Prima dell'inverno, Mario e la Gilda erano fidanzati. Il giovine Albani
era venuto in persona a rinnovare la sua domanda, e il professor
Romualdo aveva finito coll'accordare, spontaneamente o no, il suo
consenso. In quanto al signor Gedeone, padre di Mario, egli accolse
con molto favore il pensiero di questo matrimonio, cosa che può parer
singolare in un uomo positivo come lui. Ma il signor Gedeone era da
qualche tempo sotto la cura d'un medico omeopatico, che gli aveva
insegnato le sue teorie. — _Similia cum similibus_ — diceva l'egregio
negoziante. — I savi si governano con le idee savie, i matti con le
idee matte. Chi sa che il matrimonio non faccia venir giudizio a mio
figlio! — Inoltre si trattava di una ragazza per bene, di una ragazza
che il signor Gedeone si era vista crescere sotto gli occhi e di cui
tutti lodavano le maniere e i costumi. Aggiungasi infine l'onore di
stringer parentela con un uomo sapiente come il professore Grolli.
Gl'ignoranti, e tale era il signor Gedeone, affettano disprezzo per la
scienza, ma nel fondo sentono solleticata la loro vanità dal poter dire
che hanno domestichezza con qualche dotto.
Anche dal lato dell'interesse l'affare era meno cattivo di quanto si
sarebbe creduto. Certo, se Mario fosse rimasto in negozio, s'egli
avesse voluto essere un continuatore della casa _Gedeone Albani_,
non gli sarebbe mancata l'offerta di qualche ragazza con centomila
lire e più; ma un artista in principio della sua carriera non poteva
aspirare a tanto, ed era già molto ch'egli trovasse una dote. La Gilda
aveva quasi trentacinque mila lire; il signor Gedeone aveva supposto
ch'ella non possedesse un centesimo. A lui, Gedeone Albani, negoziante
di granaglie e coloniali, toccava di far onore al suo nome, creando
al figliuolo una condizione indipendente e decorosa. E invero egli
non aveva altri che Mario al mondo; le sue operazioni commerciali
meno delicate, i suoi ingegnosi contrabbandi avevano sempre avuto uno
scopo che li giustificava, quello cioè di accrescere il patrimonio di
quest'unico figlio. Ora poi ch'egli doveva far delle spese maggiori per
conto di lui, il signor Gedeone s'era risolto di assumere la fornitura
di alcuni Istituti pii.
Le nozze vennero fissate per quando la Gilda compirebbe i diciotto
anni; Mario ne avrebbe allora ventitrè e qualche mese. Gli sposi si
stabilirebbero in Milano, o in Firenze, o in altra città dove vi fosse
una vita artistica. All'allestimento della casa provvederebbe il signor
Gedeone, il quale si obbligava inoltre a passare un congruo assegno
annuo a Mario.
Com'è naturale, in tutti questi accordi i due fidanzati non avevano
la menoma parte; i concerti erano presi tra il signor Gedeone e il
professor Grolli per iniziativa del primo e col sussidio di un uomo di
legge. _I patti chiari fanno i buoni amici_, diceva il signor Albani
_seniore_, e al professor Romualdo, che insisteva sulla superfluità di
metter penna in carta quando potevano intendersi a voce, egli replicava
sentenziosamente: _Verba volant._
Sopra un altro punto il signor Gedeone fu irremovibile; egli volle cioè
dare una grande solennità agli sponsali. La ditta Gedeone Albani non
aveva mai fatto taccagnerie e non voleva farne in questa occasione.
Si trattava nientemeno che della promessa di matrimonio del figlio di
quella rispettabile ditta, di colui al quale per un certo tempo il
signor Gedeone aveva sperato di legare i suoi affari di grani e di
coloniali e i segreti delle sue contravvenzioni a danno del fisco.
Speranze pur troppo fallite; ma non importa; il figlio era sempre
figlio, e il signor Gedeone doveva mostrarsi uguale a sè stesso.
Vi fu in casa Albani un invito numerosissimo; parenti del signor
Gedeone, parenti della sua defunta moglie, membri della Camera
di commercio; poi, in onore del Grolli, parecchi professori
dell'Università, e in onore della Gilda la madre e le ragazze Lorati,
le quali dicevano che la Gilda non poteva a meno di essere una gran
civetta se aveva trovato così presto marito, mentre esse invece
non ne venivano mai a capo. In complesso una società un po' mista,
mirabilmente concorde però nel far buon viso agli abbondanti rinfreschi
preparati dal signor Gedeone.
Intanto il professore Grolli e la Gilda avevano partecipato
l'importantissimo avvenimento al capitano Rodomiti, il quale si trovava
a Cadice, prossimo a partire per la Nuova Guinea. E il marinaio,
deplorando di non poter essere in Italia per l'epoca delle nozze,
inviava le sue più vive congratulazioni al professore e agli sposi, e
annunziava di aver già dato a un amico di Milano gli ordini opportuni
pel corredo della figlioccia.
Così tutto pareva sorridere a questa unione: la gioventù, la bellezza,
le prospettive di una vita comoda e agiata, le brillanti promesse
della gloria. Se la Gilda rifletteva a ciò che sarebbe accaduto di lei
ove fosse rimasta orfana e sola a Montevideo, ella aveva ben ragione
di lodarsi della fortuna e degli uomini che avevano cospirato con
amorosa sollecitudine a sparger fiori sul suo cammino. Dal giorno in
cui sua madre morente l'aveva affidata al capitano Rodomiti perchè la
conducesse in Europa, quante cure soavi l'avevano cinta, di quanti
pensieri gentili era stata l'oggetto! Senza genitori, ella era
stata amata più di molte fanciulle che crescono all'ombra del tetto
domestico; povera, il frutto della previdenza altrui la rendeva quasi
ricca a diciassette anni. Uno zio che non le doveva nulla le faceva
da padre; un estraneo, il capitano Rodomiti, gareggiava con lo zio in
tenerezza per lei. Avrebbe potuto essere una selvaggia, ed era stata
allevata in un ambiente di studi; aveva il culto dell'arte, e l'uomo a
cui doveva unir la sua vita era un artista.
Pure, la sua contentezza non era scevra d'angustie. Come in qualche
giornata estiva si diffondono pel cielo sereno lievi vapori che, senza
prender forma visibile, offuscano nondimeno lo splendore del sole,
così una vaga malinconia s'impossessava talvolta della sua anima, e le
faceva considerar la sua felicità come un castello di carte destinato a
crollare ad un soffio. Mario l'amerebbe sempre? L'affetto che egli le
portava era di quelli che durano alla prova del tempo, che resistono
al tedio, ai capricci della mobile fantasia? Oggi ella era per lui il
tipo di quella bellezza ch'egli idoleggiava; a sentirlo, ella doveva
figurare in tutti i suoi quadri, passare all'immortalità per opera del
suo pennello. Ma domani? Se un altro tipo femminile gli sembrasse più
vicino all'ideale che gli sorrideva nella mente?
Un giorno ella non aveva potuto a meno di dirgli: — Tu non comprendi la
donna che bella!
— È vero — egli aveva risposto — ma che t'importa, poichè tu sei
bellissima?
Tra gli sponsali e le nozze doveva correre un periodo di un anno, nè
l'irrequietissimo Mario sapeva acconciarsi a rimaner tanto tempo fermo
in un luogo. Egli era ora di qua, ora di là; ora a Zurigo, ove aveva
vecchi amici e lavori lasciati incompiuti, ora in questa o in quella
città d'Italia. Lontano, non aveva l'abitudine di scriver troppo di
sovente alla sua sposa; se ne tornava però sempre più innamorato di
prima.
Durante le assenze di Mario, il pensiero della giovinetta si
ripiegava con maggior tenerezza dell'usato su quelli ch'ella stava per
abbandonare: sul professore Romualdo, sulla signora Dorotea, che, pur
brontolando continuamente, aveva mostrato tanto affetto per lei. La
signora Dorotea non era più la matura ma vispa donnetta di dieci anni
addietro, che divideva la giornata tra le cure domestiche e le visite
ai conoscenti; era curva, sdentata, e passava le lunghe ore in un
seggiolone cogli occhiali inforcati sul naso, con la calza in mano.
Negli ultimi tempi anche la sua condizione economica s'era molto
peggiorata. La manìa del giuoco del lotto, cresciuta in lei
coll'avanzare dell'età, l'aveva caricata di debiti, e una mattina il
professor Romualdo aveva visto giungere gli uscieri del tribunale
per l'oppignoramento dei mobili. Il professore aveva posto riparo
al disastro rimborsando il danaro dovuto dalla vedova e comprandole
i mobili a prezzo vantaggiosissimo per lei. Così a poco a poco le
parti s'erano invertite fra loro; egli era divenuto il padrone di
casa, ella era l'inquilina. Il professore pagava la pigione; ella,
piuttosto per salvare il decoro che per altro, pagava a lui un piccolo
assegno mensile pel proprio mantenimento. Non aveva rinunziato alla
sopraintendenza alle cose domestiche, ma le sue funzioni attive
si riducevano a nulla. L'ufficio che ella aveva abbandonato con
maggior riluttanza era quello di scriver la polizza del bucato; grave
occupazione, nella quale soleva impiegare tre ore ogni venerdì, dopo
aver fatto acquistare la sera innanzi una penna d'oca temperata
e aver versato una goccia d'aceto nel calamaio affine di render
scorrevole l'inchiostro. Alla lunga però anche un tale incarico era
stato assunto dalla Gilda, che mostrava tutte le qualità di una buona
massaia, e la signora Dorotea aveva sempre più agio di brontolare e di
studiare la cabala del lotto. La prima di queste inclinazioni aveva
trovato un nuovo alimento nella promessa di matrimonio della Gilda.
Quel matrimonio ella non sapeva mandarlo giù, sia che avesse altri
disegni relativamente alla _bambina_, com'ella soleva spesso chiamare
la Gilda, sia che tenesse ancora il broncio a Mario per la marca di
negozio ch'egli le aveva dipinto sulla schiena quand'era fanciullo.
Ordinariamente ella si limitava a sfogare il suo malcontento in lunghi
soliloqui; non lasciava però sfuggirsi l'opportunità di dirne una
parola anche al professore, e di biasimarlo della sua troppo facile
condiscendenza. Nè con la Gilda faceva mistero dell'antipatia che
le inspirava il suo fidanzato. Del resto, si era troppo avvezzi alle
querimonie della signora Dorotea per dar loro gran peso; tuttavia la
Gilda sentiva spuntarsi qualche volta una lagrimuccia di dispetto,
e diceva: — In fin dei conti, che ha con Mario? — Eh, nulla, nulla
— rispondeva la vecchia — ma quello lì non era il marito per te... E
credi tu che il professore veda di buon occhio queste nozze?... Non
parla, ma soffre... Oh! Il professore io l'ho conosciuto prima che tu
avessi lume di ragione.
L'idea che lo zio Aldo soffrisse amareggiava profondamente la Gilda e
la rendeva più sollecita, più affettuosa verso di lui ch'ella non fosse
mai stata. Ella voleva a ogni costo prestargli l'opera sua, voleva
copiare i suoi manoscritti, voleva aiutarlo nel suo laboratorio. E
s'egli si schermiva, ella, che non aveva la virtù dissimulatrice di
lui, mostrava tanta afflizione da vincere ogni sua resistenza. No,
piuttosto di darle un dolore, egli ne avrebbe dati cento a sè stesso.
Nel momento in cui era stato fissato il matrimonio della Gilda, egli
aveva fermo in cuor suo due cose: consacrarsi con lena raddoppiata agli
studi, avvezzarsi a veder la nipote meno che fosse possibile. Di questi
due proponimenti il primo soltanto gli era riuscito; s'era immerso
nel lavoro, s'era impegnato con un editore a fornirgli entro pochi
mesi la materia di un paio di pubblicazioni: un trattato di geometria
superiore, e un libro di minor mole, che avrebbe dovuto essere come la
sintesi del suo pensiero scientifico. A quest'ultimo soprattutto egli
indirizzava le forze dell'intelletto; voleva ch'esso fosse stampato
prima delle nozze della Gilda, voleva ch'esso levasse romore intorno
al suo nome; per la prima volta nella sua vita, al culto disinteressato
del vero si mesceva nell'animo suo il desiderio della gloria.
Era geloso della celebrità bambina di Mario; ambiva mostrare che la
scienza può dare alla fama una base più sicura e più salda dell'arte.
Il suo stile, ordinariamente arido e disadorno, si risentiva
dell'inspirazione robusta che gli aveva suggerito quest'opera, e
acquistava una vigorìa e un colore inusato. La Gilda, nel ricopiarne
alcune pagine, non aveva potuto a meno di esclamare: — Zio Aldo,
diventi anche poeta? — E aveva soggiunto, additando il suo ritratto
appeso al disopra della scrivania: — Ero stata buona profetessa. Quel
quadro doveva far miracoli.
La Gilda diceva il vero? Era dunque da lei, era dalla sua immagine
che spirava un soffio di poesia in quell'anima austera di scienziato?
Anch'egli dunque cedeva a quella influenza della donna a cui aveva
saputo sottrarre la sua giovinezza? Così finivano i suoi superbi
dispregi?
Ahimè! A questa domanda egli non avrebbe potuto rispondere senza grave
imbarazzo. Tutti i suoi criteri erano scompigliati. Aveva perduto la
calma, eppure sentiva il suo ingegno ringagliardito; aveva perduto
l'antica padronanza di sè, eppure aveva lampi d'energia per lo addietro
non sospettati nemmeno. Ma un dolore sordo, assiduo lo martoriava; egli
invocava ormai come un modo di uscir di pena il matrimonio della Gilda
e la possibilità d'intraprendere un lungo viaggio nel quale forse egli
avrebbe finito col ritrovare sè stesso.