Le prime parole articolate dalla Gilda, appena il suo stato glielo
concesse, furono queste: — Non voglio che Mario entri in camera. Non
voglio che egli mi veda così.
E Mario, arrivato sotto sì tristi auspizi, non osò per qualche giorno
infrangere il divieto della sua sposa. Egli non sapeva rassegnarsi
all'idea di vedere sformata colei, che, nella sua fantasia, era rimasta
fulgida e bella come un raggio di sole. Veniva ogni momento nella
camera del professor Grolli, origliava all'uscio, interrogava con lo
sguardo i medici, le infermiere, e poi s'abbandonava accasciato sul
canapè. Di tanto in tanto la sua pupilla s'arrestava sull'effigie che
pendeva dalla parete e ch'era senza dubbio l'opera migliore uscita
dalle sue mani. Erano quelli gli occhi che lo avevano acceso, era
quello il sorriso che lo aveva inebbriato, quella fanciulla divina
doveva essere l'ispiratrice dei suoi quadri venturi. Oh perchè non
poteva, nuovo Pigmalione, infondere la vita nella sua fattura e
strapparla alla tela, e persuadersi che la Gilda vera era questa, e
fuggire con lei lontano lontano, e non rammentarsi dei casi dell'altra
che come d'un cattivo sogno?
Alla lunga però la vergogna lo vinse: egli sentì che aveva obbligo
sacro d'infrangere la proibizione e di assistere colei che doveva esser
sua sposa. Ciò ch'egli soffrisse nel mirarla tutta coperta di bende
e d'empiastri non è difficile immaginare; ella non lo vide, chè aveva
fasciati gli occhi e la fronte, ma sentì la sua voce e gli disse con un
gemito: — Mario, perchè venire? La Gilda che tu amavi è morta.
L'idea di contribuire a salvarla, la speranza che ov'ella guarisse
rifiorirebbe anche la sua bellezza, dava al giovine la forza ch'egli
stesso non avrebbe creduto di avere. Egli non aveva il coraggio di
chiedersi: — L'amerai s'ella rimarrà deformata? — ma intanto sentiva
che bisognava lottare per farla vivere.
Era una lotta seria. La Gilda ebbe febbri terribili, ebbe spossatezze
che facevano tremare i medici, i quali temettero più d'una volta una
irreparabile infezione del sangue. A due riprese si credette tutto
perduto, e il cavaliere Lorati, secondo la sua pietosa consuetudine,
aveva già abbozzato in mente il cenno necrologico della giovinetta.
Ella non desiderava guarire. — Credi, è meglio _per tutti_ che io muoia
— ella disse un giorno allo zio.
— Oh Gilda! — esclamò con un gemito il professore.
— Forse per te no — ella rispose — Tu mi vorresti bene in ogni caso...
Sei tanto buono, zio Aldo...
Egli la guardò intenerito, e queste parole fecero vibrare in lui le più
riposte corde dell'anima.
Se Mario passava parecchie ore presso la malata, il professor Romualdo
non se ne staccava nè giorno nè notte. Soverchiato dalla stanchezza,
egli abbassava le palpebre, lasciava cader la testa sul petto, ma non
si moveva dal suo posto, e il suo sonno era tanto leggero che la Gilda
non lo chiamava mai inutilmente. Egli preveniva, indovinava tutti i
suoi desiderii, le porgeva da bere, aiutava l'infermiera a mutarla
di posizione, invigilava perch'ella prendesse i medicamenti all'ore
prescritte. Non sapeva far altro, non sapeva pensar ad altro; sarebbe
stato inetto a risolvere il più semplice teorema di geometria; si
ricordava appena della sua Università, egli ch'era stato fino a quel
tempo il più assiduo tra i professori. Invano gli si raccomandava la
calma, gli si presagiva, che, tirando innanzi a quel modo, avrebbe
finito coll'ammalarsi anche lui; egli non porgeva ascolto a nessuno.
Vegliando, soffrendo al capezzale della Gilda, gli pareva d'espiare
verso di lei, verso Mario, il gran delitto di aver invidiato la loro
felicità.
Nè la signora Dorotea era avara dell'opera sua. Le supreme necessità
del momento le avevano ridonato una parte dell'antico vigore; era
sempre in moto, aveva sempre un gran da fare a preparar i brodi
succulenti per la malata, e, negli intervalli di riposo, brontolava
contro il professor Romualdo che non le cedeva mai il posto al letto
della nipote. La miglior prova delle preoccupazioni del suo animo
era il suo oblìo quasi assoluto del gioco del lotto. E sì che gli
straordinari accidenti successi in casa erano tali da suggerirle dei
bellissimi _terni!_ Si buccinava anzi che uno ne avesse guadagnato la
portinaja, interpretando con acume il grave fatto dell'esplosione.
Intanto la Gilda migliorava. Sul finire della terza settimana il medico
dichiarò rimosso il pericolo ch'ella perdesse la vista, quantunque
fosse più che probabile che le sarebbe rimasto leggermente offeso
l'occhio sinistro. Di lì ad altri dieci giorni si dileguarono le
ultime apprensioni circa allo stato generale dell'inferma. Cominciava
il periodo della convalescenza, una convalescenza che sarebbe stata
lunga, dicevano i medici, e che doveva esser piena di riguardi e di
cure. Ma che importava tutto ciò, se c'era da gridar al miracolo pei
risultamenti ottenuti?
Per quanto sia una bella cosa lo star bene di salute, il guarire
sarebbe una cosa ancora più bella, se non ci fosse il grave
inconveniente che per guarire è necessario essere stati malati. Ciocchè
mi richiama alla mente un romanzo francese, nel quale una signora,
più arguta che costumata, dice a una amica: — Credimi, la miglior
condizione per una donna è quella di vedova. — E l'amica, femmina
della stessa risma, rincarando la dose con un frizzo ancora peggiore,
risponde: — Sì, se per esser vedova non bisognasse prima esser
maritata. — Discorsi immorali, che saranno meritamente riprovati dalle
virtuose lettrici.
Ma venendo a noi, quale pur sia il posto che le dolcezze della
guarigione occupano tra le gioie, non troppo numerose, della vita,
è certo che questo posto è molto elevato. Guarire è un rinascere
con conoscenza di causa, e nello stesso tempo con la disposizione a
rammentare tutto ciò che la vita ha di giocondo, a dimenticare tutto
ciò ch'essa ha di triste. Ci pare che l'universo si adorni per farci
festa; che gli uccelli cantin per noi; che per noi olezzino i fiori,
e il sole c'inviti a bearci ne' suoi raggi. Noi ci affacciamo alla
finestra e la rondine ci dice: _ben tornati_; usciamo all'aperto, e
lo stormir delle foglie, e il mormorio del ruscello, e le mille voci
della natura si fondono ai nostri orecchi in un saluto cortese. Anche
gli uomini son buoni, ci sorridono, ci stendon la mano, ci parlano
di cose allegre, di cose leggiere; non è tempo questo da malinconie
e da grattacapi. Sotto ai nostri piedi è un tappeto di rose, sulla
nostra testa è una danza d'astri lucenti. E nel nostro cuore? Tutto il
meglio ch'è in noi s'agita, ribolle, scintilla; si svegliano i pensieri
gentili, le fedi ardenti, le speranze baldanzose, e quella inesausta
sete d'amore ch'è tormento e dolcezza dell'esistenza. Il mondo è nostro
un'altra volta: avanti!
Però, questa voluttà della vita che torna non brillava negli occhi
della Gilda, quando col lento rimettersi delle forze si sgombravano
le nebbie del suo spirito. Ella sentiva che un abisso la divideva dal
passato; un istante aveva distrutto la sua beltà e la sua giovinezza.
L'avvenire che l'aspettava non poteva esser più quello ch'ella aveva
sognato nell'estasi de' suoi giorni felici; la figura di Mario, ch'ella
mirava talvolta vicino al suo capezzale, le faceva l'effetto d'una
visione d'altri tempi evocata dalla sua fantasia, la voce di lui le
pareva l'ultima risonanza d'una musica che si perde lontano.
Era strano, ma le sembrava d'esser più libera allorchè Mario non era
presente, allorch'ella rimaneva sola con lo zio Aldo. L'affezione
fida, discreta, inalterabile, al cui tepido soffio ella era cresciuta,
non era stata scossa dalla tempesta che aveva sfrondato tante gioie e
tante speranze della sua vita. Ella la trovava accanto a sè, sollecita,
operosa come per lo addietro, più forse che per lo addietro, come se
avesse attinto nuovo vigore dalle prove della sventura. Di quando in
quando, simile a un'ombra, le si affacciava alla mente il ricordo d'un
giorno in cui le parole e gli sguardi dello zio l'avevano sgomentata;
ma oggi quel ricordo non valeva a turbarla, ad offenderla, a scrollar
la sua fede. I suoi occhi non isfuggivano gli occhi del professore che
sovente si volgevano in lei con una tenerezza piena d'ansietà, la sua
mano tremula e scarna cercava volentieri la mano dello scienziato.
E provava un senso di calma, di pace, che, in quella sua stanchezza
dell'animo e della persona, era il miglior bene a cui potesse aspirare.
Ma se arrivava Mario in uno di questi momenti d'abbandono, la Gilda
arrossiva, il professore si tirava in disparte; l'incanto era rotto, le
incertezze dell'avvenire penetravano nella camera insieme col giovine
artista. Egli faceva del suo meglio per esser gentile, officioso;
però, il tedio non tardava a dipingerglisi in viso, e la Gilda, con la
chiaroveggenza dei malati, se ne accorgeva anche troppo. Allorchè ella
sorprendeva il suo sguardo fisso su lei, le pareva ch'egli contasse le
sue cicatrici a una a una, le pareva ch'egli dovesse domandarle in tono
di rimprovero — Perchè non sei più bella?
— Oh — ella disse una mattina al professore Romualdo, che accampava
mille pretesti per non darle uno specchio — il mio vero specchio
è Mario. Ho visto da gran tempo nei suoi occhi che son diventata
bruttissima... Non sarà una novità, te lo assicuro, il vederlo in un
pezzo di vetro... Già, presto o tardi, a questo bisogna venirci... Via,
dammi lo specchio.
Alla fine, un giorno in cui Mario era assente, bisognò appagare il
suo desiderio. Prima però ella acconsentì a fare un po' di _toilette_
e anche a lasciarsi tagliare i capelli che le cadevano in gran copia,
come foglie secche dall'albero. — Torneranno a crescere — le si diceva
per confortarla, mentr'ella con moto nervoso ravvolgeva le dita lunghe
e sottili in quei bruni ricci ch'erano stati il suo orgoglio. Ella non
rispondeva nulla.
Poi che le forbici ebbero compìta l'opera loro, le si acconciò in capo
un cuffietta bianca, le si fece infilare un corsetto di bucato, e la
signora Dorotea, di sua propria mano, le annodò intorno al collo un
fisciù di seta azzurra.
La Gilda ruppe il silenzio. — Qua lo specchio, e ch'io faccia la mia
personale conoscenza — ella disse con un'allegria forzata. Indi si
voltò dalla parte dell'uscio. — È ben chiuso?
Le aveano portato uno specchietto ovale molto leggero che soleva stare
appiccato a un chiodo infisso in uno dei regoli della finestra della
camera del professore, il quale se ne serviva nel ravviarsi i capelli
e la barba.
La convalescente lo prese due volte in mano, e due volte lo depose
sulle coperte prima d'avere il coraggio d'alzarlo al livello del viso.
Ella tentò di volgere in celia le sue stesse esitazioni. — È come
quando dovevo prender l'olio da bambina... Se si potesse far come
allora... Chiuder gli occhi, aprir la bocca, e giù... Adesso invece
son proprio gli occhi che bisogna aprire... Coraggio... uno... due...
tre...
Nel bene la previsione va spesso oltre il vero, nel male avviene
sovente il contrario. Gli è che non v'è triste previsione, la quale
non sia temperata da una segreta speranza che il nostro spirito
s'inganni, che le nostre paure siano esagerate. E talvolta anzi noi
esageriamo a studio; fingiamo di prevedere un disastro ove secondo
ogni probabilità non istà per succedere che un incidente sgradevole.
Ma quando l'incidente sgradevole accade, non tardiamo ad accorgerci
ch'esso ha superato, non la nostra aspettazione immaginaria, ma la
nostra aspettazione reale.
— Devo essere orrenda, mostruosa — aveva detto mille volte la Gilda,
e, quantunque non fosse più bella, non era nè mostruosa, nè orrenda.
Nondimeno il vedersi nello specchio fu per lei un colpo di fulmine.
Era lei, era lei veramente quella donna pallida, tutta cicatrici e
lividure, che la mirava tra attonita e costernata? Stette un momento
muta ed immobile, soffocando gl'impeti tumultuosi dell'anima; poi si
guardò intorno smarrita, quasi a persuadersi ch'era ben desta, lasciò
cader di mano lo specchio, abbandonò il capo sui guanciali e si coperse
il viso con le lenzuola. La sentivano piangere sommessamente.
— Hai avuto troppa fretta — le ripetevano a gara il professore e la
signora Dorotea. — Di qui a un paio di settimane sarà tutt'altra cosa.
Ella, rannicchiata sotto le coltri, si stringeva nelle spalle e diceva:
— Lasciatemi sola... Per carità, lasciatemi sola... Mi calmerò da me.
Infatti, di lì a un'ora, ella era appieno ricomposta. Alla sera
s'intrattenne a lungo col medico, e con aria disinvolta lo pregò
di dirle quali tra i segni che le deturpavano la fisonomia il tempo
farebbe sparire e quali le resterebbero sempre. L'interrogato si provò
a dipinger tutto in rosa, ma la Gilda, che gli teneva inchiodati gli
occhi addosso e gli leggeva le bugie in viso, lo riprese amorevolmente.
— Non la trattasse come una bimba, se anche quella mattina ella aveva
fatto un capriccetto; ormai ella aveva messo giudizio e aveva diritto
di conoscere la verità tutta intiera.
Il medico si schermì quanto più potè, ma alla fine espose sinceramente
il parer suo, soggiungendo però, che la natura sbugiarda spesso i
pronostici della scienza e che in gioventù soprattutto si vedono dei
miracoli.
— Grazie — ella replicò, stringendo la mano al dottore. E il suo
volto aveva l'espressione seria e tranquilla di chi, uscendo da molte
incertezze, ha preso un partito decisivo.