S'eran già fatte le pubblicazioni di legge, e per fissare il giorno
delle nozze non si aspettava che il ritorno di Mario, il quale dopo
molte esitazioni s'era determinato a stabilire la sua futura residenza
in Firenze, e si trovava da qualche giorno in quella città insieme col
signor Gedeone affine di cercarvi un appartamento.
Intanto il corredo ordinato a Milano dal capitano Rodomiti era giunto,
e formava l'ammirazione degli intelligenti, e soprattutto delle
intelligenti. Le Lorati si rodevano dall'invidia; anzi la signora
Olimpia mormorava con le sue amiche che questa grande tenerezza del
capitano Rodomiti aveva certo le sue buone ragioni, e che senza dubbio
_c'era stato qualche cosa_ tra lui e la madre della ragazza... Ma! Se
anche lei fosse stata di manica larga in gioventù, non le mancherebbero
adesso i protettori per la Ginevra e la Giulia.
Nonostante queste caritatevoli insinuazioni, la signora Olimpia e le
sue figliuole attendevano assiduamente a ricamare un tappeto da tavola
da regalarsi alla Gilda. Era un lavoro di polso, specialmente in virtù
d'un quadro centrale che doveva raffigurare la favola del cigno e
di Leda. Soggetto arrischiatissimo, ma trattato con molta innocenza,
perchè il cigno pareva una pacifica oca aliena da pensieri galanti, e
il bel corpo di Leda dava l'idea d'una stufa di pietra cotta. Non era
facile intendere come da quella stufa potesse uscire la famosa Elena
destinata a mettere a soqquadro la Grecia; ma tolta questa piccola
menda, l'opera collettiva delle signore Lorati era veramente pregevole.
La signora Olimpia, da mamma esemplare, ne dava tutto il merito alle
ragazze, e specialmente alla Ginevra, ch'era la maggiore e che andava
maturandosi a colpo d'occhio.
Nè il cavalier Diomede se ne stava con le mani alla cintola. Egli era
in grandi faccende per approntare un volume di circa duecentocinquanta
pagine, contenente un'edizione riveduta e corretta dei discorsi letti
da lui stesso nell'Accademia di cui era segretario. Erano diciotto
discorsi e potevano corrispondere a diciotto grosse dosi di cloralio da
prendersi in caso d'insonnia.
In quanto al professore Romualdo, egli si proponeva di dedicare alla
nipote l'opera scientifica alla quale attendeva da alcuni mesi e in
cui aveva versato tanta parte del suo pensiero. Avrebbe potuto con
molto maggior ragione dedicare il libro a qualche uomo illustre nel
campo degli studi, ma lo allettava l'idea di associare al nome della
sua pupilla il frutto delle sue lunghe meditazioni e delle sue veglie.
Certo, la Gilda non avrebbe potuto a meno di sentirne un po' d'orgoglio
e di gratitudine, e avrebbe detto: Povero zio Aldo! Ha _anche lui_ i
suoi meriti.
E il Grolli aveva già riveduto tutte le stampe del suo lavoro, ad
eccezione dell'ultimo capitolo. Qui s'era urtato contro uno scoglio.
Egli correva dietro a una formula che non poteva essergli data che
da una esperienza chimica alla quale s'era accinto con ardore mal
ricompensato dalla fortuna. Quell'esperienza non gli riusciva secondo i
suoi desiderii, per quante volte egli ritentasse la prova. Rinunciarvi
non voleva, giacchè gli sarebbe parso rinunciare alla parte più
brillante del suo lavoro; e poi la scienza ha anch'essa il suo punto
d'onore, e s'ostina di più dove trova maggiori gli ostacoli. Ma intanto
il tempo passava ed era abbastanza difficile che l'opera potesse uscire
dai torchi prima delle nozze.
Ciò contribuiva a metter di cattivo umore il professore Romualdo, e
il cattivo umore dello scienziato faceva brontolar più del solito la
signora Dorotea e stendeva un'ombra sulla felicità della Gilda.
Fu appunto in uno di questi giorni critici che Mario annunziò alla
sposa il suo imminente ritorno. Ormai tutto era pronto, non c'era che
da diventar marito e moglie.
Siccome però ci voleva il tempo di ammobiliare il quartierino preso a
pigione (un amore di quartierino a piedi del colle di Bellosguardo), i
due primi mesi del matrimonio si sarebbero consumati in viaggio. Mario
si riprometteva miracoli da una peregrinazione artistica con la Gilda
in Sicilia. — Quel cielo limpido, quella natura lussureggiante — egli
le scriveva entusiasta — faranno degna corona alla tua bellezza, e chi
sa che a me non ispirino un capolavoro! — Per onor del vero, dopo il
ritratto così egregiamente riuscitogli, egli non aveva prodotto nulla
di notevole. Ammetteva egli stesso che la condizione di fidanzato gli
si attagliava pochino. Una volta marito, sarebbe stata ben altra cosa.
_Sentiva_ già dentro di sè cinque o sei quadri, in ciascuno dei quali
era serbato un posto d'onore alla sua sposa. V'erano momenti in cui la
Gilda non poteva a meno di domandare a sè medesima: — Mi prende dunque
come una modella? — Ma più sovente la sua vanità era lusingata dalla
idea che la sua immagine, riprodotta in diverse guise, passasse ai
posteri come quella della moglie d'un gran pittore.
La Gilda, poichè ebbe la lettera di Mario, corse in camera dello
zio tenendo in mano il foglio spiegato, e gridando: — Mario sarà qui
domani.
Sia che il professore pensasse all'impossibilità di pubblicare il suo
libro per l'epoca voluta, sia che, dopo aver affrettato col desiderio
questo matrimonio, sentisse ch'esso avrebbe lasciato un vuoto troppo
grande nella sua vita, fatto si è che la nipote non ebbe punto a
lodarsi della sua accoglienza.
— Venga, vada, che me ne importa? — egli disse in tono sgarbato.
— Oh, zio — cominciò la Gilda, a cui questi modi inurbani facevano male.
Ma egli la interruppe: — Lo so che hai fretta d'andartene... Vuoi
fissare le nozze per posdomani, per domani sera?...
— Zio Aldo, zio Aldo — ella esclamò in mezzo alle lagrime — mi volevi
tanto bene una volta! Che ti ho fatto perchè da qualche tempo tu debba
odiarmi?
— Odiarti?... Io?... — gridò il professore fuori di sè in veder quel
bel viso molle di pianto... — Odiarti?... Ma io invece...
Avrebbe avuto mille cose da soggiungere, ma si arrestò a un tratto.
Come colui che guardando alla casa del vicino vede il riflesso
delle fiamme che investono la casa propria, così il professore, nel
turbamento che si dipinse in viso alla Gilda, lesse il segreto che gli
era sepolto nell'anima e che non aveva voluto fino allora rivelare a sè
stesso. Sentì il precipizio sotto i suoi piedi e disse balbettando: —
Perdonami... Ho bisogno d'aria...
Prese il cappello, e uscì senza dar ascolto alla signora Dorotea, che
seduta nel suo seggiolone in salotto chiedeva: — Che cosa c'è! Che è
accaduto?
— Che c'è! Che è accaduto? — tornò a domandare la signora Dorotea
quando vide comparirsi davanti la Gilda pallida e stravolta.
La Gilda appoggiò i gomiti al tavolino, si nascose il viso tra le palme
e ruppe in singhiozzi.
— Ma insomma? — ripetè la vedova, avvicinandosi.
— Oh, signora Dorotea — proruppe la giovinetta, per la quale la buona
femmina era divenuta in questo momento una difesa e un rifugio — non
conosco più lo zio Aldo.
— Spiegati dunque...
Quando la ragazza ebbe narrato l'accaduto, la signora Dorotea tentennò
il capo e congiunse le mani. — Il cuore me lo diceva... Odiarti? Lo zio
Aldo?... Sciocchina che sei... Ah, se tu avessi avuto giudizio!... Ma
pur troppo la gioventù di oggi si appiglia al peggio.
— O signora Dorotea, che dice mai? — riprese la Gilda, diventando
scarlatta di pallida ch'era.
— Lo so, non c'è rimedio... Hai dato la parola a quell'altro... e la
parola, capisco, bisogna tenerla... Ma povero professore!... Questo
matrimonio gli costerà la vita... E adesso dove sarà andato, dove sarà
andato? — ella proseguì, colta da un subito spavento. — Voglia il cielo
ch'egli non faccia qualche sproposito.
— No, per carità, non lo pensi nemmeno — gridò sbigottita la Gilda, che
aveva trovato nuove inquietudini dove era venuta a cercare un conforto.
— Dio mio; sono pure infelice!
Il professore era corso via senza saper dove andava, senz'altro
desiderio che quello di trovarsi all'aperto.
Uscì dalla città e prese a caso la prima strada che gli si parò davanti.
Era dunque possibile? Il suo affetto di zio, di tutore, di padre, s'era
cambiato in un sentimento di tutt'altra natura?... Innamorato?...
Lui?... Alla sua età, con le sue abitudini austere, con la sua
ripugnanza verso quanto sapeva di galanteria?... E s'era tradito?...
Oh s'era tradito senza dubbio... Lo sgomento della Gilda parlava
chiaro... Imbecille, imbecille!... Egli aveva sciupato in un secondo
il frutto di tanti anni di sacrifizio e di abnegazione. La Gilda non
si ricorderebbe più di lui come di un tutore sollecito, come di uno
zio tenero e affettuoso, ma come d'uno spasimante ridicolo che s'era
offeso perchè ella gli aveva preferito un uomo giovine e bello... E
se la Gilda parlasse?... Se rivelasse tutto a Mario, come ne aveva il
diritto?... Se Mario venisse a provocarlo?... Oh, Mario ne avrebbe
riso, ne avrebbe riso insieme con la sua sposa! Questa paura del
ridicolo lo perseguitava nel suo cammino; avrebbe voluto nascondersi
sotto terra, tanto gli pareva che anche le cose inanimate dovessero
acquistar la favella per dargli la baja. Eppure, mentre si vergognava
di sè stesso, gli sarebbe stato di grande sollievo il poter versare
le sue pene in un cuore amico. Ma dove trovarlo? La sua vita era
stata dissimile da quella degli altri giovani, la cui intrinsichezza
si aumenta con le confidenze reciproche; coi suoi coetanei egli aveva
discorso di matematica; confidenze intime non ne aveva mai chieste, non
ne aveva mai fatte. E comincerebbe a trentasette anni? Un uomo forse
l'avrebbe sorretto di virili consigli, ma quell'uomo era lontano, e a
che pro scrivergli? Che avrebbe potuto far per lui il capitano Rodomiti
finchè stava col suo legno nei mari dell'India o dell'Africa?
Dopo più d'un'ora di cammino, egli si accinse al ritorno, sempre
molestato dagli stessi pensieri, sempre agitato dall'idea di
doversi ripresentare alla Gilda... Procurerebbe di rientrare in casa
inosservato, si chiuderebbe nella sua camera, nel suo laboratorio,
per non mostrarsi che all'ora di desinare. Nel suo laboratorio?...
I bei risultati ch'egli vi aveva ottenuti! Anche le storte gli eran
diventate ribelli!... Ebbene; bisognava ritentare per la centesima, per
la millesima volta... Già il suo mondo era lì, era tra le sue formole,
tra le sue esperienze... Meglio le severe ripulse della scienza che lo
scherno della donna!
A poca distanza dalla città il professore s'imbattè in una frotta di
studenti che si levarono il cappello al suo passaggio e lo fissarono
con curiosità.
Come mai erano a zonzo così presto? Il professore Romualdo ne interrogò
uno. — Hanno vacanza?
Il giovine diede un'occhiata ai suoi condiscepoli, e poi rispose
sorridendo: — Scusi... era la sua ora.
— La mia ora?... Il giovedì!
— Ma oggi è venerdì, signor professore.
— Venerdì — esclamò esterrefatto il Grolli, osservando distrattamente
l'orologio, come se potesse trovarvi l'indicazione della giornata.
— Appunto...
— Sicchè... io non ho fatto la mia lezione?
— Eh pare... Anzi temevamo che non istèsse bene.
Il professore si allontanò tutto confuso. In diciotto anni
d'insegnamento non gli era accaduta una cosa simile.