»Ebbene, i miei cari storditi! è questo
il modo di fare il servigio, o di
compiere i propri doveri? Che cosa è
accaduto dello stupido inviato qui per
mio ordine?
_Shakespeare._
L’istante, in cui le persone si mostrano l’una all’altra in forma
più svantaggiosa, e che produce parimente in ciascheduna una tal
quale molestia, si è quello del primo albeggiare, se sorprende
uomini, che abbiano passata vegghiando tutta la notte. Anche una
donna di bellezza la più peregrina, allorchè lo schiarire del giorno
mette fine ai diletti di una festa da ballo, opererebbe con senno,
sottraendosi agli sguardi sin delle persone più ardenti nell’adorarla
e ammirarla. Produttrice di simile effetto era la luce pallida,
sgradevole ed incomoda, che incominciava a spargersi sopra coloro,
che vegghiato avevano tutta la notte nell’anticamera del conte di
Sussex, luce che mescolava una tinta turchiniccia ai raggi, fra il
rosso e il giallo, mandati tuttavia da quelle lampade cui mancava già
l’alimento alla fiamma, e dalle torce che stavano per ispegnersi. Il
giovine gentiluomo, di cui facemmo parola nel capitolo precedente,
aveva abbandonato questa sala per andare a vedere chi picchiasse alla
porta del castello, e nel suo ritorno rimase sì attonito in vedere il
pallore e la sformazione dei volti di que’ suoi compagni, che esclamò:
«Per l’anima mia, padroni miei, si direbbe che siete altrettanti
barbaggianni. M’aspetto, quando leva il sole, vedervi volar tutti, e
cogli occhi incantati correre alla presta a nascondervi entro il tronco
infracidito d’un vecchio albero, o nel primo buco che trovate d’un muro
diroccato.»
«Taci là, testa sventata, disse il Blount. Ti par questo un momento da
scherzare, mentre nella vicina stanza l’Onore dell’Inghilterra manda
forse l’estremo sospiro?»
«Tu ne menti» rispose il Walter.
«Io mentire! (replicò il Blount, levatosi da sedere), io mentire! Ed è
con me che tu parli in sì fatta guisa?»
«Sì, bravo Blount, tu ne menti; ma non ti prendere la mosca al naso per
una parola. Io amo ed onoro Milord quanto il faccia alcun altro di voi;
pure se anco piacesse al Cielo di chiamarlo a sè, non direi per questo
sparito l’onore dall’Inghilterra. Ei vi rimarrà sempre sintantochè vi
sarai tu o Blount, sintantochè vi saranno e Markham e Tracy, e tanti
altri nostri camerata.»
«Fra i quali certamente non ti starai dall’annoverar te medesimo.»
«Figurati! e soggiungo di più essere io quello che farà valer meglio
l’ingegno compartitoci da Domeneddio.»
«Ne vorresti far sapere il segreto che hai per giugnere a questa
supremazia?»
«Perchè no? Voi siete come quelle buone terre dalle quali non si
raccoglie nulla, perchè appunto si crede che non abbisognino di
concime. Io al contrario sono un fondo forse men fertile per se stesso,
ma l’ambizione lo mantiene di continuo in tale fermento che lo farà
produttivo.»
«La cosa di cui prego il Cielo, si è che tu non divenga matto. Quanto
a me, se noi perdiamo il nobile Conte, dico addio alla Corte, e ai
campi di battaglia. Possedo cinquecento acri di terra nella contea di
Norfolk, e vado a seppellirmivi, ed a cambiare in una vanga la mia
corazza.»
«Vile metamorfosi! Però fai bene, perchè tu hai veramente una schiena
d’agricoltore; le tue spalle sono incurvate, come se ti abbassassi ad
ogni istante per tenere l’aratro; poi senti odor di terra, invece di
olezzar profumi, come il dovrebbe un cortigiano galante. In vero si
direbbe che tu esci in questo momento di mezzo ad un mucchio di fieno;
nè avresti altra scusa da addurre, se non che la figlia dell’affittuale
è una bella ragazza.»
«A parte gli scherzi, o Walter, gli disse Tracy, non ne sono questi
nè il tempo, nè il luogo. Dinne piuttosto chi venne a picchiare alla
porta?»
«Ah! il dottor Masters, medico della Regina, che per ordine immediato
di lei veniva ad informarsi sulla salute del Conte.»
«Corbezzoli! Sclamò Tracy, non è questo un piccolo contrassegno di
favore. Se il Conte ricupera la salute, il sig. di Leicester potrà
tuttavia avere in lui un emulo formidabile. Ma dov’è dunque il dottore?»
«Sulla strada di Greenwich (rispose Walter), ed assai arrabbiato.»
«Come sarebbe a dire? sclamò Tracy. Spero bene che non gli avrai negato
l’ingresso.»
«Oh certamente! non avrai commessa una tale mattezza!» soggiunse il
Blount.
«Eppure l’ho congedato con quel garbo, che tu metteresti, o Blount, a
mandar via un mendicante, ovvero tu, o Tracy, un tuo creditore.»
«Dalla parte di tutti i diavoli, perchè l’hai tu lasciato fuor della
porta?» dimandarono a coro Blount e Tracy.
«Perchè lo stare fuori della porta conviene meglio alla sua età che
alla mia.»
«Ma questo atto di tua storditaggine va ad essere la nostra rovina.
Viva ora, o muoia Milord, non otterrà mai più uno sguardo favorevole
dalla Sovrana.»
«E gli mancheranno i modi di far la fortuna de’ suoi partigiani
(aggiunse Walter sorridendo schernevolmente). Ecco la piaga segreta,
delicata, che non può toccarsi. Signori, io ho fatto sonar men alto
di voi le mie lamentazioni intorno la malattia di Milord, ma quando è
il momento di rendergli servigio, non la cedo a nessuno. Se io avessi
permesso a questo sapiente dottore di penetrare nella camera del
Conte, non comprendete voi, che tra questo medico, e l’altro venuto
con Tressiliano, sarebbe nato un bordello, capace non solamente di
svegliare l’infermo, ma perfino i morti? Credo che una campana a
martello faccia minore strepito d’una disputa insorta fra due dottori.»
«E chi prenderà sopra di sè il biasimo d’aver contravvenuto agli ordini
della Regina? domandò Tracy; perchè, non v’ha dubbio, il dottore
Masters veniva per comando assoluto di sua Maestà a curare il Conte.»
«Io mi assumerò questo biasimo, disse Walter, e se ho commessa una
colpa, acconsento esserne castigato.»
«Fa dunque un addio ai tuoi sogni brillanti, e rinunzia ai favori della
Corte, gli disse il Blount. La tua ambizione avrà bel fermentare, ma
la contea di Devon non vedrà mai in te, che un cadetto di famiglia,
opportuno per rimanersi al lato inferiore della mensa a far parte delle
vivande insieme col cappellano, o per vegghiare che i cani sieno ben
nudriti, e strignere la cinghia al cavallo del suo padrone tutte le
volte che va alla caccia.»
«No (soggiunse fattosi rosso in volto quel giovinetto), no: non accadrà
nulla di questo, sintantochè si farà la guerra nell’Irlanda e ne’
Paesi Bassi; sintantochè l’onde dell’Oceano apriranno un cammino ai
pericoli, alla gloria, ed alla fortuna. Il ricco Occidente nasconde
terre tuttavia sconosciute, e vivono nell’Inghilterra anime abbastanza
ardimentose per tentarne la scoperta. Io vi lascio brevi istanti, o
signori, per far la mia ronda, e vedere se le sentinelle sono al lor
sito.»
«Io credo per certo ch’egli abbia argento vivo invece di sangue» disse
il Blount, che dopo partito il Walter si fece a riguardare Markham.
«Io dico, rispose Markham, che in quella testa e in quel sangue vi è
quanto basta, o per sorgere a somma altezza, o per far tal caduta da
non più rilevarsene. Però, se il chiudere la porta al dottore Masters
fu un atto di temerario ardimento, non si può negare che con esso rendè
al Conte un segnalato servigio, perchè il compagno di Tressiliano disse
in chiari termini, che svegliare Milord, e dargli la morte sarebbero
state cose contemporanee; e per altra parte il Masters è tale, che
sveglierebbe i sette dormienti, se non vedesse un’ordinanza messa in
buona forma dalla facoltà medica, che autorizzasse la continuazione del
lor sonno.»
La mattina cominciava ad innoltrarsi, allor quando Tressiliano giunse
nell’anticamera apportatore di lieta notizia, vale a dire che il
conte di Sussex si era svegliato da se medesimo, che sofferiva meno
internamente, che parlava con ilarità, e scorgersi finalmente nella
sua fisonomia tal brio insolito da molto tempo, che parea nunzio
sicuro d’un cambiamento fattosi nello stato di sua salute. Nel tempo
medesimo, Tressiliano, così incaricato dal Conte, si fece raccontare le
cose accadute nel durar della notte, per portarne allo stesso Conte un
riferto.
Allorchè questi intese il modo, onde il giovine Walter aveva accolto il
medico inviatogli dalla Regina, sorrise da prima; ma dopo aver meditato
un istante, comandò al Blount, suo primo scudiere, facesse allestire
immantinente una barca, e si trasferisse al palazzo di Greenwich,
conducendo seco Walter e Tracy; ed incaricò lo stesso Blount di farsi
interprete presso la Sovrana dell’umile rispetto e della gratitudine in
lui, Sussex, eccitata da tanto regio favore, ed a spiegarle nel tempo
stesso i motivi, che non gli permisero di volgersi ai consigli del
sapiente dottore Masters.
«Possa venir la peste a un tal ordine (disse il Blount, ritornando
nell’anticamera). S’egli mi avesse comandato di portare un cartello
di disfida al Leicester, avrei forse più passabilmente soddisfatto
al dovere di un tale messaggio. Ma presentarmi innanzi alla
graziosa nostra Sovrana, alla cui presenza tutte le parole debbono
essere inzuccherate, e melate come se uscissero della bottega d’un
confettiere, questo è quanto non mi va a verso per nulla. Partiamo
dunque Tracy, e devi seguirmi, o Walter, tu pure; tu che sei la
cagione di tutto questo intrigo: staremo a vedere se il tuo cervello
fecondissimo di artifizi, potrà venire in soccorso d’un uomo che non sa
parlare, fuorchè lo schietto e buon inglese.»
«Non temete di nulla, sclamò il Walter. Io vi toglierò da tutti
gl’impicci. Datemi tempo solamente ch’io vada in cerca del mio
mantello.»
«Del tuo mantello? Non l’hai sulle spalle? Credo che tu perda la testa,
se però mai tu avesti una testa.»
«Che cosa dici? Questo è un vecchio mantello di Tracy. Pensi tu forse
che io voglia mostrarmi alla Corte, non vestito in abito di cerimonia?»
«Già la tua cerimonia non sarà sfoggiata che agli occhi dell’usciere, o
di qualche meschino servitore.»
«Non importa. Voglio mettere il mio mantello, e dar quattro colpi di
spazzola alla mia giubba prima di pormi in cammino.»
«Questo è ben darsi grandi faccende per un mantello e per una giubba!
Andiamo. Sbrigati in nome del cielo.»
Nè andò guari, che si trovarono navigando sul maestoso Tamigi, le cui
acque percosse dal sole brillavano in tutto il loro splendore.
«Ecco due cose che non hanno nulla che le pareggi nell’universo, disse
il Walter a Blount, in cielo il Sole, e sulla terra il Tamigi.»
«I raggi dell’uno, rispose pacatamente Blount, ci schiariranno per
giugnere a Greenwich, e l’acque dell’altro ci condurrebbero più presto
se fosse ora di grosso fiotto.»
«Ecco dove vanno a finire tutti i tuoi pensieri, tutte le tue
inquietudini. Tu non trovi ora altra utilità nel re degli elementi,
e nel re de’ fiumi, che quello di aiutare tre poveri diavoli, quali
siamo, tu, Tracy, ed io, nel portarsi a Corte per fare una visita di
cerimonia!»
«In fede mia, che m’importerebbe assai poco di questa visita! sclamò
il Blount, e risparmierei di tutto buon grado al Sole e al Tamigi
l’incomodo di condurmi laddove io non aveva nessuna voglia di andare, e
laddove m’aspetto per tutta ricompensa d’essere ricevuto come un cane.
E sull’onor mio (soggiunse egli, volgendo gli occhi verso Greenwich,
a cui si avvicinavano a mano a mano), credo bene che avremo fatto un
viaggio inutile, poichè vedo la barca della Regina presso le gradinate
del parco, il che pare indizio, che S. M. voglia andare a diporto
sull’acque.»
Nè s’ingannava egli di fatto. La bandiera inglese sventolava sulla
barca reale, e già i navicellai della Regina, parati delle lor ricche
livree, avvicinavano questa barca alla gradinata che mena al parco
di Greenwich. Due o tre altre barche poste dietro di questa doveano
contenere quella parte del corteggio di Elisabetta, cui non era lecito
entrar nella prima. Le reali guardie del corpo, tolte dai più begli
uomini dell’Inghilterra, formavano doppia schiera, che incominciava
dalla porta del palagio, venendo fino alla riva dell’acqua; talchè
aspettavasi imminente il giugnere della Regina, benchè fosse assai di
buon’ora.
«In verità, tutto ciò non presagisce nulla di favorevole, disse
il Blount. Convien dire che la Regina abbia possenti ragioni per
mettersi in viaggio tanto di buon mattino. Noi faremmo assai meglio
col ritornarcene a Say’s-Court, per ragguagliare Milord di quello che
abbiamo veduto.»
«Di quello che abbiamo veduto! replicò il Walter. E che cosa abbiam
veduto? Una barca, molti navicellai, alcuni soldati vestiti di
scarlatto e armati di labarda. Pensiamo ad adempiere gli ordini di cui
il Conte ne ha incaricati, ed a ragguagliarlo del modo onde la Regina
ci ha ricevuti.»
Dette queste parole, comandò ai battellieri di avvicinare la barca
a tal parte di riva, ove si potesse scendere a terra, perchè pensò
che un riguardo di rispetto non permetteva loro in tal momento il
valersi della gradinata del parco. Allora d’un leggier salto prese a
sponda, seguito indi dal prudente e circospetto Blount, che parea lo
accompagnasse contro sua voglia. Appena presentatisi alla porta della
reggia, intesero che non si poteva lasciargli entrare, stando allora in
atto d’uscir la Sovrana. Per ottenere ciò nonostante la permissione di
più innoltrarsi, adoperarono il nome del conte di Sussex, ma sì fatto
talismano non producendo verun effetto nell’animo dell’uficiale posto
di guardia alla porta, questi rispose loro, non potersi stogliere nè
poco nè assai dalla consegna avuta.
«Non te l’aveva io detto? sclamò il Blount. Andiamo dunque, mio caro
Walter, raggiugniamo la nostra barca, e torniamcene a Say’s-Court.»
«No per Dio; se prima non mi presento alla Regina» rispose
risolutamente l’altro.
«A quel che vedo, sei matto, arcimatto.»
«E tu a quel che vedo, sei diventato una gallina tuffata nell’acqua.
E per bacco! ti ho veduto far fronte ad una dozzina di maledetti
Irlandesi, senza che il loro numero ti spaventasse. Ed ora temi che una
bella signora ti volga un guardo corrucciato.»
Terminava il Walter queste parole, allorchè apertesi le porte del
castello, ne uscirono guardie, poi uscieri, e finalmente Elisabetta
in mezzo alle dame e ai magnati della sua corte, schierati con tale
artifizio, che da qualunque lato lo spettator si trovasse, potea veder
la Regina. Ella era giovane tuttavia, e brillava di tutto quello
splendore che chiamavasi beltà in una Sovrana, ma che avrebbe avuto
nome di apparenza nobile e dignitosa in qualunque grado ella si fosse
trovata. Si appoggiava essa sul braccio del lord Hunsdon, che essendole
parente da lato di madre, ne ricevea spesso tai contrassegni di favore
e di distinzione.
Walter non si era forse mai veduto tanto vicino alla persona della
sua Sovrana; onde si spinse avanti sino alla fila formata dalle
guardie, per non perdere sì fatta occasione di contemplarla a suo
bell’agio. Blount intanto ne maledicea questa, ch’egli chiamava
imprudenza, facendo di tutto per trarlo addietro. Ma Walter se ne
sciolse ben presto, e permettendo al proprio mantello di ondeggiargli
negligentemente sopra una spalla, dispiegò meglio le grazie d’una bella
statura. Levatosi allora il berrettone, fisò gli occhi sulla Regina
con tal atto, che trasparivano da essi ad un tempo e la rispettosa
curiosità che l’accendeva, ed un’ammirazione quanto viva, altrettanto
modesta. Finalmente le guardie colpite dalla sua avvenente fisonomia
e dalla ricchezza degli abiti, comportarono ch’ei si mettesse di pari
nelle loro file; cosa che non erano solite concedere agli spettatori
d’un grado comune. Per tal modo l’intrepido giovinetto si trovò
pienamente esposto agli sguardi d’Elisabetta, non mai indifferente nè
all’ammirazione ch’ella a buon dritto eccitava, nè ai pregi d’esterna
forma che ella scorgesse in alcuno de’ suoi cortigiani. Giunta in
vicinanza del luogo ove stavasi fermo il Walter, lanciò sovr’esso uno
sguardo, che annunziava bensì qualche sorpresa per l’ardire ch’ei
dimostrava, ma non però nessuna specie di risentimento. Accadde cosa,
che dovette più particolarmente chiamare sopra di lui l’attenzione
della Regina. Era piovuto tutta la notte, ed appunto dinanzi al luogo
occupato dal nostro giovane, vedeasi un tratto di terreno coperto
ancora di fango, e sopra quello dovea passar la Regina, che si fece
a titubare per un istante. Ma non titubò il Walter nel togliersi in
un batter d’occhio il suo mantello, e gettarlo su quella parte di
cammino fangosa, onde la Sovrana vi tragittasse a piedi asciutti. E
tale atto, in cui comprendevansi e cortesia ed affezione di suddito,
accompagnò egli con un rispettoso saluto, cui cresceva grazia il suo
volto copertosi d’improvviso rossore. La Regina tornò ad alzar gli
occhi sopra di lui, e provando un istante di confusione, ed arrossendo
a sua volta, gli fece un gentil cenno col capo; poi affrettatasi in suo
cammino, salì la barca senza profferire una sola parola.
«Ebbene, re degli storditi, gli disse Blount, adesso sì avrai il
diletto di far passeggiare la spazzola sul tuo mantello. Se era in
te mente di formarne un tappeto per mettervi i piedi, tanto valeva
conservare quello di Tracy; il bigello almeno non teme le macchie.»
«Questo mantello (disse il Walter, piegandolo in guisa da poterselo
portare sul braccio) non verrà mai spazzolato sintantochè m’appartenga.»
«E non ti apparterrà lungo tempo, se non ne farai miglior conto. Noi ti
vedremo ben presto _in cuerpo_, come dicono gli Spagnuoli.»
In questo, il loro colloquio venne interrotto da un usciere della
Regina.
«Io cerco (diss’egli guardando per tutto con attenzione) un giovine
senza mantello, o con il mantello coperto di fango. Siete voi
senz’altro, diss’egli a Walter: abbiate la bontà di venire con me.»
«Egli è del mio seguito, disse Blount; io sono il primo scudiere del
nobile conte di Sussex.»
«Tutto ciò è possibilissimo, rispose l’usciere, ma io porto gli ordini
immediati di Sua Maestà, nè riguardano essi che questo signore.»
Dette tali parole, si allontanò facendo cenno al Walter di seguirlo,
mentre gli occhi del Blount rimasto addietro gli uscivano della
testa; tanto era l’eccesso della sua maraviglia. «Chi diavolo voleva
immaginare questa faccenda?» finalmente egli sclamò, e scotendo il capo
in aria di chi non vede andar le cose a suo modo, raggiunse la barca, e
se ne tornò solo a Say’s-Court.
Intanto l’usciere condusse il Walter verso il Tamigi e fino alla grande
gradinata, usandogli sempre i più rispettosi modi; la qual cosa non è
di mal augurio in simili circostanze. Poi lo fece entrare in una delle
picciole barche preste a seguire quella della Regina, che già navigava
rapidamente in mezzo del fiume col favore del grosso fiotto, favore di
cui lamentò la mancanza il nostro Blount nel trasferirsi a Greenwich.
I due navicellai obbedendo ad un segnale fatto lor dall’usciere,
remigarono con tanta forza, che in pochi minuti si trovarono appresso
alla barca della Regina, ov’ella stavasi seduta sotto magnifico
padiglione con due o tre dame del suo corteggio ed alcuni grandi
uficiali della regia casa. La Sovrana volse più d’una fiata gli occhi
ed alla barca che le si avvicinava ed all’avvenente giovane che sovra
essa venia trasportato, e nel tempo stesso diceva sorridendo alcune
parole alle persone che la corteggiavano. Finalmente uno fra que’
signori, certamente per avere ordinato così la Regina, fece segno ai
navicellai che accostassero la barca, poi disse a Walter di passare in
quella della Sovrana, al qual cenno egli ubbidì con agilità e grazia
eguali. Ritrattasi la barca che lo avea trasportato, ei venne condotto
alla presenza di Elisabetta. Sostenne esso gli sguardi di Sua Maestà
con una modesta sicurezza, e s’anco un leggiero imbarazzo scorgeasi
in lui, ne avea nuovo spicco la vaghezza delle sue forme. Teneasi
costantemente sul braccio il mantello coperto di fango, e fu questo
come è ben da credersi, che diede alla Regina il primo argomento di
movergli accenti.
«Voi avete quest’oggi rovinato un ricco mantello, o giovinetto; noi vi
ringraziamo per tale servigio, benchè nel prestarlo vi siate stolto
alcun poco dalle forme ordinarie, e vi abbiate aggiunto alquanta
arditezza.»
«L’arditezza si fa dovere per un suddito, rispose Walter, quando è
d’uopo d’arditezza nel servire il proprio Sovrano.»
«Viva Dio! egli ha risposto bene, o Milord (disse la Regina, volgendosi
ad un grave personaggio che stavale a canto, e che solamente le
rispondea con un dignitoso chinar di capo in segno di approvazione).
Ebbene, o giovinetto, la galanteria onde sfoggiasti non andrà priva di
ricompensa. Ti trasferirai presso l’intendente della nostra guardaroba,
e troverai l’ordine perchè ti dia un altro mantello, invece di quello
che danneggiasti per nostro servigio; tu ne avrai uno de’ più ricchi, e
de’ meglio foggiati secondo l’usanza del giorno: te lo prometto in fede
di Principessa.»
«Non tocca ad un umile servo della Maestà Vostra, disse titubando
Walter, discutere intorno i favori, che degnate concedergli, ma se mi
fosse permesso lo scegliere......»
«Tu preferiresti che ti si donasse oro, lo indovino, disse
interrompendolo Elisabetta. Oh no, giovane! no. È per me un rossore
il dirlo, ma nella nostra capitale si trovano tanti modi di spendere
il denaro in follie, che il presentarne ai giovani, gli è un gettar
l’olio sul fuoco, un fornirli d’armi contro di lor medesimi. Se il
Cielo mi conceda più lunga vita, metterò un limite a questi disordini.
Ciò nondimeno, tu non sei forse ricco, fors’anche i tuoi parenti son
poveri..... Ebbene, sì, tu avrai denaro; ma è d’uopo tu mi renda conto
dell’uso che vorresti farne.»
Walter aspettò con pazienza che la Regina avesse terminato il suo dire,
per assicurarla indi modestamente, che dell’offertogli mantello, l’oro
era anche assai meno la meta cui egli aspirasse.
«E che? sclamò la Regina; nè il nostro oro, nè un mantello ti possono
contentare! Qual cosa brami tu dunque?»
«Bramo soltanto, o Regina, se non è portar troppo alto le mie
pretensioni, il vostro assenso, ond’io porti sempre questo mantello,
che vi arrecò sì lieve servigio.»
«Il mio assenso, onde tu porti il tuo mantello! E poss’io negartelo, o
giovinetto?»
«Oh! questo mantello non è più mio. Dacchè il piede di Vostra Maestà lo
calcò, è divenuto degno di un Principe; egli è troppo sfarzoso per un
uomo della mia condizione.»
La Regina arrossì nuovamente, e si sforzò di coprire con un riso non
naturale un lieve grado di sorpresa e di confusione, che non le erano
per altro discare.
«Udiste mai nulla di consimile, o Lordi? La lettura dei romanzi ha
volto il capo a questo povero giovine. È d’uopo io sappia chi egli sia
per mandarlo in istato di sicurezza ai suoi genitori. Chi siete voi,
giovinetto?»
«Gentiluomo della casa del Conte di Sussex, che mi aveva qui spedito
col suo primo scudiere per arrecare un messaggio alla Maestà Vostra.»
Pronunziato appena questo nome, l’aria di favore con cui la Regina avea
sino a quell’istante contemplato Walter si dileguò, e diede luogo a
disdegnosi modi e severi.
«Il lord Sussex, diss’ella, ci ha insegnato in qual prezzo dobbiamo
avere i suoi messaggi, col farne conoscere il conto ch’ei fa de’
nostri. In questa istessa mattina, e ad un’ora che non è ordinaria,
abbiamo spedito a lui il nostro medico, tosto che sapemmo essere più
seria la sua infermità di quello che si era immaginato da prima.
Non v’è Corte d’Europa in cui si trovasse un uomo più sapiente del
dottore Masters, ed egli presentavasi in nostro nome alla casa di uno
fra i nostri sudditi. Nondimeno trovò la porta di Say’s-Court difesa
da uomini armati di colubrine, come se quel castello fosse stato
situato sulle frontiere della Scozia, e non in vicinanza della nostra
medesima Corte. Ha chiesto in nostro nome che gli si aprisse, ed ha
sofferto l’affronto di un rifiuto. Noi non riceveremo, almeno per
ora, alcuna scusa sul disprezzo, con cui Milord ha contraccambiato un
contrassegno di bontà che fu ancor troppo grande. Vi avverto di ciò,
perchè m’immagino altro non essere lo scopo del vostro messaggio che il
presentarci scuse a nome del Conte.»
Questi detti furono pronunziati con un tuono, e con gesti tali, onde
ne fremessero tutti que’ cortigiani presenti che parteggiavano per il
Sussex. Ma non ne fu atterrito quel solo a cui il discorso era volto.
Non cessò appena di parlar la Regina, che alzando gli occhi verso di
lei, le disse in modo umile e rispettoso Walter: «Supplico la Maestà
Vostra a permettermi dirle, ch’io non sono incaricato di presentarle
scuse per parte del conte di Sussex.»
«E di che vi ha dunque incaricato, o signore? (sclamò la Regina con
quell’impeto, che comunque altre nobilissime prerogative d’animo il
bilanciassero, formava la parte principale della sua indole). Vi ha
forse incaricato di giustificarlo, o per la morte di Dio[6] di venir
qui a disfidarci?»
«Il conte di Sussex, rispose Walter, conosceva tutta la gravezza della
colpa che fu commessa, nè pensò che ad assicurarsi del colpevole e ad
inviarlo a voi per metterlo affatto nel vostro arbitrio. Ma il Conte
dormiva profondamente, quando giunse il dottore Masters, perchè il
suo medico gli avea fatto bere una pozione a tal fine. Questa mattina
soltanto nello svegliarsi seppe il clemente messaggio della Maestà
Vostra, e il rifiuto dato al medico nell’atto ch’egli stava per
entrare.»
«Ciò cambia lo stato della quistione, disse la Regina con tuono
alquanto più mite. Ma chi fu quello fra i suoi servitori, ardito assai
per negare l’ingresso del castello al mio proprio medico che veniva a
curare il Conte per ordine mio?»
«Il colpevole vi sta dinanzi, o Regina (rispose Walter accompagnando
con profondo inchino tale risposta). Sopra di me solamente dee cadere
tutto il biasimo di quanto accadde, e giustamente Milord m’inviò al
cospetto vostro, per sottopormi alle conseguenze di un fallo, di cui
egli è tanto innocente, quanto degli atti operati da un uomo desto sono
innocenti i pensieri di chi sta immerso nel sonno.»
«Tu! Sei tu veramente che negasti l’ingresso di Say’s-Court al mio
medico mandatovi da me medesima! Qual cagione potè inspirare cotanta
audacia ad un giovane sì affezionato... o almeno il cui esterno mostra
tanta affezione alla sua Sovrana?»
«Regina (disse Walter, che in mezzo all’apparenza di severità, onde
cercava tuttavia coprirsi il volto della Sovrana, scorgeva com’ella
fosse propensa a non avere per imperdonabile un tal delitto), suol
dirsi nel mio paese, che un medico per un certo tempo è il sovrano
del suo ammalato. Ora il mio nobile padrone, nel tempo appunto
ch’io mi rendetti colpevole, si era assoggettato ad un medico, le
cui prescrizioni gli divennero grandemente vantaggiose, e che aveva
pronunziata in pericolo la vita del medesimo, ogni qualvolta si avesse
voluto svegliarlo.»
«Il tuo padrone avrà data la sua confidenza a qualche miserabile
empirico.»
«Gli è quanto ignoro, o Regina; so bene ch’ei si risvegliò sta mane
trovandosi molto più sollevato che non lo era da parecchi giorni.»
In tale momento le persone del corteggio della Regina si guardarono
in volto le une coll’altre, non per comunicarsi cogli sguardi le loro
osservazioni, ma per leggere nelle scambievoli fisonomie l’effetto che
una tal notizia producea negli animi di ciascuno. La Regina rispose
tantosto, senza curarsi di palliare la soddisfazione venutale da tale
notizia: «Per fede mia godo assai in udire ch’egli stia meglio. Ma tu
fosti ben ardito nel ricusare l’ingresso al medico ch’io inviai. Ignori
tu forse quel detto della santa Scrittura, starsi la sicurezza nella
moltitudine dei consigli?[7]»
«Non lo ignoro, o mia Sovrana; ma intesi anche molti dotti i quali
pretendono che la _sicurezza_, a cui questo passo di scrittura si
riferisce, riguardi il medico e non l’ammalato.»
«In verità, disse la Regina, non so qual cosa rispondergli perchè non
sono troppo disinvolta nella sposizione dell’Ebraico. Che ne dite voi,
milord di Lincoln? Questo giovane ha egli interpetrato come doveasi il
sacro testo?»
«Il vocabolo _sicurezza_, o Regina, disse il vescovo di Lincoln, sembra
essere stato accettato con troppa fretta per rendere il senso della
parola Ebraica...»
«Già ve l’ho detto milord, coll’Ebraico non ho gran confidenza. Or
ditemi, o giovinetto, qual è il vostro nome, qual è la vostra famiglia?»
«Regina, io mi chiamo Walter Raleigh e sono tra i figli cadetti d’una
famiglia numerosa ma onesta della contea di Devon.»
«Raleigh! (disse Elisabetta dopo d’avere meditato un istante): non
avete voi militato in Irlanda?»
«Sì, o Regina; ma non posso aver tanta fortuna, che le poche cose da
me operate colà abbiano fatto pervenire il mio nome sino all’orecchio
della Maestà Vostra.»
«Oh! Il mio orecchio si estende più in là che nol credete, o Raleigh.
Mi ricordo assai bene d’un giovane che, nella contea di Shannon, difese
il passaggio di un fiume contro una truppa d’Irlandesi ribelli, e che
ne tinse le acque col loro sangue e col proprio.»
«Se il mio sangue fu versato in quella occasione, (disse il Walter
chinando gli occhi) non ho fatto che soddisfare una parte di mio
debito, perchè tutto il sangue che scorre nelle mie vene è sacro al
servigio di Vostra Maestà.»
«È assai, disse la Regina, che in età così giovane tu abbia combattuto
sì valorosamente, e tu posseda ad un tempo tanta facondia. Non mi
starò nondimeno dal punirti per avere chiusa la porta in faccia al mio
povero Masters. Quest’uomo rispettabile si è guadagnata una flussione
sull’acque del Tamigi. Egli giugneva da Londra ove avea fatte molte
visite, allorchè gli arrivò il mio comando; pure si fece un dovere, un
affare di coscienza di partir tosto alla volta di Say’s-Court. Io ti
condanno dunque, o Raleigh, a portare coperto di fango il tuo mantello,
sintantochè mi piaccia decretare altrimenti. Ed eccoti l’ornamento
ch’io pretendo tu porti al collo» aggiunse ella, presentandolo d’un
gioiello legato in oro, simile quanto alla forma ad una pedina del
giuoco degli scacchi.
Walter, al quale la natura avea insegnato tutta quell’arte, cui
solamente dopo una lunga esperienza si fa destra la maggior parte dei
Cortigiani, piegò un ginocchio a terra, imprimendo un bacio sopra la
mano, d’onde gli veniva tal dono. Fors’egli sin da quel punto superava
tutti i circostanti nel saper accoppiare il devoto rispetto che debbesi
ad una Regina, e l’omaggio della galanteria chiesto imperiosamente
dalla beltà. Ed in questo primo tentativo di combinare tai riguardi,
tanto maestrevolmente riuscì, che ne furono paghi e la vanità personale
di Elisabetta, e la sua ambizione di dominare.
Se la Regina rimase contenta di questo primo abboccamento avuto con
Walter Raleigh, non tardò a coglierne gradevol frutto anche il conte di
Sussex.
«Lordi, e Milady (sì disse la Regina, volgendosi alle persone del
suo corteggio) poichè ci troviamo già sul Tamigi, credo sarebbe cosa
assai ben fatta il rinunziare al nostro divisamento di trasferirci a
Londra, sostituendogli l’altro di fare una gradevol sorpresa al povero
conte di Sussex. Egli è infermo, e i suoi patimenti raddoppiarono,
non v’ha dubbio, per la tema nata in lui d’averne spiaciuto; mentre
poi l’ingenua confessione di questo giovane stordito lo giustifica
pienamente. Che ne giudicate voi? Non sarebb’ella una bell’opera di
misericordia il recargli tal conforto siccome riuscirà per lui la
visita di una Sovrana alla quale prestò così eminenti servigi?»
Ben crederà ognuno, che fra coloro, cui si volse la Regina a chiedere
consiglio in sì fatto modo, non ne fu un solo il quale aprisse bocca
per ispiegare contrario avviso.
«Vostra Maestà, disse il vescovo di Lincoln, è l’aria che ci fa vivere.»
I militari soggiunsero, la presenza della Sovrana essere siccome la
cote che affila la sciabola del soldato.
Gli uomini di Stato giudicarono, che l’aspetto della Regina era la luce
rischiaratrice d’ogni consiglio de’ ministri.
Tutte quelle matrone finalmente s’accordarono in dire, che niun signore
dell’Inghilterra pareggiava il conte di Sussex nel meritare i favori
della sua Sovrana; _senza far pregiudizio ai diritti del Conte di
Leicester_, soggiunsero però quelle che aveano maggiore accorgimento in
politica. Ma la Regina non mostrò di por mente a questa clausola.
I navicellai pertanto ebbero l’ordine di fermare la barca a Depford
nel luogo il più prossimo a Say’s-Court, affinchè la Regina potesse
soddisfare prontamente questa sollecitudine degna d’una vera madre dei
sudditi, col trasferirsi in persona a rintracciare notizie intorno la
salute del conte di Sussex.
Walter, che nella scioltezza del suo ingegno prevedea le conseguenze
rilevanti, cui talora davano origine gli avvenimenti più semplici in
apparenza, si fece frettoloso di chiedere alla Regina la permissione
di precederla in una barca leggiera per annunziare sì gradita visita
al suo padrone; ed a tale inchiesta dava disinvoltamente colore col
dire, che un eccesso di gioia e dolce sorpresa, nello stato mal messo
di salute in cui trovavasi il Conte, avrebbe potuto nuocergli se troppo
improvviso, come talvolta il cordiale più ristorativo, amministrato
senza qualche cautela, torna in danno d’un infermo, che una lunga
malattia abbia sfinito.
Ma, sia che la Regina trovasse troppo presuntuoso il contegno d’un
giovinetto che apriva un avviso alla presenza di lei senza esserne
stato richiesto, o fosse piuttosto il desiderio ch’ella aveva di
verificare se il castello di Say’s-Court ringorgava d’uomini armati ad
uso di piazza di guerra, come ne era stata assicurata, rispose assai
severamente a Raleigh, si riserbasse i suoi consigli pel momento in cui
gli verrebbero domandati. Dopo di che, replicò il comando affinchè si
approdasse a Depford, soggiugnendo: «noi vedremo co’ nostri occhi qual
sia l’ordine di casa che tiene il Conte.»
Intanto il Walter facea da se medesimo queste meditazioni. «Il Cielo
a quanto pare ha volto verso di noi un occhio di compassione; ma non
vorrei...... I cuori ben fatti non mancano attorno al Conte; ma le
buone teste... Oh! le buone teste sono assai scarse... E la sua salute
è troppo sconcertata perchè possa dar ordini da se stesso. Figuratevi!
Tutti saranno intenti a far colezione quando arriviamo. Blount avrà
innanzi di sè le sue aringhe di Yarmout e un boccale di birra; Tracy
i suoi sanguinacci e un fiasco di vino del Reno; quegli spensierati
di Gallois, Thomas, Ap, Rice e Evan la loro zuppa coi porri, e il
lor formaggio liquefatto, tutte cose che non sanno nè di rosa nè di
gelsomino; e si dice che la Regina abborrisce questi odori gagliardi.
Pensassero almeno a bruciare un poco di ramerino nell’anticamera!....
Ma voga galera! Fidiamci alla fortuna che per vero dire non mi ha
trattato male questa mattina. Ci ho rimesso un bel mantello; ma spero
di aver già fatto carriera alla Corte. Possa almeno quest’incidente
tornare a vantaggio del rispettabile Sussex!»
Giunta bentosto la barca a Depford, la Regina scese a terra in mezzo
alle acclamazioni, che non mancavano mai quando ella facea mostra di
sè; e si trasferì a piedi sotto di un baldacchino, e accompagnata da
tutto il suo seguito a Say’s-Court.
Le gioiose grida di una intera popolazione furono quelle che diedero
al castello il primo annunzio dell’arrivo della Sovrana. E il Sussex
stava appunto consigliando con Tressiliano sui modi da tenersi per
riguadagnare il favore d’Elisabetta, ch’ei temeva avere perduto,
allor quando dal giugnere di lei fu sorpreso, ed in qualche modo
impacciato. Non già ch’egli ignorasse esser costume della Regina il far
di tai visite ai grandi personaggi della Corte, fossero eglino sani o
ammalati: ma un arrivo sì inaspettato non gli lasciava il tempo di fare
per riceverla que’ preparamenti, ch’egli sapeva quanto allettassero
la vanità di tale Regina. Per altra parte, la confusione che dominava
in un castello tutto pieno di militari, e fatta maggiore dalla
circostanza della sua infermità, rendea il soggiorno poco opportuno in
quell’istante ad essere onorato da una regale presenza.
Imprecando nel suo interno il caso che gli procurava sì d’improvviso
tal graziosa visita, si accinse affrettatamente a discendere con
Tressiliano, che allora appunto aveva terminato di raccontargli la
storia d’Amy.
«Mio caro amico, conchiuse con dirgli il Sussex, potete star certo che
per riguardi così di giustizia come dell’affezione che ho per voi, vi
sosterrò il più possibile in questo affare. Mancano pochi istanti ad
accorgerci s’io godo ancora di qualche credito presso la Regina, o
se in vece col voler proteggere la vostra inchiesta, non vi diverrei
pregiudizievole, anzichè utile.»
Così dicendo ei metteva con sollecitudine le braccia entro una specie
di lunga veste foderata di pelliccia, e dava al suo aggiustamento tutta
la cura a lui permessa dai brevi istanti che gli rimanevano prima di
comparire dinanzi alla Sovrana. Ma quand’anco avesse potuto adoperare
la massima diligenza nel suo abbigliamento, non potea questa cancellar
l’orme che una infermità pericolosa aveva lasciate sopra lineamenti
più espressivi di quel che fossero gradevoli. Picciolo inoltre di
statura, comunque una struttura atletica e larghe spalle il rendessero
quanto mai atto agli esercizi militari, la sua comparsa in una sala
non era quella di tal uomo, su cui dovessero fermarsi con ansietà gli
sguardi femminili. E ben supponevasi generalmente, che questo esterno
svantaggioso del conte di Sussex, a malgrado della stima in cui lo
tenea la Regina, gli nuocesse nell’animo di lei, allorquando ella il
paragonava con Leicester, l’uomo più avvenente e il più adorno di
grazie che quella Corte si avesse.
Tutta la premura che di far presto si diede il Conte non gli permise
che d’essere nella sala sull’istante medesimo in cui vi giugneva la
Regina, e s’avvide che una nube ne ingombrava la fronte; e questa
nube era sorta fin quando ella vide il castello guardato con tanta
accuratezza, come se fosse tempo di guerra, e pieno di soldati e di
gentiluomini armati; onde, fin dai primi accenti ch’ella mosse al
Conte, espresse il disgusto del proprio animo.
«Ci troviamo noi in una piazza assediata, o Milord? Ovvero per isbaglio
avremmo noi oltrepassato il castello di Say’s-Court, e sarebbe questa
la nostra torre di Londra?»
Lord Sussex incominciò a balbettare alcuni accenti di scusa.
«Non fa d’uopo di scusa, o Milord, gli disse la Regina. Non ignoriamo i
dispareri che passano tra voi, ed un altro signore della nostra casa,
ed abbiamo anzi divisato di prendercene serio pensiero, e di frenare
la libertà di cignervi di gente armata, e potrei dire di stipendiati
duellanti, come se in vicinanza della nostra capitale, e a canto
della nostra reale residenza, voi vi preparaste ad una guerra civile
l’uno contro dell’altro. Godiamo però di trovare migliorata la vostra
salute, benchè non abbia potuto averne merito il dotto medico che vi
spedimmo... Risparmiate le scuse, o Milord. So quanto è accaduto a tale
proposito, ed ho ammonito come dovevasi questo giovane spensierato,
questo Walter Raleigh, del quale, sia detto per incidenza, ho divisato
liberare la vostra casa per prenderlo nella nostra. Egli ha certe
qualità d’animo fatte per ramificar meglio in mia Corte, che in mezzo
alla gente armata di cui vi faceste un antemurale.»
Sussex rispose a tale annunzio con un rispettoso inchino, senza
intender troppo fra se medesimo qual fosse il motivo, onde la Regina
si prendesse tanta cura per questo giovane. Egli la supplicò ad
accettare qualche reficiamento; ma non vi acconsentì la Regina. E
però dopo alcuni complimenti di stile, più freddi assai che non li
dava ad immaginare una visita apparentemente presaga di favore, la
Regina abbandonò il castello di Say’s-Court, ove col suo arrivo gettò
confusione, ed ove col modo di quel dipartirsi, lasciò il dubbio,
l’inquietudine ed il timore.