La Gilda era in piedi all'alba. Quando Mario picchiò sulla parete per
isvegliarla, ella gli disse, canzonandolo: — Scommetterei che è ancora
in letto.
— Già, mi alzo adesso.
— Bravissimo. E io sono bella e vestita.
— Bella sì, ma vestita no.
— O scusi, come può dirlo?
— Alle donne manca sempre qualche cosa.
Il pittore aveva ragione. Ella aveva ancora da dar l'ultima mano alla
sua _toilette_.
— A ogni modo — ella rispose — vedremo chi farà più presto ad uscir di
camera.
— Vedremo... Chiami il professore intanto.
— Oh! Quanto a lui, è pronto, e ci aspetta. Esce appunto adesso dalla
sua stanza.
Di lì a un paio di minuti, due usci si apersero allo stesso momento
sull'andito, e i due giovani si diedero il buon giorno con una risata.
— Sono stata prima io... di un secondo — disse la Gilda.
— Perdoni... Io ero già fuori con la testa, mentre lei... E poi, badi,
ha violato i patti.
— Come?
— Sì... Ella non finito la sua _toilette_.
— Oh! Che dice mai? — esclamò la fanciulla, tastandosi da tutte le
parti.
— Le manca d'agganciare un bottone.
— Dove?
— Là — egli rispose, segnando un punto del vestito.
— Questi sono cavilli. Insomma ho vinto io... Non è così, zio Aldo? —
ella esclamò, correndo verso il professore che camminava nell'andito
col capo chino e con le mani intrecciate dietro la schiena. E soggiunse
scherzosamente: — Bisogna far lega, noi due, contro questo signorino.
— Davvero? — replicò il professor Romualdo, sforzandosi a sorridere.
— Badino, badino — riprese l'Albani, e mentre parlava fece un mezzo
giro sui talloni. — Non vedono quello che ho dietro alle spalle.
— Sì... Ha lo zaino... Oh bella, vorrebbe farci paura con lo zaino? Se
dicesse l'_alpenstock_, meno male... Quello lì potrebbe passare per una
lancia...
— Oibò, oibò. La mia forza risiede oggi nello zaino. Sa che cosa c'è
qui dentro?... Ci sono le provvigioni, c'è l'arrosto, il salame, il
pane, il vino... Sta in me di affamare il nemico. E il nemico affamato
si arrende.
— O muore — soggiunse in tono eroicomico la giovinetta.
— Pazzerella che sei! — disse il professore.
Ed ella:
— Noi prenderemo d'assalto il deposito delle vettovaglie, non è vero,
zio Aldo?
— Pazzerella, pazzerella! — replicò questi. E invidiava la facile
allegria della gioventù, egli che non s'era sentito giovine mai.
Si discese in salotto, ove l'ostessa aveva approntato il caffè e latte;
poi si partì con la scorta di un ragazzo ch'era pratico della strada e
che portava gli scialli e i mantelli.
Era una splendida mattina; le cime dei monti illuminate dai primi
raggi del sole si disegnavano nitidissime nel cielo azzurro, un'aria
frizzante ed elastica, che infondeva lena alle membra, s'insinuava fra
i rami degli abeti e accarezzava mollemente l'erba rugiadosa. Si saliva
a grado a grado, ora traversando ampie praterie, ora addentrandosi
nelle macchie dei pini, ora costeggiando a ritroso qualche torrente
incassato nella montagna. La scena, come avviene tra le Alpi, mutava
ad ogni istante, a vicenda orrida e amena, angusta e spaziosa. Qua una
gola asserragliata fra due rocce a picco e ove l'acqua si precipitava
con un fracasso d'inferno, travolgendo nel suo corso i sassi ciclopici,
là una distesa di valli inondate di luce, avvolte in una quiete
solenne.
La flora ricchissima e la curiosa struttura geologica dei terreni
distraevano singolarmente il professore, al quale nessuna delle gite
passate aveva offerto sì largo campo di osservazioni. E l'Albani
prestava un aiuto insperato al suo dotto compagno, arrischiandosi
volentieri col suo piede sicuro nei posti meno accessibili a coglier
per esso le felci, le dafni, le sassifraghe, i ciclamini e i licheni.
Ma più spesso il pittore stava a fianco della Gilda, il cui volto
brillava d'uno schietto entusiasmo. I due giovani si comunicavano le
loro impressioni e provavano una dolce maraviglia a vedere quanta
conformità vi fosse nei loro gusti. La Gilda s'accorgeva per la
prima volta d'avere anch'essa istinti un po' avventurosi (era forse
l'inquietudine de' suoi genitori che le scorreva nel sangue), sentiva
che le tranquille abitudini casalinghe, in cui tante donne trovano
pure una compiuta felicità, avrebbero alla lunga finito col venirle
in uggia. Oh poter correre il mondo, poter affinare lo spirito nella
lotta, poter conoscer la vita! E il suo pensiero volava alla sua mamma,
il cui animo virile in mezzo alle più terribili prove le era stato
vantato tante volte dal capitano Rodomiti. Ma qui non poteva a mano
di sovvenirle un altro ricordo. La sua mamma era stata ingrata verso i
suoi parenti; ne imiterebbe ella l'esempio, sarebbe ingrata anch'ella
verso chi aveva fatto tanto per lei?
A millesettecento metri sul livello del mare, sopra un bell'altipiano
onde si godeva una veduta magnifica, l'Albani, che era il vero
capo della piccola brigata, ordinò di far sosta. Indi, deposto lo
zaino, ne sciorinò sul prato il prezioso contenuto. I viaggiatori si
adagiarono sull'erba e fecero onore al pasto frugale con l'appetito
che si trova sempre sulle Alpi dopo un'ascensione di alcune ore. Dato
fondo alle provvigioni, salvo una bottiglia di vino e alcune fette di
salame tenute in serbo per le circostanze imprevedute, Mario consultò
l'orologio e disse: — Ancora venticinque minuti, e poi ci rimetteremo
in cammino. — C'erano da fare altri cento metri di salita piuttosto
ardua, prima di giungere al punto che si era prefisso quale ultima meta
alla gita della giornata.
La Gilda pretendeva di non essere punto stanca, ma nel fatto ella
se ne stava molto volentieri distesa sull'erba, col _plaid_ sotto
il capo per guanciale, con l'occhio intento a seguire uno stuolo di
nuvolette bianche e leggiere che parevano rincorrersi verso occidente.
Il professore, seduto vicino a lei, aveva aperto la sua scatola da
erborista e passava in rassegna il ricco bottino della giornata,
enumerando le varie specie coi loro nomi latini e tentando di richiamar
l'attenzione della sua pupilla sopra una rarissima _gentiana nivalis_,
e sopra un _diantus atrorubens_ ch'era una maraviglia. Intanto
Mario, addossato al tronco di un larice sul ciglio dell'altipiano,
ora contemplava la scena circostante, ora si voltava a guardare la
leggiadra testina arrovesciata della fanciulla, e la gentile persona di
lei, che si mostrava in tutta l'armonia squisita delle sue linee.
A un tratto un buffo di vento scosse con estrema violenza i rami e
le foglie del larice, investì fieramente il pittore, e trasportò a
parecchi metri di distanza il cappello della Gilda e la scatola del
professore Romualdo, disperdendone i tesori botanici. Quando Mario
ebbe ricuperato il suo equilibrio, la ragazza il suo cappellino, e
il dottor Grolli la sua scatola vuota, i nostri tre viaggiatori si
guardarono sbalorditi. Sul loro capo il sole brillava in tutta la sua
magnificenza, e nulla offuscava l'azzurro di quella parte di cielo che
si offriva al loro sguardo; erano sparite perfino le candide nuvolette
di cui la Gilda accompagnava pur dianzi con l'occhio la rapida fuga. Ma
sul dorso della montagna ululavano le selve delle conifere, e, tendendo
l'orecchio, si sentivano giù nella valle latrati di cani e voci che
si chiamavano e si rispondevano di lontano, e muggiti d'armenti che
si affrettavano alle stalle facendo tintinnare i campanoni appesi al
collo. Nello stesso tempo, il ragazzo che serviva di guida e che s'era
dilungato alquanto in traccia di bacche selvatiche, tornò indietro
gridando: _L'uragano! l'uragano!_ Infatti, salendo sopra un rialto
di terra donde si dominava il lato opposto della valle, si vedevano
in fondo, nell'interstizio di due monti, grossi nuvoloni addossarsi,
accavallarsi gli uni sugli altri, e a poco a poco formare una sola
massa bruna, serrata, minacciosa. Indi quella bruna massa, foggiandosi
a cuneo come a romper le file di un esercito nemico, usciva dai suoi
accampamenti e si avanzava preceduta dal cupo rombo del tuono, resa
più terribile dallo spesseggiare dei lampi. La natura pareva oppressa
da un incubo, l'erba si piegava impaurita, dagli abeti scroscianti
cadevano le pine che il vento palleggiava come trastulli, dalla roccia
sgretolata precipitavano i rottami giù per la china; l'aquila sola,
roteando nell'aria, salutava col rauco suo strido la bufera imminente.
Si tenne un breve consulto. Procedere innanzi era impossibile;
tant'era mettersi addirittura sulla via del ritorno, e, se il temporale
scoppiava, cercar ricovero sotto qualche sporgenza del monte.
Mario si ravvolse nel suo _plaid_ e aiutò i compagni a fare
altrettanto, indi si cominciò la disastrosa ritirata. Il sole brillava
sempre e la sua viva luce contrastava singolarmente coi neri e densi
vapori che andavano via via diffondendosi tutto all'intorno. Secondo
la violenza e la direzione del vento, le ombre degli alberi si
allungavano, si accorciavano, si scontorcevano sul terreno, e intanto
il vento incalzava, e il tuono più romoroso, più insistente, faceva
tremar le montagne.
— Bisogna fermarsi qui, lontano dagli alberi — disse il professore,
additando il cavo d'una rupe.
Intanto le tenebre si stendevano dappertutto, coprendo ogni lembo di
cielo, nascondendo ogni vetta, invadendo la valle. Ma la tetra notte
era squarciata da incessanti baleni, alla cui luce rossastra gli
oggetti prendevano forme strane e paurose. Con un fracasso che superava
lo strepito di cento battaglie, il fulmine correva da nube a nube e
si precipitava dalle nubi alla terra, segnando di un solco mortale il
tronco dei pini più elevati, sprofondandosi nella roccia. Cominciarono
a cader di grossi goccioloni; quindi si rovesciò un torrente di pioggia
fitta, gelata, impetuosa. La natura era terribile, la sua voce tonante
copriva la voce dell'uomo. I nostri _touristes_ si erano avvicinati
istintivamente gli uni agli altri; ma non potevano scambiarsi una
parola. Bensì, all'assiduo barbaglio dei lampi, la Gilda vedeva gli
occhi di Mario e dello zio che la fissavano con pari sollecitudine;
que' due uomini non erano inquieti per sè, ma per lei. Ella sorrideva
ad entrambi per tranquillarli, e abbandonava la sua mano nella mano
vigorosa del pittore. Talora, con un cenno del capo, ella additava il
piccolo montanaro ch'era il meno intrepido della comitiva, e che le si
era accovacciato ai piedi turandosi le orecchie coi due pollici.
Le cose durarono in tale stato per un quarto d'ora; poi il nembo
principiò a rimettere della sua intensità.
— Oh! — disse la Gilda fra un tuono e l'altro. — Valeva la spesa di
ricoverarsi sotto una rupe! Ho l'acqua fino alle midolle.
— Con un tempo simile si è più sicuri bagnati che asciutti — osservò
gravemente il professore. — Franklin fece una preziosa esperienza.
Con l'elettricità artificiale accumulata egli potè uccidere un topo
asciutto, ma non riuscì a ucciderne uno ch'era bagnato. Quello che è
certo si è che la temperatura dev'essere abbassata di parecchi gradi.
Se non vien presto il sole, si gela.
— Un buon alpinista — ripigliò il pittore — deve aver sempre il farmaco
indispensabile in queste occasioni.
Detto ciò, egli tolse di sotto alle vesti una fiaschetta impagliata
che gli pendeva al fianco, e consigliò il Grolli a bevere un sorso del
liquore che vi era contenuto.
— Che roba è? — chiese la Gilda.
— È _cognac_. Ne beverà anche lei.
— Sì, sì.
— Non più d'una goccia, sai! — ammonì il dottor Romualdo.
Ella si mise a ridere, e mandò giù una gran boccata di liquore. — Bah!
Si sente appena — ella disse, restituendo la fiaschetta all'Albani.
Si riprese la faticosa marcia con tutta la celerità ch'era conceduta
dalle vesti molli e dalle membra irrigidite. Aveva smesso di piovere,
il vento agitava soltanto gli strati superiori dell'atmosfera, le
nubi, spinte da opposte correnti, si ghermivano, si confondevano, si
lasciavano come se giocassero a mosca cieca, il sole faceva fuggevoli
apparizioni negli squarci azzurri del cielo, le cime delle montagne
andavano a grado a grado snebbiandosi, e le vette più eccelse si
mostravano chiazzate di neve recente, ciò che spiegava il freddo
improvviso.
La bufera aveva molto peggiorate le condizioni della strada; qua e là
grosse frane ingombravano il sentiero, e si trovavano rami schiantati,
e pozze, e rigagnoli serpeggianti in tutte le sinuosità del terreno.
Più d'una volta Mario dovette aiutar la Gilda in un passo difficile,
più d'una volta egli sentì il dolce peso di quel corpo delicato e
flessuoso. Sul limitare d'uno spazzo verde che scendeva con un pendìo
alquanto ripido, la ragazza confessò al pittore che il capo le girava
un pochino, e che il suo piede non era ben sicuro. Egli le diede il
braccio con trasporto, e i due giovani scivolarono insieme giù per la
china, a immagine di pattinatori, con la svelta persona arrovesciata
all'indietro, con le guance invermigliate dalla sferza della rigida
brezza, cogli occhi pieni di fuoco, coi capelli svolazzanti. Passavano
rapidi, ora in luce, ora in ombra, secondo che il sole sbucava dalle
nuvole o si rimpiattava, e nella corsa precipitosa ridevano forte, e il
loro riso melodioso, sonoro, rallegrava quelle solitudini alpine.
Sì, senza dubbio, doveva dipendere dal _cognac_. La Gilda aveva un
bisogno infinito di parlare, di ridere, di appoggiarsi a qualcheduno.
E poichè lo zio aveva già da far molto a sostener sè medesimo, era
naturale ch'ella si appoggiasse a Mario. Bensì voltandosi di tratto in
tratto: — Bada — gridava — bada, zio Aldo, di non sdrucciolare.
A malgrado di tanta sollecitudine, ella non si avvide che il
professore incespicò un paio di volte, e nei suoi sforzi per conservar
l'equilibrio riportò una storta ad un piede e una contusione a un
ginocchio. Pure il nostro scienziato non mosse un lamento, non disse
una parola per rallentar la foga della giovine coppia, la cui allegria
rumorosa non aveva più freno. Mario e la Gilda eran tornati bambini, e
accadeva a loro come ai bambini, che quando si son messi in galloria,
finiscono col ridere senza nemmeno saper di che ridono.
Allorchè i viaggiatori giunsero all'albergo, vi trovarono una gran
confusione. Non si aveva notizia di due comitive d'inglesi partiti
la mattina per una salita sul ghiacciaio, alla quale certo dovevano
aver rinunziato in causa dell'uragano. Erano accompagnati da guide
eccellenti; pur si stentava a capire perchè non fossero ancora di
ritorno. Oltracciò si considerava ornai sciupata la stagione d'estate.
La neve caduta aveva già reso impossibili alcune ascensioni, e chi sa
se non sarebbe successo peggio nella notte. C'erano sempre due monti
che _fumavano_, secondo la espressione dell'oste, e que' due monti,
chiamati _i due gemelli_, valevano meglio di qualunque barometro,
perchè la loro cima avvolta di nubi significava un seguito di piogge
e di burrasche. Per poco che si abbassasse ancora la temperatura, non
sarebbe più venuto un solo forestiero, e sarebbero andati via tutti
quelli che ci erano.
L'ostessa intanto si recava ogni momento sulla strada a spiare il
ritorno degli inglesi. Ella si ricordava di una catastrofe avvenuta
anni addietro, quando, di cinque _touristes_ che avevano lasciato
l'albergo la mattina, due soli erano tornati la sera. E fra le vittime
c'era un giovine bello, ricco, pieno di buonumore, un alpinista famoso
ch'era stato uno tra i primi a superare il Cervino, e che in mezzo alla
sua audacia aveva tutta la grazia e l'ingenuità d'un fanciullo. Giocava
volentieri coi bimbi, scherzava onestamente con le ragazze, amava
discorrere di sua madre. E sua madre, poveretta, era corsa da Londra
per avere almeno il cadavere del figlio. Ahimè! Il ghiacciaio non rende
che tardi i suoi morti.
Per buona ventura questa volta non accaddero disgrazie, e gli inglesi
aspettati arrivarono sani e salvi, benchè pieni di freddo, di fame,
con le vesti fradice e con l'ossa peste, e decisi a levar le tende il
dì appresso. La mattina infatti, poichè il cielo era sempre coperto e
il barometro continuava a segnar pioggia e vento, fu un salvi chi può
generale. A mezzogiorno non restavano all'albergo del _Camoscio_ che il
professore Grolli, sua nipote e Mario Albani.