CAPITOLO PRIMO

Nel quale s'impara come Betta facesse il Thè, e il signor Orazio la

lasciasse stare.

Il signor Orazio se n'era tornato a casa lieto più del solito: giù per

le scale lo avevano sentito cantare un'aria degli _Arabi nelle Gallie_,

cosa che gli tolse l'incomodo di sonare il campanello, imperciocchè

Betta lì pronta gli avesse fatta trovare l'uscio aperto: entrato

in camera e sovvenuto da Betta, spogliò le vesti cittadine, scalzò

le scarpe, depose la parrucca, ed in vece di tutte coteste robe e'

si mise addosso una guarnacca di casa di dobletto bianco stampato a

mele, carciofi e non so nemmeno io con quanti altri frutti e legumi,

propriamente da disgradarne le sottane di Pomona; il capo cacciò dentro

un beretto di cotone candidissimo, che pareva crema sbattuta, e i piedi

dentro un paio di pantofole di marocchino giallo, fatte venire a bella

posta da Tangeri.

Dopo avere dato sesto ad ogni cosa, seguito sempre da Betta, come il

_pio_ Enea dal _fido_ Acate, scese a vedere come stessero i famigli,

e a dare e a ricevere la buona sera; poi visitò Lilla la gatta, che

appunto in quel giorno si era sgravata felicemente di mezza serqua di

gattini; per ultimo volle governare di propria mano, secondo l'usanza

vecchia, Rebecca e Tobia, cagna e cane per bontà esemplare, castità,

discretezza e parecchie altre virtù cardinali (teologali non si era mai

accorto che ne avessero) degne in tutto di figurare (se posso dirlo

senza tema di sbalestrare a parole) nella santa scrittura a canto le

altre bestie famose, che ci hanno preso stanza.

Terminato il giro, Orazio tornò in cucina dove prese un lume, che i

famigli avevano intanto preparato, Betta ne tolse un altro, e così

si avviarono entrambi verso lo studio; qui Orazio si assettò, si

rincalzò e dopo essersi stabilito fermamente sopra il suo seggiolone a

bracciuoli, domandò:

— Betta! si è visto nessuno?

— Visite ne anco una, di fogliacci un diluvio: ecco lì, stanno davanti

a lei.

— O bene! esclamò Orazio fregandosi le mani alla vista di cotesto

mucchio di carte, ecco di che passare senza ozio la serata.

— Ed anche la massima parte della notte, e forse tutta senza chiudere

un occhio: ma, caro signore Orazio, mi dica in grazia, o che ci

guadagna ella a stillarsi il cervello a quel modo? Di quattrini, la Dio

mercede, non ne abbiamo più bisogno; la scienza, mi ha detto gente che

la conosce, è una torta tanto grande, che un uomo, il quale vivesse

quanto Noè, se arrivi mai a mangiarne una fetta ed anco piccina, è

bazza; e poi ella ne deve possedere tanta da caricarne un mulo e forse

due; dunque quando, caro signore Orazio, vorrà riposarsi una volta?

— Avremo tanto tempo da riposare al campo santo, Betta mia; ma

addesso va a farmi... o piuttosto va' ad ordinare che mi facciano il

thè. —

Betta andò, fece e tornò col thè: interrogato Orazio se avesse a

mescerglielo, quegli col cenno della mano rispose affermativamente, e

Bella lo versò secondo il consueto in due tazze, una per lui l'altra

per lei; ma siccome nè egli beveva, nè la invitava a bere, così ella si

ritrasse da parte pure aspettando.

Con le braccia pendenti, le mani una dentro l'altra intrecciate, Betta

si mise ad agguardare Orazio, ma non le veniva fatto di vederlo in

viso, perocchè egli lo tenesse nascosto dietro un foglio, che pareva

leggere con molta attenzione: tuttavolta riusciva difficile a credere

ch'egli leggesse, tremandogli le mani per modo, che il foglio andava

su e giù come il pettine del telaio. Betta si peritava a dirgli qualche

cosa, e per altra parte si sentiva rifinire dentro; col naso al vento,

gli occhi fissi, il volto sporto a mo' di bracco da punta intorno al

cespuglio dove ha sentito stormire la lepre, ella ogni atto spiava,

ogni moto di Orazio, i quali le porgessero così un po' di addentellato

per iscalzarlo intorno alle cause di codesto subito affanno, quando

ecco di botto a Orazio si prosciolsero le braccia, e il foglio gli

cascò di mano; senonchè per virtù di volontà si riebbe tosto, e a

prevenire qualunque domanda molesta disse con voce avventata:

— Betta! il thè... va farmi il thè....

— Caro signore Orazio, riprese Betta con un suono di voce che la sola

donna possiede, conciossiachè nel sangue delle donne entrasse per

eredità di quelle figliuole degli uomini, che si sentirono dire dagli

angioli: _vi vogliamo bene_; — caro signor Orazio, la non se la pigli

così di petto; ella che la sa lunga, dovrebbe approfittarsi per suo uso

del precetto, che vale meglio un asino vivo che un dottore morto.

— Tu parli di oro in oro, ma come entri la morte col thè, io non ce lo

so vedere.

— La morte no, che Dio guardi, bensì il suo affanno; oh! ella non è

di quelli che perfidia a negare un po' di cervello a noi altre povere

creature, perchè non sappiamo di lettera. No davvero, le si legge

in viso, come in un libro da coro, il male che le ha fatto cotesto

maledetto fogliaccio; dianzi aveva una cera da Gabriello, adesso poi...

sto per dire che quando il re Erode ordinò la strage degl'innocenti,

doveva essere come lei, o giù di lì... e poi la vuole vedere chiara

che il suo intelletto ha dato nei gerundii? Miri un po': il thè lo

ha chiesto da venti minuti in qua, ed io gliel'ho mesciuto per suo

comando... e da venti minuti le sta davanti ed ella non se ne accorge.

— Ouf! che caldo, proruppe Orazio, e con la mano destra si coperse gli

occhi, pure studiando sottrarsi alle investigazioni di Betta; per la

quale cosa pigliò il partito d'interrogarla:

— Betta, che ora fa adesso? —

Era scritto che per cotesta notte ad Orazio non dovesse andarne una a

bene, onde Betta, levatesi ambedue le braccia sopra il capo formando

come un angolo a sesto acuto, esclamò con voce piagnolosa.

— O santa Vergine, proteggetelo voi! Oh non ha sentito il suo orologio

lì sul cammino sonare testè le undici ore, e chetarsi giusto nel punto

in che mi sono chetata io.

— Bè, sta bene; or va, Betta, a dire ai servitori che si mettano a

letto, non ho bisogno di loro.

— Sì, signore.

— E se ti accomoda, ci puoi andare tu stessa.

— No, signore.

— Come no signore?

— _In primis_ perchè lasciandola sola in cotesto stato mi parrebbe

commettere peccato mortale, e poi quando verrà Marcellino a casa, o che

vuole andare ad aprirgli lei?

— Fa come vuoi, sorella mia, fa come vuoi, ma aspettalo fuori, e appena

arrivi mandamelo subito, e porta via il thè che è diventato freddo, io

non ne ho più voglia.

Il buco nel muro · 第 7 / 20 题