X.

Una domenica sì e una domenica no, dal tocco alle tre, i parenti erano

ammessi a visitare le convittrici. Il dottor Grolli non mancava mai

di venir a vedere in quel giorno la sua pupilla, quantunque questa

spedizione gli dèsse da pensare per una settimana. Figuriamoci! Un

uomo come lui, schivo d'ogni altro pubblico ritrovo che non fosse la

sua Università, a trovarsi in mezzo a tanti babbi eleganti, a tante

mamme splendide di gioventù e di bellezza, a tante ragazze vispe e

leggiadre! Come ci stava a disagio, come tradiva il suo imbarazzo! Ed

egli sorprendeva gli sguardi ironici che lo esaminavano di sottecchi,

e coglieva a volo le risatine che gli scoppiettavano intorno, le

parolette con le quali si canzonava il taglio del suo vestito, la

goffaggine della sua persona, l'aspetto esotico del suo volto tutto

barba e capelli. Nè avveniva di rado che alcuni sarcasmi slanciati

contro di lui andassero a cader sulla Gilda.

Un giorno egli la vide movergli incontro peritosa, cogli occhi rossi.

— Che cos'hai, Gilda? — le chiese. — Hai pianto?

Ella non gli rispose, ma si voltò da un'altra parte e si coprì la

faccia con le mani. Poco lungi sghignazzavano due convittrici, delle

più grandi.

Il dottor Romualdo si sentì una trafittura al cuore. Condusse la

fanciulla in un angolo appartato della sala e le domandò a mezza voce:

— Ti burlano forse? — Ella si strinse un po' nelle spalle, ma continuò

a tacere.

— Ti burlano per cagion mia?... Di' la verità.

E presele le manine ch'ella teneva davanti agli occhi, la costrinse a

guardarlo in viso.

— Sì — ella bisbigliò con voce appena percettibile.

— Ebbene, Gilda, se vuoi, io non vengo più.

Era la prima volta ch'egli metteva alla prova l'affetto della nipote,

era la prima volta ch'egli si accorgeva come quest'affetto fosse

necessario alla sua vita. Perciò, in quel momento, tutto l'esser suo

pendeva dalle labbra della Gilda. E quando egli sentì le morbide e

rotondette braccia di lei con impeto subitaneo cingergli il collo, e

quando fra i singhiozzi ella gli disse — No, zio Aldo, voglio che tu

venga sempre — una dolcezza nuova, inusata gli corse le vene, provò una

gioia quale non gli era stata data da nessuna formula algebrica. Egli

prese la bimba sulle ginocchia, e carezzandole i capelli ripigliò il

suo interrogatorio: — Dunque che ti dicono?

Ella diventò rossa, ma stette senza aprir bocca.

— Ti dicono forse che hai torto ad avere uno zio così brutto?

— Oh! — fec'ella con una garbata scrollatina di capo e ridendo in mezzo

alle lagrime.

— Ebbene!

— Oh... dicono tante cose — replicò finalmente la Gilda.

— Ma... per esempio?

— Dicono... che non ti pettini...

Il professore sospirò. — E poi?

— Che continui a portare i calzoni che avevi da bimbo.

— Perchè?

— Non li vedi?... Son tanto corti!

Era vero. Il professore, che teneva una gamba accavallata sull'altra,

dovette riconoscere con singolare mortificazione che dieci centimetri

di stoffa di più non sarebbero stati soverchi.

— C'è altro?

— Sì — rispose la fanciulla, che aveva ormai sciolto lo scilinguagnolo.

— Dicono che non sai farti il nodo della cravatta.

— Non è poi una gran disgrazia — osservò il dottor Romualdo, al quale

questa accusa pareva men grave delle precedenti.

— Dicono...

— Ancora?

— Sì... Che hai il naso sporco di tabacco...

Con un moto istintivo il professore cacciò la mano in saccoccia per

estrarre il fazzoletto. La Gilda gli fermò il braccio — No — ella disse

— Hai un fazzoletto turchino?

— Già...

— Lascialo stare... Somiglia a quello di don Spiridione, il catechista.

Il dottor Romualdo non potè trattenersi dal sorridere. — È finito

questo processo?

La Gilda fece un viso scuro scuro che voleva significare — Non

è finito. — Ma non fu cosa facile il cavarle di bocca l'ultima

rivelazione. Finalmente ella confessò singhiozzando che la chiamavano

_la nipote dell'orangutan_. — E l'orangutan — ella soggiunse nella

massima costernazione — è una bestia.

— E una brutta bestia — ammise il dottor Grolli con aria rassegnata.

— Ebbene — egli ripigliò dopo una breve pausa — non c'è che un

rimedio.... Lascia che dicano quel che vogliono e non ci badare... Io

procurerò di essere meno orangutan che sia possibile, farò allungare

i miei calzoni, mi ravvierò meglio i capelli e la barba, cesserò di

servirmi del fazzoletto turchino...

Il viso della fanciulla si rischiarò.

— Tu intanto non vergognarti di traversar la sala a fianco

dell'orangutan... Dobbiamo dire così?

— No, no, dello zio Aldo.

Il professore si alzò, e la bimba passò il suo braccetto sotto quello

di lui. Andarono in questa guisa, zio e nipote, fino all'uscio, e

la Gilda teneva la sua fronte così alta e girava intorno uno sguardo

così sicuro, che nessuna tra le sue condiscepole osò prendere un'aria

canzonatoria. Quando si fu in fondo alla sala, la fanciulla diede

un bacio sonoro al professore, e disse forte — Buon dì, zio Aldo, a

rivederci.

Ella tornò indietro contenta; aveva vinta una prima battaglia sopra sè

stessa, aveva vinto la falsa vergogna. Anche il professore si sentiva

un altro uomo. Ciò che lo aveva legato prima alla Gilda era la pietà,

era l'idea del dovere; poi, con la consuetudine della vita, vi si era

aggiunta un'affezione sincera, ma timida, inconsapevole quasi di sè,

un'affezione che non osava chiedere, non osava sperare il ricambio.

Ora, invece, di questo ricambio egli era sicuro; la Gilda gliene aveva

tolto il dubbio con l'ingenua confessione delle sue piccole amarezze,

col soave abbandono con cui gli si era gettata al collo, con la balda

franchezza con cui aveva traversato la sala al suo fianco sfidando

gli sguardi delle sue compagne. Senonchè quell'intima soddisfazione

dell'anima non era senza mistura. Un punto della sua antica filosofia

era scosso, era turbato il suo profondo convincimento della inutilità

d'ogni dote esteriore. La bellezza, la grazia, non erano dunque vane

parvenze? Erano forze reali e gagliarde, non create dalla fantasia dei

poeti? Non era dunque la medesima cosa avere un aspetto increscioso o

gradevole; la virtù, l'ingegno, non bastavano a coprir le imperfezioni

del corpo? E, allora, che ci guadagnava a esser brutto? Non avrebbe

potuto riuscire un buon matematico anche mostrando l'età che aveva e

non più, anche essendo un bel giovane?

Queste savie riflessioni del dottor Romualdo si traducevano in una cura

alquanto maggiore della persona. Egli usava con una certa frequenza la

spazzola e il pettine, procurava che ciascun bottone del suo soprabito

entrasse nell'occhiello che gli competeva, e non isdegnava di rimanere

qualche secondo davanti allo specchio per allacciarsi il nodo della

cravatta. Questo fatto memorabile accadeva specialmente nei giorni in

cui il professore doveva recarsi dalla nipote. Prima di far la sua

visita, egli si lavava col sapone d'odore, si ravviava i capelli,

lasciava a casa la tabacchiera, e invece del fazzoletto turchino,

prendeva seco un fazzoletto bianco di bucato. Egli non cessava già

di esser brutto, ma cessava d'esser sucido, e le convittrici non

lo chiamavano più l'_orangutan_. Avrebbero smesso, a ogni modo, di

dargli questo appellativo sgarbato, per riguardo alla Gilda ch'era

diventata in breve tempo un personaggio importante. Negli studi era

la prima della sua classe, nei giuochi era delle più vispe e briose

di tutto il collegio. Alcune tra le ragazze maggiori d'età avevano

fatto per qualche tempo il viso dell'arme al novello astro che sorgeva

sull'orizzonte, ma la bizza era durata poco; la grazia della Gilda,

il suo aspetto attraente, la prontezza del suo ingegno, la spontaneità

dei suoi modi avevano trionfato di ogni ritrosia. Onde ella non tardò

ad appartenere al gruppo delle elette, a quella aristocrazia della

scuola che nessun regolamento vale a sopprimere, come nessuna legge può

distruggere le inuguaglianze nella vita reale. E a quella guisa che il

professore Romualdo aveva in principio fatto cadere sulla nipote parte

della sua impopolarità, la Gilda faceva riflettere oggi sullo zio parte

della simpatia ch'ella aveva acquistata per sè.

V'era poi un'altra ragione assai importante per la quale il Grolli era

ormai guardato, se non con vivo interesse, almeno con una curiosità

benevola. Prima che compisse il secondo anno dacchè la Gilda era

entrata in collegio, il dottor Romualdo aveva mutato la sua condizione

di assistente in quella di titolare, e il titolare era già divenuto

illustre, le sue opere erano lodate anche fuori d'Italia, la sua

conoscenza era ambita da uomini preclari nel campo scientifico. A sua

insaputa, il dottore Romualdo s'era messo su una delle due vie, per

le quali, dato un certo merito, si consegue la fama. Poichè a questo

proposito non c'è mezzo termine; la fama, o bisogna arrabattarsi molto

a cercarla, o bisogna star molto cheti ad attenderla. O l'impudenza

sfacciata del ciarlatano, o la ritrosia quasi infantile del cenobita.

Col primo sistema si assorda il paese del proprio nome, si loda per

esser lodati, si accarezza la critica, si entra audacemente in una

chiesuola scientifica. Indi uno stuolo d'alleati, ma, di fronte, uno

stuolo di nemici. Cento insidie, cento passioni poste in giuoco, il

trionfo delle dottrine subordinato al trionfo della fazione, l'abilità

spesso più potente dell'ingegno. Col secondo sistema si studia in

silenzio, creduti timidi dal mondo a cui si getterà forse un giorno

un'idea destinata a sconvolgerlo. Non una condiscendenza che ne chiami

un'altra, non una parola che accenni a vaghezza di plauso; non alleati,

ma non nemici; bensì, sparse per la terra, numerose simpatie di persone

che non si conoscono e non si conosceranno giammai; simpatie un po'

inerti, non bastevoli a dare la gloria, ma pronte ad alimentare il

primo soffio di fortuna che ci spiri propizio. Ottenuta così, la fama è

più sicura, più stabile di quella ottenuta per l'altra via. Ma siccome

vi si giunge più difficilmente o più tardi, è appunto l'altra via

quella che d'ordinario si sceglie.

È superfluo il dire a qual partito si fosse appigliato il professore

Romualdo. La sua indole, i suoi gusti, l'ambiente in cui egli era

sempre vissuto avevano reso in lui una seconda natura le abitudini del

riserbo. Nè sapeva abbandonarle oggi, nè acconciarsi alle esigenze

di una celebrità della quale era, più che lieto, maravigliato egli

stesso. Era timido, impacciato, alieno da tutto ciò che potesse

metterlo in mostra. Però, quando era in giuoco il decoro della sua

Università, non ricusava mai l'opera sua; la modestia non era per lui,

come è per molti, una maschera della pusillanimità. Un giorno ci fu

un ammutinamento di studenti; il rettore aveva perduto la bussola, i

professori, scrollando le spalle, s'erano dispersi da varie parti;

il solo professor Grolli ebbe il coraggio di affrontare e di sedar

la tempesta. Un'altra volta, all'apertura dell'anno scolastico,

quand'era già annunciata la prolusione, il titolare a cui toccava di

leggere accampò non so qual pretesto per sottrarsi all'impegno. Indi

il rettore convocò per urgenza il corpo insegnante, facendo osservare

come fosse antichissima consuetudine quella di inaugurar le lezioni

con un discorso, e come l'ommettere questa formalità potesse riuscire

a scapito dell'Istituto, insidiato da occulti e palesi nemici. Ma chi

si scusò con la ristrettezza del tempo, chi con la molteplicità delle

occupazioni, e non si veniva a nessuna conclusione. — E lei, professor

Grolli? — chiese il rettore, dopo aver interrogato ad uno a uno tutti

gli altri. — So che ha una grande ripugnanza per queste cose, e non

osavo... — Se è proprio necessario... — rispose il professore, nel

quale il sentimento del dovere andava al disopra di qualunque altra

considerazione. E poichè la sua offerta venne accolta con entusiasmo,

egli vegliò due notti affine di compiere il suo lavoro pel giorno

prefisso.

Non può dirsi che, dal punto di vista accademico, il dotto e severo

discorso avesse un successo clamoroso. Si notò anzi che parecchie

signore si allontanarono dalla sala durante la tornata, che il

commendatore prefetto appoggiò il gomito al ginocchio e il capo

alla mano nel punto culminante dell'orazione e si assopì fingendo

di meditare, e che i due bidelli, i quali, secondo il cerimoniale,

stavano ritti in grande divisa ai due lati della piattaforma riservata

alle autorità e al corpo insegnante, dovettero addossarsi alla

parete e si addormentarono in piedi, cosa non seguìta mai nelle

adunanze precedenti, nemmeno alle più erudite concioni. Ma quel

discorso, riuscito noioso a tanta parte dell'uditorio, fu invece,

per l'importanza e la novità delle cose dette, un vero avvenimento

scientifico, che valse al Grolli la nomina a socio corrispondente

dell'Istituto di Francia.

Punto inorgoglito delle mutate fortune, il nostro professore conservava

le sue modeste abitudini, e le rendite cresciute gli servivano soltanto

a ingrossare il fondo giacente presso la Banca in conto della nipote

e ad abbellire la stanza in cui ella sarebbe tornata al suo uscir dal

collegio.

Il Professore Romualdo · 第 12 / 28 题