Le esagerate apprensioni delle due donne si dissiparono a veder tornare
il professore sano e salvo a casa. Egli però non lasciò loro il tempo
di far commenti; entrò difilato nella sua camera e vi si chiuse a
chiave. A desinare non disse una parola; teneva gli occhi sprofondati
nel piatto e mangiava macchinalmente. Più volte la Gilda avrebbe voluto
rompere il ghiaccio, ma gliene era sempre mancato il coraggio. Era così
nuova, era così impreveduta la sua situazione di fronte allo zio! Anche
la signora Dorotea si sentiva incapace di aprir bocca, ed è tutto dire.
Dopo pranzo, il professore Romualdo tornò a chiudersi nella sua stanza,
e la Gilda e la signora Dorotea, inquiete di nuovo, rimasero a vigilare
in salotto. A un certo punto la signora Dorotea, avvicinatasi all'uscio
che metteva nella camera del professore, si chinò a guardare attraverso
il buco della serratura.
— Non c'è nessuno — ella disse.
— Sarà in laboratorio — osservò la ragazza, e passando nel luogo di
sbarazzo, ch'era contiguo al laboratorio, appoggiò l'orecchio alla
parete.
Si sentiva un tintinnìo di vetri e un suono di passi. Non c'era dubbio;
il professore attendeva a uno dei suoi esperimenti.
— Solite diavolerie! — borbottò la signora Dorotea, non tranquillata
che a mezzo — Una volta o l'altra va in aria la casa.
— Le sue analisi chimiche, le sue dimostrazioni geometriche, ecco ciò
che gli preme soprattutto — pensò la Gilda, e si persuase che le sue
inquietudini non avevano alcun fondamento. Però è così capriccioso
questo cuore umano, che una tale persuasione le diede più noja che
altro.
Sul tardi vennero le Lorati a prenderla, ed ella non rientrò che tardi.
Nell'intervallo il professore era uscito e rientrato anche lui, e dopo
aver chiesto conto della nipote, s'era ritirato in camera lasciando
ordine che non lo disturbassero fino alla mattina dopo. La signora
Dorotea si era messa per intavolare un discorso, ma egli le aveva dato
sulla voce e l'aveva piantata in asso. — Benedetto uomo! — disse la
vedova Salsiccini alla Gilda. — È di un umore bestiale. Scatta per
nulla come una molla.
A malgrado di questo avvertimento, la Gilda, sul punto di coricarsi,
non potè a meno di gridare in modo da esser sentita nella stanza
attigua: — Buona notte, zio Aldo.
Al suono di quella voce così cara al suo orecchio, il professore, che
era seduto davanti alla scrivania, trasalì e rispose: — Buona notte,
Gilda... Fa di dormire, adesso.
— Non ho sonno...
— A ogni modo — ripigliò il professore — non è ora da far
conversazione... Parleremo domani. — E soggiunse con uno sforzo: —
Parleremo anche delle tue nozze... Buona notte, buona notte.
— Abbiamo preso senza dubbio un equivoco — riflettè la Gilda. — Egli
era preoccupato del suo esperimento... Me lo aveva pur detto giorni fa,
che c'era un'esperienza che lo faceva impazzire...
La Gilda non vide due grosse lagrime calar lentamente giù per le guance
del professore, che forse da quand'era bambino non aveva mai pianto,
e cader sopra le pagine d'un libro. In quel libro era trascritta
la partita aperta da quindici anni presso la Banca dei prestiti e
degli sconti al nome _Gilda Natali_, e il professore vi aveva in
quel momento conteggiati in margine gli interessi ed esposta la somma
totale. Le lire 10,674 50 versate nel maggio 1861 erano diventate circa
lire 34,800, e il dottor Romualdo poteva esser contento della dote
raggranellata per la nipote. Quel cervellino di Mario avrebbe saputo
amministrar così bene la sostanza della moglie?
Fosse l'idea delle prossime nozze, o fosse altra ragione, la Gilda
non fece in tutta notte che voltarsi e rivoltarsi nelle coltri.
Assopitasi verso l'alba, la svegliò quasi subito l'allegro canto dei
suoi cardellini, che scioglievano un inno alla luce nascente, un inno
all'amore. E quell'inno destava un'eco nella sua anima. Anche per
lei sorgeva uno splendido giorno, e l'amore tutto malizie e sorrisi
le susurrava all'orecchio misteriose parole. Ella diventava rossa
alle confidenze del suo invisibile interlocutore, e istintivamente
raccoglieva le coperte intorno alla sua persona.
Nella camera attigua si moveva qualcheduno. La Gilda si fece pensosa.
Povero zio Aldo! Era possibile ch'egli l'amasse in modo diverso da
quello in cui gli zii e i tutori sogliono amare? Povero zio Aldo!
Egli le aveva sacrificato tutto, ed ella, in compenso, lo rendeva
infelice... Poteva ella lasciarlo nel dubbio ch'ella non avesse
più verso di lui la fede di un tempo? No certo; era pur necessario
ch'ella gli facesse comprendere come nulla era cambiato fra loro,
era necessario ch'ella gli dicesse una parola affettuosa prima delle
nozze, subito anzi, prima che la venuta di Mario la costringesse
a non attendere ad altri che al suo fidanzato. Scese con cautela
dal letto, aprì adagio le imposte, si vestì senza far romore, e poi
stette alcuni minuti in silenziosa aspettazione. Quando il cigolare
d'un uscio la ebbe fatta sicura che il professore era entrato nel suo
santuario chimico, ella passò dalla sua camera in salotto e dal salotto
alla camera dello zio; traversata questa in punta di piedi, sospinse
l'usciolo del laboratorio, e si fermò sulla soglia. Il professore
concentrava la sua attenzione sopra un apparecchio attraverso il quale
si svolgevano alcuni gas.
— Chi è? — egli chiese, dando un balzo.
— Sono io, zio Aldo.
— Non voglio nessuno, non voglio nessuno — gridò il professore, tutto
assorto nella sua esperienza.
Ella non gli diede retta, e si accostò trattenendo il fiato. Quand'ella
fu vicina ai fornelli: — Sei tu? — disse il professore Romualdo,
mutando tono. — Resta adesso.
Le afferrò il braccio, e con volto trasfigurato le mostrò una sostanza
che si precipitava in fondo a una storta. Egli era quasi bello nel suo
entusiasmo.
— Ebbene? — chiese la Gilda, fissandolo in viso.
— L'esperienza a cui tenevo tanto, e alla quale stavo per rinunciare,
è finalmente riuscita a modo mio — egli esclamò con enfasi. — Possedo
finalmente la mia formula. Anche la scienza ha i suoi trionfi.
— Una volta ero la tua assistente — osservò con accento malinconico la
giovinetta.
Egli ripetè sospirando: — Una volta.
— Mi spiegherai almeno di che si tratta.
— Or ora — egli rispose. — Aspettiamo che sia finito.
Un colpo di vento aprì d'improvviso la finestra, e fece sbattere con
violenza l'uscio del laboratorio che la Gilda, entrando, aveva soltanto
accostato.
— Ih che aria! Bisogna chiuder quella finestra — disse il professore,
allontanandosi dai fornelli e salendo sopra una sedia per rimuovere una
tendina che s'era impigliata nello spigolo d'un'imposta.
— E io chiuderò l'uscio — soggiunse la Gilda. Ma nel punto d'avviarsi
urtò inavvertitamente col gomito l'apparecchio, una storta si ruppe,
uno scoppio terribile fece rintronar la volta dello stanzino, e
in un attimo la povera fanciulla si trovò circondata dalle fiamme,
mentre dei pezzi di vetro slanciati in aria dall'esplosione le si
conficcavano nelle carni. Mise un urlo straziante, e si precipitò fuori
del laboratorio, ma appena giunta in camera dello zio, le gambe non la
sorressero più, e stramazzò sul pavimento.
Per buona fortuna il professore Romualdo, sebbene ferito anche lui da
una scheggia, non si smarrì interamente d'animo, ma, strappati dal
letto i guanciali e le coperte, li gettò addosso alla Gilda, indi,
senza badare al pericolo, le si abbandonò sopra di peso e a prezzo
di non lievi scottature riuscì a spegnere il fuoco che le investiva
la persona. Lo strepito aveva intanto chiamata la signora Dorotea e
la fantesca, le quali, al miserevole spettacolo, furono a un punto di
cadere in deliquio e a stento si trascinarono sino alla scala mettendo
la casa a rumore. Salirono i vicini spaventati, salirono i commessi
del fondaco Albani, salirono perfino dalla strada alcuni passanti, e il
loro soccorso non fu inutile ad arrestare un principio d'incendio nel
laboratorio, ove le vampe correvano lungo i fornelli.
— L'ho sempre detto io che doveva finire con una disgrazia! —
borbottava con voce mezzo spenta la signora Dorotea.
Ma nessuno badava a lei. Tutti gli sguardi erano conversi sulla
infelice giovinetta, pochi istanti prima così florida e bella, e adesso
così malconcia. I suoi occhi erano chiusi, ahi forse per sempre, una
larga ferita le deturpava la bocca, la sua fronte era tutta una piaga,
e sparse di luride piaghe erano le membra gentili, che palpitavano
sotto le vesti a brandelli. Un rantolo affannoso le usciva dal petto,
e spesso quel rantolo si mutava in un grido di spasimo da parer quello
di una creatura che muore. E invero, avrebbe ella sopravvissuto a
tanto strazio? Quando, fra atroci convulsioni, fu trasportata sul suo
letto, e il medico l'ebbe esaminata a parte a parte, egli non seppe
dissimulare le sue inquietudini. La cosa era grave in sè, gravissima
per le complicazioni che potevano derivarne; nella migliore ipotesi,
bisognava che passassero parecchi giorni prima di poter fare un
pronostico più tranquillante.
Anche il professor Romualdo avrebbe avuto bisogno di riposo, ma egli
non volle che gliene discorressero, e appena consentì a lasciarsi
medicare le scottature che aveva riportate alle mani e alle braccia.
Poi sedette al capezzale della nipote, e nella sua fisonomia si
dipingeva una sofferenza poco minore di quella di lei. A sentirlo, era
lui la colpa di tutto; maledetti i suoi esperimenti chimici, maledetta
la scienza, maledetta la sua stolida vanità che gli aveva messo in
corpo la smania delle scoperte!
Del resto, il Grolli s'accusava a torto. La disgrazia non era da
attribuirsi che a una sbadataggine della Gilda; era invece merito di
lui se le conseguenze non ne erano assolutamente irreparabili.
Ma egli non ragionava più. Era questo il primo gran dolore della sua
vita. Fino a quel giorno gli studi lo avevano confortato in ogni sua
prova; di fronte al mondo del pensiero, il mondo reale con le sue
passioni, coi suoi affetti, gli era sempre parso insignificante e
piccino; adesso la sua filosofia s'era dileguata: egli soffriva come la
femminetta il cui sguardo non abbraccia più largo orizzonte di quello
della sua casa e della sua famiglia. Ogni gemito della Gilda gli faceva
scorrere un brivido nell'ossa; ogni volta che il chirurgo tormentava
le piaghe di lei, era come se una lama aguzza cercasse la via del suo
cuore.