Pochi mesi dopo, una bella mattina di settembre, il professor Romualdo
era affacciato alla finestra d'un albergo di Genova guardante il mare.
Era l'albergo medesimo in cui, circa quindici anni addietro, egli
aveva passato tante ore d'incertezza attendendo il suo misterioso
abboccamento col capitano Rodomiti. Fra quelle pareti era cominciata
per lui una nuova esistenza, eran cominciate le cure, i pensieri che
dovevano far sbocciare la sua gioventù appassita prima di nascere,
ed egli tornava oggi ai memori luoghi, allo stesso modo che l'egro
risanato torna pellegrino alla fonte ond'ebbe il primo ristoro. Come
quindici anni addietro, gli si stendeva davanti agli occhi lo splendido
golfo riscintillante ai raggi del sole, e una selva d'antenne si
levava al cielo, e mille barchette guizzavano sulle acque leggermente
increspate, e s'alzava dai pensili giardini il profumo dei fiori, e
dalle vie popolose l'allegro strepito del lavoro.
Ma questa volta il dottor Romualdo non era solo. S'aprì l'uscio
della camera attigua, e una giovine dalla persona snella e spigliata
s'avvicinò con passo rapido alla finestra, e toccò lievemente la spalla
del professore.
— Sei tu, Gilda? — egli disse, voltandosi estendendole ambe le mani.
— Va bene così? — ella chiese, mostrando la sua _toilette_ d'una
elegante semplicità. E soggiunse: — Son curiosa di vedere che
impressione gli faccio.
— Sei bella, Gilda — riprese il professore. — Sei troppo bella per me.
— Zitto — ella interruppe, portando al labbro l'indice della mano
destra — Zitto, non voglio sentir coteste sciocchezze.
La Gilda era sempre un po' magra, un po' pallida, ma il tempo andava
via via scolorando le sue cicatrici e ricolmava lentamente le sue
guance sparute, e faceva rinascere i suoi capelli, i cui ricciolini
bruni spuntavano dagli orli della sua cuffia. In quanto al segno che
l'era rimasto nell'occhio sinistro, esso non era percettibile a prima
vista. Certo ella non era più, ella non sarebbe più ridiventata la
splendida giovinetta che sollevava un mormorio di ammirazione sul suo
passaggio, ma era chiaro che le conseguenze dell'accidente ond'ella era
stata vittima avrebbero finito coll'essere assai minori di quanto s'era
supposto.
Ella s'accostò in punta di piedi all'uscio che metteva sul corridoio.
— Vien gente? — domandò il professore.
— No... Del resto, siamo intesi... Prima ch'egli entri scappo di là...
— Cattiva! Vuoi lasciar me nell'imbarazzo...
— Voglio veder come ti levi d'impaccio...
Non occorre una grande sagacità a capire che il professore e la Gilda
aspettavano qualcheduno. Questo qualcheduno era il capitano Rodomiti,
il quale aveva scritto a' suoi amici annunziando loro che sperava
d'essere a Genova col suo legno entro il settembre, e che giunto colà
avrebbe chiesto una licenza di alcuni mesi, e sarebbe intanto volato
subito a far loro una visita. Il capitano sapeva della malattia e
della guarigione della Gilda; non sapeva il resto, perchè le notizie
posteriori non avrebbero potuto pervenirgli durante il viaggio. Non
doveva esser piccola sorpresa per lui l'apprendere il matrimonio del
professore Romualdo con la figlioccia, e questa sorpresa i novelli
sposi avevano voluto anticiparla col venirgli incontro essi stessi.
Invero essi sentivano un po' di rimorso a non averlo consultato prima
delle nozze, ma si capisce d'altra parte che la condizione di due
fidanzati i quali abitano sotto il medesimo tetto è troppo ambigua
perchè essi non abbiano da affrettarsi a diventar marito e moglie.
Comunque sia, il professore e la Gilda, che s'erano sposati appena
ottenuto il decreto reale che toglieva l'impedimento della parentela,
si trovavano a Genova da un paio di settimane, e il nostro matematico
andava ogni mattina nel banco di noleggi del signor Egisto Giorgi
successore dei signori Radice e Lupini, per informarsi del capitano.
Alla fine, la vigilia del giorno di cui parliamo, il dottor Romualdo
era tornato all'albergo con una importante notizia. Il legno comandato
dal Rodomiti era in vista e sarebbe entrato in porto verso notte.
Allora il professore, d'accordo con la Gilda, era ripassato nel
banco del signor Giorgi a lasciarvi un bigliettino pel capitano così
concepito: «Sono qui all'_Hôtel de la Grande Bretagne_, nº 36. Ho molte
cose da dirvi. Vi aspetterò domani all'albergo fino a mezzogiorno.» Il
signor Giorgi, ch'era un uomo assai più officioso dei suoi predecessori
Radice e Lupini, non solo si incaricò della trasmissione del biglietto,
ma fece aver la mattina seguente al professor Grolli la risposta del
capitano: «Sarò da voi prima dell'ora indicata — scriveva il Rodomiti;
— ma che diamine v'impediva di venirmi a trovare a bordo? E la Gilda?»
Erano le undici quando un cameriere picchiò all'uscio del nº 36, e con
un certo timore reverenziale introdusse il gigantesco marinaio.
— Oh Grolli — disse costui, stringendo cordialmente la mano del
professore. — E la Gilda?
— Ormai sta bene.
— S'è sposata col suo Mario?
— No...
— Come?
— Or ora vi dirò. Accomodatevi.
Il capitano prese una sedia. — Non è la vostra camera da letto? — egli
domandò, girando intorno gli occhi.
— No... è un salottino... dormo di là — rispose il Grolli in fretta,
come se le parole gli scottassero la lingua.
— Cospetto! Siete in lusso ora — esclamò il Rodomiti. E soggiunse: — Su
via, raccontatemi... Questo matrimonio?
Quando il professore ebbe narrato che la Gilda aveva reso a Mario
la sua libertà e che Mario aveva accettata l'offerta, il capitano si
lasciò scappare una serqua di vigorose esclamazioni, le quali finirono
con una domanda _ad hominem:_ — E voi?
— Io? Che cosa?
— E voi non avete data una buona lezione a quel bellimbusto che pianta
la sposa perchè le è toccata una disgrazia?.. Oh lo so quel che volete
dire... È stata lei... Grazie tanto... Ella non poteva fare altrimenti;
ma un uomo che avesse avuto un filo d'onore non l'avrebbe presa in
parola... Ah caro Grolli, se ero nei vostri panni, non l'andava a
finire così... Gran che! Voi altri dotti non avete sangue nelle vene!
A questo punto il capitano con un brusco movimento ruppe la spalliera
della seggiola e si alzò di scatto facendo tremare i vetri della camera
sotto i suoi passi pesanti e poderosi.
— È dunque diventata un mostro questa Gilda? — egli ripigliò, dopo una
breve pausa.
— Un mostro! — esclamò il professore scandalizzato — Che idee?
— Oh adesso vi riscaldate! Con me? Era meglio riscaldarsi con
quell'altro... Via, scusate — continuò il Rodomiti, mutando tono. —
Son certo che avete fatto tutto ciò ch'era possibile... Se la Gilda
è sempre piacente, non dureremo fatica a darle un marito che valga
più di quel vostro famoso pittore... Bisognerà pensarci insieme... Ma
spiegatemi un po', perchè non l'avete condotta con voi a Genova?
Il professor Romualdo, più confuso che mai, guardò istintivamente verso
l'uscio della camera attigua.
Questo imbarazzo non isfuggì al capitano, il quale chiese con una
certa impazienza: — Siete in compagnia? C'è qualcheduno di là?... Avete
un'aria di mistero!...
— Benedette donne! — pensò il Grolli. — Hanno dei capricci!... Per
secondar la Gilda mi convien fare questa commedia. — Insomma — egli
disse a voce alta — ho da raccontarvi una novità...
— Ed è?
— Ho preso moglie...
Questo annunzio produsse al marinaio l'effetto dello scoppio d'una
mina. — Moglie?... Voi?... Scherzate?
— Niente affattissimo — rispose il professore punto da queste
esclamazioni — Parlo sul serio...
— E il vostro odio per le femmine?
— È sfumato...
— Non c'è che dire — osservò il marinaio, calmandosi a poco a poco
— voi siete il miglior giudice delle vostre azioni, e in quanto
alla donna che vi sposò, ella può vantarsi d'avere sposato un gran
galantuomo...
— Non credete quindi che questa donna abbia commesso uno sproposito
imperdonabile? — domandò il dottor Romualdo, alquanto rinfrancato.
— Tutt'altro... tutt'altro... Anzi vi chieggo perdono... Del resto, è
vero... siete ringiovanito, e mi congratulo con voi. Ma che volete?...
Penso alla mia figlioccia... Converrete meco che adesso è più urgente
che mai di accasarla... Povera Gilda!... È necessario ch'io la veda...
Abita sempre con voi?
— Sicuro...
— Non v'invidio... Due donne sotto il medesimo tetto...
— Ma mia moglie...
— Non intendo dir male di vostra moglie... Dio guardi... Ma in ogni
modo...
— Volete conoscerla? — insinuò il professore, che non vedeva l'ora di
gettar giù la maschera.
— No, grazie... o almeno finchè non sia necessario. Non prendete in
cattivo senso il mio rifiuto... Sapete che io sono un uomo alla buona,
un uomo che si trova a disagio in mezzo alle nuove conoscenze...
specialmente poi quando si tratta di signore...
— E se fosse una signora che si conoscesse da un pezzo? — disse una
vocina nota e melodiosa. In pari tempo la Gilda si precipitò nella
stanza e si appese (qui la frase va a pennello) al collo del capitano.
— Come? Che?... la Gilda...? — balbettò il Rodomiti nel colmo dello
sbalordimento.
— Sì, signore, la Gilda... Sono un po' mutata, ma insomma...
Il capitano guardava alternativamente la sua figlioccia e il
professore, le cui guance s'erano fatte del color della porpora — Sua
moglie? — egli disse infine.
— Sua moglie, sua moglie — ripetè la giovine.
— Non è lo sposo ch'ella si meritava — osservò Romualdo in tono
rimesso, ma senza affettazione di umiltà.
— _Zio Tonino_ — disse la Gilda — fallo tu finire una buona volta...
Egli ha paura che tu disapprovi il nostro matrimonio...
— In verità, figliuoli miei — esclamò il capitano, scotendo forte
la mano ad entrambi — in verità ch'io sarei una gran bestia se lo
disapprovassi... Ma vi confesso che mi avete fatto cascar dalle
nuvole... Ah professore, professore, siete più birichino di quello
che credevo, voi... Basta... Intanto, Gilda, torno a dirti ciò che
dicevo poco fa a lui... La donna che prese per marito questo signore ha
sposato un fior di galantuomo...
— Grazie, amico mio — interruppe il dottor Romualdo, raggiante di
contentezza.
— Un fior di galantuomo — continuò il capitano — a cui bisogna voler
bene sempre.
— Perdonandogli la sua età matura, il suo brutto visaccio, e i suoi
capelli che imbiancano — soggiunse il professore, compiendo la frase.
— Allora — saltò a dire la Gilda — io porterò in campo le mie cicatrici
e il mio occhio sinistro...
— Zitti tutti e due — gridò il capitano Antonio col suo vocione —
amatevi e fatemi presto diventare padrino d'un bel maschiotto... Questo
è l'essenziale.
— Oh! — bisbigliò la Gilda, arrossendo.
E il professore, tanto per mutar discorso: — E voi — disse — non
penserete mai a farvi una famiglia?
— Io? A sessantadue anni?... Eh via, a trentotto, ne avete trentotto,
non è vero?
— Sì.
— A trentotto la cosa va co' suoi piedi, ma a sessantadue poi... ho
proprio paura ch'essa andrebbe coi piedi degli altri.
* * * * *
La storia è finita. Che se qualcheduno volesse sapere che cosa
pensi di queste nozze la signora Dorotea, dirò soltanto ch'ella ne è
felicissima, che sostiene d'avervi contribuito per gran parte, ma che
non sa persuadersi come un così bel matrimonio non debba fruttarle
una vincita al lotto. E sì ch'ella va giocando a ogni estrazione i
numeri che le sono suggeriti dalla cabala e da persone sperimentate e
autorevoli.
Del resto, dopo il primo momento di stupore, tutti si sono persuasi
che il dotto professor Romualdo Grolli, sebbene non sia un Adone,
può essere un eccellente marito rimanendo un insigne matematico; solo
la signora Olimpia Lorati gli tiene il broncio perchè, volendo pure
sposarsi, non ha sposato una delle sue figliuole.