— Si rammenta, signora Gilda, delle nostre scalate ai sacchi di caffè?
— Sì; e le sue cavalcate sui barili d'aringhe?
— E lo studio comparativo dei vari campioni?
— E quel famoso G A ch'ella dipinse sulla schiena della signora Dorotea?
— È viva la signora Dorotea?
— Oh sì... Un po' brontolona...
— Era tale anche allora... E quei suoi due gatti _Mao_ e _Meo_?
— Quelli son morti.
— Ma! Chi direbbe che son corsi tanti anni da quel tempo?
— Se si potesse tornare indietro!
— No, signora Gilda, non lo pensi nemmeno.
— Oh, perchè?
— È troppo bella così.
Questo complimento a bruciapelo fece salire le fiamme al viso della
giovinetta, che abbassò gli occhi e cercò di mutar discorso.
— Si trattiene qui un pezzo?
L'Albani rispose che aveva in animo di intraprendere l'ascensione
d'una tra le cime meno conosciute della catena, ma che gli era forza
aspettare il ritorno d'una guida impegnata per un paio di giorni con
altri forastieri. Intanto si poteva fare insieme qualche gita agevole
anche ai non alpinisti.
La Gilda applaudì di gran cuore alla proposta, il dottore Romualdo
l'accolse invece con assai mediocre entusiasmo, ma la nipote non durò
gran fatica a ribattere le sue obbiezioni. E invero, a che scopo eran
venuti lì se non a quello di girare fra i monti? E che altro avevano
fatto sino allora? Mario chiamò l'albergatore, e un po' consultandosi
con lui, un po' esaminando la carta geografica, stabilì la via da
percorrere il domani; poi, simile a un generale che determina in
anticipazione il suo campo di battaglia, segnò col lapis rosso il luogo
ove si sarebbe fatto sosta per desinare; infine ordinò egli stesso in
cucina di approntare un buon pezzo d'arrosto da mettere nel carniere.
L'oste lo ascoltava con la deferenza dovuta a un alpinista che era
salito due volte sul Cervino.
Per quel giorno l'Albani non lasciò quasi mai il professore e la Gilda.
Era cordiale, espansivo come chi fece un incontro inatteso e gradito,
e parlava volentieri dei suoi disegni per l'avvenire, delle sue
speranze, delle sue ambizioni. Si sentiva giovine, si sentiva forte,
aveva l'anima piena di poesia, d'ideale, vedeva turbinarsi davanti agli
occhi mille immagini che un dì o l'altro egli confidava di riprodur
sulla tela. No, egli non aveva sortito l'indole dell'uomo d'affari,
il suo ingegno non si era mai saputo acconciare alle discipline delle
cifre; che avrebbe fatto nello scrittoio di suo padre? Da fanciullo
in su aveva avuto un culto, un amore ardente, irresistibile; il
culto, l'amore del bello. La bellezza gli faceva piegar le ginocchia,
come cosa di cielo; e l'aveva cercata e la cercava per tutto,
negli splendori dell'alba e del tramonto, nella nota d'una musica
appassionata, nel fascino della poesia, nelle forme armoniose e nel
sorriso della donna. La religione del bello era tutto per lui; beati
i tempi in cui essa era l'ispiratrice dei popoli! Insomma egli era,
egli voleva essere artista: lo lasciassero seguir la sua via; forse
egli avrebbe presto o tardi toccato una meta non ingloriosa. Di quadri
finora non ne aveva fatto che uno, venduto a Zurigo e accolto con
benevolenza dai critici più severi. Ma si portava dietro un'infinità
di studi, di schizzi, gettati giù alla buona sul primo pezzo di carta
che gli cadeva sotto le mani. Erano tipi che egli aveva accarezzati
nella fantasia, o che aveva incontrati realmente nel suo cammino;
ricordi della vita, o ricordi del pensiero, ch'egli raccomandava alla
carta, con un segno, con una data ch'era per lui un filo d'Arianna onde
raccapezzarsi in quel labirinto. Nei libri che leggeva, e ne leggeva
molti (poesie e romanzi per lo più), cercava soggetti di quadri;
traduceva in linee i personaggi e le scene che l'autore aveva descritto
a parole. In questi suoi disegni appena abbozzati era il germe delle
sue opere venture; era il materiale greggio da cui egli sperava di
sprigionare il metallo prezioso.
Tutte queste cose Mario Albani diceva al professore e alla Gilda,
sciorinando davanti a loro quelli ch'egli chiamava i suoi scarabocchi
e spiegando donde ne avesse tratto l'ispirazione. La sua parola era
colorita, nervosa, e rivelava un giovane d'ingegno, un po' entusiastico
forse, un po' troppo fiducioso di sè, ma nel quale c'era a ogni modo la
stoffa d'un uomo non volgare.
Bisognava mettersi in moto la mattina all'alba, e quindi quella sera i
nostri _touristes_ si separarono presto, dopo aver preso un eccellente
_punch_ preparato da Mario, il quale, da buon alpinista, portava nel
suo piccolo bagaglio una mezza dozzina di limoni e una bottiglia di
_cognac_.
Quando il pittore fu nella stanza, egli si accorse ch'era muro a muro
con la Gilda. Egli picchiò sulla parete e disse: — Signora Gilda, la
sveglierò io domattina. — E diede altri due colpetti: — Mi sente? — Sì,
sì.
La Gilda poteva soggiungere ch'ella non aveva punto sonno, e che
probabilmente non avrebbe dormito in tutta la notte. E invero ella
si ravvoltolava nelle coltri senza chiuder occhio, pensando a quel
bizzarro incontro col suo antico compagno d'infanzia, là tra le
solitudini alpine, a mille duecento metri sul livello del mare. Com'era
mutato Mario! Ed era mutata anche lei, ed egli glielo aveva fatto
intendere con tanta galanteria, quand'ella aveva espresso il desiderio
di tornar bambina. — È troppo bella così — Queste parole le ronzavano
gradevolmente all'orecchio. Ella sorrideva a fior di labbro; poi, per
una rapida associazione d'idee, paragonava fra loro i tre uomini che le
pareva di conoscer meglio nel mondo, lo zio Aldo, il capitano e Mario.
Era possibile immaginarsi tre nature più diverse? Per l'uno la vita si
chiudeva tutta nell'austerità degli studi, per l'altro essa significava
il movimento, la lotta, il pericolo; pel terzo essa non aveva che uno
scopo: la ricerca appassionata del bello. Chi dei tre aveva ragione?
La Gilda non sapeva dirlo, ma l'istinto femminile l'avvertiva ch'ella
esercitava un impero su quelle tre anime.
Nella camera attigua, ch'era quella del professore, si vedeva lume
attraverso il buco della serratura.
— Sei desto ancora, zio Aldo? — chiese la Gilda.
Il chiamato balzò in sussulto. — Sì... Come lo sai?... Ho fatto romore?
— No, vedo chiaro.
— Leggevo... Ma tu perchè non dormi? Non ti senti bene forse?
C'era tanta tenerezza, c'era tanta ansietà nella voce del dottor
Romualdo, che la giovinetta ne fu commossa. — Che idee! — ella rispose
— sto benissimo... Oh! perchè spegni la candela?
— Perchè tu possa dormire.
— Povero zio Aldo! — pensò la Gilda — Come mi vuol bene!
Il professore aveva detto una piccola bugia. Egli non leggeva. Egli
riandava nella mente le cose della giornata, e cercava d'indovinar
l'avvenire. Che influenza avrebbe avuto sull'avvenire l'improvviso
incontro della Gilda e di Mario? Nessun giovine aveva mai parlato alla
Gilda con la confidenza di questo giovine; verso nessuno ella si era
mostrata tanto espansiva. Che fosse giunto anche per lei il momento
in cui l'_amore anonimo_ prende forma e contorni? Che questo pittore
entusiasta fosse l'uomo prescelto? Saprebbe egli amarla? Saprebbe
renderla felice?
Mentre il professore Grolli si agitava in questi pensieri, le tempie
gli martellavano e il cuore gli batteva con palpiti affrettati.