me, disgraziato, che tu l'abbi presente.
— Zio, noi in virtù dell'autorità nostra la dispensiamo; davvero non
ci si sentiamo disposti — e in così dire si alzava per andarsene,
quando lo zio lo afferrò per un braccio, e suo malgrado lo costrinse a
sedersi.
— Abbi pazienza e ascoltami. — Queste parole veramente furono
proferite col solito suono di voce, senonchè Marcello levando gli
occhi vide balenare dentro a quelli dello zio il lampo, che ricordò
avere osservato nei tigri sul punto di avventarsi; allora gli tornò
in acconcio il consiglio di Betta, e persuaso alla fine che si
faceva davvero, tacque e si propose a modello i piloti, i quali allo
avvicinarsi della tempesta si recano in mano il timone e forbiscono il
vetro della bussola.
— Marcello, allora cominciò lo zio, tu mi cascasti addosso come il
tegolo sul capo di Pirro, orfano, lattante, infermo e povero quanto
Giobbe: mandai tosto per un medico proprio co' fiocchi amico mio
sviscerassimo, il quale dopo averti guardato di sotto e di sopra mi
disse così; non te ne avere a male, proprio così: — che cosa volete
farvi di questo mostro? Buttatelo nel corbello della spazzatura, tanto
ei non può vivere, — Io risposi: — mi sento capace di agguantare la
natura pel collo e cavarle i denti, come Sansone costumava ai lioni.
— Bò! voi? soggiunse il medico: voi senza Betta non siete capace ad
assodare un uovo.
— Che Betta non ci abbia a entrare, non perfidio, io ripresi; ma con
lei di aiuto io mi vanto preservare da morte questo infante, e ci
gioco.
— Non ne farete nulla.
— Scommettete.
— Denari buttati.
— Scommettete.
— Ve gli mangerei.
— Promettete per Dio! urlai fuori dei gangheri: tu scappasti via
impaurito strillando ed agitando le braccia, sicchè a somigliarti a un
pipistrello si correva rischio che questo se la pigliasse a male: il
medico ed io scomettemmo un pane pepato a Ceppo. Ti curai, ti vegliai,
Betta sempre diacona e suddiacona; in te schermii con suprema cautela
quel tuo filo di vita, quasi lumicino riparato dal vento col cavo
della mano: ti fui padre, m'ingegnai esserti madre; se come madre col
latte del mio seno non ti ho nudrito, col calore del mio seno ti ho
riscaldato: — e a Ceppo vinsi al medico il pane pepato.
Tu poi dal giorno della discrezione non cessavi pure un momento di
ficcare i denti in questo seno, che non ha palpitato per altri che per
te; così è da venti e più anni, tu mi regali ad ogni capo di anno un
calendario di morsi nel cuore.
Io era bello allora, vedi, e giovane della tua età o poco più, e il
sangue mi andava di su e di giù per le vene a modo di cartucce di aghi
d'Inghilterra: ogni volta che m'imbatteva in qualche fanciulla che mi
andasse a genio, spiccava un salto come un capriolo, e le ficcava gli
occhi addosso, e ce li teneva fissi, finchè non mi fosse scomparsa
davanti; qualcheduna anco ne ho vista voltarsi e ricambiare meco uno
di quegli sguardi, tu mi capisci, che valgono quanto i baci o giù di
lì: insomma, guà, io mi sentiva, sto per dire, fatto a posta per gli
affetti soavi, pregustava i gaudii, m'inorgogliva nella potenza della
famiglia: — Signor no, una voce dentro prese a predicare, signor no,
poichè Dio della famiglia le ha dato begli e fatti gli effetti; ciò
significa ch'ella deve astenersi dalle cause; lo ringrazii dunque per
averlo letiziato di figliuoli senza moglie: se ci pensa su, conoscerà
che le toccarono le ostriche quasimente senza i gusci; la si tenga
addirittura come nato vestito. — Eh! sarà così, conchiusi fra me, e
senza badare ad altro ti murai arpione unico alla parete domestica per
attaccarci ogni scopo della mia vita. Quando Betta da una parte ed io
dall'altra dondolavamo la tua culla, Betta, diceva: —
— Veda signor Orazio, questa creatura ha da essere proprio il bastone
della sua vecchiaia. —
— Lo credo anch'io, rispondeva, rimane a vedersi però se su le spalle
o nelle mani. Ora tu sai, Marcello, che a patirti bastone sopra le
spalle quasi quasi mi ci era addattato, ma tu, per Dio, mi hai dato un
picchio sul capo; questo non aveva presagito, ed a questo non mi posso
adattare. —
E qui il povero uomo si asciugava il sudore; quindi riprese: — Ti
ho fatto educare in ogni maniera di lettere e di scienze; e mi ci
sono adoperato io stesso: dei classici tu mi hai fatto galletti, le
grammatiche vendesti per comperarti tanta polvere da botta, la libreria
convertisti in campo di battaglia; un giorno e' stette a un pelo che
tu non mi mandassi all'aria la casa. Dopo tanto tempo perduto e tanto
danaro speso mi fai il piacere di dirmi che cosa tu abbia imparato?
Niente, nè meno a conoscerti un solennissimo ciuco ed a vergognartene.
Un giorno mi dicesti:
— Che vuole ella, zio, io mi sento l'argento vivo nelle ossa; le
parole, che leggo, dopo mezza ora mi pare che mi ballino il _valzer_
davanti gli occhi, vorrei movermi.
— E così sia, ti risposi: vuoi milizia?
— No.
— Vuoi marineria?
— Nè meno.
— L'agricoltura ti garberebbe?
— Villano mi sento abbastanza senza bisogno di studio.
— Questa risposta fu un lucido intervallo del tuo giudizio: ho capito,
replicai, tu se' come Bertoldo, al quale non piaceva verun albero dove
lo avevano ad impiccare...
— Sicuro! interruppe il giovine, mi gingillai un pezzo perchè una delle
sue sentenze, che non mi era voluta uscire di mente, mi diceva, — chi
sta bene non si muova, ma poi scelsi...
— Lo so pur troppo, scegliesti viaggiare, e in Isvizzera ti recasti
a pescare le trote, a Lisbona per bere il vino di Oporto, a Londra
per vedere le corse di cavalli, a Palermo per assistere alla festa
di santa Rosalia, a Buenos-Ayres per sincerarti come fosse fatta la
Manuelita figliuola del Dittatore Rosas; e come la lumaca girando
intorno al cavolo cappuccio ci segna una striscia che pare di argento,
tu viaggiando pel mondo ti lasciasti dietro una striscia di debiti, che
poi è toccato per onore della casa pagare a me, come se fossi andato
co' filibustieri ad arraffare danaro in America, o co' banchieri ebrei
a risucchiarlo a Parigi. — Il mondo vecchio ti bagnava, il nuovo ti
cimava.
— È vero — disse Marcello contrito in suono di _confiteor_.
— Ti diedi compagnia di gente dabbene, da ventiquattro carati tutta;
ti andai ricordando sempre gli esempii onoratissimi di tuo padre, mio
degno fratello, e del tuo avo, fiore di galantuomo; nè da me, spero,
tu ne imparasti di cattivi. E queste ultime parole Orazio pronunziò
abbassando gli occhi, ed arrossendo con tale un senso di pudore, che
se l'angiola (io veramente dichiaro di non sapere se tra gli angioli
ci sia il maschio e la femmina, ma mi giova credere che ci abbiano ad
essere) della verecondia gli fosse in quel momento capitata davanti gli
avrebbe detto: — Ave, fratello! —
Dopo breve spazio di tempo il signore Orazio continuò:
— La notte del giovedì grasso, mentre spegnevi il lume per andartene
a letto, io ti ammoniva: O Marcello e fino a quando?... E tu
m'interrompesti dicendo:
— Zio; piglia un granchio, metta in vece di Marcello, Catilina, s'ella
vuol ripetere il famoso esordio _ex abrupto_ di Cicerone: però non ti
badai e ripresi: e fino a quando del cuore del tuo povero zio non farai
maggior caso di quello che i ragazzi si facciano delle ghiaie, allorchè
le tirano a schizzare tre o quattro volte su l'acqua e poi cascano giù
in fondo? —
— E tu qui, le lo rammenti? M'interrompevi da capo e soggiungevi:
quanto a questo poi, caro zio, mi piglio lo impegno di farle saltare
cinque volte o sei. Io sempre senza avvertirti continuai: aveva sperato
cavare da te un pezzo grosso, e in vece di grosso mi diventi un giorno
più dell'altro un pezzo duro; questo veramente non entrava nei miei
calcoli, e nondimeno pazienza. Va a letto, figliuol mio, e se non mi è
riuscito tirarti su dall'Asino, agguantati con le mani e coi piedi per
non dare un tuffo nel birbone. Buona notte!
— Per alcuni giorni tu camminasti per la via della virtù da disgradarne
Brigliadoro, che come sai fu il cavallo di Orlando; ma ahimè! giunti
che fummo a mezza quaresima, io me ne ricordo sempre con raccapriccio,
e me ne rammento bene, perchè frastornato dal chiasso mi affacciai
alla finestra, dove vidi i monelli, che, dopo avere appiccato la coda
a Don Margotto, gli facevano dietro la baiata: ebbi per la prima volta
a minacciarti... sì, cattivo soggetto, tu costringesti, me Orazio, a
minacciare il figliuolo del suo fratello, che lo avrebbe cacciato di
casa se non mutava vita. Gli spessi rimedii, a dose doppia, accusavano
il male aggravato. — Marcellino, da capo io li avvertiva, il mio cuore
è infermo per te; la ragione gli tasta il polso, e sente diventargli
ad ogni tratto più languido: fa attenzione, se un giorno o l'altro gli
capitasse morire, guai a me! guai a te! Coi rimpianti non risuscitano
i morti. Allora che potremmo fare noi? Uno diviso dall'altro, immemori
del passato, irrimediabilmente, c'incontreremmo come estranei intorno
al cataletto per cantargli _requiem æternam_.
— E a chi, zio, dovremmo io insieme con lei cantare l'uffizio dei morti?
— E non hai capito, disgraziato, la metafora? Al mio cuore, al mio
cuore morto per te. Ma sta attento qui che adesso viene la stretta;
tu, col moto del sasso che accostandosi al centro si moltiplica, hai
percorso tutto il campo del vizio a scavezzacollo, e già, mira, tu
tocchi... tu hai toccato... già le porte del delitto si spalancano
dinanzi a te.
— Oh! — mise uno strido il giovane e si cacciò involontariamente la
mano sotto la veste come per cercarvi il coltello.
— Sta fermo, Marcello, che non ti venisse voglia di ammazzare
il tuo zio... protesto in tempo utile che non ci sarebbe il mio
consenso. —
Ma il giovane strabuzzando gli occhi borbottava: — oh! fosse qui lo
scellerato, che mi assassina nel cuore dello zio.
— Ecco l'assassino; vien qua oltre e leggi.
Lo zio Orazio mise in mano al giovane Marcello il foglio cagione
di tanto scompiglio; il giovane gittandovi su gli occhi impallidì,
abbrividì, poi di repente diventò pavonazzo, ed abbrancato il foglio lo
ridusse in pezzi.
— Ecco l'orso, disse il signore Orazio, il quale, ferito, morde lo
spiedo e non bada al cacciatore.
— Forse sentiamo, via, o non ha a chiamarsi spia costui?
— Che rileva questo? Attendi alla fiamma e lascia andare il fumo.
— Sì, ma ad ogni modo è spia.
— Ti rispondo come il Berni allo Aretino:
Il papa è papa e tu sei un furfante.
non giace qui il nodo: è vero o no quanto si scrive lì dentro?
— Costui non aveva diritto di spiare i miei passi.
— È vero o no quanto si scrive lì dentro? —
Il giovane getta via il cappello, si tira da parte i capelli
scoprendosi la fronte, e dice: — è vero!
A Orazio saltarono addosso i brividi: se con quel piglio, se con
cotesta risolutezza il giovane avesse affermato: — non è vero. — Orazio
lo avrebbe, mi credo io, mangiato per la tenerezza, come le gatte
talora costumano co' propri figliuoli; ora per non dare uno stramazzone
in terra gli toccò ad agguantarsi con ambedue le mani al tavolino. Così
rimasero alquanto, zio e nipote; per ultimo questi in tuono bimolle
domandò:
— Signore zio, e giudica veramente che questo sdruscio non si possa
rammendare.
— Vedi se venisse Bastiano stesso a pregarmene, quel Bastiano,