Nel quale s'impara come Betta facesse il Thè, e il signor Orazio la
lasciasse stare.
Il signor Orazio se n'era tornato a casa lieto più del solito: giù per
le scale lo avevano sentito cantare un'aria degli _Arabi nelle Gallie_,
cosa che gli tolse l'incomodo di sonare il campanello, imperciocchè
Betta lì pronta gli avesse fatta trovare l'uscio aperto: entrato
in camera e sovvenuto da Betta, spogliò le vesti cittadine, scalzò
le scarpe, depose la parrucca, ed in vece di tutte coteste robe e'
si mise addosso una guarnacca di casa di dobletto bianco stampato a
mele, carciofi e non so nemmeno io con quanti altri frutti e legumi,
propriamente da disgradarne le sottane di Pomona; il capo cacciò dentro
un beretto di cotone candidissimo, che pareva crema sbattuta, e i piedi
dentro un paio di pantofole di marocchino giallo, fatte venire a bella
posta da Tangeri.
Dopo avere dato sesto ad ogni cosa, seguito sempre da Betta, come il
_pio_ Enea dal _fido_ Acate, scese a vedere come stessero i famigli,
e a dare e a ricevere la buona sera; poi visitò Lilla la gatta, che
appunto in quel giorno si era sgravata felicemente di mezza serqua di
gattini; per ultimo volle governare di propria mano, secondo l'usanza
vecchia, Rebecca e Tobia, cagna e cane per bontà esemplare, castità,
discretezza e parecchie altre virtù cardinali (teologali non si era mai
accorto che ne avessero) degne in tutto di figurare (se posso dirlo
senza tema di sbalestrare a parole) nella santa scrittura a canto le
altre bestie famose, che ci hanno preso stanza.
Terminato il giro, Orazio tornò in cucina dove prese un lume, che i
famigli avevano intanto preparato, Betta ne tolse un altro, e così
si avviarono entrambi verso lo studio; qui Orazio si assettò, si
rincalzò e dopo essersi stabilito fermamente sopra il suo seggiolone a
bracciuoli, domandò:
— Betta! si è visto nessuno?
— Visite ne anco una, di fogliacci un diluvio: ecco lì, stanno davanti
a lei.
— O bene! esclamò Orazio fregandosi le mani alla vista di cotesto
mucchio di carte, ecco di che passare senza ozio la serata.
— Ed anche la massima parte della notte, e forse tutta senza chiudere
un occhio: ma, caro signore Orazio, mi dica in grazia, o che ci
guadagna ella a stillarsi il cervello a quel modo? Di quattrini, la Dio
mercede, non ne abbiamo più bisogno; la scienza, mi ha detto gente che
la conosce, è una torta tanto grande, che un uomo, il quale vivesse
quanto Noè, se arrivi mai a mangiarne una fetta ed anco piccina, è
bazza; e poi ella ne deve possedere tanta da caricarne un mulo e forse
due; dunque quando, caro signore Orazio, vorrà riposarsi una volta?
— Avremo tanto tempo da riposare al campo santo, Betta mia; ma
addesso va a farmi... o piuttosto va' ad ordinare che mi facciano il
thè. —
Betta andò, fece e tornò col thè: interrogato Orazio se avesse a
mescerglielo, quegli col cenno della mano rispose affermativamente, e
Bella lo versò secondo il consueto in due tazze, una per lui l'altra
per lei; ma siccome nè egli beveva, nè la invitava a bere, così ella si
ritrasse da parte pure aspettando.
Con le braccia pendenti, le mani una dentro l'altra intrecciate, Betta
si mise ad agguardare Orazio, ma non le veniva fatto di vederlo in
viso, perocchè egli lo tenesse nascosto dietro un foglio, che pareva
leggere con molta attenzione: tuttavolta riusciva difficile a credere
ch'egli leggesse, tremandogli le mani per modo, che il foglio andava
su e giù come il pettine del telaio. Betta si peritava a dirgli qualche
cosa, e per altra parte si sentiva rifinire dentro; col naso al vento,
gli occhi fissi, il volto sporto a mo' di bracco da punta intorno al
cespuglio dove ha sentito stormire la lepre, ella ogni atto spiava,
ogni moto di Orazio, i quali le porgessero così un po' di addentellato
per iscalzarlo intorno alle cause di codesto subito affanno, quando
ecco di botto a Orazio si prosciolsero le braccia, e il foglio gli
cascò di mano; senonchè per virtù di volontà si riebbe tosto, e a
prevenire qualunque domanda molesta disse con voce avventata:
— Betta! il thè... va farmi il thè....
— Caro signore Orazio, riprese Betta con un suono di voce che la sola
donna possiede, conciossiachè nel sangue delle donne entrasse per
eredità di quelle figliuole degli uomini, che si sentirono dire dagli
angioli: _vi vogliamo bene_; — caro signor Orazio, la non se la pigli
così di petto; ella che la sa lunga, dovrebbe approfittarsi per suo uso
del precetto, che vale meglio un asino vivo che un dottore morto.
— Tu parli di oro in oro, ma come entri la morte col thè, io non ce lo
so vedere.
— La morte no, che Dio guardi, bensì il suo affanno; oh! ella non è
di quelli che perfidia a negare un po' di cervello a noi altre povere
creature, perchè non sappiamo di lettera. No davvero, le si legge
in viso, come in un libro da coro, il male che le ha fatto cotesto
maledetto fogliaccio; dianzi aveva una cera da Gabriello, adesso poi...
sto per dire che quando il re Erode ordinò la strage degl'innocenti,
doveva essere come lei, o giù di lì... e poi la vuole vedere chiara
che il suo intelletto ha dato nei gerundii? Miri un po': il thè lo
ha chiesto da venti minuti in qua, ed io gliel'ho mesciuto per suo
comando... e da venti minuti le sta davanti ed ella non se ne accorge.
— Ouf! che caldo, proruppe Orazio, e con la mano destra si coperse gli
occhi, pure studiando sottrarsi alle investigazioni di Betta; per la
quale cosa pigliò il partito d'interrogarla:
— Betta, che ora fa adesso? —
Era scritto che per cotesta notte ad Orazio non dovesse andarne una a
bene, onde Betta, levatesi ambedue le braccia sopra il capo formando
come un angolo a sesto acuto, esclamò con voce piagnolosa.
— O santa Vergine, proteggetelo voi! Oh non ha sentito il suo orologio
lì sul cammino sonare testè le undici ore, e chetarsi giusto nel punto
in che mi sono chetata io.
— Bè, sta bene; or va, Betta, a dire ai servitori che si mettano a
letto, non ho bisogno di loro.
— Sì, signore.
— E se ti accomoda, ci puoi andare tu stessa.
— No, signore.
— Come no signore?
— _In primis_ perchè lasciandola sola in cotesto stato mi parrebbe
commettere peccato mortale, e poi quando verrà Marcellino a casa, o che
vuole andare ad aprirgli lei?
— Fa come vuoi, sorella mia, fa come vuoi, ma aspettalo fuori, e appena
arrivi mandamelo subito, e porta via il thè che è diventato freddo, io
non ne ho più voglia.