L'estate fu più soffocante del solito, e il professore Romualdo si
recò con la Gilda a passar parte delle vacanze in un albergo fra
le Alpi, lasciando che i Lorati andassero in un sito di bagni, ove
ci era più gente, più _chique_, e ove la signora Olimpia sperava
di maritare almeno una delle figliuole. Il professore, senza essere
alpinista, era un camminatore infaticabile; la Gilda, snella, leggera,
intrepida, sarebbe stata in grado, a detta delle guide, di affrontare
anche il ghiacciaio; però ella non osava di chieder tanto allo zio,
e si contentava di percorrere insieme con lui la parte meno scabrosa
di quei monti. Uscivano talvolta soli, talvolta accompagnati da un
ragazzo che portava gli scialli e le provvigioni, giravano a caso per
quattro o cinque ore, e si rifocillavano sdraiati sull'erba; mentre
a pochi passi scrosciava il torrente e gli abeti mormoravano sul loro
capo, e si udiva il muggito dei buoi e il tintinnìo delle capre sparse
pei pascoli. La Gilda era ammirata delle Alpi. Durante le sue gite
ella parlava poco, ma la commozione dell'animo le era scritta sul
viso; di tratto in tratto le sfuggiva un grido dal labbro, ed ella
rimaneva estatica dinanzi all'orrido pittoresco d'una gola profonda,
o alle fosforescenze di un ghiacciaio, o all'ampiezza d'una valle
illuminata dal sole. Talora, staccandosi d'improvviso dal fianco del
suo compagno, ella saliva su qualche punto elevato da cui lo sguardo
spaziava in più largo orizzonte. Il vento respingeva le falde della
sua veste succinta e le ciocche de' suoi capelli ricciuti, e la sua
bella persona immobile, con le braccia conserte, si disegnava come
una figura fantastica sullo sfondo azzurro del cielo. Intanto il
professore andava erborando per via e raccoglieva diligentemente entro
una scatola le varie specie di licheni, di genziane, di felci, di dafni
e d'altre piante della flora alpina, oppure frangeva qua e là con un
piccolo martello la roccia, e riempiva di pietruzze una borsa ch'egli
portava a tracolla. Poi la sera, in albergo, parlava di botanica e di
geologia alla nipote, la quale, a forza di fargli da assistente nel suo
laboratorio, aveva finito col prendere una leggera tintura scientifica,
e lo ascoltava con attenzione benevola.
L'albergo ove alloggiavano i nostri amici era uno dei soliti che
si trovano fra le Alpi, tozzo, massiccio, rettangolare, col tetto
acuminato, sporgente per un metro e mezzo oltre la linea dei muri,
con una ringhiera di legno che girava intorno al primo piano. Sul
frontone della porta d'ingresso era appesa un'insegna con dipintovi
a colori vivaci un quadrupede che dalla spiegazione scrittavi sotto a
caratteri cubitali doveva essere un camoscio. Nell'interno le pareti
foderate di legno, l'andito ingombro di scialli, di _alpenstocks_
e di funi. In cucina un ampio focolare, protetto, covato quasi, da
un'enorme cappa intorno a cui luccicavano i rami. Poco distante dal
focolare una stufa monumentale, che aveva l'aspetto di un mausoleo.
Nel salotto da pranzo una tavola oblunga, modestamente ma pulitamente
apparecchiata, con sedie di paglia tutto all'ingiro. Anche qui la sua
stufa; poi una credenza, e di fronte a questa una mensola con due o tre
scaffali di libri, e specialmente di _Guide_ delle Alpi e di romanzi
inglesi dell'edizione di Tauchnitz. Appesi alle pareti un barometro, un
termometro, una carta geografica della regione, alcune litografie senza
valore e alcuni avvisi d'alberghi italiani, svizzeri, francesi; sopra
un canterale un calamaio e l'_album_ dei viaggiatori fitto di nomi, di
osservazioni e anche di versi in più lingue.
Lo scorrere le pagine di quel libro era per la Gilda un gradevole
passatempo, ed ella sorrideva una mattina leggendo le note di una
signora di Londra, la quale nello stesso periodo manifestava il suo
entusiasmo pel pesce del lago e il suo dolore per non avere trovato in
quei siti un ministro anglicano, quando una riga più sotto ella vide un
nome che le strappò un'esclamazione di stupore.
— Che c'è? — domandò il professore Romualdo, che tagliava le carte
all'ultimo fascicolo d'una rivista scientifica, venuta a cercarlo
lassù.
— Leggi qui — ella disse, porgendogli il libro. Egli lesse — _Mario
Albani, pittore._
— Mario, sai — proseguì la Gilda — il figlio del signor Gedeone, il mio
antico compagno di giuochi; non può essere che lui. Quanti anni sono
che non lo vedo!... Scommetto che non lo riconoscerei più...
— Probabilmente sarà già partito — interpose il professore, a cui
questo nuovo personaggio destava una vaga inquietudine.
— No, no... guarda... dev'esser giunto oggi prima che noi scendessimo.
C'è la data: 5 agosto.
— Ebbene, se ci sarà lo vedremo... Non è poi conveniente di affannarsi
tanto per una persona che non ci riconoscerebbe nemmeno... Del
resto, un ragazzo balzano che ha piantato la famiglia per fare il suo
capriccio.
— Volevano che vendesse pepe e cannella, ed egli era artista
nell'anima... Si capisce...
— Oh!... Artista!... Il solito passaporto dei cervelli malati... Basta
— conchiuse il professore, che si accorgeva di essersi riscaldato
troppo — ciò non ci riguarda.
Proprio in quel punto, un passo d'uomo si fece sentire nell'andito,
e una voce maschia e melodiosa diede alcuni ordini in cucina. Indi
entrò nel salotto un bel giovane alto, spigliato, con l'aquila del Club
Alpino sul cappello. Aveva le chiome un po' lunghe, la barba nascente,
la carnagione abbronzita. I suoi occhi espressivi s'incontrarono subito
con quelli della Gilda ch'erano fissi sopra di lui. Anche il professore
lo guardava con singolare attenzione.
Egli stette un momento sospeso, le sue guance si dipinsero di un vivo
rossore, poi balbettò: — Ma?... Non m'inganno?... Il signor professor
Grolli?... E la Gil... la signora Gilda?
— Oh signor Mario! — esclamò la giovinetta, con un sorriso che le
illuminava tutta la fisonomia. — Mi ha ravvisata?
— No, veramente. Ho ravvisato il signor professore. E lei mi aveva
riconosciuto?
— Nemmeno; ma sapevo ch'era qui... dal libro dei viaggiatori.
Il professor Romualdo, il quale, essendo il solo che non avesse punto
cambiato aspetto da una diecina d'anni, aveva servito d'anello a questo
riconoscimento, dovette far di necessità virtù, e stringere, quanto più
cordialmente gli fu possibile, la mano del pittore.