Da qualche giorno la Gilda aveva cominciato ad alzarsi, e, appoggiata
al braccio dello zio, passava lentamente dalla sua camera in
salotto, ove sedeva in una poltrona accanto alla finestra. Le Lorati
non mancavano mai di venirle a tener compagnia un paio d'ore e le
mostravano un'amicizia tanto più calda quanto maggiore era in loro la
soddisfazione di veder avvilita quella famosa bellezza. Nell'andarsene
esse facevano un'infinità di commenti.
— L'occhio sinistro è sciupato affatto.
— E il labbro inferiore?
— E quella cicatrice sulla fronte?
— E l'altra alla guancia?
— Povera Gilda, è proprio brutta.
— Bruttissima.
— Orribile.
— Vedete, ragazze — osservava la savia genitrice — come i pregi fisici
possano svanire da un giorno all'altro.
— Se non trovava lo sposo prima di questa disgrazia....
— Uhm! Il matrimonio non è ancora successo. Ci credo poco.
— Ella non ne parla mai...
— In ogni caso c'è tempo. Va così adagio a rimettersi... Il medico ha
detto che prima di pensare alle nozze ci vorranno dei mesi.
— E Mario intanto è assente da oltre una settimana.
— Ma torna presto.
— Pover'uomo! Se cerca qualche svago, bisogna perdonargli. È toccata
grossa anche a lui.
— Se la prende, non può essere che per rispetto alla sua parola....
— Un po' per questo e un po' per compassione.
— Essere sposata per compassione... Io non mi degnerei certamente —
sentenziò la maestosa Ginevra.
— Povera Gilda!
— Ma! Chi avrebbe potuto immaginarselo? Lei che si credeva una Venere...
Per Mario, reduce dal suo viaggetto, non fu piccola meraviglia trovar
alzata la Gilda. Quando egli la vide adagiata nella poltrona, smunta
in viso, col suo corpicino sottile perduto nell'ampia veste da camera,
pensò alla stupenda e florida giovinetta che aveva incontrato sulle
Alpi, e durò fatica a frenare una lagrima.
Ella s'accorse del suo turbamento, abbassò gli occhi, e si passò
rapidamente la mano sulla fronte.
— Devo parlarti — disse poi — fatti più vicino... No... anzi, prima
chiudi quei due usci... quello che dà nell'andito, e quello che mette
nella camera della signora Dorotea. Dall'altra parte non può venir
nessuno... Mio zio è all'Università.
Questi preparativi lo sgomentarono alquanto. Che rivolgeva ella
nell'animo?
— Sii franco come sarò io — ella principiò. — Il dissimulare non
giova... Nulla può mutare omai la mia risoluzione.
— La tua risoluzione?... Quale?
— Io non sarò più tua moglie.
— Che dici? Perchè?
— Oh! Non me lo domandare... Guardami. Egli comprese il significato
delle sue parole, ed esclamò: — È per questo? È per questo?
— Sì... Ci pensai fin dal primo giorno in cui mi colse la mia
sciagura... Adesso ho deciso... inesorabilmente deciso.
— Ma tu credi dunque che io...
Ella non lo lasciò finire. — No, Mario, non credo quello che tu
supponi... Tu mi sposeresti, ma saresti infelice.
— Oh Gilda...
— Sii sincero... Cento volte tu mi dicesti che non sai concepire la
donna che non sia bella... Io ne tremavo allora, e tu per rassicurarmi
mi protestavi ch'ero bellissima... Cento volte tu mi lasciasti
intendere che, artista anzitutto, tu cercavi nella donna il tipo
eterno della bellezza... e io ne tremavo e tu mi ripetevi che per
te io ero quel tipo... Ero io che col mio sguardo, col mio sorriso,
dovevo sprigionar dal tuo petto la sacra scintilla con cui si creano
i capolavori... lo dicevi tu... e mi venivano le vertigini a sentirmi
levata sì alto... Io mi chiedevo: — Potrò reggermi dove egli mi ha
posta? Potrò sempre dargli il segreto della linea e del colore? Sarò
sempre giovine, sarò sempre bella? Oh Mario, quando mi angustiavano
questi dubbi ero ancora vagheggiata, ammirata; adesso tu vedi ciò ch'è
divenuta la Dea che avevi cinta d'un nimbo... Fissami bene, Mario; che
ispirazioni potrai tu cercare su questo volto contraffatto?
Mentr'ella parlava, la sua voce, sulle prime leggermente commossa, si
faceva a grado a grado più limpida e sicura, e una espressione dolce ma
risoluta si dipingeva sulla sua fisonomia. Mario l'ascoltava attonito,
colpito dalla stoica fortezza di quella fanciulla di diciott'anni che
rinunziava senza esitazioni e senza lamenti alle sue più care speranze.
Com'egli si sentiva umile e piccino in confronto a lei! Come avrebbe
voluto nasconderle il suo cuore, di cui ella metteva a nudo i segreti!
Come si ribellava all'idea ch'ella dicesse il vero!
E accumulava frasi su frasi, e tentava ingannar lei, e tentava ingannar
sè medesimo, e chiamava stupida aberrazione il suo culto esclusivo
della bellezza fisica, e giurava alla Gilda che standole vicino egli
aveva imparato a pregiare in lei altre qualità e ad amarla per quelle.
Ma per quanto facesse, non gli usciva dal labbro uno di quei gridi
dell'anima che scendono all'anima e vincono ogni resistenza.
Ella lo lasciò dire; poi riprese con un sospiro: — Sì, Mario, tu devi
parlar come fai, io tener fermo il mio punto... La mia schiettezza
può parer dura oggi, ma verrà giorno in cui dirai: — la Gilda aveva
ragione. — E sarà quel giorno nel quale, se ti dèssi retta, mi
rinfacceresti il sacrifizio della tua libertà.
— Oh Gilda, Gilda, mi reputi dunque ben vile — interruppe Mario,
torcendosi le mani, tanto più turbato, tanto più confuso quanto più la
fanciulla, discorrendo, coglieva nel segno.
— Non me lo rinfacceresti a parole, lo so — ella riprese con soavità
— ma lo capirei a ogni modo... e allora... adesso soffro forse...
ma allora sento che ne morrei di dolore... Bada a me, Mario, non
insistere... eri sincero quando mi rivelavi le tue debolezze d'artista;
in quel tempo non avevi ragione d'infingerti..., oggi sì... oggi hai
pietà di me, e io devo difenderti contro te stesso.... Va, Mario, non è
colpa tua; tu hai bisogno di moto, d'aria, di luce, hai bisogno di fare
un viaggio; qui il tuo ingegno si sfibra; l'ozio, lo scoraggiamento ti
uccidono.
— Ma sei tu che ti crei questi fantasmi...
— Non mentire, Mario... Io t'ho conosciuto nei tempi in cui la fiamma
dell'arte ti splendeva negli occhi e movevi incontro all'avvenire con
fronte alta e sicura... Allora la tua mente era piena di immagini,
il tuo album era pieno di disegni... da più mesi tu non fai nulla...
oh è inutile che tu accenni di sì col capo... Puoi mostrarmi, non
dico un tuo quadro, ma un tuo schizzo, ma una linea segnata dalla tua
matita?... Lo puoi?
— Tu eri malata, Gilda...
— Oh, le inquietudini sul conto mio sono cessate da oltre un mese. Che
hai fatto in questo mese?... Lo vedi, tu taci...
— Sei un giudice inesorabile — egli disse, quasi piangendo di dispetto
e di rabbia.
— Sono un giudice clemente. Tu ti dibatti in una lotta tremenda fra
ciò che stimi il tuo dovere e il desiderio immenso di libertà che
ti affanna. Va, Mario; dal tuo dovere, s'è tale, io ti sciolgo; la
tua libertà, io te la rendo... Va... io ti apro la gabbia, povero
prigioniero.
Mario si trovava in una condizione d'animo ben singolare. La libertà
che gli era offerta egli la sospirava come l'assetato sospira una
goccia d'acqua, eppure all'idea di accettarla gli salivano al viso
i rossori della vergogna; egli doveva riconoscere che la Gilda aveva
ragione, che l'amore ch'egli le aveva portato non era sopravvissuto
allo strazio della sua bellezza, eppure sentiva che mai come adesso
ella era stata degna di essere amata.
E intanto lo sguardo della giovinetta non si staccava da lui e sembrava
dovergli legger nell'anima i più riposti segreti.
— Ascolta — egli le disse infine — oggi, per quanto io facessi, le mie
parole non ti persuaderebbero... Ma domani?
— Domani? — ella ripetè distratta.
— Sì, consentimi di ritentar la prova...
— S'egli mi amasse davvero! — pensò la Gilda. Ma seppe frenar la sua
commozione, e rivoltasi a Mario con apparente tranquillità, lo licenziò
con queste parole: — Allora ci diremo addio domani.
Per quel giorno ella non lasciò trapelar nulla del colloquio avuto col
suo fidanzato, e deluse la curiosità della signora Dorotea, che voleva
sapere il perchè di quella sconvenienza del chiudere gli usci per di
dentro.
Il giovine pittore partì di là che aveva la febbre addosso. Che
fare?... Poteva esserci un dubbio su ciò che doveva fare?... Doveva
dire alla Gilda: — la sventura ha stretto di più il vincolo che ci
unisce; ora più che mai voglio farti mia sposa... — Ma se non l'amava,
se non era in poter suo di amarla?... Se aveva questa fatalità di non
saper amare che un bel viso? Se col suo eroismo non fosse riuscito
che a sacrificar sè e a rendere infelice lei?... Era già dubbio se il
matrimonio si conciliasse col suo spirito mobilissimo, anche quando
si trattava di sposare una giovine avvenente, florida, vispa... ma il
matrimonio con una malata?... Perchè la Gilda ormai era una malata e
sarebbe stata tale per un pezzo... Invece di averla compagna nelle sue
peregrinazioni artistiche, avrebbe dovuto vegliarla, assisterla... e
queste qualità d'infermiere egli non le possedeva... In mezzo alle cure
del nuovo suo stato si sarebbe spenta del tutto la sua ispirazione già
illanguidita, e allora... che avvenire per lui, che avvenire per la
Gilda!
Quando noi rifuggiamo da un grave sacrifizio, ci piace assai spesso
ripararci dietro l'idea che quel sacrifizio non gioverebbe neppure
a quelli per cui dovremmo farlo, e così Mario concludeva volentieri
i suoi ragionamenti col dirsi che la Gilda sarebbe stata infelice
sposandolo.
Pure una fiera lotta si agitò nel suo spirito, e ne portava le tracce
il foglio pieno di pentimenti e di scancellature che la Gilda ricevette
il dì appresso: — «Crudele, crudele, perchè suscitar la tempesta nella
mia anima? Io seguivo la via che mi pareva la sola buona, la sola
onorevole; tu con amara schiettezza hai voluto mostrarmene le insidie e
i pericoli, tu mi hai detto che non potrei percorrerla senza uccidere,
qual ch'esso sia, questo mio ingegno d'artista. È un'idea che mi toglie
la pace. Tutti devono essere qualche cosa nel mondo; io, che sarei se
non sono un pittore?... Non auguro al mio peggior nemico la notte che
ho passato... Ripensavo alle tue parole, e, a vicenda, ti adoravo, ti
ammiravo, ti colmavo di vitupèri... Sì, la tua generosità è spietata...
tu puoi darmi licenza d'essere un vile, non puoi impedirmi di credermi
tale... Vedi in qual bivio m'hai messo. O restare, con l'incubo di
non esser più atto a far nulla; o partire vergognandomi della mia
condotta... Ebbene, parto, cerco il moto, l'aria, la luce, di cui, come
dici, ho tanto bisogno, cerco la lena perduta. Se farò un capolavoro,
lo dovrò a te. A ogni modo, non ripatrierò prima di aver assodata la
mia riputazione d'artista. E tu, Gilda?... Non oso venire a stringerti
la mano; sarò già in viaggio quando riceverai questo foglio... Tu
meriti un uomo migliore di me, tu lo troverai senza dubbio... Ma, se tu
fossi libera al mio ritorno, potrei sperare di non esser respinto?...
Se ti riesce, non disprezzarmi, e fa che non mi disprezzi il tuo ottimo
zio... È troppa audacia chiedere una tua lettera, almeno una, a Zurigo,
ferma in posta? Addio, addio.»
In conformità a quanto egli scriveva, Mario era partito con la
prima corsa, diretto sulla linea di Modane. Giunto a Torino, vi si
trattenne per poche ore affine di salutarvi suo padre, il quale si
trovava colà per ragioni del suo commercio. L'ottimo signor Gedeone
fu molto addolorato, non tanto delle nozze sfumate quanto della nuova
partenza di Mario, ch'egli amava sinceramente. Nondimeno egli riempì
di napoleoni d'oro la borsa del figliuol prodigo e s'impegnò a non
fargli mancar danaro finchè non fosse in grado di mantenersi co' propri
guadagni. — Quattrini, e poi quattrini, e sempre quattrini — borbottò
tristamente il signor Gedeone. — Senza contare la pigione del casino di
Firenze e la spesa dell'ammobiliamento... È inutile, son fatto così;
per questo figliuolo darei il sangue... con quel sugo... per averlo
sempre lontano.
E il signor Gedeone cercò un sollievo alle sue amarezze domestiche
nell'acquisto di una partita di farina avariata che poteva servir
benissimo per la sua fornitura agli Istituti Pii.