IX.

— _Così non può durare_, — avevano detto con mirabile accordo la

signora Dorotea e il professore Romualdo uno degli ultimi giorni del

maggio 1861; ma si sa che le umane previsioni sbagliano spesso, e

non parrà quindi troppo singolare che durasse così per alcuni anni.

Invero, nei primi tempi, la signora Dorotea si era accinta molto

coscienziosamente all'ufficio di cercare un quartierino che potesse

convenire al professore, ma per quanti ella ne avesse visitati non

gliene era andato a genio nessuno. E il professore aveva sempre accolto

con la massima rassegnazione le risposte sconfortanti della sua padrona

di casa. Finalmente, in via provvisoria e verso un moderato aumento

di pigione, la signora Dorotea s'era determinata a cedere al dottor

Grolli anche il salotto da ricevimento, affine di collocarvi la Gilda

togliendola dal bugigattolo ov'era stata posta al suo arrivo. — È una

cosa che non può tirare in lungo più di qualche settimana — dichiarò

un giorno la vedova Salsiccini alla portinaja, che le rinfacciava

sarcasticamente la sua debolezza. La signora Gertrude non si degnò

di rispondere, ma le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso di

compassione.

E i fatti dimostrarono che la signora Gertrude aveva le sue buone

ragioni di sorridere. Prima che passasse un mese, la combinazione

provvisoria era diventata una combinazione stabile, il professore non

pensava ad andarsene, la signora Dorotea non pensava a cacciarlo via, e

la Gilda Natali mostrava le migliori disposizioni a menar per il naso

così il dottissimo zio come la padrona di casa. — È una birichina —

diceva la vedova, conducendo seco la bimba nelle sue peregrinazioni e

presentandola alle infinite sue conoscenze — una birichina. Ma io la

farò stare a dovere.

— Viene dall'America? — chiedeva qualcheduno.

— Sicuro. Non è vero, Gilda, che vieni dall'America?

— E parla italiano?

— Già, parlava italiano con la sua mamma. Sa anche l'_americano_ però.

Dice qualche volta delle parole da far ridere. Di' buon giorno, Gilda,

di' buon giorno in _americano_.

— _Buenos dias_ — rispondeva in spagnuolo la fanciulla sorridendo, e

mostrando i suoi bei dentini bianchi come l'avorio.

— Eh, non deve poi mica esser tanto difficile l'_americano_. Somiglia

alla nostra lingua... Ih che occhietti vispi!

— E sapete come si dice _bambina_ in _americano_? — ripigliava la

signora Dorotea, superba di poter dare una lezione di lingua straniera.

— Sentiamo, via.

— Si dice _nigna_.

— Oh _nigna_! _nigna_!

Ella pareva fatta d'argento vivo, la Gilda, e il dottor Grolli,

con tutta la sua riputazione d'uomo rigido e austero, non riusciva

a domarla. Avvezzo a esercitare la sua autorità su giovani maturi,

egli si trovava sconcertato di fronte alle graziette e alle malizie

infantili della sua pupilla, e non sapeva mai quando fosse il momento

di allentare e quando quello di stringere il freno. Inoltre egli stesso

era inetto a rendersi conto di ciò che provasse verso la Gilda. Talora

lo vinceva un prepotente desiderio dell'antica quiete e lo infastidiva

questa fanciulla ch'era venuta a turbarla, ma più spesso prevaleva nel

suo animo un senso di compassione per l'orfanella che non aveva altri

al mondo che lui.

Era pieno di queste contraddizioni. Usciva talvolta dalla sua camera

a intimar silenzio alla bimba che disturbava i suoi studi, e poi, se

stava una mezz'ora senza udir la sua voce, gli pareva che gli mancasse

qualche cosa, e s'arrestava con la penna sospesa fra l'indice e il

pollice, e tendeva l'orecchio, nè ripigliava il lavoro finchè il

noto suono non tornasse a ferirlo. Del resto, quando la Gilda era in

casa, i momenti di silenzio assoluto erano estremamente rari. Ella

s'intratteneva ora coi due gatti _Mao_ e _Meo_ a cui aveva infuso una

insolita vivacità, ora con due cardellini ch'ella aveva indotto lo zio

a comprarle, ora con la sua pupattola _Mimi_, ora con la sua cucina di

stagno. Nelle grandi occasioni si arrampicava sui mobili, provocando

acutissime strida da parte della signora Dorotea, la quale non lasciava

sfuggirsi il destro di dichiarare solennemente: — Ancora uno o due

giorni, e poi la faccio finita io.

Ma sebbene la signora Dorotea non la facesse finita mai, e la Gilda

continuasse a stringere il suo piccolo scettro, è facile immaginarsi

che l'ambiente in cui la fanciulla cresceva non era il più propizio

alla sua tempra e ai bisogni dell'età sua. Ella era la sola vita

giovane che si agitava in quel ritiro, era una rosa sbocciata per un

capriccio del caso sopra un dorso di monte che alimenta appena qualche

abete solitario. Nessun canto rispondeva al suo canto, nessun visino

allegro s'incontrava col suo sul pianerottolo o per la scala. Tutta la

casa albergava gente seria e taciturna, ma il quarto piano poi aveva

per inquilini tre vere mummie. Un colonnello in pensione, terrore dei

giovani di _restaurant_ a cui gli accadeva spesso di gettare i piatti

nel viso; una vecchia galante, che disingannata del mondo passava la

giornata a snocciolar rosari; un signore misantropo, che raccoglieva

monete antiche senza permettere a nessuno di vederle: ecco i tre

personaggi esotici nei quali la Gilda si imbatteva talvolta uscendo

a prender aria sulla ringhiera. Le scorrerie della bimba parevano ai

tre fossili una enormità; essi avrebbero fatto volentieri una protesta

cumulativa al padrone di casa, se il farla non avesse reso necessario

di riunirsi e d'intendersi prima. Ma poichè le riunioni non formavano

parte del loro sistema di vita, s'eran contentati di rivolgere

isolatamente le loro lagnanze alla portinaja, la quale aveva un po' in

uggia la Gilda, dopo che un giorno, mentr'ella attraversava il cortile,

una palla di guttaperca caduta dal quarto piano era venuta a piombarle

sopra il _chignon_.

Per trovare un amico ed un alleato la Gilda doveva scendere tutte le

scale, uscir dal portone e recarsi nel magazzino del signor Gedeone

Albani. Ivi spadroneggiava per un paio d'ore al giorno il figlio del

signor Gedeone, Mario, ragazzo che aveva cinque anni più della piccola

Natali, e che, fin dal primo vederla, le aveva fatto a bruciapelo una

dichiarazione di simpatia. — Sei proprio bella; mi piaci.

Mario passava due ore il giorno nel magazzino per volontà espressa

del padre, il quale desiderava iniziarlo nel commercio e diceva che

l'essenziale era d'imparar presto a _conoscere i generi_. A raggiunger

l'intento, il fanciullo cacciava le mani nei campioni di zucchero e

se ne riempiva la bocca, sbucciava le mandorle e pronunziava il suo

autorevole giudizio sulla loro qualità, ma non si mostrava mai tanto

appassionato per _la conoscenza dei generi_ quanto all'arrivo delle

cassette dei datteri di Tunisi. Pel caffè, pel grano, pel pepe egli

aveva uno scarso trasporto; non isdegnava invece di assaggiar la gomma

arabica e il sugo di liquirizia. Sempre allo scopo di far confidenza

con le mercanzie, Mario ora sedeva, come sopra un trono, sopra una

balla di baccalà, ora si metteva a cavallo di un bariletto di aringhe

gridando _hop, hop_, come se si trattasse di un cavallo in carne ed

ossa. Ma ove i suoi meriti brillavano di luce più viva si era nel

mettere la marca G. A. sopra i colli che si facevano in magazzino. Qui

egli sfoggiava realmente una rara sicurezza di mano e un senso squisito

delle proporzioni, e il signor Gedeone rimaneva spesso estatico dinanzi

all'opera di suo figlio.

La Gilda, quantunque non fosse destinata al commercio e non avesse

alcun bisogno di acquistar _la conoscenza dei generi_, si divertiva

moltissimo in mezzo al movimento del fondaco, e non ricusava di

accettare qualche dattero da Mario, le cui birichinate la esilaravano

fuor di misura. Ma ciò ch'ella ambiva sopra tutto si era di porgergli

il pennello quand'egli si accingeva alla delicata operazione di _far

le marche_. Le pareva in questo modo di diventare collaboratrice

dell'amico suo. Gli uomini del magazzino, avvezzi ormai a trovarsela

sempre fra i piedi, la chiamavano scherzosamente _la Trottola_, e il

signor Gedeone non la vedeva neppur lui di mal occhio, e le permetteva

di assistere alle sapienti manipolazioni delle sue mercanzie. Poichè

il signor Albani aveva adottato a questo proposito un principio

tecnologico assai profondo, che si riassumeva così: _Ogni articolo nel

suo stato naturale è difettoso, ma ogni articolo può rendersi perfetto

mercè opportune mescolanze._ Ligio a una massima tanto ragionevole,

l'egregio negoziante temperava con qualche spruzzo di farina la

dolcezza nauseante dello zucchero, e diminuiva l'aroma esagerato del

tè coll'introdurre nelle cassette chinesi qualche po' di camomilla e di

malva.

Le lunghe dimore della Gilda nel magazzino Albani non andavano punto

a genio alla signora Dorotea, la quale si lagnava che i vestiti della

bimba s'impregnassero di un acuto odore di baccalà e di sardelle

salate, e scendeva talvolta dall'altezza del suo quarto piano a

impadronirsi della piccola ribelle. Nè per solito la Gilda cedeva senza

opposizione, che anzi Mario Albani l'aizzava e l'aiutava a resistere.

Un giorno fra gli altri, giorno nefasto per la signora Dorotea, mentre

la buona vedova era curva sulla Gilda che si rotolava sul pavimento, il

terribile ragazzo afferrò il suo pennello e in un batter d'occhio le

dipinse sulla schiena un magnifico G. A. che provocò le sonore risate

di tutti i presenti. È facile immaginare lo scandalo che ne successe.

La signora Dorotea chiese al signor Albani _seniore_ una soddisfazione

immediata dello sfregio fattole dall'Albani _juniore_; indi Mario

s'ebbe tosto una tiratina d'orecchi, e alla Gilda fu vietato l'accesso

nel magazzino. Però la proibizione non istette molto a diventar lettera

morta, e i due fanciulli tornarono a vedersi quasi ogni giorno.

Del resto, pareva destino che la Gilda non dovesse avere che de' gusti

bislacchi. In casa, quando suo zio voleva usarle una finezza, egli

non aveva che da condurla nel suo laboratorio chimico. Ella rimaneva a

bocca aperta dinnanzi ai suoi esperimenti, voleva saper tutto e capir

tutto, e andava superba se il professore le ordinava di portargli

una boccettina di sali, di chiudere una chiavetta, di soffiare in un

fornello.

— Non ci mancava che questa... proprio — brontolava la signora Dorotea.

— Son matti, zio e nipote, matti tutti e due... Guardate un po' se

una ragazza deve stare in quei luoghi lì a insudiciarsi le mani e il

vestito... Stia piuttosto in cucina, impari a metter la pentola al

fuoco, e non s'immischi in quelle diavolerie... Oh i dotti!... Che

piaga!... Non sono contenti di guastarsi da sè l'anima e il corpo...

vogliono guastare anche gli altri...

La Gilda aveva sette anni allorchè il suo amico Mario fu mandato in

un collegio della Svizzera. Le disposizioni commerciali del ragazzo

sembravano assai mediocri. Egli continuava ad approfondirsi nella

_conoscenza dei generi_, continuava a dipingere sui colli di mercanzie

la marca G. A., ma aveva una negativa assoluta pei conti e ripeteva

sempre che voleva fare il pittore o il soldato. Il signor Gedeone non

dubitava, però, che alcuni anni di soggiorno in un convitto commerciale

avrebbero corretto il figliuolo da queste ubbie.

Partito Mario, la Gilda non ebbe più motivo di scendere nel fondaco

Albani, e le mancò in tal modo la principale fra le sue distrazioni. Le

passeggiate con la signora Dorotea l'annojavano, il laboratorio chimico

dello zio non bastava neppur esso a metterla di buon umore.

Il dottor Romualdo si sentì assalito da uno scrupolo di coscienza. Era

possibile che questa fanciulla esuberante di vita crescesse sempre al

fianco di lui e della buona ma uggiosa signora Dorotea? Nell'accettar

la Gilda dalle mani del capitano Rodomiti non aveva egli implicitamente

assunto l'obbligo di farne una ragazza a modo, atta a divenir col

tempo una moglie saggia, una madre amorosa? E a raggiungere questo

fine non era indispensabile di volger seriamente il pensiero alla sua

educazione?

In forza di così savie considerazioni, una mattina del novembre 1864,

il dottor Grolli accompagnava la sua pupilla nel miglior collegio

femminile della città. La Gilda aveva allora sette anni e mezzo; era

di viso bellissimo ed egregiamente proporzionata di membra. Chi la

vedeva con quei suoi occhi scuri e vivaci, con quei suoi bruni capelli

profusi, con quella sua aria di regina in miniatura, non poteva a meno

di esclamare: — Che amore di bimba! — A ogni modo, inosservata ella non

passava mai.

Quando le si annunziò che sarebbe andata in collegio, ella accolse la

notizia con più curiosità che rammarico. Le dispiaceva separarsi dai

suoi gatti, dai suoi cardellini, dalla sua bambola, e un po' anche

dallo zio Aldo e dalla signora Dorotea, ma il fascino della novità

soverchiava in lei gli altri sentimenti. In fin dei conti era ben

giusto di uscire dal mondo piccino in cui era cresciuta fino allora,

di veder visi diversi dai soliti, di contrarre amicizie con fanciulle

della sua età. Onde, quand'ebbe varcata la soglia della sua nuova

dimora e il professore si accomiatò da lei con un bacio, ella non

tardò a rasciugarsi una lagrimetta, a fare il viso ilare e a seguir

saltellando una giovane sotto-maestra che voleva presentarla alle sue

condiscepole raccolte in giardino.

Egli invece, l'austero ed ispido uomo, poichè ebbe affidata la nipote

alla direttrice del collegio, se ne tornò indietro oppresso da una

malinconia di cui da gran tempo non provava l'uguale. Pensava alla

solitudine della sua casa, alla noia di non veder davanti a sè altri

che la signora Dorotea, di non sentir altre voci che quella di lei,

così stridula e disarmonica. Negli ultimi tre anni aveva spesso

invocato l'antica quiete; adesso l'antica quiete gli era restituita,

ed egli non l'accoglieva senza sgomento. Le dita tenerelle della Gilda

avevano fatto vibrare nell'anima sua una corda non per anco toccata,

e la visione d'un mondo più ampio di quello dei libri, più ricco di

colori e di forme, era apparsa fuggevolmente ai suoi occhi. Era la sua

giovinezza che si svegliava, la sua giovinezza soffocata tra le formule

algebriche e le analisi chimiche.

Ormai tutto era finito. Lo spiraglio da cui entrava come un soffio di

primavera s'era chiuso, lo scienziato tornava a trovarsi a faccia a

faccia con la sua scienza.

Il Professore Romualdo · 第 11 / 28 题