XII.

Bastarono poche settimane alla Gilda per riaversi affatto. Pareva anzi

che quel passeggiero malessere avesse contribuito a far rifiorire la

sua bellezza decaduta da qualche anno. I molli contorni della donna si

disegnavano ormai sotto le vesti succinte della fanciulla; gli occhi

già languidi e smorti brillavano d'una nuova luce più viva, più intensa

di quella che li aveva illuminati nell'infanzia gioconda, e la persona

leggiadra, pur mutando linee, si ricomponeva nell'antica armonia. Le

inesplicabili tristezze, gli scoraggiamenti infiniti degli ultimi tempi

l'assalivano di rado e non mai con tanta violenza; era tutt'al più una

malinconia pensosa, non scevra d'ogni dolcezza.

Ma il dottor Romualdo assisteva con mal celato sgomento a questa

trasformazione della sua pupilla. S'era avvezzato ad amar la fanciulla,

e non sapeva acconciarsi all'idea che la fanciulla diventasse donna,

poichè la donna era sempre ai suoi occhi un essere inferiore, malato,

pieno di piccole arti e di avvolgimenti insidiosi. Allorchè la Gilda

entrava nella sua stanza, egli pareva atteggiarsi a guisa di uomo

che si mette in difesa; non le dava più un pizzicotto sulla guancia,

nè un buffetto sotto il mento: e s'ella gli faceva una carezza, egli

arrossiva confuso.

— Ti faccio paura! — ella esclamava canzonandolo — E sì ch'io son

quella di una volta!

Quella di una volta? Oibò, oibò. O la Gilda parlava in mala fede, o

ella ingannava sè stessa. Ma già ella parlava in mala fede sicuramente;

era una femmina.

Quand'egli la conduceva a passeggio, ed ella gli dava il braccio,

ci voleva poco ad accorgersi ch'ella non era quella di una volta.

Noi lo sappiamo, l'avevano ammirata sempre, ma adesso era mutato il

genere dell'ammirazione, e soprattutto era mutata _la qualità_ degli

ammiratori. Non erano più i babbi e le mamme quelli che si fermavano

estatici a guardar la Gilda; erano i bellimbusti profumati, azzimati,

erano i giovinetti di primo pelo, erano, orribile a dirsi, gli studenti

dell'Università. Nè soltanto i rompicolli; quelli stessi, che, dalla

cattedra, il professore mirava assorti nelle severe meditazioni

scientifiche, quelli stessi che pendevano con più amore dalla sua

parola, se vedevano la Gilda al suo braccio, le piantavano tanto

d'occhi in viso, come se volessero divorarsela. Egli sentiva bisbigliar

dietro a sè — Che stupenda ragazza diventa la nipote del professor

Grolli! — Che bottoncino di rosa! — Ah! esser l'ape che succhierà quel

fiore!

— Disgraziati! Disgraziati! — rifletteva in cuor suo il professore

Romualdo. — Anche su loro che sono l'orgoglio della Università, la

speranza della patria, la donna esercita la sua funesta influenza:

ella distrae la loro mente dai forti pensieri, ella turba i loro sensi,

ella popola la loro fantasia di immagini ingannatrici. Quanto cammino

di più si farebbe nel mondo se non vi fosse la donna! Quanto più

presto sarebbe stata scoperta la legge della gravitazione, da quanto

tempo si sarebbe già trovata una soluzione alle equazioni di quarto

grado! Che gloria immensa si acquisterebbe colui il quale riuscisse ad

emancipare l'umanità dalla femmina ed assicurasse con un nuovo metodo

la propagazione della specie!

Talora, mentre il dottor Grolli era infatuato dietro questo grave

problema, la Gilda gli dava una scrollatina al braccio, e gli chiedeva

sorridendo: — Sei fra le nuvole?

Del resto, il professor Romualdo, quantunque convinto che la

soppressione della donna ci avvierebbe a uno stato di perfezione

assoluta, non intendeva sottrarsi a nessuno degli obblighi suoi

verso la nipote. Se, anni addietro, egli aveva commesso una debolezza

acconsentendo a tenerla presso di sè, tanto peggio per lui; s'egli non

aveva saputo prevedere che la bambina non sarebbe stata sempre bambina,

era a lui e non ad altri che toccava scontare l'imprevidenza. Norma

costante delle sue azioni, il sentimento del dovere lo reggeva anche in

questa prova e gli dava il modo di vincere ostacoli che sulle prime gli

parevano insuperabili.

Tra le novità introdotte nel sistema di vita del nostro matematico

non fu certo l'ultima quella di recarsi un paio di sere la settimana

insieme con la Gilda in casa del cavalier Diomede Lorati, che teneva

allora l'ufficio di rettore dell'Università. Il professor Grolli in

conversazione; era una cosa da far strabiliare! Ma il medico aveva

giudicato opportuno che la Gilda conoscesse qualche persona dell'età

sua, ed erano su per giù della stessa età le figlie del rettore. Il

cavaliere Lorati era una buonissima pasta d'uomo, che da venti anni

professava diritto civile e in tutto questo tempo non aveva mutato

una virgola alle sue lezioni. Gli scolari sapevano come ogni lezione

principiava e come finiva, e spesso il professore aveva la compiacenza

di sentir correr lungo i banchi una frase ch'egli non aveva ancor

detta. Del resto, il cavalier Lorati era tenuto in conto di persona

sapiente; era segretario della locale Accademia di scienze e lettere,

e in questo ufficio aveva avuto agio di svolgere le sue naturali

disposizioni per le commemorazioni funebri. Infatti, quando moriva

un socio, era a lui che toccava darne la triste novella, e la dava

_col cuore spezzato_. Il buon professore non avrebbe ommessa questa

frase per tutto l'oro del mondo. Ma non era soltanto in favore dei

soci dell'Accademia che il cavalier Lorati versava il suo inchiostro

e le sue lagrime. Chiunque passasse agli eterni riposi, per poco che

fosse conosciuto da lui, aveva il conforto d'un suo cenno necrologico

preceduto da un motto latino, o da uno dei soliti emistichi, come —

_Morte fura — Prima i migliori e lascia star i rei_ — oppure — _Sol chi

non lascia eredità d'affetti — Poca gioja ha dell'urna_.

Un'altra bella qualità del cavaliere era la sua sommissione agli

oracoli della signora Olimpia, sua moglie, donna notevole per molti

rispetti, e particolarmente per quello di madre di famiglia. Ella

aveva studiata a fondo la situazione matrimoniale delle sue figliuole

e soleva cantar loro su tutti i toni: — Bimbe mie, vostro padre è un

sapientissimo giureconsulto, ma voi non avete quello che si dice il

becco d'un quattrino, e ai tempi nostri una lepre verrà a gettarsi in

braccio del cacciatore prima che un uomo venga spontaneamente ad offrir

la sua mano a una ragazza senza dote; perciò abbiate bene in mente che

bisogna aiutarsi da sè, non aver romanticismi, non patir distrazioni,

cercar molto e cercar sempre, e quando si crede di aver trovato, badare

che non isfugga la preda. Io sono vostra madre e farò il dover mio. Ma

farei ben poco se non mi secondaste.

Fedele alle sue savie massime, la signora Olimpia metteva in mostra

la sua Ginevra e la sua Giulia quanto più poteva, e non mancava di

condurle a passeggio, alle funzioni di chiesa, ai dibattimenti della

Corte d'assise, dappertutto insomma dove vi fosse la speranza di veder

comparire quella rara selvaggina che si chiama un marito. Inoltre ella

riceveva due sere la settimana. Erano ricevimenti alla buona; alcuni

professori con le mogli e le figliuole, alcuni parenti dei professori,

e una mezza dozzina di studenti, nei quali la signora Olimpia aveva

creduto di scoprire la stoffa matrimoniale.

Per i professori c'era un tavolino a parte, intorno al quale essi

impegnavano discussioni rumorose sui regolamenti universitari, sui

ministri che s'eran succeduti all'istruzione pubblica, sugli esami e

sulle propine. Ma il grosso della compagnia sedeva a una gran tavola

rettangolare, su cui la Ginevra e la Giulia stendevano con moltissima

cura un tappeto di lana che ricadeva sin quasi sul pavimento. I maligni

volevano far credere che all'ombra di quel tappeto si stabilissero

fra gli studenti e le ragazze attivissime comunicazioni di mani e di

piedi, assai più gustose dei giuochi di società che avevano luogo alla

superfice.

Alle dieci la signora Olimpia distribuiva agli invitati una tazza

di tè leggiero in modo da non alterare il sistema nervoso, e le

padroncine giravano un piatto di _sandwichs_ preparati dalle loro

mani. Alle undici la compagnia si scioglieva, salvo i pochi casi in

cui tra gl'invitati si trovasse una persona di buona volontà da suonar

l'armonica e da permettere alla gioventù di far _quattro salti in

famiglia_.

Un osservatore superficiale troverà senza dubbio che la signora

Olimpia, sollecita com'era di procurar marito alle sue figliuole,

commetteva una leggerezza invitando ai suoi convegni serali la Gilda,

che dava scacco matto a tutte e due. Ma la signora Olimpia aveva vedute

più larghe e profonde. Ella pensava che la bellissima giovinetta poteva

servir d'uccello di richiamo e far venire in casa qualcheduno che non

ci sarebbe venuto altrimenti. — E pur che ci vengano almeno in due —

rifletteva l'accorta donna — io ci avrò sempre guadagnato. Quand'anche

si appiccicassero entrambi alla nipote del Grolli, più d'uno ella non

ne sposerebbe; l'altro resterebbe sempre amico di famiglia, e allora,

chi sa?

Non si può creder quante feste si facessero dalla famiglia Lorati ai

due nuovi ospiti. Le ragazze volevano sedere l'una a destra, l'altra a

sinistra della Gilda, la colmavano di elogi sulla sua bellezza e sulla

sua grazia, la iniziavano ai segreti dei dilettevoli giuochi di _scopa_

e _campana e martello_. La signora Olimpia e il rettore prodigavano

le più tenere cure al professor Romualdo, e anzi il rettore sentiva

l'imperioso bisogno di fargli ogni momento il solletico sulle ginocchia

e di ripetergli con infinita espansione: — Ma bravo il nostro Grolli,

che si è risolto a uscir dal suo guscio!

E gli altri professori in coro: — Bravo Grolli! Bravissimo!

Nell'ora del tè poi era la signora Olimpia in persona che portava la

tazza al dottor Romualdo e gli offriva i _sandwichs_. Faceva servire

gli altri invitati dalle figlie, ma il dottor Romualdo voleva servirlo

ella stessa.

I colleghi, con la insistenza uggiosa dei dotti quando pretendono di

far gli uomini di spirito, celiavano costantemente su queste attenzioni

speciali della signora Olimpia pel Grolli. — Ehi Grolli, state in

guardia... la signora Lorati insidia la vostra innocenza... Badate che

non si ripeta il caso della moglie di Putifarre.

Il professore si agitava sulla sedia e borbottava infastidito: — Che

discorsi! — E si confermava sempre nell'idea ch'era meglio vivere

a sè, tenersi lontani anche dai colleghi, e non aver con loro altre

relazioni che quelle volute dagli studi. Ma oramai erano vani rimpianti

e conveniva rassegnarsi all'inevitabile.

Gli omaggi di cui la Gilda era l'oggetto in casa del rettore

non le facevano salire i fumi al cervello. Lasciava discorrere i

damerini senz'accordar preferenze ad alcuno, e quando giungeva il

momento desiderato dei _quattro salti in famiglia_, ella ballava

indifferentemente con tutti, più entusiasta della danza che dei

danzatori. Com'era bella allorchè il giro vorticoso del valzer le

invermigliava le gote e le scompigliava i capelli, e il suo piede

leggiero appena sfiorava il pavimento, e la sua persona agile, snella,

succinta, si disegnava in mille pose sempre diverse e sempre leggiadre

e composte!

— Che allegria, non è vero, in queste festine? — diceva il cavaliere

Lorati, stropicciandosi le mani e andando dall'uno all'altro crocchio.

— Benedetta la gioventù!... Ci s'ingrassa proprio a vederla divertirsi

in tal modo... Voi, caro Grolli, vi siete fatto vecchio prima del

tempo... Avete avuto torto, un gran torto... Quanti anni avete?

— Trentacinque fra poco.

— Guardate un po' se un uomo a trentacinque anni dovrebbe star lì

impalato presso uno stipite invece di ballare con le ragazze... Fin che

si tratta di me che non aspetto i sessanta...

Ballare! Egli, il professor Grolli! Che idee! Le coppie danzanti

lo urtavano, lo investivano, ed egli rimaneva come trasognato. In

quell'intrecciarsi delle braccia, in quel confondersi del respiro, in

quel mover del piede in cadenza, in quell'abbandonarsi della persona

all'onda dei suoni, c'era dunque, ci doveva essere un piacere ch'egli

non aveva mai provato, ch'egli non sapeva comprendere, ma di cui gli

era impossibile non ravvisare l'espressione schietta ed ingenua nelle

facce giovanili ch'egli vedeva passarsi davanti. Era proprio vero.

C'era un mondo di cui egli non aveva nemmeno toccato la soglia.

Negl'intervalli fra un ballo e l'altro la Gilda veniva a dargli un

saluto e a chiedergli se si divertiva... Oh! tanto... Egli la seguiva

mestamente con l'occhio mentre ella s'allontanava a braccio di un

_cavaliere_ qualunque. Egli pensava che la cara bambina la quale gli

aveva insegnato a comprender la famiglia, non era più sua; le acri

voluttà della vita si erano impadronite di lei: oggi era il ballo,

era l'ingenua soddisfazione di sapersi ammirata; domani sarebbe stato

l'amore, forse la passione violenta, irresistibile, fatale.

— Fra un paio d'anni bisognerà dar marito a quella ragazza — diceva il

rettore battendo sulla spalla del dottor Romualdo. — Cospetto! Come è

cresciuta bene!... Grande scoglio questo del matrimonio... E io ho da

provvedere a due... Meno male che se ne incarica Olimpia.

Un discorso così naturale come quello del matrimonio della nipote

recava al professore una molestia inesplicabile, ed egli sfogava il suo

dispetto parlando con amarezza di tutti i giovani i quali frequentavano

la famiglia Lorati.

Nel tornare a casa, una sera, la Gilda gli chiedeva il suo parere sopra

certo Norio, ch'era una conoscenza recente e che pareva destinato a

divenire il beniamino della società.

— È un giovine che non riuscirà a nulla — replicò vivamente il

professore.

— O perchè dici così? — ella soggiunse.

— Perchè? A che vuoi che riesca un giovine che è venuto qui per

istudiare e pochi giorni dopo il suo arrivo non sa impiegar meglio la

sera che ballando e facendo giuochi di compagnia?

— Dio buono! Alla sua età non gli sarà lecito divertirsi?

— Alla sua età il divertimento per i giovani seri, per i giovani

che vogliono diventar qualche cosa, è lo studio. Ne ho conosciuti

io di questi giovani, che vegliavano fino a tarda ora sui libri,

affaticandosi la mente, logorandosi gli occhi, che si alzavano

poi la mattina prima del sole e ripigliavano il lavoro lasciato a

mezzo, intenti a decifrare una formula, a risolvere un problema...

Oh non erano eleganti, no... Non avevano la scriminatura perfetta, i

baffetti arricciati, il colletto candidissimo, il nodo della cravatta

d'una simmetria architettonica, non avevano i bottoncini d'oro sulla

camicia... no, no... le loro vesti erano sgualcite, la loro biancheria

era frusta, i loro capelli scomposti... Le donne non li guardavano con

compiacenza...

— Ma, zio Aldo — interruppe Gilda — saranno stati indecenti.

— Non me ne intendo io... Erano poveri...

— Ebbene, che colpa ha il signor Norio se la sua famiglia è piuttosto

agiata?

— Colpa? Non ne ha nessuna, ma gli manca la più grande maestra della

vita, la povertà. Male alloggiati, mal nutriti, mal coperti, si trova

che vi è una sola consolazione, il lavoro, lo studio... La vita del

pensiero diventa la vita del corpo; non si sente la fame, non si sente

il freddo... Per mesi e mesi si mangia un pane di meno al giorno,

tanto da comperarsi un libro nuovo, e quel libro acquistato così

faticosamente ha per noi maggior pregio che non abbia pei bellimbusti

un abito da ballo, e per voi altre donne un vezzo d'oro e di perle...

Voltarne e rivoltarne la coperta, tagliarne le carte, aspirare l'odore

acre della stampa ancora umida e fresca, ecco tanti piaceri ignorati

dal comune della gente... Che c'importa delle travi affumicate, che

c'importa delle pareti sgretolate e crollanti?... I nostri occhi

guardano più in là; essi abbracciano il mondo intero...

— E nessuna compagnia, nessuna distrazione? — chiese la Gilda, che non

aveva mai trovato lo zio Aldo così eloquente.

— Distrazioni?... Qualche passeggiata all'aria aperta, nelle ore del

sole l'inverno, nelle ore del fresco l'estate... Compagnia?... Fra i

vivi, tre o quattro coetanei delle stesse condizioni e degli stessi

gusti; fra i morti, tutti i migliori... Tutti quelli che hanno stampato

un'orma nel campo degli studi; tutti quelli che hanno aggiunto una

verità al patrimonio della scienza... e t'assicuro io che valgon meglio

della folla volgare e piccina dalla quale siamo attorniati.

— Tu hai fatto questa vita, zio? — domandò la Gilda commossa.

— Ho parlato di me?

— Oh! T'ho inteso benissimo... Fosti tu pure uno di quelli che hanno

lottato, che hanno patito.

— Ne conobbi tanti che patirono di più...

— Povero zio Aldo! — rispose la fanciulla alzando verso di lui gli

occhi inteneriti. — Sei rimasto solo presto?

— Sì — egli rispose, scosso da quella voce soave, da quello sguardo

penetrante. — Ma lasciamo questo discorso... Vedi che ormai la burrasca

è passata.

La Gilda sapeva che suo zio non era mai stato ricco, ma ella

ignorava ch'egli avesse avuto una giovinezza così travagliata, e

strappandogliene per la prima volta la confessione non poteva a meno di

ammirare in lui la forza dell'animo alieno da ogni vanteria.

— Hai ragione, zio Aldo — ella soggiunse dopo una breve pausa. — Quelli

che tu hai descritti sono i giovani degni di essere amati.

Egli sentì corrersi un fremito per le vene; poi disse sospirando: —

Amati da una donna! A che pro?... Allora non istudierebbero più.

— Oh zio Aldo — sclamò la Gilda — come sei cattivo con noi donne!

Il Professore Romualdo · 第 14 / 28 题