— _Così non può durare_, — avevano detto con mirabile accordo la
signora Dorotea e il professore Romualdo uno degli ultimi giorni del
maggio 1861; ma si sa che le umane previsioni sbagliano spesso, e
non parrà quindi troppo singolare che durasse così per alcuni anni.
Invero, nei primi tempi, la signora Dorotea si era accinta molto
coscienziosamente all'ufficio di cercare un quartierino che potesse
convenire al professore, ma per quanti ella ne avesse visitati non
gliene era andato a genio nessuno. E il professore aveva sempre accolto
con la massima rassegnazione le risposte sconfortanti della sua padrona
di casa. Finalmente, in via provvisoria e verso un moderato aumento
di pigione, la signora Dorotea s'era determinata a cedere al dottor
Grolli anche il salotto da ricevimento, affine di collocarvi la Gilda
togliendola dal bugigattolo ov'era stata posta al suo arrivo. — È una
cosa che non può tirare in lungo più di qualche settimana — dichiarò
un giorno la vedova Salsiccini alla portinaja, che le rinfacciava
sarcasticamente la sua debolezza. La signora Gertrude non si degnò
di rispondere, ma le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso di
compassione.
E i fatti dimostrarono che la signora Gertrude aveva le sue buone
ragioni di sorridere. Prima che passasse un mese, la combinazione
provvisoria era diventata una combinazione stabile, il professore non
pensava ad andarsene, la signora Dorotea non pensava a cacciarlo via, e
la Gilda Natali mostrava le migliori disposizioni a menar per il naso
così il dottissimo zio come la padrona di casa. — È una birichina —
diceva la vedova, conducendo seco la bimba nelle sue peregrinazioni e
presentandola alle infinite sue conoscenze — una birichina. Ma io la
farò stare a dovere.
— Viene dall'America? — chiedeva qualcheduno.
— Sicuro. Non è vero, Gilda, che vieni dall'America?
— E parla italiano?
— Già, parlava italiano con la sua mamma. Sa anche l'_americano_ però.
Dice qualche volta delle parole da far ridere. Di' buon giorno, Gilda,
di' buon giorno in _americano_.
— _Buenos dias_ — rispondeva in spagnuolo la fanciulla sorridendo, e
mostrando i suoi bei dentini bianchi come l'avorio.
— Eh, non deve poi mica esser tanto difficile l'_americano_. Somiglia
alla nostra lingua... Ih che occhietti vispi!
— E sapete come si dice _bambina_ in _americano_? — ripigliava la
signora Dorotea, superba di poter dare una lezione di lingua straniera.
— Sentiamo, via.
— Si dice _nigna_.
— Oh _nigna_! _nigna_!
Ella pareva fatta d'argento vivo, la Gilda, e il dottor Grolli,
con tutta la sua riputazione d'uomo rigido e austero, non riusciva
a domarla. Avvezzo a esercitare la sua autorità su giovani maturi,
egli si trovava sconcertato di fronte alle graziette e alle malizie
infantili della sua pupilla, e non sapeva mai quando fosse il momento
di allentare e quando quello di stringere il freno. Inoltre egli stesso
era inetto a rendersi conto di ciò che provasse verso la Gilda. Talora
lo vinceva un prepotente desiderio dell'antica quiete e lo infastidiva
questa fanciulla ch'era venuta a turbarla, ma più spesso prevaleva nel
suo animo un senso di compassione per l'orfanella che non aveva altri
al mondo che lui.
Era pieno di queste contraddizioni. Usciva talvolta dalla sua camera
a intimar silenzio alla bimba che disturbava i suoi studi, e poi, se
stava una mezz'ora senza udir la sua voce, gli pareva che gli mancasse
qualche cosa, e s'arrestava con la penna sospesa fra l'indice e il
pollice, e tendeva l'orecchio, nè ripigliava il lavoro finchè il
noto suono non tornasse a ferirlo. Del resto, quando la Gilda era in
casa, i momenti di silenzio assoluto erano estremamente rari. Ella
s'intratteneva ora coi due gatti _Mao_ e _Meo_ a cui aveva infuso una
insolita vivacità, ora con due cardellini ch'ella aveva indotto lo zio
a comprarle, ora con la sua pupattola _Mimi_, ora con la sua cucina di
stagno. Nelle grandi occasioni si arrampicava sui mobili, provocando
acutissime strida da parte della signora Dorotea, la quale non lasciava
sfuggirsi il destro di dichiarare solennemente: — Ancora uno o due
giorni, e poi la faccio finita io.
Ma sebbene la signora Dorotea non la facesse finita mai, e la Gilda
continuasse a stringere il suo piccolo scettro, è facile immaginarsi
che l'ambiente in cui la fanciulla cresceva non era il più propizio
alla sua tempra e ai bisogni dell'età sua. Ella era la sola vita
giovane che si agitava in quel ritiro, era una rosa sbocciata per un
capriccio del caso sopra un dorso di monte che alimenta appena qualche
abete solitario. Nessun canto rispondeva al suo canto, nessun visino
allegro s'incontrava col suo sul pianerottolo o per la scala. Tutta la
casa albergava gente seria e taciturna, ma il quarto piano poi aveva
per inquilini tre vere mummie. Un colonnello in pensione, terrore dei
giovani di _restaurant_ a cui gli accadeva spesso di gettare i piatti
nel viso; una vecchia galante, che disingannata del mondo passava la
giornata a snocciolar rosari; un signore misantropo, che raccoglieva
monete antiche senza permettere a nessuno di vederle: ecco i tre
personaggi esotici nei quali la Gilda si imbatteva talvolta uscendo
a prender aria sulla ringhiera. Le scorrerie della bimba parevano ai
tre fossili una enormità; essi avrebbero fatto volentieri una protesta
cumulativa al padrone di casa, se il farla non avesse reso necessario
di riunirsi e d'intendersi prima. Ma poichè le riunioni non formavano
parte del loro sistema di vita, s'eran contentati di rivolgere
isolatamente le loro lagnanze alla portinaja, la quale aveva un po' in
uggia la Gilda, dopo che un giorno, mentr'ella attraversava il cortile,
una palla di guttaperca caduta dal quarto piano era venuta a piombarle
sopra il _chignon_.
Per trovare un amico ed un alleato la Gilda doveva scendere tutte le
scale, uscir dal portone e recarsi nel magazzino del signor Gedeone
Albani. Ivi spadroneggiava per un paio d'ore al giorno il figlio del
signor Gedeone, Mario, ragazzo che aveva cinque anni più della piccola
Natali, e che, fin dal primo vederla, le aveva fatto a bruciapelo una
dichiarazione di simpatia. — Sei proprio bella; mi piaci.
Mario passava due ore il giorno nel magazzino per volontà espressa
del padre, il quale desiderava iniziarlo nel commercio e diceva che
l'essenziale era d'imparar presto a _conoscere i generi_. A raggiunger
l'intento, il fanciullo cacciava le mani nei campioni di zucchero e
se ne riempiva la bocca, sbucciava le mandorle e pronunziava il suo
autorevole giudizio sulla loro qualità, ma non si mostrava mai tanto
appassionato per _la conoscenza dei generi_ quanto all'arrivo delle
cassette dei datteri di Tunisi. Pel caffè, pel grano, pel pepe egli
aveva uno scarso trasporto; non isdegnava invece di assaggiar la gomma
arabica e il sugo di liquirizia. Sempre allo scopo di far confidenza
con le mercanzie, Mario ora sedeva, come sopra un trono, sopra una
balla di baccalà, ora si metteva a cavallo di un bariletto di aringhe
gridando _hop, hop_, come se si trattasse di un cavallo in carne ed
ossa. Ma ove i suoi meriti brillavano di luce più viva si era nel
mettere la marca G. A. sopra i colli che si facevano in magazzino. Qui
egli sfoggiava realmente una rara sicurezza di mano e un senso squisito
delle proporzioni, e il signor Gedeone rimaneva spesso estatico dinanzi
all'opera di suo figlio.
La Gilda, quantunque non fosse destinata al commercio e non avesse
alcun bisogno di acquistar _la conoscenza dei generi_, si divertiva
moltissimo in mezzo al movimento del fondaco, e non ricusava di
accettare qualche dattero da Mario, le cui birichinate la esilaravano
fuor di misura. Ma ciò ch'ella ambiva sopra tutto si era di porgergli
il pennello quand'egli si accingeva alla delicata operazione di _far
le marche_. Le pareva in questo modo di diventare collaboratrice
dell'amico suo. Gli uomini del magazzino, avvezzi ormai a trovarsela
sempre fra i piedi, la chiamavano scherzosamente _la Trottola_, e il
signor Gedeone non la vedeva neppur lui di mal occhio, e le permetteva
di assistere alle sapienti manipolazioni delle sue mercanzie. Poichè
il signor Albani aveva adottato a questo proposito un principio
tecnologico assai profondo, che si riassumeva così: _Ogni articolo nel
suo stato naturale è difettoso, ma ogni articolo può rendersi perfetto
mercè opportune mescolanze._ Ligio a una massima tanto ragionevole,
l'egregio negoziante temperava con qualche spruzzo di farina la
dolcezza nauseante dello zucchero, e diminuiva l'aroma esagerato del
tè coll'introdurre nelle cassette chinesi qualche po' di camomilla e di
malva.
Le lunghe dimore della Gilda nel magazzino Albani non andavano punto
a genio alla signora Dorotea, la quale si lagnava che i vestiti della
bimba s'impregnassero di un acuto odore di baccalà e di sardelle
salate, e scendeva talvolta dall'altezza del suo quarto piano a
impadronirsi della piccola ribelle. Nè per solito la Gilda cedeva senza
opposizione, che anzi Mario Albani l'aizzava e l'aiutava a resistere.
Un giorno fra gli altri, giorno nefasto per la signora Dorotea, mentre
la buona vedova era curva sulla Gilda che si rotolava sul pavimento, il
terribile ragazzo afferrò il suo pennello e in un batter d'occhio le
dipinse sulla schiena un magnifico G. A. che provocò le sonore risate
di tutti i presenti. È facile immaginare lo scandalo che ne successe.
La signora Dorotea chiese al signor Albani _seniore_ una soddisfazione
immediata dello sfregio fattole dall'Albani _juniore_; indi Mario
s'ebbe tosto una tiratina d'orecchi, e alla Gilda fu vietato l'accesso
nel magazzino. Però la proibizione non istette molto a diventar lettera
morta, e i due fanciulli tornarono a vedersi quasi ogni giorno.
Del resto, pareva destino che la Gilda non dovesse avere che de' gusti
bislacchi. In casa, quando suo zio voleva usarle una finezza, egli
non aveva che da condurla nel suo laboratorio chimico. Ella rimaneva a
bocca aperta dinnanzi ai suoi esperimenti, voleva saper tutto e capir
tutto, e andava superba se il professore le ordinava di portargli
una boccettina di sali, di chiudere una chiavetta, di soffiare in un
fornello.
— Non ci mancava che questa... proprio — brontolava la signora Dorotea.
— Son matti, zio e nipote, matti tutti e due... Guardate un po' se
una ragazza deve stare in quei luoghi lì a insudiciarsi le mani e il
vestito... Stia piuttosto in cucina, impari a metter la pentola al
fuoco, e non s'immischi in quelle diavolerie... Oh i dotti!... Che
piaga!... Non sono contenti di guastarsi da sè l'anima e il corpo...
vogliono guastare anche gli altri...
La Gilda aveva sette anni allorchè il suo amico Mario fu mandato in
un collegio della Svizzera. Le disposizioni commerciali del ragazzo
sembravano assai mediocri. Egli continuava ad approfondirsi nella
_conoscenza dei generi_, continuava a dipingere sui colli di mercanzie
la marca G. A., ma aveva una negativa assoluta pei conti e ripeteva
sempre che voleva fare il pittore o il soldato. Il signor Gedeone non
dubitava, però, che alcuni anni di soggiorno in un convitto commerciale
avrebbero corretto il figliuolo da queste ubbie.
Partito Mario, la Gilda non ebbe più motivo di scendere nel fondaco
Albani, e le mancò in tal modo la principale fra le sue distrazioni. Le
passeggiate con la signora Dorotea l'annojavano, il laboratorio chimico
dello zio non bastava neppur esso a metterla di buon umore.
Il dottor Romualdo si sentì assalito da uno scrupolo di coscienza. Era
possibile che questa fanciulla esuberante di vita crescesse sempre al
fianco di lui e della buona ma uggiosa signora Dorotea? Nell'accettar
la Gilda dalle mani del capitano Rodomiti non aveva egli implicitamente
assunto l'obbligo di farne una ragazza a modo, atta a divenir col
tempo una moglie saggia, una madre amorosa? E a raggiungere questo
fine non era indispensabile di volger seriamente il pensiero alla sua
educazione?
In forza di così savie considerazioni, una mattina del novembre 1864,
il dottor Grolli accompagnava la sua pupilla nel miglior collegio
femminile della città. La Gilda aveva allora sette anni e mezzo; era
di viso bellissimo ed egregiamente proporzionata di membra. Chi la
vedeva con quei suoi occhi scuri e vivaci, con quei suoi bruni capelli
profusi, con quella sua aria di regina in miniatura, non poteva a meno
di esclamare: — Che amore di bimba! — A ogni modo, inosservata ella non
passava mai.
Quando le si annunziò che sarebbe andata in collegio, ella accolse la
notizia con più curiosità che rammarico. Le dispiaceva separarsi dai
suoi gatti, dai suoi cardellini, dalla sua bambola, e un po' anche
dallo zio Aldo e dalla signora Dorotea, ma il fascino della novità
soverchiava in lei gli altri sentimenti. In fin dei conti era ben
giusto di uscire dal mondo piccino in cui era cresciuta fino allora,
di veder visi diversi dai soliti, di contrarre amicizie con fanciulle
della sua età. Onde, quand'ebbe varcata la soglia della sua nuova
dimora e il professore si accomiatò da lei con un bacio, ella non
tardò a rasciugarsi una lagrimetta, a fare il viso ilare e a seguir
saltellando una giovane sotto-maestra che voleva presentarla alle sue
condiscepole raccolte in giardino.
Egli invece, l'austero ed ispido uomo, poichè ebbe affidata la nipote
alla direttrice del collegio, se ne tornò indietro oppresso da una
malinconia di cui da gran tempo non provava l'uguale. Pensava alla
solitudine della sua casa, alla noia di non veder davanti a sè altri
che la signora Dorotea, di non sentir altre voci che quella di lei,
così stridula e disarmonica. Negli ultimi tre anni aveva spesso
invocato l'antica quiete; adesso l'antica quiete gli era restituita,
ed egli non l'accoglieva senza sgomento. Le dita tenerelle della Gilda
avevano fatto vibrare nell'anima sua una corda non per anco toccata,
e la visione d'un mondo più ampio di quello dei libri, più ricco di
colori e di forme, era apparsa fuggevolmente ai suoi occhi. Era la sua
giovinezza che si svegliava, la sua giovinezza soffocata tra le formule
algebriche e le analisi chimiche.
Ormai tutto era finito. Lo spiraglio da cui entrava come un soffio di
primavera s'era chiuso, lo scienziato tornava a trovarsi a faccia a
faccia con la sua scienza.