XX.

Le prime parole articolate dalla Gilda, appena il suo stato glielo

concesse, furono queste: — Non voglio che Mario entri in camera. Non

voglio che egli mi veda così.

E Mario, arrivato sotto sì tristi auspizi, non osò per qualche giorno

infrangere il divieto della sua sposa. Egli non sapeva rassegnarsi

all'idea di vedere sformata colei, che, nella sua fantasia, era rimasta

fulgida e bella come un raggio di sole. Veniva ogni momento nella

camera del professor Grolli, origliava all'uscio, interrogava con lo

sguardo i medici, le infermiere, e poi s'abbandonava accasciato sul

canapè. Di tanto in tanto la sua pupilla s'arrestava sull'effigie che

pendeva dalla parete e ch'era senza dubbio l'opera migliore uscita

dalle sue mani. Erano quelli gli occhi che lo avevano acceso, era

quello il sorriso che lo aveva inebbriato, quella fanciulla divina

doveva essere l'ispiratrice dei suoi quadri venturi. Oh perchè non

poteva, nuovo Pigmalione, infondere la vita nella sua fattura e

strapparla alla tela, e persuadersi che la Gilda vera era questa, e

fuggire con lei lontano lontano, e non rammentarsi dei casi dell'altra

che come d'un cattivo sogno?

Alla lunga però la vergogna lo vinse: egli sentì che aveva obbligo

sacro d'infrangere la proibizione e di assistere colei che doveva esser

sua sposa. Ciò ch'egli soffrisse nel mirarla tutta coperta di bende

e d'empiastri non è difficile immaginare; ella non lo vide, chè aveva

fasciati gli occhi e la fronte, ma sentì la sua voce e gli disse con un

gemito: — Mario, perchè venire? La Gilda che tu amavi è morta.

L'idea di contribuire a salvarla, la speranza che ov'ella guarisse

rifiorirebbe anche la sua bellezza, dava al giovine la forza ch'egli

stesso non avrebbe creduto di avere. Egli non aveva il coraggio di

chiedersi: — L'amerai s'ella rimarrà deformata? — ma intanto sentiva

che bisognava lottare per farla vivere.

Era una lotta seria. La Gilda ebbe febbri terribili, ebbe spossatezze

che facevano tremare i medici, i quali temettero più d'una volta una

irreparabile infezione del sangue. A due riprese si credette tutto

perduto, e il cavaliere Lorati, secondo la sua pietosa consuetudine,

aveva già abbozzato in mente il cenno necrologico della giovinetta.

Ella non desiderava guarire. — Credi, è meglio _per tutti_ che io muoia

— ella disse un giorno allo zio.

— Oh Gilda! — esclamò con un gemito il professore.

— Forse per te no — ella rispose — Tu mi vorresti bene in ogni caso...

Sei tanto buono, zio Aldo...

Egli la guardò intenerito, e queste parole fecero vibrare in lui le più

riposte corde dell'anima.

Se Mario passava parecchie ore presso la malata, il professor Romualdo

non se ne staccava nè giorno nè notte. Soverchiato dalla stanchezza,

egli abbassava le palpebre, lasciava cader la testa sul petto, ma non

si moveva dal suo posto, e il suo sonno era tanto leggero che la Gilda

non lo chiamava mai inutilmente. Egli preveniva, indovinava tutti i

suoi desiderii, le porgeva da bere, aiutava l'infermiera a mutarla

di posizione, invigilava perch'ella prendesse i medicamenti all'ore

prescritte. Non sapeva far altro, non sapeva pensar ad altro; sarebbe

stato inetto a risolvere il più semplice teorema di geometria; si

ricordava appena della sua Università, egli ch'era stato fino a quel

tempo il più assiduo tra i professori. Invano gli si raccomandava la

calma, gli si presagiva, che, tirando innanzi a quel modo, avrebbe

finito coll'ammalarsi anche lui; egli non porgeva ascolto a nessuno.

Vegliando, soffrendo al capezzale della Gilda, gli pareva d'espiare

verso di lei, verso Mario, il gran delitto di aver invidiato la loro

felicità.

Nè la signora Dorotea era avara dell'opera sua. Le supreme necessità

del momento le avevano ridonato una parte dell'antico vigore; era

sempre in moto, aveva sempre un gran da fare a preparar i brodi

succulenti per la malata, e, negli intervalli di riposo, brontolava

contro il professor Romualdo che non le cedeva mai il posto al letto

della nipote. La miglior prova delle preoccupazioni del suo animo

era il suo oblìo quasi assoluto del gioco del lotto. E sì che gli

straordinari accidenti successi in casa erano tali da suggerirle dei

bellissimi _terni!_ Si buccinava anzi che uno ne avesse guadagnato la

portinaja, interpretando con acume il grave fatto dell'esplosione.

Intanto la Gilda migliorava. Sul finire della terza settimana il medico

dichiarò rimosso il pericolo ch'ella perdesse la vista, quantunque

fosse più che probabile che le sarebbe rimasto leggermente offeso

l'occhio sinistro. Di lì ad altri dieci giorni si dileguarono le

ultime apprensioni circa allo stato generale dell'inferma. Cominciava

il periodo della convalescenza, una convalescenza che sarebbe stata

lunga, dicevano i medici, e che doveva esser piena di riguardi e di

cure. Ma che importava tutto ciò, se c'era da gridar al miracolo pei

risultamenti ottenuti?

Per quanto sia una bella cosa lo star bene di salute, il guarire

sarebbe una cosa ancora più bella, se non ci fosse il grave

inconveniente che per guarire è necessario essere stati malati. Ciocchè

mi richiama alla mente un romanzo francese, nel quale una signora,

più arguta che costumata, dice a una amica: — Credimi, la miglior

condizione per una donna è quella di vedova. — E l'amica, femmina

della stessa risma, rincarando la dose con un frizzo ancora peggiore,

risponde: — Sì, se per esser vedova non bisognasse prima esser

maritata. — Discorsi immorali, che saranno meritamente riprovati dalle

virtuose lettrici.

Ma venendo a noi, quale pur sia il posto che le dolcezze della

guarigione occupano tra le gioie, non troppo numerose, della vita,

è certo che questo posto è molto elevato. Guarire è un rinascere

con conoscenza di causa, e nello stesso tempo con la disposizione a

rammentare tutto ciò che la vita ha di giocondo, a dimenticare tutto

ciò ch'essa ha di triste. Ci pare che l'universo si adorni per farci

festa; che gli uccelli cantin per noi; che per noi olezzino i fiori,

e il sole c'inviti a bearci ne' suoi raggi. Noi ci affacciamo alla

finestra e la rondine ci dice: _ben tornati_; usciamo all'aperto, e

lo stormir delle foglie, e il mormorio del ruscello, e le mille voci

della natura si fondono ai nostri orecchi in un saluto cortese. Anche

gli uomini son buoni, ci sorridono, ci stendon la mano, ci parlano

di cose allegre, di cose leggiere; non è tempo questo da malinconie

e da grattacapi. Sotto ai nostri piedi è un tappeto di rose, sulla

nostra testa è una danza d'astri lucenti. E nel nostro cuore? Tutto il

meglio ch'è in noi s'agita, ribolle, scintilla; si svegliano i pensieri

gentili, le fedi ardenti, le speranze baldanzose, e quella inesausta

sete d'amore ch'è tormento e dolcezza dell'esistenza. Il mondo è nostro

un'altra volta: avanti!

Però, questa voluttà della vita che torna non brillava negli occhi

della Gilda, quando col lento rimettersi delle forze si sgombravano

le nebbie del suo spirito. Ella sentiva che un abisso la divideva dal

passato; un istante aveva distrutto la sua beltà e la sua giovinezza.

L'avvenire che l'aspettava non poteva esser più quello ch'ella aveva

sognato nell'estasi de' suoi giorni felici; la figura di Mario, ch'ella

mirava talvolta vicino al suo capezzale, le faceva l'effetto d'una

visione d'altri tempi evocata dalla sua fantasia, la voce di lui le

pareva l'ultima risonanza d'una musica che si perde lontano.

Era strano, ma le sembrava d'esser più libera allorchè Mario non era

presente, allorch'ella rimaneva sola con lo zio Aldo. L'affezione

fida, discreta, inalterabile, al cui tepido soffio ella era cresciuta,

non era stata scossa dalla tempesta che aveva sfrondato tante gioie e

tante speranze della sua vita. Ella la trovava accanto a sè, sollecita,

operosa come per lo addietro, più forse che per lo addietro, come se

avesse attinto nuovo vigore dalle prove della sventura. Di quando in

quando, simile a un'ombra, le si affacciava alla mente il ricordo d'un

giorno in cui le parole e gli sguardi dello zio l'avevano sgomentata;

ma oggi quel ricordo non valeva a turbarla, ad offenderla, a scrollar

la sua fede. I suoi occhi non isfuggivano gli occhi del professore che

sovente si volgevano in lei con una tenerezza piena d'ansietà, la sua

mano tremula e scarna cercava volentieri la mano dello scienziato.

E provava un senso di calma, di pace, che, in quella sua stanchezza

dell'animo e della persona, era il miglior bene a cui potesse aspirare.

Ma se arrivava Mario in uno di questi momenti d'abbandono, la Gilda

arrossiva, il professore si tirava in disparte; l'incanto era rotto, le

incertezze dell'avvenire penetravano nella camera insieme col giovine

artista. Egli faceva del suo meglio per esser gentile, officioso;

però, il tedio non tardava a dipingerglisi in viso, e la Gilda, con la

chiaroveggenza dei malati, se ne accorgeva anche troppo. Allorchè ella

sorprendeva il suo sguardo fisso su lei, le pareva ch'egli contasse le

sue cicatrici a una a una, le pareva ch'egli dovesse domandarle in tono

di rimprovero — Perchè non sei più bella?

— Oh — ella disse una mattina al professore Romualdo, che accampava

mille pretesti per non darle uno specchio — il mio vero specchio

è Mario. Ho visto da gran tempo nei suoi occhi che son diventata

bruttissima... Non sarà una novità, te lo assicuro, il vederlo in un

pezzo di vetro... Già, presto o tardi, a questo bisogna venirci... Via,

dammi lo specchio.

Alla fine, un giorno in cui Mario era assente, bisognò appagare il

suo desiderio. Prima però ella acconsentì a fare un po' di _toilette_

e anche a lasciarsi tagliare i capelli che le cadevano in gran copia,

come foglie secche dall'albero. — Torneranno a crescere — le si diceva

per confortarla, mentr'ella con moto nervoso ravvolgeva le dita lunghe

e sottili in quei bruni ricci ch'erano stati il suo orgoglio. Ella non

rispondeva nulla.

Poi che le forbici ebbero compìta l'opera loro, le si acconciò in capo

un cuffietta bianca, le si fece infilare un corsetto di bucato, e la

signora Dorotea, di sua propria mano, le annodò intorno al collo un

fisciù di seta azzurra.

La Gilda ruppe il silenzio. — Qua lo specchio, e ch'io faccia la mia

personale conoscenza — ella disse con un'allegria forzata. Indi si

voltò dalla parte dell'uscio. — È ben chiuso?

Le aveano portato uno specchietto ovale molto leggero che soleva stare

appiccato a un chiodo infisso in uno dei regoli della finestra della

camera del professore, il quale se ne serviva nel ravviarsi i capelli

e la barba.

La convalescente lo prese due volte in mano, e due volte lo depose

sulle coperte prima d'avere il coraggio d'alzarlo al livello del viso.

Ella tentò di volgere in celia le sue stesse esitazioni. — È come

quando dovevo prender l'olio da bambina... Se si potesse far come

allora... Chiuder gli occhi, aprir la bocca, e giù... Adesso invece

son proprio gli occhi che bisogna aprire... Coraggio... uno... due...

tre...

Nel bene la previsione va spesso oltre il vero, nel male avviene

sovente il contrario. Gli è che non v'è triste previsione, la quale

non sia temperata da una segreta speranza che il nostro spirito

s'inganni, che le nostre paure siano esagerate. E talvolta anzi noi

esageriamo a studio; fingiamo di prevedere un disastro ove secondo

ogni probabilità non istà per succedere che un incidente sgradevole.

Ma quando l'incidente sgradevole accade, non tardiamo ad accorgerci

ch'esso ha superato, non la nostra aspettazione immaginaria, ma la

nostra aspettazione reale.

— Devo essere orrenda, mostruosa — aveva detto mille volte la Gilda,

e, quantunque non fosse più bella, non era nè mostruosa, nè orrenda.

Nondimeno il vedersi nello specchio fu per lei un colpo di fulmine.

Era lei, era lei veramente quella donna pallida, tutta cicatrici e

lividure, che la mirava tra attonita e costernata? Stette un momento

muta ed immobile, soffocando gl'impeti tumultuosi dell'anima; poi si

guardò intorno smarrita, quasi a persuadersi ch'era ben desta, lasciò

cader di mano lo specchio, abbandonò il capo sui guanciali e si coperse

il viso con le lenzuola. La sentivano piangere sommessamente.

— Hai avuto troppa fretta — le ripetevano a gara il professore e la

signora Dorotea. — Di qui a un paio di settimane sarà tutt'altra cosa.

Ella, rannicchiata sotto le coltri, si stringeva nelle spalle e diceva:

— Lasciatemi sola... Per carità, lasciatemi sola... Mi calmerò da me.

Infatti, di lì a un'ora, ella era appieno ricomposta. Alla sera

s'intrattenne a lungo col medico, e con aria disinvolta lo pregò

di dirle quali tra i segni che le deturpavano la fisonomia il tempo

farebbe sparire e quali le resterebbero sempre. L'interrogato si provò

a dipinger tutto in rosa, ma la Gilda, che gli teneva inchiodati gli

occhi addosso e gli leggeva le bugie in viso, lo riprese amorevolmente.

— Non la trattasse come una bimba, se anche quella mattina ella aveva

fatto un capriccetto; ormai ella aveva messo giudizio e aveva diritto

di conoscere la verità tutta intiera.

Il medico si schermì quanto più potè, ma alla fine espose sinceramente

il parer suo, soggiungendo però, che la natura sbugiarda spesso i

pronostici della scienza e che in gioventù soprattutto si vedono dei

miracoli.

— Grazie — ella replicò, stringendo la mano al dottore. E il suo

volto aveva l'espressione seria e tranquilla di chi, uscendo da molte

incertezze, ha preso un partito decisivo.

Il Professore Romualdo · 第 23 / 28 题