XV.

La Gilda era in piedi all'alba. Quando Mario picchiò sulla parete per

isvegliarla, ella gli disse, canzonandolo: — Scommetterei che è ancora

in letto.

— Già, mi alzo adesso.

— Bravissimo. E io sono bella e vestita.

— Bella sì, ma vestita no.

— O scusi, come può dirlo?

— Alle donne manca sempre qualche cosa.

Il pittore aveva ragione. Ella aveva ancora da dar l'ultima mano alla

sua _toilette_.

— A ogni modo — ella rispose — vedremo chi farà più presto ad uscir di

camera.

— Vedremo... Chiami il professore intanto.

— Oh! Quanto a lui, è pronto, e ci aspetta. Esce appunto adesso dalla

sua stanza.

Di lì a un paio di minuti, due usci si apersero allo stesso momento

sull'andito, e i due giovani si diedero il buon giorno con una risata.

— Sono stata prima io... di un secondo — disse la Gilda.

— Perdoni... Io ero già fuori con la testa, mentre lei... E poi, badi,

ha violato i patti.

— Come?

— Sì... Ella non finito la sua _toilette_.

— Oh! Che dice mai? — esclamò la fanciulla, tastandosi da tutte le

parti.

— Le manca d'agganciare un bottone.

— Dove?

— Là — egli rispose, segnando un punto del vestito.

— Questi sono cavilli. Insomma ho vinto io... Non è così, zio Aldo? —

ella esclamò, correndo verso il professore che camminava nell'andito

col capo chino e con le mani intrecciate dietro la schiena. E soggiunse

scherzosamente: — Bisogna far lega, noi due, contro questo signorino.

— Davvero? — replicò il professor Romualdo, sforzandosi a sorridere.

— Badino, badino — riprese l'Albani, e mentre parlava fece un mezzo

giro sui talloni. — Non vedono quello che ho dietro alle spalle.

— Sì... Ha lo zaino... Oh bella, vorrebbe farci paura con lo zaino? Se

dicesse l'_alpenstock_, meno male... Quello lì potrebbe passare per una

lancia...

— Oibò, oibò. La mia forza risiede oggi nello zaino. Sa che cosa c'è

qui dentro?... Ci sono le provvigioni, c'è l'arrosto, il salame, il

pane, il vino... Sta in me di affamare il nemico. E il nemico affamato

si arrende.

— O muore — soggiunse in tono eroicomico la giovinetta.

— Pazzerella che sei! — disse il professore.

Ed ella:

— Noi prenderemo d'assalto il deposito delle vettovaglie, non è vero,

zio Aldo?

— Pazzerella, pazzerella! — replicò questi. E invidiava la facile

allegria della gioventù, egli che non s'era sentito giovine mai.

Si discese in salotto, ove l'ostessa aveva approntato il caffè e latte;

poi si partì con la scorta di un ragazzo ch'era pratico della strada e

che portava gli scialli e i mantelli.

Era una splendida mattina; le cime dei monti illuminate dai primi

raggi del sole si disegnavano nitidissime nel cielo azzurro, un'aria

frizzante ed elastica, che infondeva lena alle membra, s'insinuava fra

i rami degli abeti e accarezzava mollemente l'erba rugiadosa. Si saliva

a grado a grado, ora traversando ampie praterie, ora addentrandosi

nelle macchie dei pini, ora costeggiando a ritroso qualche torrente

incassato nella montagna. La scena, come avviene tra le Alpi, mutava

ad ogni istante, a vicenda orrida e amena, angusta e spaziosa. Qua una

gola asserragliata fra due rocce a picco e ove l'acqua si precipitava

con un fracasso d'inferno, travolgendo nel suo corso i sassi ciclopici,

là una distesa di valli inondate di luce, avvolte in una quiete

solenne.

La flora ricchissima e la curiosa struttura geologica dei terreni

distraevano singolarmente il professore, al quale nessuna delle gite

passate aveva offerto sì largo campo di osservazioni. E l'Albani

prestava un aiuto insperato al suo dotto compagno, arrischiandosi

volentieri col suo piede sicuro nei posti meno accessibili a coglier

per esso le felci, le dafni, le sassifraghe, i ciclamini e i licheni.

Ma più spesso il pittore stava a fianco della Gilda, il cui volto

brillava d'uno schietto entusiasmo. I due giovani si comunicavano le

loro impressioni e provavano una dolce maraviglia a vedere quanta

conformità vi fosse nei loro gusti. La Gilda s'accorgeva per la

prima volta d'avere anch'essa istinti un po' avventurosi (era forse

l'inquietudine de' suoi genitori che le scorreva nel sangue), sentiva

che le tranquille abitudini casalinghe, in cui tante donne trovano

pure una compiuta felicità, avrebbero alla lunga finito col venirle

in uggia. Oh poter correre il mondo, poter affinare lo spirito nella

lotta, poter conoscer la vita! E il suo pensiero volava alla sua mamma,

il cui animo virile in mezzo alle più terribili prove le era stato

vantato tante volte dal capitano Rodomiti. Ma qui non poteva a mano

di sovvenirle un altro ricordo. La sua mamma era stata ingrata verso i

suoi parenti; ne imiterebbe ella l'esempio, sarebbe ingrata anch'ella

verso chi aveva fatto tanto per lei?

A millesettecento metri sul livello del mare, sopra un bell'altipiano

onde si godeva una veduta magnifica, l'Albani, che era il vero

capo della piccola brigata, ordinò di far sosta. Indi, deposto lo

zaino, ne sciorinò sul prato il prezioso contenuto. I viaggiatori si

adagiarono sull'erba e fecero onore al pasto frugale con l'appetito

che si trova sempre sulle Alpi dopo un'ascensione di alcune ore. Dato

fondo alle provvigioni, salvo una bottiglia di vino e alcune fette di

salame tenute in serbo per le circostanze imprevedute, Mario consultò

l'orologio e disse: — Ancora venticinque minuti, e poi ci rimetteremo

in cammino. — C'erano da fare altri cento metri di salita piuttosto

ardua, prima di giungere al punto che si era prefisso quale ultima meta

alla gita della giornata.

La Gilda pretendeva di non essere punto stanca, ma nel fatto ella

se ne stava molto volentieri distesa sull'erba, col _plaid_ sotto

il capo per guanciale, con l'occhio intento a seguire uno stuolo di

nuvolette bianche e leggiere che parevano rincorrersi verso occidente.

Il professore, seduto vicino a lei, aveva aperto la sua scatola da

erborista e passava in rassegna il ricco bottino della giornata,

enumerando le varie specie coi loro nomi latini e tentando di richiamar

l'attenzione della sua pupilla sopra una rarissima _gentiana nivalis_,

e sopra un _diantus atrorubens_ ch'era una maraviglia. Intanto

Mario, addossato al tronco di un larice sul ciglio dell'altipiano,

ora contemplava la scena circostante, ora si voltava a guardare la

leggiadra testina arrovesciata della fanciulla, e la gentile persona di

lei, che si mostrava in tutta l'armonia squisita delle sue linee.

A un tratto un buffo di vento scosse con estrema violenza i rami e

le foglie del larice, investì fieramente il pittore, e trasportò a

parecchi metri di distanza il cappello della Gilda e la scatola del

professore Romualdo, disperdendone i tesori botanici. Quando Mario

ebbe ricuperato il suo equilibrio, la ragazza il suo cappellino, e

il dottor Grolli la sua scatola vuota, i nostri tre viaggiatori si

guardarono sbalorditi. Sul loro capo il sole brillava in tutta la sua

magnificenza, e nulla offuscava l'azzurro di quella parte di cielo che

si offriva al loro sguardo; erano sparite perfino le candide nuvolette

di cui la Gilda accompagnava pur dianzi con l'occhio la rapida fuga. Ma

sul dorso della montagna ululavano le selve delle conifere, e, tendendo

l'orecchio, si sentivano giù nella valle latrati di cani e voci che

si chiamavano e si rispondevano di lontano, e muggiti d'armenti che

si affrettavano alle stalle facendo tintinnare i campanoni appesi al

collo. Nello stesso tempo, il ragazzo che serviva di guida e che s'era

dilungato alquanto in traccia di bacche selvatiche, tornò indietro

gridando: _L'uragano! l'uragano!_ Infatti, salendo sopra un rialto

di terra donde si dominava il lato opposto della valle, si vedevano

in fondo, nell'interstizio di due monti, grossi nuvoloni addossarsi,

accavallarsi gli uni sugli altri, e a poco a poco formare una sola

massa bruna, serrata, minacciosa. Indi quella bruna massa, foggiandosi

a cuneo come a romper le file di un esercito nemico, usciva dai suoi

accampamenti e si avanzava preceduta dal cupo rombo del tuono, resa

più terribile dallo spesseggiare dei lampi. La natura pareva oppressa

da un incubo, l'erba si piegava impaurita, dagli abeti scroscianti

cadevano le pine che il vento palleggiava come trastulli, dalla roccia

sgretolata precipitavano i rottami giù per la china; l'aquila sola,

roteando nell'aria, salutava col rauco suo strido la bufera imminente.

Si tenne un breve consulto. Procedere innanzi era impossibile;

tant'era mettersi addirittura sulla via del ritorno, e, se il temporale

scoppiava, cercar ricovero sotto qualche sporgenza del monte.

Mario si ravvolse nel suo _plaid_ e aiutò i compagni a fare

altrettanto, indi si cominciò la disastrosa ritirata. Il sole brillava

sempre e la sua viva luce contrastava singolarmente coi neri e densi

vapori che andavano via via diffondendosi tutto all'intorno. Secondo

la violenza e la direzione del vento, le ombre degli alberi si

allungavano, si accorciavano, si scontorcevano sul terreno, e intanto

il vento incalzava, e il tuono più romoroso, più insistente, faceva

tremar le montagne.

— Bisogna fermarsi qui, lontano dagli alberi — disse il professore,

additando il cavo d'una rupe.

Intanto le tenebre si stendevano dappertutto, coprendo ogni lembo di

cielo, nascondendo ogni vetta, invadendo la valle. Ma la tetra notte

era squarciata da incessanti baleni, alla cui luce rossastra gli

oggetti prendevano forme strane e paurose. Con un fracasso che superava

lo strepito di cento battaglie, il fulmine correva da nube a nube e

si precipitava dalle nubi alla terra, segnando di un solco mortale il

tronco dei pini più elevati, sprofondandosi nella roccia. Cominciarono

a cader di grossi goccioloni; quindi si rovesciò un torrente di pioggia

fitta, gelata, impetuosa. La natura era terribile, la sua voce tonante

copriva la voce dell'uomo. I nostri _touristes_ si erano avvicinati

istintivamente gli uni agli altri; ma non potevano scambiarsi una

parola. Bensì, all'assiduo barbaglio dei lampi, la Gilda vedeva gli

occhi di Mario e dello zio che la fissavano con pari sollecitudine;

que' due uomini non erano inquieti per sè, ma per lei. Ella sorrideva

ad entrambi per tranquillarli, e abbandonava la sua mano nella mano

vigorosa del pittore. Talora, con un cenno del capo, ella additava il

piccolo montanaro ch'era il meno intrepido della comitiva, e che le si

era accovacciato ai piedi turandosi le orecchie coi due pollici.

Le cose durarono in tale stato per un quarto d'ora; poi il nembo

principiò a rimettere della sua intensità.

— Oh! — disse la Gilda fra un tuono e l'altro. — Valeva la spesa di

ricoverarsi sotto una rupe! Ho l'acqua fino alle midolle.

— Con un tempo simile si è più sicuri bagnati che asciutti — osservò

gravemente il professore. — Franklin fece una preziosa esperienza.

Con l'elettricità artificiale accumulata egli potè uccidere un topo

asciutto, ma non riuscì a ucciderne uno ch'era bagnato. Quello che è

certo si è che la temperatura dev'essere abbassata di parecchi gradi.

Se non vien presto il sole, si gela.

— Un buon alpinista — ripigliò il pittore — deve aver sempre il farmaco

indispensabile in queste occasioni.

Detto ciò, egli tolse di sotto alle vesti una fiaschetta impagliata

che gli pendeva al fianco, e consigliò il Grolli a bevere un sorso del

liquore che vi era contenuto.

— Che roba è? — chiese la Gilda.

— È _cognac_. Ne beverà anche lei.

— Sì, sì.

— Non più d'una goccia, sai! — ammonì il dottor Romualdo.

Ella si mise a ridere, e mandò giù una gran boccata di liquore. — Bah!

Si sente appena — ella disse, restituendo la fiaschetta all'Albani.

Si riprese la faticosa marcia con tutta la celerità ch'era conceduta

dalle vesti molli e dalle membra irrigidite. Aveva smesso di piovere,

il vento agitava soltanto gli strati superiori dell'atmosfera, le

nubi, spinte da opposte correnti, si ghermivano, si confondevano, si

lasciavano come se giocassero a mosca cieca, il sole faceva fuggevoli

apparizioni negli squarci azzurri del cielo, le cime delle montagne

andavano a grado a grado snebbiandosi, e le vette più eccelse si

mostravano chiazzate di neve recente, ciò che spiegava il freddo

improvviso.

La bufera aveva molto peggiorate le condizioni della strada; qua e là

grosse frane ingombravano il sentiero, e si trovavano rami schiantati,

e pozze, e rigagnoli serpeggianti in tutte le sinuosità del terreno.

Più d'una volta Mario dovette aiutar la Gilda in un passo difficile,

più d'una volta egli sentì il dolce peso di quel corpo delicato e

flessuoso. Sul limitare d'uno spazzo verde che scendeva con un pendìo

alquanto ripido, la ragazza confessò al pittore che il capo le girava

un pochino, e che il suo piede non era ben sicuro. Egli le diede il

braccio con trasporto, e i due giovani scivolarono insieme giù per la

china, a immagine di pattinatori, con la svelta persona arrovesciata

all'indietro, con le guance invermigliate dalla sferza della rigida

brezza, cogli occhi pieni di fuoco, coi capelli svolazzanti. Passavano

rapidi, ora in luce, ora in ombra, secondo che il sole sbucava dalle

nuvole o si rimpiattava, e nella corsa precipitosa ridevano forte, e il

loro riso melodioso, sonoro, rallegrava quelle solitudini alpine.

Sì, senza dubbio, doveva dipendere dal _cognac_. La Gilda aveva un

bisogno infinito di parlare, di ridere, di appoggiarsi a qualcheduno.

E poichè lo zio aveva già da far molto a sostener sè medesimo, era

naturale ch'ella si appoggiasse a Mario. Bensì voltandosi di tratto in

tratto: — Bada — gridava — bada, zio Aldo, di non sdrucciolare.

A malgrado di tanta sollecitudine, ella non si avvide che il

professore incespicò un paio di volte, e nei suoi sforzi per conservar

l'equilibrio riportò una storta ad un piede e una contusione a un

ginocchio. Pure il nostro scienziato non mosse un lamento, non disse

una parola per rallentar la foga della giovine coppia, la cui allegria

rumorosa non aveva più freno. Mario e la Gilda eran tornati bambini, e

accadeva a loro come ai bambini, che quando si son messi in galloria,

finiscono col ridere senza nemmeno saper di che ridono.

Allorchè i viaggiatori giunsero all'albergo, vi trovarono una gran

confusione. Non si aveva notizia di due comitive d'inglesi partiti

la mattina per una salita sul ghiacciaio, alla quale certo dovevano

aver rinunziato in causa dell'uragano. Erano accompagnati da guide

eccellenti; pur si stentava a capire perchè non fossero ancora di

ritorno. Oltracciò si considerava ornai sciupata la stagione d'estate.

La neve caduta aveva già reso impossibili alcune ascensioni, e chi sa

se non sarebbe successo peggio nella notte. C'erano sempre due monti

che _fumavano_, secondo la espressione dell'oste, e que' due monti,

chiamati _i due gemelli_, valevano meglio di qualunque barometro,

perchè la loro cima avvolta di nubi significava un seguito di piogge

e di burrasche. Per poco che si abbassasse ancora la temperatura, non

sarebbe più venuto un solo forestiero, e sarebbero andati via tutti

quelli che ci erano.

L'ostessa intanto si recava ogni momento sulla strada a spiare il

ritorno degli inglesi. Ella si ricordava di una catastrofe avvenuta

anni addietro, quando, di cinque _touristes_ che avevano lasciato

l'albergo la mattina, due soli erano tornati la sera. E fra le vittime

c'era un giovine bello, ricco, pieno di buonumore, un alpinista famoso

ch'era stato uno tra i primi a superare il Cervino, e che in mezzo alla

sua audacia aveva tutta la grazia e l'ingenuità d'un fanciullo. Giocava

volentieri coi bimbi, scherzava onestamente con le ragazze, amava

discorrere di sua madre. E sua madre, poveretta, era corsa da Londra

per avere almeno il cadavere del figlio. Ahimè! Il ghiacciaio non rende

che tardi i suoi morti.

Per buona ventura questa volta non accaddero disgrazie, e gli inglesi

aspettati arrivarono sani e salvi, benchè pieni di freddo, di fame,

con le vesti fradice e con l'ossa peste, e decisi a levar le tende il

dì appresso. La mattina infatti, poichè il cielo era sempre coperto e

il barometro continuava a segnar pioggia e vento, fu un salvi chi può

generale. A mezzogiorno non restavano all'albergo del _Camoscio_ che il

professore Grolli, sua nipote e Mario Albani.

Il Professore Romualdo · 第 18 / 28 题