Se la nipote dormiva, lo zio invece andava rivoltandosi nelle coltri
senza pigliar sonno. Da tutte le parti vedeva la via seminata di
triboli e di difficoltà senza fine. Agli impicci gravissimi che gli
avrebbe recati la fanciulla s'aggiungevano quelli del dover cercarsi un
altro nido, e abbandonare il laboratorio ov'egli aveva con tanto amore
fatti costruire i suoi fornelli e collocate le sue storte sui ruderi di
una vecchia cucina caduta in disuso. Oh poveri i suoi studi, poveri i
suoi esperimenti! Quando mai avrebbe trovata la calma così necessaria
al pensiero? Quando avrebbe trovato la sicurezza di mano e la serenità
di spirito indispensabili a misurare le dosi degli acidi e dei sali che
dovevano combinarsi insieme sotto i suoi occhi? Ahimè! Ahimè! Romualdo
Grolli, l'uomo di scienza, il futuro titolare della Cattedra di
matematica d'una cospicua Università, era bell'e spacciato. Non restava
più che un Romualdo Grolli tutore di una pupilla bisbetica, una specie
di Belisario vagante per la città alla ricerca di camere ammobiliate.
Tormentato da questi pensieri che non gli lasciavano trovar requie,
il dottor Romualdo si alzò per tempissimo, e appena infilati i calzoni
entrò nel suo laboratorio, sospinse l'usciuolo della cameretta attigua
e cacciò la testa attraverso lo spiraglio per veder se la Gilda dormiva
ancora. E la Gilda dormiva infatti, e i primi raggi del sole, entrando
nella stanza tra le stecche delle persiane, venivano a lambire un suo
piedino di rosa che spuntava da un lembo della coperta.
Mentre il dottore contemplava questo spettacolo nuovo per lui, l'uscio
che dal luogo di sbarazzo metteva al cosidetto salotto da ricevimento
si aperse adagino e si richiuse in gran fretta. Non così però, che
il dottor Romualdo non ravvisasse la persona che lo aveva aperto e
richiuso. Quella persona non era nè più nè meno che la signora Dorotea.
Sebbene il Grolli fosse quasi certo di ciò, volle togliersi ogni
dubbio, attraversò lo stanzino e fu tosto nel salotto, ove colse la sua
padrona di casa in piena ritirata.
La signora Dorotea aveva una veste sciolta, il viso cosparso di cipria,
le rade ciocche dei capelli involte in ricciolini di carta. In questo
abbigliamento affatto mattiniero, la signora Dorotea non aveva la più
lontana rassomiglianza con la Venere dei Medici.
— Signora Dorotea! — esclamò il professore.
La buona donna sentì il bisogno di spiegare il suo apparente
spionaggio, e stringendosi con la mano la veste sul petto, si voltò
verso il suo inquilino.
— Ero venuta a vedere se la bimba dormiva ancora — ella disse.
Il dottor Romualdo, visto l'atto pudico della signora Dorotea, stimò
opportuno di passare nell'occhiello il bottone della camicia; quindi
rispose: — Sì, dorme ancora.
La signora Salsiccini tentennò il capo, e parve voler cominciare una
frase che finisse con una interiezione. Si appigliò invece ad un punto
interrogativo. — Dunque la fanciulla è sua nipote?
— Già... mia nipote — replicò il professore, dopo un momento di
distrazione.
— Curiosa! Non sapevo che il professore avesse fratelli.
Le guance del nostro Romualdo si colorarono vivamente. — Avevo una
sorella, che è morta — egli disse con uno sforzo.
— E il padre della bimba?
— Morto anche lui!
— Povera creatura! — esclamò la signora Dorotea, congiungendo le mani
e abbandonando quindi l'atteggiamento verecondo che correggeva il
disordine della sua _toilette_.
Il dottor Romualdo guardò pudicamente da un'altra parte e sospirò: — Ma!
— Creda pure — riprese la signora Dorotea, e non pareva più la
medesima donna che il giorno prima s'era mostrata tanto inviperita
col suo pigionale — creda pure, signor professore, se fossi più
giovane, se avessi un quartiere meno ristretto, vorrei continuare ad
alloggiarli io, vorrei attendere io alla bambina. Ma come si fa?... È
impossibile... proprio impossibile.
Il professore chinò la testa con aria rassegnata.
— Intanto non si dia fretta — seguitò l'altra — c'è tempo... Penseremo
insieme... vedremo... Ho qualche cosa in vista... E adesso non si
affanni per la fanciulla... vada nel suo studio, Lei... starò attenta
io stessa quando si sveglia... la vestirò io...
A questo punto la signora Dorotea si accorse che le conveniva
principiare col vestir sè medesima, e scomparve prima che il professore
potesse ringraziarla.
Il professore seguì il consiglio della sua padrona di casa, e tornò
nella sua camera alquanto rinfrancato. E invero per pochi minuti egli
riuscì ad immergersi nelle sue formule, e vide con soddisfazione gli
_a + b_ e i _b + a_ sgorgare spontanei dalla sua penna; ma ad un punto
la penna gli si arrestò, i pensieri algebrici gli si confusero ed egli
dovette alzarsi dalla seggiola e dare un'occhiata nel gabinetto della
sua pupilla.
— Son qua io — disse a mezza voce la signora Dorotea che lavorava
di calze vicino al letto della Gilda, ancora addormentata. — Studii,
studii... Ho mandato già pel bagaglio... Anzi, mi dia le chiavi.
Il professore obbedì; poi si rimise al lavoro e trovò, continuando
nello svolgimento della sua tesi, che _a h_ è uguale a _z_, ciocchè
gli diede infinito conforto, come lo darà certamente ai lettori.
Quindi, per distrarsi, egli passò nel suo laboratorio, i cui fornelli
erano spenti da circa una settimana, rivide le sue storte che
parevano invitarlo a metterle in opera, rivide chiusa in un vasetto
di cristallo una sostanza organica di cui egli aveva dieci giorni
addietro intrapreso l'analisi, e pensò di ricominciare la delicatissima
operazione.
Allorchè egli uscì dal gabinetto, la Gilda, già pettinata e vestita, si
trovava nel salotto da pranzo, guardando a bocca aperta una infinità di
oggetti di sua conoscenza che la signora Dorotea tirava fuori da una
cassa appena giunta. Ma la curiosità benevola della fanciulla si mutò
in entusiasmo quand'ella vide emergere dalla cassa una piccola bambola
ornata da capo a piedi con la più sfarzosa eleganza: cappellino di seta
verde con nastri rossi; corpetto giallo; sottana azzurra; scarpine di
raso bianco con una rosetta vermiglia nel mezzo. Ella le saltò addosso
come a una vecchia amica, la prese di mano alla signora Dorotea,
la baciò in fronte e la chiamò più volte col nome di _Mimi_. Questo
nome le era stato imposto, quando, ancora ignuda e disadorna, giaceva
lunghe ore sul letto della signora Elena, che, nei momenti in cui il
suo male rimetteva alquanto della sua intensità, lavorava ella stessa
ad acconciarla, promettendosi di farne un dì un regalo alla figlia.
Poi la bambola era scomparsa, e avendone la Gilda chiesto conto alla
madre, questa le aveva risposto: — Sta' tranquilla, che presto o tardi
l'avrai.
Intanto la bimba era stata condotta via dal capitano Rodomiti, e per
compagna di viaggio ella aveva avuto una pupattola assai più modesta,
che s'era rotta prestissimo e aveva finito i suoi giorni nell'Oceano.
Nè questa era la sola sorpresa riserbata alla Gilda, poichè si
trovarono nella cassa anche due palle elastiche di guttaperca, alcune
microscopiche stoviglie di stagno, e un agnello che, opportunamente
caricato, apriva la bocca e belava.
Nè certo le previdenze della signora Natali si erano fermate ai
balocchi di sua figlia. Era un corredo piccolo, ma compito, quello
ch'ella aveva fatto riporre nella cassa e di cui ella aveva steso
di proprio pugno l'inventario negli ultimi giorni che precedettero
la partenza della fanciulla. A veder quel documento s'indovinavano
le sofferenze del corpo e dell'anima della povera donna, tanto la
scrittura ne era incerta e confusa. In un punto ella aveva interrotto
il suo lavoro, perchè uno spasimo fitto l'aveva colta; in un altro le
era stato forza di sospenderlo, perchè le lagrime le avevano fatto velo
agli occhi.
La signora Dorotea, sciorinata ch'ebbe la roba sopra una tavola,
inforcò le sue grosse lenti e prese in mano l'inventario, verificando
ogni cosa. Tutto era in pieno ordine, e la signora Salsiccini, da buona
massaia, non potè a meno di ripetere più volte: — La sorella del signor
professore deve essere stata una gran brava donna; proprio una donna a
modo.
Intanto la Gilda, che aveva già la sua dose di vanità, di tratto in
tratto abbandonava la sua bambola dal cappello verde, il suo agnello
belante, la sua cucina di stagno, e veniva a pavoneggiarsi davanti
a quella biancheria e a quei vestitini che ella sapeva esser suoi.
Naturalmente non era tutta roba nuova, ed ella riconosceva ora un
nastro, ora una sottana, ora una cintura che aveva portato quand'era
in casa. Talvolta le si destavano in mente altri ricordi. Quell'abito
bigio coi fioretti celesti ella non lo aveva mai indossato, ma ne aveva
visto uno dell'identica stoffa intorno a sua madre. E allora quella
parola che i bambini pronunciano prima di tutte, e che solo una grande
sventura può far loro disimparare — _mamma_ — veniva sui suoi labbretti
di corallo. — _La mamma_ — ella diceva, alzando verso la signora
Dorotea e verso lo zio Aldo i suoi occhi belli ed intelligenti e
toccando l'abito bigio col suo piccolo dito. E poi si guardava intorno
come se un uscio dovesse aprirsi e la sua mamma correrle incontro. No,
povera Gilda, la tua mamma non la vedrai più.
Poco prima delle dieci il dottore Romualdo si accorse che si avvicinava
l'ora della sua lezione. Egli uscì di casa frettoloso, e dopo esser
passato in un negozio a farsi mettere il bruno al cappello, si avviò
all'Università, tutto confuso in anticipazione pensando alle mille
domande che gli sarebbero indirizzate e alle spiegazioni che dovrebbe
dare.
E infatti egli non tardò ad avvedersi che l'incidente della notte
scorsa aveva avuto un'eco nelle severe aule della scienza. Poichè,
appena il suo arrivo fu notato dagli studenti sparsi nel cortile e
sotto i portici in attesa del suono della campana, essi si affollarono
sul suo passaggio con un bisbiglio simile al ronzìo d'uno sciame
d'api. Ma la vista del cappello abbrunato del professore disarmò i loro
sarcasmi. Anche il rettore, a cui il Grolli si presentò subito, pareva
sulle prime esser disposto alla celia, ma anch'egli se ne astenne
quando avvertì il segno di lutto e disse con accento di simpatia: —
Vedo con dispiacere che Lei fu colpito da qualche sventura domestica.
Allora il dottor Romualdo, così taciturno, così riservato per indole,
dovè raccontare ciò che gli era accaduto.
— Casi della vita — osservò gravemente il rettore, che non aveva
scritto per nulla un libro di psicologia sperimentale. — Casi
della vita — egli ripetè, offrendo una presa di tabacco al giovane
scienziato.
La lezione procedette senza peripezie.
I giovani stettero quieti secondo l'usato, e il Grolli notò con
singolare compiacenza che le inattese vicende dei giorni scorsi non
avevano potuto ottenebrare in alcuna guisa la limpidezza del suo
criterio matematico. Seppur nel più bello di una dimostrazione il
visino della Gilda si affacciava al suo pensiero nel mezzo di un
triangolo isoscele o scaleno, egli andava acquistando man mano la usata
sicurezza, talchè gli studenti non se ne accorgevano e i rapporti degli
angoli fra loro rimanevano inalterati.
Così egli uscì della scuola con animo più tranquillo, e volse le cure
ad altro importantissimo ufficio, a quello cioè di collocare a frutto
i danari della Gilda.
Egli era ormai deciso di non toccar quella somma in alcun modo,
ma di lasciarla ingrossarsi cogli interessi a formar la dote della
fanciulla. Per quanto egli vivesse fuori del mondo, gli era pur giunta
all'orecchio questa grande verità, che le femmine senza dote stentano
a maritarsi. All'educazione, al mantenimento della sua pupilla avrebbe
provveduto egli stesso. Il suo stipendio di assistente era piccolo, ma
egli lo arrotondava un po', collaborando in qualche Rivista scientifica
e prestando l'opera sua per qualche analisi chimica. In tre anni dacchè
aveva una posizione, s'era messo da parte millecinquecento lire: erano
dunque cinquecento lire all'anno ch'egli poteva spender di più, e le
avrebbe spese per la Gilda. Certo, con questa piccola somma non gli era
dato far miracoli, ma possibile che non gli venisse presto la nomina
a professore! Il dottore Romualdo avvertì per la prima volta nel suo
animo un sentimento poco nobile e generoso, tanto è vero che spesso
il male germoglia dal bene, come il bene dal male. Egli pensò che il
titolare della Cattedra di matematica aveva quasi ottant'anni ed era
paralitico, onde la sua morte non avrebbe nè sorpreso, nè addolorato
soverchiamente nessuno.
Vergognandosi seco medesimo di questo calcolo indecoroso, il dottor
Grolli eseguì quel giorno una duplice operazione presso la Banca
locale. Egli prelevò una piccola somma sulla partita che teneva
aperta colà, e nello stesso tempo, con immenso stupore del cassiere
signor Bernardo Bernardini, versò a titolo di deposito vincolato lire
10,674 50 in nome della signora Gilda Natali minorenne, di cui egli si
costituiva rappresentante.
Sollevato così da un grave pensiero, il nostro Romualdo ritornò a casa,
fermo nel proposito di rinchiudersi nella sua stanza e di non uscirne
fino al momento del desinare. Poichè, egli saviamente rifletteva, se la
responsabilità, se gl'impegni mi si sono così d'improvviso accresciuti,
è indispensabile ch'io lavori con maggior lena di prima, che rassodi
ed estenda la mia fama, che mi faccia conoscere in Italia e fuori...
Purchè la Gilda non mi disturbi co' suoi strilli!...
E invero la Gilda non strillava punto, ma questa tranquillità era
stata acquistata ad un prezzo che al Grolli parve assai caro. Perchè
la fanciulla aveva trovato che di tutte le stanze della casa quella
del professore era la più allegra e ridente. E vincendo le deboli
resistenze della signora Dorotea, ella vi si era trasportata coi suoi
balocchi, aveva addossato a una parete la bambola, aveva deposto per
terra l'agnello, aveva sciorinato sopra una sedia il suo servizio
da cucina. E con molta serietà conduceva l'agnello a belare davanti
alla pupattola, la quale s'inchinava in segno di gradimento; poi la
pupattola era condotta alla sua volta davanti alla cucina, ove fingeva
di rifocillarsi con grande appetito. Come pennellata finale, i due
gatti _Mao_ e _Meo_, che da anni ed anni non penetravano nella stanza
del professore, attratti, per quanto sembra, dalle grazie della Gilda,
avevano stimato opportuno di rompere la consegna e russavano l'uno
vicino all'altro sulla poltrona ove aveva l'abitudine di sedere il
dottor Romualdo.
— Signora Dorotea, signora Dorotea — egli gridò, abbracciando con un
rapido sguardo il desolante spettacolo.
— Che vuol che ci faccia?... La bambina gridava come iersera e non ho
potuto quietarla altrimenti che lasciandole fare il piacer suo.
— Ma io...
— Ma Lei, caro signor professore — interruppe la signora Dorotea in un
accesso del suo umore bisbetico, del giorno innanzi, se vuol tenersi
sua nipote a dovere, rimanga a casa a custodirla, o le pigli una
governante... Capisco anch'io che così non può durare.
E ciò detto, afferrò la gruccia dell'uscio e abbandonò la stanza,
seguìta dalla Gilda che le si era aggrappata alle falde del vestito e
che lasciava armi e bagagli sul campo di battaglia.
— Signora Dorotea — gridò di nuovo il dottore Romualdo, scotendo
forte la poltrona su cui si trovavano i gatti. Ma la signora Dorotea
non sentì o non volle sentire; invece _Mao_ e _Meo_, turbati nei
loro riposi, spiccarono un salto, passarono sopra la scrivania del
professore scompigliandone le carte, e calatisi giù dall'altra parte
sgusciarono via per l'uscio socchiuso.
— E vero, così non può durare — esclamò il professore. E si lasciò
cadere sfinito sulla poltrona.