Il professore Romualdo stava quella mattina rivedendo i suoi
manoscritti che giacevano abbandonati da tanto tempo, e come succede
a chi non è in vena di lavorare sul serio e pur vorrebbe poter dire
a sè stesso che non è rimasto in ozio, collocava a posto le virgole
dimenticate, arrotondava l'occhiello degli _e_ e metteva i punti sugli
_i_. Si può tuttavia giurare che la sua mente era assorta in altri
pensieri ai quali non era certo estranea una persona la cui apparizione
repentina ed inaspettata lo fece scattar dalla sedia.
— Tu, Gilda?... Alzata?... A quest'ora?... Che direbbe il medico?
— Oh! — ella rispose — bisogna ormai emanciparsi dal medico... Sto
bene... Vedi come mi reggo da me...
— Stai bene e sei così pallida? — esclamò il professore con
inquietudine. — Che hai?
— Nulla....
— Non dirlo... Hai gli occhi gonfi, Gilda, sei agitata... Questa tua
visita mattutina non è certo senza una grave ragione.
— Voglio riprender le mie antiche abitudini — ella replicò, avvicinando
una seggiola al tavolino — voglio esser la tua assistente, il tuo
segretario come una volta... La pecorella smarrita ritorna all'ovile...
ecco tutto.
Com'ella s'accorse che lo zio Aldo stentava a raccapezzare il senso
delle sue parole, estrasse di tasca un foglio e glielo porse spiegato
— Leggi.
Appuntò il gomito al ginocchio, fece con la mano sostegno al mento, e
stette lì a capo chino senz'aprir bocca e senza batter palpebra. Pareva
una figura scolpita nel marmo.
Il professore intanto aveva divorato l'arruffatissima lettera di Mario.
— Parte? Ti lascia? — egli gridò, appena l'ebbe finita. E balzò in
piedi con impeto, schizzando fiamme dagli occhi.
Ella si scosse, sollevò la testa, e rivolgendo allo zio uno sguardo
soave e amorevole: — Sono stata io — gli disse — egli non fece che
ubbidirmi.
— Ubbidirti? — egli proruppe passando di sorpresa in sorpresa. — Gli
hai imposto tu di partire?
Ella gli riferì il colloquio avuto con Mario il giorno innanzi. Il
professore durò fatica a non interromperla cento volte.
— Non difenderlo, non iscusarlo — egli esclamò finalmente, misurando a
lunghi passi la stanza. — Che amore era il suo?... Ha potuto sentirti
parlare come gli parlavi, e non è caduto a' tuoi piedi, e non si pentì
delle sue esitazioni e non rinnovò i suoi giuramenti? T'ha abbandonata,
è fuggito perchè le tue guance sono men floride, perchè i tuoi occhi
sono meno scintillanti d'un tempo? E tu gli perdoni, e gli perdoneranno
tutti, e la sua vigliaccheria resterà impunita? Oh come intendo in
questo momento il piacere della vendetta!... Come disprezzo questa
scienza vantata che sfibra le virtù del braccio e dell'animo!... Come
volentieri la darei tutta quanta per essere un forte, per colpire
inesorabilmente colui che ti rende infelice!
— Mio cavaliere — rispose la giovinetta, atteggiando il labbro a un
malinconico sorriso — non voglio che tu mi vendichi... Non c'è offesa
da vendicare... Mario era pronto a sposarmi, fui io che gli resi la sua
parola... S'egli mi avesse resistito, sarebbe stato un eroe, e non si
può pretender dagli uomini che siano eroi... Forse è stato meglio così.
— Ma pur tu lo amavi?
— Oh sì... Quando credevo di poter essere una valida alleata del suo
ingegno, uno strumento della sua gloria. Appena cominciai a dubitare
che gli sarei stata d'impaccio, cominciai anche ad amarlo meno... Sono
orgogliosa...
— Gilda!... E l'avvenire?
— Starò qui come sono stata finora; mi rimetterò a studiare... le donne
brutte studiano... copierò i tuoi manoscritti, ti aiuterò nei tuoi
esperimenti...
Egli le diede sulla voce. — Non parlarmi dei miei esperimenti... Il
mio laboratorio io l'abborro... Voglio distruggerlo... O almeno voglio
chiuderne l'uscio per sempre...
— Lo riapriremo insieme, zio Aldo — rispose la Gilda. — Rammento
ancora le mattine che vi ho passate, a bocca aperta, tempestandoti
d'interrogazioni, ammirando la vastità del tuo sapere, e la infinita
pazienza che avevi con me... Povera cameretta! Da due anni la
trascuravo e ne fui punita... Oh se si potesse tornare indietro di due
anni!... Proviamo, zio Aldo.
— Se si potesse — egli ripetè, tentennando il capo con aria desolata.
E soggiunse a mezza voce: — È un nodo che non si scioglie. — Indi si
abbandonò sopra una sedia e si coprì il viso con le mani.
— Zio Aldo, tu mi nascondi qualche cosa — proruppe inquieta la Gilda.
— I nostri guai non sono finiti?
— La fatalità ci perseguita, o fanciulla... Io vorrei pure che queste
pareti ridivenissero per te il nido calmo e tranquillo della tua
infanzia, vorrei poter dirti come una volta: Addormèntati fidente
sulle mie ginocchia, appoggiati al mio braccio leale, lasciami esser
tua guida nel campo della scienza... Ma no; un destino iniquo non lo
permette; io sono un pazzo, io sono un malato.
— Se sei un malato, ti curerò — interruppe con dolcezza la giovinetta.
— Non mi curasti tu per due mesi? Dovrei abbandonarti, se soffri?
— Eppure sarà necessario — egli esclamò, agitandosi sulla seggiola.
E proseguì: — Non ho rimorsi... ho lottato... ho lottato tanto...
Tutti gli argomenti che la ragione può suggerire io me li son detti...
tutta l'energia d'un carattere avvezzo a vincer gli ostacoli, io l'ho
spesa... e non è valso a nulla...
— Ma insomma, a che mirano le tue parole? Che vuoi fare di me?
— Pensiamo insieme, studiamo un modo...
— Non posso più viver sotto questo tetto come la tua pupilla, come la
tua nipote, come la figlia dell'anima tua?
— Compiangimi, Gilda, non lo puoi.
— Come la tua sorella?... Vedi, i patimenti hanno in me affrettata
l'età... Io posso esser la tua sorella.
— Non lo puoi, non lo puoi — replicò il professore con l'accento della
disperazione.
Vi fu un istante di silenzio. Il dottor Romualdo teneva le mani
intrecciate sulle ginocchia, lo sguardo immobile a terra. La Gilda,
levatasi da sedere, gli si avvicinò lentamente. Un lieve rossore le
tingeva le gote.
— Alza gli occhi — ella disse — fissami in viso. In questa casa dove
non posso esser più nè pupilla, nè nipote, nè sorella, potrei almeno
esser la compagna della tua vita, la tua sposa?
— Tu, Gilda? — esclamò lo scienziato con un grido che veniva dal cuore.
— La mia sposa; L'hai detto? L'hai proprio detto, tu? L'hai detto sul
serio? Non ti sei presa giuoco di me? Oh no! Il tuo volto onesto porta
l'impronta della sincerità... Tu non vuoi uccidermi!
Egli le afferrò tutt'e due le mani e le tenne strette nelle sue.
— Zio Aldo — ella mormorò affettuosamente.
— Non chiamarmi più così... Chiamami Aldo... O piuttosto, no, sciocco
ch'io sono... chiamami ancora zio Aldo... c'è tanta dolcezza in
queste due parole pronunziate dalle tue labbra... Sentivo sempre
dirmi _professore_, _professore_... e non ero che un professore arido,
dotto, noioso...; tu mi dicesti zio e sono divenuto un uomo... Oh se
la mia vita fosse cominciata da quando batte il mio cuore, io sarei ben
giovine, o Gilda...
Egli s'interruppe un momento; poscia riprese con un sospiro: — Invece
hai riflettuto che son vecchio, che ho diciannove anni più di te?
Guarda la mia barba e i miei capelli segnati di bianco, guarda le
rughe della mia fronte... La tua giovinezza è appassita per poco; essa
risorgerà senza dubbio; ma la mia, oh la mia non torna mai più.
La Gilda scrollò il capo. — Tu mi porti un cuore che non ha amato altra
donna che me...
— Nessun'altra, nessun'altra — egli esclamò con enfasi.
— Lo vedi — ella rispose. — Il tuo cuore almeno è più giovine del mio
— Abbassò gli occhi e soggiunse arrossendo: — E da quando... da quanto
tempo mi ami?
— Lo so io forse? Fu nel giorno in cui lessi sulla tua fronte ch'era
finita per te l'infanzia gioconda; fu prima, fu dopo? Lo ignoro.
Sentivo il mio affetto trasformarsi a grado a grado, ma non sarei
riuscito a dire a me stesso che cosa provavo... Non avevo mai amato...
Ti cercavo e ti sfuggivo... Avevo un immenso desiderio e una paura
immensa delle tue carezze... Nelle mie notti insonni la tua immagine
mi appariva fra le tenebre... Nel giorno il fruscìo della tua veste,
il suono della tua voce turbava le mie meditazioni. Mi sembrava qualche
volta che non avrei avuto pace finchè tu non avessi abbandonato la mia
casa, e talora mi sembrava invece che senza di te non avrei potuto
vivere... Eppure era amore?... Non lo so, non lo so... Ma quando tu
amasti un altro, oh allora sì m'accorsi che veramente t'amavo...
— Poveretto! Che strazio deve essere stato il tuo! E hai sofferto in
silenzio?
— E potevo parlare? Eri bella come un angiolo, tutte le grazie della
gioventù ti fiorivano in viso; eri innamorata di un uomo bello e
giovine anche esso... parevate nati uno per l'altro... La vostra
passione era così ragionevole, la mia così strana, così assurda!
Parlare?... Darti un dolore, insidiare la tua felicità, io che
t'adoravo?... Un giorno solo fui per tradirmi... oh quel giorno avrei
voluto morire...
— Che rivelazione fu per me quella! — esclamò la Gilda.
— Te n'eri accorta?
— Sì... Ero venuta ad annunziarti il prossimo arrivo di Mario... Si
dovevano prendere i concerti per le nozze...
— Che pensasti di me, Gilda?
— Piansi tanto...; che non avrei fatto per consolarti? Tu ti sei chiuso
nella tua camera, nel tuo laboratorio... La mattina dopo...
— Taci — egli interruppe — a pensarci mi corre un gelo per l'ossa...
Più tardi io vegliavo al tuo letto... Avevi gli occhi bendati, eri
tutta una piaga... Il tuo respiro era un rantolo, la tua voce era un
gemito... I medici ti davano quasi per ispacciata; io volevo salvarti
a ogni costo...
— E mi salvasti.
— Sì, ma la mia ferita si faceva più larga e profonda. Dal tuo alito
infocato, dal tocco delle tue mani ardenti per la febbre, io aspiravo
l'amore... E non avevo speranze, e non avevo altro desiderio che quello
d'espiare un minuto d'oblìo... Non era per me ch'io ti conservavo in
vita, era per l'uomo a cui tu avevi giurato la tua fede. Spesso mi
pareva ch'egli non t'amasse abbastanza e me ne sdegnavo; ma pure (lo
crederesti?) sentivo una specie d'orgoglio all'idea che il mio amore
ignorato fosse più forte del suo... Accarezzavo col pensiero la mia
infinita miseria. Quando non s'ha più che il dolore, si vuole almeno
che il dolore sia grande... Intanto m'abbandonavo a occhi chiusi alla
corrente, aspettando da un momento all'altro che tu mi fossi tolta
per sempre... Ma no; tu non mi sei tolta, tu rimani; e io mi domando
ancora se tutto ciò non è un sogno, mi domando se sono ben desto...
Gilda, Gilda, sei tu sicura di non ubbidire a un impeto subitaneo, di
non cedere a un movimento di pietà verso di me, di dispetto verso _un
altro?_... Se ti pentissi domani! Se Mario tornasse!
— Uomo di poca fede!... Non è un capriccio il mio, non è un desiderio
di vendetta... Quante volte, in mezzo ai patimenti di questi ultimi
mesi, io confrontavo in silenzio l'amor tuo con quello dell'uomo che
avrebbe dovuto sposarmi!... Quante volte, se eravate entrambi accanto
al mio letto, io studiavo l'espressione diversa dei vostri volti; nel
tuo una tenerezza infinita, in quello di Mario un tedio profondo! E
dicevo: Mario amava la mia bellezza che è svanita; lo zio Aldo mi ama
qual sono, mi ama forse di più dacchè cessai di esser bella...
— E vero, è vero...
— Dicevo: Mario non è un triste, non è un vile; egli terrà la sua
parola, ma io avrò il rimorso di aver fatto una vittima... E così il
mio cuore s'allontanava a mano a mano da lui e s'avvicinava a te...
a te ch'eri stato la mia provvidenza, a te cui speravo di poter dar
qualche gioia. Oh Mario non tornerà; egli è troppo lieto della libertà
che gli è resa; egli insegue il suo ideale d'artista, va dove lo chiama
la sua anima appassionata del bello... Se tornasse...
— Ebbene? Che faresti?
— Ebbene? Farei... così — ella gridò gettandoglisi fra le braccia — e
ti direi: Son la tua sposa difendimi... Mi crederesti allora?
— Ti credo, ti credo — proruppe il dottor Romualdo, stringendo al seno
con impeto quel capo diletto. E mentre la copriva di baci, mormorava:
— Oh Gilda!... Amor mio!
— Non ci odii dunque più, noi povere donne? — ella chiese con malizia.
— Adoro te — egli rispose — ecco quello ch'io so.