Due anni prima che la Gilda compiesse la sua educazione, un'epidemia
difterica venne a mietere più di una vittima fra le convittrici. Allora
vi fu un fuggi fuggi; quasi tutti i genitori richiamarono a casa le
figliuole, e il professor Romualdo s'affrettò egli pure a riprendere
la sua pupilla. A epidemia finita, la Gilda avrebbe dovuto ridursi
nuovamente in collegio, ma la sua migliore amica era morta, e l'idea
di non trovarla più la contristava fuor di misura. — Preferiresti di
restare con noi? — le domandò un giorno lo zio. — Oh sì — ella rispose
con le lagrime agli occhi. E rimase.
Ella aveva allora quattordici anni, e si trovava in quel periodo
critico della vita femminile nel quale un non so che d'incerto,
d'indefinito si stende sull'espressione del volto e sulle linee della
persona. È come se il fiore tornasse nel suo bocciuolo per aprirsi una
seconda volta, nè si può prevedere in qual modo si riaprirà. Quante
speranze dell'infanzia deluse! Quante paure svanite! Il mostricciuolo
diventerà forse una Venere, Venere si cambierà in un mostricciuolo.
Negli occhi delle madri si dipinge un'inquietudine ansiosa, nello
sguardo degli estranei una curiosità indiscreta; la giovinetta intanto
si sente osservata e si osserva; ella dimanda a sè stessa che cosa
scomponga l'armonia delle sue membra, che cosa turbi la serenità del
suo spirito, che fuoco arcano le riscaldi le vene. Ha baldanze che la
fanno arrossire, ha ritrosie che non comprende; guarda dietro di sè,
vede le bambine saltellanti, chiassose, e ne ha invidia e disprezzo ad
un tempo; deve confessare che stava meglio quand'era come loro, eppure
non vorrebbe tornar come loro; guarda davanti a sè, e vede le giovani
spose, le matrone dalle forme opulente mal dissimulate dai veli, le
vede imperare con un volger di ciglio e sente che sarà anche lei un
giorno quali esse sono, e affretta col desiderio quel giorno. Eppure
il desiderio non è senza una tristezza profonda. A che prezzo stringerà
quello scettro?
Nell'ultimo tempo della sua dimora in collegio la Gilda era alquanto
imbruttita. Era alta, magra, pallida, con un cerchio azzurro intorno
alle palpebre. Le sottane corte lasciavano vedere un piede un po'
troppo lungo e il principio d'una gamba un po' troppo sottile; anche
le braccia erano lunghe e stecchite. Il suo sorriso aveva perduto
dell'antica vivacità, la sua voce, già limpida e argentina, era spesso
velata e talora feriva l'orecchio con certe note fesse e sgradevoli. Ma
in questa eclissi della sua bellezza la Gilda conservava di magnifico
gli occhi grandi, espressivi, i folti, bruni, crespi capelli, e i denti
bianchi come l'avorio e uguali come le perle d'un monile. Era lecito
pronosticare che il resto si sarebbe accomodato da sè.
Come la fisonomia e la persona, così si era un po' modificato il
carattere. Ella non era più la bimba impetuosa, ma gioviale, espansiva,
che aveva anni addietro portato la rivoluzione nella silenziosa casa
Negrelli; i suoi uccelletti, i suoi fiori non le parlavano più l'usato
linguaggio; qualche volta la sua allegria era forzata, qualche altra
non sapeva frenarsi, e si rinchiudeva nella sua camera, malinconica e
taciturna. Non di rado ripensava al chiasso ch'ella faceva con Mario
nel magazzino del signor Gedeone; ahimè, dov'erano andati quei tempi?
dov'era andato Mario?
Quando gli si domandava conto del suo figliuolo, il signor Gedeone
tentennava gravemente il capo. Quel ragazzo gli dava pure di gran
tribolazioni. Non era cattivo, ma voleva fare a suo modo, e il
soggiorno in Isvizzera, che doveva mettergli giudizio, aveva invece
finito di guastargli il cervello. Ormai bisognava rinunziare alla
speranza ch'egli succedesse al padre nel commercio dei grani e dei
coloniali. Con la stramba idea di diventar pittore, s'era legato in
amicizia con un giovane artista svizzero, il quale lo aveva condotto
seco per otto mesi a Roma ed ora lo teneva nel suo studio a Zurigo.
Di là Mario scriveva al babbo lettere piene d'entusiasmo, chiedendo
quattrini e promettendo di render celebre in meno di dieci anni il nome
della famiglia.
— Eh, signorina — disse un dopo pranzo il signor Gedeone alla Gilda,
ch'egli salutava sempre con deferenza come l'antica camerata di suo
figlio — Mario terrà forse parola e mi renderà celebre, ma che me ne
importa? Io avrei preferito ch'egli fosse qui ad attendere agli affari
insieme con me... Allora sì che avrei lavorato di lena... Adesso
invece...
Il signor Gedeone, ch'era seduto sur una panca di legno davanti al
suo magazzino, si alzò in piedi, si passò il rovescio della mano
sugli occhi; indi proseguì: — Ma!... Mi par ieri quando Mario e lei
si rincorrevano fra le balle di caffè e i barili di aringhe... Se ne
rammenta? Come passa il tempo!
Un garzone del fondaco s'avvicinò al principale. — Il brigadiere se n'è
andato. Non ci sono che le guardie Munari e Albonzio.
— Avanti, allora — ordinò il signor Albani.
Un gran carro di fieno ch'era fermo sulla strada, col timone rivolto
dalla parte della città, si mosse alzando una nuvola di polvere. I
sonagli dei muli tintinnavano in cadenza, il sole morente lambiva coi
suoi ultimi raggi la parte superiore del carico, lasciando in ombra il
resto, il conduttore disteso sul fieno cantava:
Addio, mia bella, addio,
L'armata se ne va,
ecc., ecc.
Intanto il signor Gedeone ora seguiva con lo sguardo il barroccio, ora
si voltava a discorrere con la Gilda.
— Non viene mai il signor Mario qui? — chiese questa timidamente.
— C'è stato un paio di volte — rispose il signor Gedeone — Lei era in
collegio. Adesso dice che non vuol tornare finchè non abbia fatto un
bel quadro... Il bel quadro lo farà... oh lo farà senza dubbio... ma
non è questo ch'io volevo... Volevo averlo meco... volevo lasciargli i
miei affari... ecco quel che volevo....
A questo punto il signor Gedeone diede un'occhiata dal lato della porta
della città. Un suo commesso gli fece un cenno con la mano, come a
significare: — Ormai è passato.
Il negoziante mostrò di aver capito; poi stringendo la destra alla
Gilda: — La ringrazio della sua premura, signorina... Mi fa tanto
piacere, sa, poter parlare di quel bricconcello di Mario.
E il signor Gedeone era altrettanto sincero nel suo affetto paterno,
quanto nel suo desiderio d'introdurre in città senza dazio le derrate
che egli nascondeva nei carri di fieno.
La Gilda risalì le scale, lieta in cuor suo che il suo vecchio amico
avesse scelto la professione d'artista.
Nel ritirar dal collegio la sua pupilla, il dottor Romualdo s'era
proposto di compiere egli stesso la sua educazione. Perciò la faceva
studiare almeno due ore al giorno. Egli era in principio un po'
impacciato, ma la Gilda gli additava ella stessa la via, ribellandosi
ad ogni metodo rigoroso, eppure riuscendo ad afferrar di volo ogni
cosa. Il professore aveva cominciato col trovar molto da ridire su
questo modo di procedere a sbalzi, ma aveva finito col dar ragione
alla discepola. Ella era così pronta d'ingegno, ella scriveva con tanto
garbo! Quand'ella gli leggeva i suoi componimenti pieni di semplicità e
di freschezza, era come se una musica nuova gli ricreasse l'orecchio.
Le discipline scientifiche avevano intorpidito in lui il senso
dell'arte; ora esso gli si risvegliava nell'anima, gli richiamava alla
mente le vergini impressioni dell'infanzia, e gli faceva sentir tutto
il pregio di studi che aveva negletti. Gli pareva d'essere, anzichè
il maestro, l'allievo. Era ben altra cosa quand'egli introduceva la
Gilda nel suo laboratorio. Là egli era come un re; tutto obbediva ai
suoi cenni; sotto il suo occhio vigile, nelle sue storte, alla fiamma
dei suoi fornelli i corpi mutavano forma, aspetto, colore, e la natura
gelosa gli rivelava gli intimi suoi segreti. Ed egli si compiaceva a
stuzzicar la curiosità della sua pupilla, certo com'era di non poter
esser mai colto alla sprovvista dalle domande di lei. Forse era questa
l'unica sua vanità.
La signora Dorotea, a cui il passare degli anni non aveva raddolcito
il carattere, sparlava liberamente del sistema di educazione tenuto
dal professore. — Vuol fare di sua nipote una dottoressa; si può dar di
peggio?... Che maraviglia se ella è pallida, allampanata, con le pesche
sotto gli occhi... Ne son morte di fanciulle a forza di leggere... Ne
ho conosciute io...
V'erano dei giorni in cui l'umore della Gilda pareva dar ragione ai
pronostici della vedova. Bastava un nonnulla a farla piangere, non
voleva uscire, non c'era verso di cavarle una parola di bocca.
Una mattina che la ragazza era più smorta dell'ordinario, la signora
Dorotea fece a bassa voce delle comunicazioni misteriose al professore,
concludendo: — Se non crede a me, mandi per un medico.
Il medico venne, si mise a ridere, diede ragione alla signora Dorotea,
e finì tra il serio e il faceto: — Via, caro professore, non affatichi
troppo questa sua nipote. Non è uno studente d'Università, è _una
donna_.
La signora Dorotea chinò il capo in segno di assenso.
— Ci vuole una vita più svariata — continuò il medico — la conduca
spesso fuori di casa, le faccia conoscere qualcheduno... gioventù
sopra tutto... i giovani devono stare coi giovani... Quando poi verrà
l'autunno... adesso già ci vuol tempo, siamo appena in febbraio...
in autunno insomma un viaggetto sarebbe eccellente... Alle corte, io
stimerei opportuno di adottare un altro sistema di vita.
Qui l'approvazione della signora Dorotea fu meno esplicita. — Bisogna
stare coi giovani! — ella borbottò fra i denti. — Come se io fossi
una vecchia decrepita e rimbambita... Le belle cose che s'imparan dai
giovani!
Il professore si ritirò pensoso nella sua camera. — È una donna —
egli bisbigliava, ripetendo le parole del medico. E soggiungeva: — Una
donna in casa! — A quel che sembra il professor Romualdo non s'era mai
accorto che era una donna anche la signora Dorotea.
Comunque sia, l'avvenire gli si presentava buio, buio oltre misura.
Il fatto più naturale del mondo gli pareva dover esser fecondo
d'incalcolabili conseguenze; egli sentiva che il suo ufficio di
tutore entrava in una nuova fase, e che adesso soltanto egli avrebbe
cominciato a sperimentarne le difficoltà.