La mattina del memorabile telegramma, la signora Dorotea, dopo esser
risalita al suo quarto piano, sentì il bisogno di ridiscenderne ancora
e di visitare parecchie conoscenti, nel cui animo poter versare le sue
pene. A ciascuna di queste dilettissime amiche ella narrò in segreto
la cosa, e a ciascuna raccomandò di non far chiacchiere, come aveva
raccomandato prima alla portinaia. In questo suo viaggio circolare ella
raccolse i più disparati consigli, e tornò a casa che aveva il capo
come un cestone. Chi le aveva detto bianco e chi nero, chi le aveva
suggerito di aprir subito le ostilità, e chi di temporeggiare. I varii
partiti battagliavano fieramente nel cuore della signora Dorotea, e
nel suo turbamento ella lasciava scivolar più spesso del consueto la
sua mantellina giù dalle spalle, e discorreva da sè sola con grande
meraviglia di quanti la incontravano per via. — Sì, farò conto di
non aver nemmeno ricevuto il dispaccio. — No, starò a vedere... — Che
sconvenienza! — Se fosse sua figlia! — È impossibile. — Si tratterà di
una notte...
Alla lunga, prevalsero le idee più miti. C'era poi ragione di prender
le cose sulla punta della spada? Era giusto di non far trovare un
brodo ed un letto pronto ad una creaturina di quattr'anni, che sarebbe
mezza morta di fame e di stanchezza? La signora Dorotea ripensò a
trent'anni addietro, quando per due settimane ella pure aveva sorriso
a una piccola cuna rimasta vuota, ahi, troppo presto; ella ripensò
all'amore che il suo defunto Agesilao portava ai fanciulli, onde,
nei giorni di festa, amava recarsi a passeggiare ai giardini ed era
lieto dell'allegria dei monelli, che, a sciami, gli volteggiavano
intorno. Ottimo Agesilao! Quando non parlava alla moglie d'iscrizioni
ipotecarie, le parlava di bimbi, e le diceva ch'ella era una buona a
nulla perchè non gliene aveva riempito la casa. — Agesilao, Agesilao
— ammoniva la savia femmina — hai quattro lire al giorno e si campa a
fatica noi due; prega il cielo piuttosto che la famiglia rimanga lì.
— Ma Agesilao non mutava opinione... Ah! ottimo funzionario, ottimo
marito! Nessuno saprà tener come lui il protocollo di un ufficio
d'ipoteche, nessuno colmerà il vuoto da lui lasciato nel cuore della
signora Dorotea... E adesso, dopo più di tre lustri dacchè egli
riposava nel cimitero, la sua onesta figura riusciva ancora a calmare
gli sdegni della nervosa vedovella.
— Bah! — concluse la signora Dorotea — sarà per una notte.
Fatta questa consolante riflessione, la signora Salsiccini ordinò alla
serva, che era una ragazza mezzo idiota del contado, di preparare
su quattro seggiole accostate le une alle altre un letticciuolo per
l'ospite sconosciuta, nel luogo di sbarazzo attiguo alla camera del
dottor Romualdo; quindi estrasse dalla credenza un vasetto di conserva
Liebig, si recò in cucina, e pose opera alla preparazione di un brodo
sostanzioso, nel quale fece bollire un pugno di paste di Napoli. I
gatti _Mao_ e _Meo_, non usi a veder due volte in un giorno la pentola
al fuoco, alzarono ripetutamente il muso in tono interrogativo, e
vennero a fregarsi alle vesti della loro padrona, distraendola dal suo
delicato ufficio con qualche discapito del brodo, che prese un leggiero
odor di bruciato.
La signora Dorotea, poichè una debolezza ne tira dietro un'altra,
considerò che anche il professore poteva aver bisogno di qualche
cosa; e mandò in segretezza a prendere un quintino di vino bianco e
un'oncia di formaggio stracchino che dispose acconciamente sopra la
tavola apparecchiata. Dopo di ciò lasciò andar a letto la serva, la
cui presenza era affatto inutile, e stette ad aspettar l'arrivo della
corsa.
La prima impressione della signora Dorotea, allorchè le comparve
davanti il suo pigionale con la Gilda in braccio, fu l'impressione
medesima provata dai due studenti: che questa bimba egli l'avesse
rubata. Certo l'idea stravagante non poteva aver presa in lei, come non
l'aveva avuta nei due giovinotti; ma essa bastò ad esacerbarla di nuovo
e a farle assumere un aspetto cupo e sospettoso.
E appena il professore ebbe deposto in terra il suo fardello, ella
cominciò: — Mi spiegherà, poi...
— Non ho tempo, non ho tempo — rispose il nostro Romualdo, afferrando
pel vestito la sua pupilla, che manifestava una gran voglia di
rotolarsi sul pavimento.
Allora la signora Dorotea precedette in silenzio nel salottino i nuovi
arrivati, depose la candela sulla tavola, ove c'era la minestra già
scodellata, e si avviò verso l'uscio con dignità di regina.
— Il letto è fatto — ella disse senza voltarsi, quando fu sulla soglia.
Indi si dileguò.
Ma innanzi che passassero cinque minuti, i suoi migliori istinti
l'avevano ricondotta in salotto, ove il professore continuava a
dibattersi in mezzo a smisurate difficoltà.
— Si può dar di peggio? — gridò entrando la signora Dorotea, che voleva
dissimulare la sua condiscendenza con le apparenze della severità. — Si
può dar di peggio? Non finirà mai questa musica?
— Ma se non c'è caso di farla mangiare — esclamò il professore desolato.
— Madonna mia! Come vuol che mangi se non le mette un paio di guanciali
sulla sedia tantochè ella arrivi alla tavola?... Così... andiamo... Su,
bimba, sta' composta... Già capisco.. il cucchiaio è troppo grande per
la tua manina... Proviamo in questa maniera... Oh, va bene adesso... È
buona la pappa, non è vero?... Come ti chiami?
— Gilda — rispose la fanciulla tra un boccone e l'altro.
Il dottore Romualdo guardò la sua padrona di casa con l'espressione
della più grande maraviglia.
— Che ha, professore?... Gilda? Un bel nome, cara... Via, professore...
non se ne stia lì impalato... Faccia qualche cosa... Annodi il
tovagliolo intorno al collo della piccina... Oh, ma non sa far nemmen
questo! E dicono che Lei è un brav'uomo... In questo modo si fa... E se
è lecito — chiese la signora Dorotea, mentre dava l'ultima cucchiaiata
alla Gilda — quando vengono a prenderla?
— A prender chi?
— La bimba...
— Nessuno deve venirla a prendere!
— Come!... Vuol tenerla seco?
— Per ora, almeno... È mia nipote.
— Uhm! — borbottò la signora Dorotea, deponendo il cucchiaio sul piatto
e slacciando lentamente il tovagliolo della fanciulla. — In ogni caso
cercherà un altro quartiere...
— Signora Dorotea, dopo tanti anni... Credevo che ci si potesse
accomodare, beninteso facendo altri patti.
— Son vecchia, io, ho bisogno della mia quiete... Se avessi potuto
immaginarmi che a Lei capitavano le nipoti dalle nuvole, si figuri se
Le avrei appigionato le stanze... Basta, basta, l'aiuterò io stessa
a trovarsi un appartamento che Le convenga... Lei è un dotto... per
queste cose, si sa, non è fatto... Ma pensi intanto a coricar quella
creatura. Non vede che non si regge più dal sonno?... Oh, se non c'ero
io, la cadeva proprio dalla sedia... E vuol tenersi le nipoti in casa,
Lei?... Qua, qua, piccina... Chiude già gli occhi... Orsù, per questa
sera gliela metterò in letto io... Per questa sera, ben inteso... Ci
preceda Lei, con la candela... Così...
La signora Dorotea portò la Gilda nella camera che le era destinata,
e si accinse a svestirla. — E la non ha nemmeno uno straccio di suo? —
ella domandò, guardandosi attorno.
A questa interrogazione il professore si picchiò la fronte, poi
si frugò nel taschino del panciotto, e ne estrasse la ricevuta del
bagaglio.
— Si è dimenticato di ritirare i bauli?... Era da immaginarselo... Che
vuol fare, adesso?... Bisogna aspettare fino a domattina... Dia qui la
ricevuta... Intanto le lasceremo la biancheria che ha in dosso... Come
dorme!... Scommetto che tirerà innanzi così per dodici ore...
— Grazie, signora Dorotea — si arrischiò a dire il professore.
— Non mi ringrazi — saltò su la vedova. — Se non fosse stato che per
Lei... Mi faceva compassione questa innocente... Sua nipote o no, ella
non ne ha colpa...
— Ma, signora Dorotea, che cosa crede?
— Io?... Non credo nulla, io... Del resto, son ciarle inutili. Sulla
sua scrivania troverà una lettera e un giornale arrivati durante la sua
assenza... Buona notte.
Il dottor Romualdo rimase solo con la Gilda, che dormiva tranquilla
nel suo letticciolo. Ella aveva passato un braccio bianco e tornito
sotto la testa ricciuta; il suo piccolo petto si alzava e abbassava
alternamente con un moto regolare; il suo lieve respiro si sentiva
appena nella camera; le sue guance si erano tinte del più bel colore di
rosa!
— Ma! — sospirò il professor Grolli, prendendo il lume e allontanandosi
in punta di piedi. — Se fosse stata così in ferrovia!
Rientrato nella sua stanza, il professore trovò sotto un calcafogli il
giornale e la lettera di cui gli aveva parlato la signora Dorotea. Mise
da parte il giornale senza lacerarne nemmeno la fascia, e prese invece
in mano la lettera, che portava una infinità di bolli postali e veniva
da Montevideo. Romualdo sentì una trafittura al cuore. Aperse la busta,
spiegò il foglio e guardò la firma che gli riuscì affatto nuova. Erano
poche righe in italiano, concepite così:
«_Egregio signore_,
«In omaggio alle ultime volontà della signora Elena Natali di b. m.,
adempio al penoso ufficio di trasmettere a V. S. una copia dell'atto
di decesso della detta signora. Quantunque la morte sia avvenuta da
parecchi giorni, questa copia non potè aversi che oggi.
«Con stima, ecc., ecc.»
Il documento a cui questa lettera accennava era scritto in lingua
spagnuola, e le firme delle autorità locali erano autenticate dal
console italiano a Montevideo.
Per anni ed anni il dottor Romualdo, immerso nei suoi studi, non aveva
mai rivolto il pensiero a questa sorella, che, mentr'egli era ancora
fanciullo, era fuggita oltre l'Oceano. Essa era estinta per lui. Per
la prima e per l'ultima volta durante questo lungo periodo egli ne
aveva, tre giorni addietro, rivisto i caratteri. Ella gli scriveva che
stava per morire, e morendo gli affidava sua figlia. La fredda lettera
ch'era adesso aperta dinnanzi a lui, vergata da mano estrania, non
poteva nè ferirlo in un affetto vivo, nè destargli alcuna sorpresa.
Eppure, singolare a dirsi, il Grolli ne fu commosso più ancora che non
fosse stato dalla lunga epistola di sua sorella. Ogni dubbio oramai era
tolto; Elena non respirava più. C'era oramai tra loro due un abisso
più profondo, uno spazio più vasto di tutto l'Atlantico. Sventurata
Elena! Per quanto, rivolgendo indietro lo sguardo, egli cercasse di
raffigurarsene la fisonomia, non gli riusciva di arrestarne l'immagine;
sapeva solo ch'ella era stata assai bella e assai infelice.
Il professore tentò distrarsi, gettò gli occhi sulla Memoria che aveva
interrotta al momento della sua partenza per Genova, e fece tutto il
possibile per convincersi di nuovo che la formula _x=(sen y)(sen α)_
era un amore di formula. Ma non vi riuscì. Fra una lettera e l'altra si
cacciava l'insolita e mesta visione d'un cimitero di là dall'Oceano,
ove sotto un'umile croce, non rallegrata da fiori, non consolata da
pianto, dormiva una creatura del suo sangue.
Si accostò pian piano all'uscio che metteva al camerino della piccola
Gilda, e tese l'orecchio. Silenzio profondo. Nulla turbava i sonni
dell'orfanella, di cui egli doveva essere oramai la difesa e la guida.