CAPITOLO VII.

»Ebbene, i miei cari storditi! è questo

il modo di fare il servigio, o di

compiere i propri doveri? Che cosa è

accaduto dello stupido inviato qui per

mio ordine?

_Shakespeare._

L’istante, in cui le persone si mostrano l’una all’altra in forma

più svantaggiosa, e che produce parimente in ciascheduna una tal

quale molestia, si è quello del primo albeggiare, se sorprende

uomini, che abbiano passata vegghiando tutta la notte. Anche una

donna di bellezza la più peregrina, allorchè lo schiarire del giorno

mette fine ai diletti di una festa da ballo, opererebbe con senno,

sottraendosi agli sguardi sin delle persone più ardenti nell’adorarla

e ammirarla. Produttrice di simile effetto era la luce pallida,

sgradevole ed incomoda, che incominciava a spargersi sopra coloro,

che vegghiato avevano tutta la notte nell’anticamera del conte di

Sussex, luce che mescolava una tinta turchiniccia ai raggi, fra il

rosso e il giallo, mandati tuttavia da quelle lampade cui mancava già

l’alimento alla fiamma, e dalle torce che stavano per ispegnersi. Il

giovine gentiluomo, di cui facemmo parola nel capitolo precedente,

aveva abbandonato questa sala per andare a vedere chi picchiasse alla

porta del castello, e nel suo ritorno rimase sì attonito in vedere il

pallore e la sformazione dei volti di que’ suoi compagni, che esclamò:

«Per l’anima mia, padroni miei, si direbbe che siete altrettanti

barbaggianni. M’aspetto, quando leva il sole, vedervi volar tutti, e

cogli occhi incantati correre alla presta a nascondervi entro il tronco

infracidito d’un vecchio albero, o nel primo buco che trovate d’un muro

diroccato.»

«Taci là, testa sventata, disse il Blount. Ti par questo un momento da

scherzare, mentre nella vicina stanza l’Onore dell’Inghilterra manda

forse l’estremo sospiro?»

«Tu ne menti» rispose il Walter.

«Io mentire! (replicò il Blount, levatosi da sedere), io mentire! Ed è

con me che tu parli in sì fatta guisa?»

«Sì, bravo Blount, tu ne menti; ma non ti prendere la mosca al naso per

una parola. Io amo ed onoro Milord quanto il faccia alcun altro di voi;

pure se anco piacesse al Cielo di chiamarlo a sè, non direi per questo

sparito l’onore dall’Inghilterra. Ei vi rimarrà sempre sintantochè vi

sarai tu o Blount, sintantochè vi saranno e Markham e Tracy, e tanti

altri nostri camerata.»

«Fra i quali certamente non ti starai dall’annoverar te medesimo.»

«Figurati! e soggiungo di più essere io quello che farà valer meglio

l’ingegno compartitoci da Domeneddio.»

«Ne vorresti far sapere il segreto che hai per giugnere a questa

supremazia?»

«Perchè no? Voi siete come quelle buone terre dalle quali non si

raccoglie nulla, perchè appunto si crede che non abbisognino di

concime. Io al contrario sono un fondo forse men fertile per se stesso,

ma l’ambizione lo mantiene di continuo in tale fermento che lo farà

produttivo.»

«La cosa di cui prego il Cielo, si è che tu non divenga matto. Quanto

a me, se noi perdiamo il nobile Conte, dico addio alla Corte, e ai

campi di battaglia. Possedo cinquecento acri di terra nella contea di

Norfolk, e vado a seppellirmivi, ed a cambiare in una vanga la mia

corazza.»

«Vile metamorfosi! Però fai bene, perchè tu hai veramente una schiena

d’agricoltore; le tue spalle sono incurvate, come se ti abbassassi ad

ogni istante per tenere l’aratro; poi senti odor di terra, invece di

olezzar profumi, come il dovrebbe un cortigiano galante. In vero si

direbbe che tu esci in questo momento di mezzo ad un mucchio di fieno;

nè avresti altra scusa da addurre, se non che la figlia dell’affittuale

è una bella ragazza.»

«A parte gli scherzi, o Walter, gli disse Tracy, non ne sono questi

nè il tempo, nè il luogo. Dinne piuttosto chi venne a picchiare alla

porta?»

«Ah! il dottor Masters, medico della Regina, che per ordine immediato

di lei veniva ad informarsi sulla salute del Conte.»

«Corbezzoli! Sclamò Tracy, non è questo un piccolo contrassegno di

favore. Se il Conte ricupera la salute, il sig. di Leicester potrà

tuttavia avere in lui un emulo formidabile. Ma dov’è dunque il dottore?»

«Sulla strada di Greenwich (rispose Walter), ed assai arrabbiato.»

«Come sarebbe a dire? sclamò Tracy. Spero bene che non gli avrai negato

l’ingresso.»

«Oh certamente! non avrai commessa una tale mattezza!» soggiunse il

Blount.

«Eppure l’ho congedato con quel garbo, che tu metteresti, o Blount, a

mandar via un mendicante, ovvero tu, o Tracy, un tuo creditore.»

«Dalla parte di tutti i diavoli, perchè l’hai tu lasciato fuor della

porta?» dimandarono a coro Blount e Tracy.

«Perchè lo stare fuori della porta conviene meglio alla sua età che

alla mia.»

«Ma questo atto di tua storditaggine va ad essere la nostra rovina.

Viva ora, o muoia Milord, non otterrà mai più uno sguardo favorevole

dalla Sovrana.»

«E gli mancheranno i modi di far la fortuna de’ suoi partigiani

(aggiunse Walter sorridendo schernevolmente). Ecco la piaga segreta,

delicata, che non può toccarsi. Signori, io ho fatto sonar men alto

di voi le mie lamentazioni intorno la malattia di Milord, ma quando è

il momento di rendergli servigio, non la cedo a nessuno. Se io avessi

permesso a questo sapiente dottore di penetrare nella camera del

Conte, non comprendete voi, che tra questo medico, e l’altro venuto

con Tressiliano, sarebbe nato un bordello, capace non solamente di

svegliare l’infermo, ma perfino i morti? Credo che una campana a

martello faccia minore strepito d’una disputa insorta fra due dottori.»

«E chi prenderà sopra di sè il biasimo d’aver contravvenuto agli ordini

della Regina? domandò Tracy; perchè, non v’ha dubbio, il dottore

Masters veniva per comando assoluto di sua Maestà a curare il Conte.»

«Io mi assumerò questo biasimo, disse Walter, e se ho commessa una

colpa, acconsento esserne castigato.»

«Fa dunque un addio ai tuoi sogni brillanti, e rinunzia ai favori della

Corte, gli disse il Blount. La tua ambizione avrà bel fermentare, ma

la contea di Devon non vedrà mai in te, che un cadetto di famiglia,

opportuno per rimanersi al lato inferiore della mensa a far parte delle

vivande insieme col cappellano, o per vegghiare che i cani sieno ben

nudriti, e strignere la cinghia al cavallo del suo padrone tutte le

volte che va alla caccia.»

«No (soggiunse fattosi rosso in volto quel giovinetto), no: non accadrà

nulla di questo, sintantochè si farà la guerra nell’Irlanda e ne’

Paesi Bassi; sintantochè l’onde dell’Oceano apriranno un cammino ai

pericoli, alla gloria, ed alla fortuna. Il ricco Occidente nasconde

terre tuttavia sconosciute, e vivono nell’Inghilterra anime abbastanza

ardimentose per tentarne la scoperta. Io vi lascio brevi istanti, o

signori, per far la mia ronda, e vedere se le sentinelle sono al lor

sito.»

«Io credo per certo ch’egli abbia argento vivo invece di sangue» disse

il Blount, che dopo partito il Walter si fece a riguardare Markham.

«Io dico, rispose Markham, che in quella testa e in quel sangue vi è

quanto basta, o per sorgere a somma altezza, o per far tal caduta da

non più rilevarsene. Però, se il chiudere la porta al dottore Masters

fu un atto di temerario ardimento, non si può negare che con esso rendè

al Conte un segnalato servigio, perchè il compagno di Tressiliano disse

in chiari termini, che svegliare Milord, e dargli la morte sarebbero

state cose contemporanee; e per altra parte il Masters è tale, che

sveglierebbe i sette dormienti, se non vedesse un’ordinanza messa in

buona forma dalla facoltà medica, che autorizzasse la continuazione del

lor sonno.»

La mattina cominciava ad innoltrarsi, allor quando Tressiliano giunse

nell’anticamera apportatore di lieta notizia, vale a dire che il

conte di Sussex si era svegliato da se medesimo, che sofferiva meno

internamente, che parlava con ilarità, e scorgersi finalmente nella

sua fisonomia tal brio insolito da molto tempo, che parea nunzio

sicuro d’un cambiamento fattosi nello stato di sua salute. Nel tempo

medesimo, Tressiliano, così incaricato dal Conte, si fece raccontare le

cose accadute nel durar della notte, per portarne allo stesso Conte un

riferto.

Allorchè questi intese il modo, onde il giovine Walter aveva accolto il

medico inviatogli dalla Regina, sorrise da prima; ma dopo aver meditato

un istante, comandò al Blount, suo primo scudiere, facesse allestire

immantinente una barca, e si trasferisse al palazzo di Greenwich,

conducendo seco Walter e Tracy; ed incaricò lo stesso Blount di farsi

interprete presso la Sovrana dell’umile rispetto e della gratitudine in

lui, Sussex, eccitata da tanto regio favore, ed a spiegarle nel tempo

stesso i motivi, che non gli permisero di volgersi ai consigli del

sapiente dottore Masters.

«Possa venir la peste a un tal ordine (disse il Blount, ritornando

nell’anticamera). S’egli mi avesse comandato di portare un cartello

di disfida al Leicester, avrei forse più passabilmente soddisfatto

al dovere di un tale messaggio. Ma presentarmi innanzi alla

graziosa nostra Sovrana, alla cui presenza tutte le parole debbono

essere inzuccherate, e melate come se uscissero della bottega d’un

confettiere, questo è quanto non mi va a verso per nulla. Partiamo

dunque Tracy, e devi seguirmi, o Walter, tu pure; tu che sei la

cagione di tutto questo intrigo: staremo a vedere se il tuo cervello

fecondissimo di artifizi, potrà venire in soccorso d’un uomo che non sa

parlare, fuorchè lo schietto e buon inglese.»

«Non temete di nulla, sclamò il Walter. Io vi toglierò da tutti

gl’impicci. Datemi tempo solamente ch’io vada in cerca del mio

mantello.»

«Del tuo mantello? Non l’hai sulle spalle? Credo che tu perda la testa,

se però mai tu avesti una testa.»

«Che cosa dici? Questo è un vecchio mantello di Tracy. Pensi tu forse

che io voglia mostrarmi alla Corte, non vestito in abito di cerimonia?»

«Già la tua cerimonia non sarà sfoggiata che agli occhi dell’usciere, o

di qualche meschino servitore.»

«Non importa. Voglio mettere il mio mantello, e dar quattro colpi di

spazzola alla mia giubba prima di pormi in cammino.»

«Questo è ben darsi grandi faccende per un mantello e per una giubba!

Andiamo. Sbrigati in nome del cielo.»

Nè andò guari, che si trovarono navigando sul maestoso Tamigi, le cui

acque percosse dal sole brillavano in tutto il loro splendore.

«Ecco due cose che non hanno nulla che le pareggi nell’universo, disse

il Walter a Blount, in cielo il Sole, e sulla terra il Tamigi.»

«I raggi dell’uno, rispose pacatamente Blount, ci schiariranno per

giugnere a Greenwich, e l’acque dell’altro ci condurrebbero più presto

se fosse ora di grosso fiotto.»

«Ecco dove vanno a finire tutti i tuoi pensieri, tutte le tue

inquietudini. Tu non trovi ora altra utilità nel re degli elementi,

e nel re de’ fiumi, che quello di aiutare tre poveri diavoli, quali

siamo, tu, Tracy, ed io, nel portarsi a Corte per fare una visita di

cerimonia!»

«In fede mia, che m’importerebbe assai poco di questa visita! sclamò

il Blount, e risparmierei di tutto buon grado al Sole e al Tamigi

l’incomodo di condurmi laddove io non aveva nessuna voglia di andare, e

laddove m’aspetto per tutta ricompensa d’essere ricevuto come un cane.

E sull’onor mio (soggiunse egli, volgendo gli occhi verso Greenwich,

a cui si avvicinavano a mano a mano), credo bene che avremo fatto un

viaggio inutile, poichè vedo la barca della Regina presso le gradinate

del parco, il che pare indizio, che S. M. voglia andare a diporto

sull’acque.»

Nè s’ingannava egli di fatto. La bandiera inglese sventolava sulla

barca reale, e già i navicellai della Regina, parati delle lor ricche

livree, avvicinavano questa barca alla gradinata che mena al parco

di Greenwich. Due o tre altre barche poste dietro di questa doveano

contenere quella parte del corteggio di Elisabetta, cui non era lecito

entrar nella prima. Le reali guardie del corpo, tolte dai più begli

uomini dell’Inghilterra, formavano doppia schiera, che incominciava

dalla porta del palagio, venendo fino alla riva dell’acqua; talchè

aspettavasi imminente il giugnere della Regina, benchè fosse assai di

buon’ora.

«In verità, tutto ciò non presagisce nulla di favorevole, disse

il Blount. Convien dire che la Regina abbia possenti ragioni per

mettersi in viaggio tanto di buon mattino. Noi faremmo assai meglio

col ritornarcene a Say’s-Court, per ragguagliare Milord di quello che

abbiamo veduto.»

«Di quello che abbiamo veduto! replicò il Walter. E che cosa abbiam

veduto? Una barca, molti navicellai, alcuni soldati vestiti di

scarlatto e armati di labarda. Pensiamo ad adempiere gli ordini di cui

il Conte ne ha incaricati, ed a ragguagliarlo del modo onde la Regina

ci ha ricevuti.»

Dette queste parole, comandò ai battellieri di avvicinare la barca

a tal parte di riva, ove si potesse scendere a terra, perchè pensò

che un riguardo di rispetto non permetteva loro in tal momento il

valersi della gradinata del parco. Allora d’un leggier salto prese a

sponda, seguito indi dal prudente e circospetto Blount, che parea lo

accompagnasse contro sua voglia. Appena presentatisi alla porta della

reggia, intesero che non si poteva lasciargli entrare, stando allora in

atto d’uscir la Sovrana. Per ottenere ciò nonostante la permissione di

più innoltrarsi, adoperarono il nome del conte di Sussex, ma sì fatto

talismano non producendo verun effetto nell’animo dell’uficiale posto

di guardia alla porta, questi rispose loro, non potersi stogliere nè

poco nè assai dalla consegna avuta.

«Non te l’aveva io detto? sclamò il Blount. Andiamo dunque, mio caro

Walter, raggiugniamo la nostra barca, e torniamcene a Say’s-Court.»

«No per Dio; se prima non mi presento alla Regina» rispose

risolutamente l’altro.

«A quel che vedo, sei matto, arcimatto.»

«E tu a quel che vedo, sei diventato una gallina tuffata nell’acqua.

E per bacco! ti ho veduto far fronte ad una dozzina di maledetti

Irlandesi, senza che il loro numero ti spaventasse. Ed ora temi che una

bella signora ti volga un guardo corrucciato.»

Terminava il Walter queste parole, allorchè apertesi le porte del

castello, ne uscirono guardie, poi uscieri, e finalmente Elisabetta

in mezzo alle dame e ai magnati della sua corte, schierati con tale

artifizio, che da qualunque lato lo spettator si trovasse, potea veder

la Regina. Ella era giovane tuttavia, e brillava di tutto quello

splendore che chiamavasi beltà in una Sovrana, ma che avrebbe avuto

nome di apparenza nobile e dignitosa in qualunque grado ella si fosse

trovata. Si appoggiava essa sul braccio del lord Hunsdon, che essendole

parente da lato di madre, ne ricevea spesso tai contrassegni di favore

e di distinzione.

Walter non si era forse mai veduto tanto vicino alla persona della

sua Sovrana; onde si spinse avanti sino alla fila formata dalle

guardie, per non perdere sì fatta occasione di contemplarla a suo

bell’agio. Blount intanto ne maledicea questa, ch’egli chiamava

imprudenza, facendo di tutto per trarlo addietro. Ma Walter se ne

sciolse ben presto, e permettendo al proprio mantello di ondeggiargli

negligentemente sopra una spalla, dispiegò meglio le grazie d’una bella

statura. Levatosi allora il berrettone, fisò gli occhi sulla Regina

con tal atto, che trasparivano da essi ad un tempo e la rispettosa

curiosità che l’accendeva, ed un’ammirazione quanto viva, altrettanto

modesta. Finalmente le guardie colpite dalla sua avvenente fisonomia

e dalla ricchezza degli abiti, comportarono ch’ei si mettesse di pari

nelle loro file; cosa che non erano solite concedere agli spettatori

d’un grado comune. Per tal modo l’intrepido giovinetto si trovò

pienamente esposto agli sguardi d’Elisabetta, non mai indifferente nè

all’ammirazione ch’ella a buon dritto eccitava, nè ai pregi d’esterna

forma che ella scorgesse in alcuno de’ suoi cortigiani. Giunta in

vicinanza del luogo ove stavasi fermo il Walter, lanciò sovr’esso uno

sguardo, che annunziava bensì qualche sorpresa per l’ardire ch’ei

dimostrava, ma non però nessuna specie di risentimento. Accadde cosa,

che dovette più particolarmente chiamare sopra di lui l’attenzione

della Regina. Era piovuto tutta la notte, ed appunto dinanzi al luogo

occupato dal nostro giovane, vedeasi un tratto di terreno coperto

ancora di fango, e sopra quello dovea passar la Regina, che si fece

a titubare per un istante. Ma non titubò il Walter nel togliersi in

un batter d’occhio il suo mantello, e gettarlo su quella parte di

cammino fangosa, onde la Sovrana vi tragittasse a piedi asciutti. E

tale atto, in cui comprendevansi e cortesia ed affezione di suddito,

accompagnò egli con un rispettoso saluto, cui cresceva grazia il suo

volto copertosi d’improvviso rossore. La Regina tornò ad alzar gli

occhi sopra di lui, e provando un istante di confusione, ed arrossendo

a sua volta, gli fece un gentil cenno col capo; poi affrettatasi in suo

cammino, salì la barca senza profferire una sola parola.

«Ebbene, re degli storditi, gli disse Blount, adesso sì avrai il

diletto di far passeggiare la spazzola sul tuo mantello. Se era in

te mente di formarne un tappeto per mettervi i piedi, tanto valeva

conservare quello di Tracy; il bigello almeno non teme le macchie.»

«Questo mantello (disse il Walter, piegandolo in guisa da poterselo

portare sul braccio) non verrà mai spazzolato sintantochè m’appartenga.»

«E non ti apparterrà lungo tempo, se non ne farai miglior conto. Noi ti

vedremo ben presto _in cuerpo_, come dicono gli Spagnuoli.»

In questo, il loro colloquio venne interrotto da un usciere della

Regina.

«Io cerco (diss’egli guardando per tutto con attenzione) un giovine

senza mantello, o con il mantello coperto di fango. Siete voi

senz’altro, diss’egli a Walter: abbiate la bontà di venire con me.»

«Egli è del mio seguito, disse Blount; io sono il primo scudiere del

nobile conte di Sussex.»

«Tutto ciò è possibilissimo, rispose l’usciere, ma io porto gli ordini

immediati di Sua Maestà, nè riguardano essi che questo signore.»

Dette tali parole, si allontanò facendo cenno al Walter di seguirlo,

mentre gli occhi del Blount rimasto addietro gli uscivano della

testa; tanto era l’eccesso della sua maraviglia. «Chi diavolo voleva

immaginare questa faccenda?» finalmente egli sclamò, e scotendo il capo

in aria di chi non vede andar le cose a suo modo, raggiunse la barca, e

se ne tornò solo a Say’s-Court.

Intanto l’usciere condusse il Walter verso il Tamigi e fino alla grande

gradinata, usandogli sempre i più rispettosi modi; la qual cosa non è

di mal augurio in simili circostanze. Poi lo fece entrare in una delle

picciole barche preste a seguire quella della Regina, che già navigava

rapidamente in mezzo del fiume col favore del grosso fiotto, favore di

cui lamentò la mancanza il nostro Blount nel trasferirsi a Greenwich.

I due navicellai obbedendo ad un segnale fatto lor dall’usciere,

remigarono con tanta forza, che in pochi minuti si trovarono appresso

alla barca della Regina, ov’ella stavasi seduta sotto magnifico

padiglione con due o tre dame del suo corteggio ed alcuni grandi

uficiali della regia casa. La Sovrana volse più d’una fiata gli occhi

ed alla barca che le si avvicinava ed all’avvenente giovane che sovra

essa venia trasportato, e nel tempo stesso diceva sorridendo alcune

parole alle persone che la corteggiavano. Finalmente uno fra que’

signori, certamente per avere ordinato così la Regina, fece segno ai

navicellai che accostassero la barca, poi disse a Walter di passare in

quella della Sovrana, al qual cenno egli ubbidì con agilità e grazia

eguali. Ritrattasi la barca che lo avea trasportato, ei venne condotto

alla presenza di Elisabetta. Sostenne esso gli sguardi di Sua Maestà

con una modesta sicurezza, e s’anco un leggiero imbarazzo scorgeasi

in lui, ne avea nuovo spicco la vaghezza delle sue forme. Teneasi

costantemente sul braccio il mantello coperto di fango, e fu questo

come è ben da credersi, che diede alla Regina il primo argomento di

movergli accenti.

«Voi avete quest’oggi rovinato un ricco mantello, o giovinetto; noi vi

ringraziamo per tale servigio, benchè nel prestarlo vi siate stolto

alcun poco dalle forme ordinarie, e vi abbiate aggiunto alquanta

arditezza.»

«L’arditezza si fa dovere per un suddito, rispose Walter, quando è

d’uopo d’arditezza nel servire il proprio Sovrano.»

«Viva Dio! egli ha risposto bene, o Milord (disse la Regina, volgendosi

ad un grave personaggio che stavale a canto, e che solamente le

rispondea con un dignitoso chinar di capo in segno di approvazione).

Ebbene, o giovinetto, la galanteria onde sfoggiasti non andrà priva di

ricompensa. Ti trasferirai presso l’intendente della nostra guardaroba,

e troverai l’ordine perchè ti dia un altro mantello, invece di quello

che danneggiasti per nostro servigio; tu ne avrai uno de’ più ricchi, e

de’ meglio foggiati secondo l’usanza del giorno: te lo prometto in fede

di Principessa.»

«Non tocca ad un umile servo della Maestà Vostra, disse titubando

Walter, discutere intorno i favori, che degnate concedergli, ma se mi

fosse permesso lo scegliere......»

«Tu preferiresti che ti si donasse oro, lo indovino, disse

interrompendolo Elisabetta. Oh no, giovane! no. È per me un rossore

il dirlo, ma nella nostra capitale si trovano tanti modi di spendere

il denaro in follie, che il presentarne ai giovani, gli è un gettar

l’olio sul fuoco, un fornirli d’armi contro di lor medesimi. Se il

Cielo mi conceda più lunga vita, metterò un limite a questi disordini.

Ciò nondimeno, tu non sei forse ricco, fors’anche i tuoi parenti son

poveri..... Ebbene, sì, tu avrai denaro; ma è d’uopo tu mi renda conto

dell’uso che vorresti farne.»

Walter aspettò con pazienza che la Regina avesse terminato il suo dire,

per assicurarla indi modestamente, che dell’offertogli mantello, l’oro

era anche assai meno la meta cui egli aspirasse.

«E che? sclamò la Regina; nè il nostro oro, nè un mantello ti possono

contentare! Qual cosa brami tu dunque?»

«Bramo soltanto, o Regina, se non è portar troppo alto le mie

pretensioni, il vostro assenso, ond’io porti sempre questo mantello,

che vi arrecò sì lieve servigio.»

«Il mio assenso, onde tu porti il tuo mantello! E poss’io negartelo, o

giovinetto?»

«Oh! questo mantello non è più mio. Dacchè il piede di Vostra Maestà lo

calcò, è divenuto degno di un Principe; egli è troppo sfarzoso per un

uomo della mia condizione.»

La Regina arrossì nuovamente, e si sforzò di coprire con un riso non

naturale un lieve grado di sorpresa e di confusione, che non le erano

per altro discare.

«Udiste mai nulla di consimile, o Lordi? La lettura dei romanzi ha

volto il capo a questo povero giovine. È d’uopo io sappia chi egli sia

per mandarlo in istato di sicurezza ai suoi genitori. Chi siete voi,

giovinetto?»

«Gentiluomo della casa del Conte di Sussex, che mi aveva qui spedito

col suo primo scudiere per arrecare un messaggio alla Maestà Vostra.»

Pronunziato appena questo nome, l’aria di favore con cui la Regina avea

sino a quell’istante contemplato Walter si dileguò, e diede luogo a

disdegnosi modi e severi.

«Il lord Sussex, diss’ella, ci ha insegnato in qual prezzo dobbiamo

avere i suoi messaggi, col farne conoscere il conto ch’ei fa de’

nostri. In questa istessa mattina, e ad un’ora che non è ordinaria,

abbiamo spedito a lui il nostro medico, tosto che sapemmo essere più

seria la sua infermità di quello che si era immaginato da prima.

Non v’è Corte d’Europa in cui si trovasse un uomo più sapiente del

dottore Masters, ed egli presentavasi in nostro nome alla casa di uno

fra i nostri sudditi. Nondimeno trovò la porta di Say’s-Court difesa

da uomini armati di colubrine, come se quel castello fosse stato

situato sulle frontiere della Scozia, e non in vicinanza della nostra

medesima Corte. Ha chiesto in nostro nome che gli si aprisse, ed ha

sofferto l’affronto di un rifiuto. Noi non riceveremo, almeno per

ora, alcuna scusa sul disprezzo, con cui Milord ha contraccambiato un

contrassegno di bontà che fu ancor troppo grande. Vi avverto di ciò,

perchè m’immagino altro non essere lo scopo del vostro messaggio che il

presentarci scuse a nome del Conte.»

Questi detti furono pronunziati con un tuono, e con gesti tali, onde

ne fremessero tutti que’ cortigiani presenti che parteggiavano per il

Sussex. Ma non ne fu atterrito quel solo a cui il discorso era volto.

Non cessò appena di parlar la Regina, che alzando gli occhi verso di

lei, le disse in modo umile e rispettoso Walter: «Supplico la Maestà

Vostra a permettermi dirle, ch’io non sono incaricato di presentarle

scuse per parte del conte di Sussex.»

«E di che vi ha dunque incaricato, o signore? (sclamò la Regina con

quell’impeto, che comunque altre nobilissime prerogative d’animo il

bilanciassero, formava la parte principale della sua indole). Vi ha

forse incaricato di giustificarlo, o per la morte di Dio[6] di venir

qui a disfidarci?»

«Il conte di Sussex, rispose Walter, conosceva tutta la gravezza della

colpa che fu commessa, nè pensò che ad assicurarsi del colpevole e ad

inviarlo a voi per metterlo affatto nel vostro arbitrio. Ma il Conte

dormiva profondamente, quando giunse il dottore Masters, perchè il

suo medico gli avea fatto bere una pozione a tal fine. Questa mattina

soltanto nello svegliarsi seppe il clemente messaggio della Maestà

Vostra, e il rifiuto dato al medico nell’atto ch’egli stava per

entrare.»

«Ciò cambia lo stato della quistione, disse la Regina con tuono

alquanto più mite. Ma chi fu quello fra i suoi servitori, ardito assai

per negare l’ingresso del castello al mio proprio medico che veniva a

curare il Conte per ordine mio?»

«Il colpevole vi sta dinanzi, o Regina (rispose Walter accompagnando

con profondo inchino tale risposta). Sopra di me solamente dee cadere

tutto il biasimo di quanto accadde, e giustamente Milord m’inviò al

cospetto vostro, per sottopormi alle conseguenze di un fallo, di cui

egli è tanto innocente, quanto degli atti operati da un uomo desto sono

innocenti i pensieri di chi sta immerso nel sonno.»

«Tu! Sei tu veramente che negasti l’ingresso di Say’s-Court al mio

medico mandatovi da me medesima! Qual cagione potè inspirare cotanta

audacia ad un giovane sì affezionato... o almeno il cui esterno mostra

tanta affezione alla sua Sovrana?»

«Regina (disse Walter, che in mezzo all’apparenza di severità, onde

cercava tuttavia coprirsi il volto della Sovrana, scorgeva com’ella

fosse propensa a non avere per imperdonabile un tal delitto), suol

dirsi nel mio paese, che un medico per un certo tempo è il sovrano

del suo ammalato. Ora il mio nobile padrone, nel tempo appunto

ch’io mi rendetti colpevole, si era assoggettato ad un medico, le

cui prescrizioni gli divennero grandemente vantaggiose, e che aveva

pronunziata in pericolo la vita del medesimo, ogni qualvolta si avesse

voluto svegliarlo.»

«Il tuo padrone avrà data la sua confidenza a qualche miserabile

empirico.»

«Gli è quanto ignoro, o Regina; so bene ch’ei si risvegliò sta mane

trovandosi molto più sollevato che non lo era da parecchi giorni.»

In tale momento le persone del corteggio della Regina si guardarono

in volto le une coll’altre, non per comunicarsi cogli sguardi le loro

osservazioni, ma per leggere nelle scambievoli fisonomie l’effetto che

una tal notizia producea negli animi di ciascuno. La Regina rispose

tantosto, senza curarsi di palliare la soddisfazione venutale da tale

notizia: «Per fede mia godo assai in udire ch’egli stia meglio. Ma tu

fosti ben ardito nel ricusare l’ingresso al medico ch’io inviai. Ignori

tu forse quel detto della santa Scrittura, starsi la sicurezza nella

moltitudine dei consigli?[7]»

«Non lo ignoro, o mia Sovrana; ma intesi anche molti dotti i quali

pretendono che la _sicurezza_, a cui questo passo di scrittura si

riferisce, riguardi il medico e non l’ammalato.»

«In verità, disse la Regina, non so qual cosa rispondergli perchè non

sono troppo disinvolta nella sposizione dell’Ebraico. Che ne dite voi,

milord di Lincoln? Questo giovane ha egli interpetrato come doveasi il

sacro testo?»

«Il vocabolo _sicurezza_, o Regina, disse il vescovo di Lincoln, sembra

essere stato accettato con troppa fretta per rendere il senso della

parola Ebraica...»

«Già ve l’ho detto milord, coll’Ebraico non ho gran confidenza. Or

ditemi, o giovinetto, qual è il vostro nome, qual è la vostra famiglia?»

«Regina, io mi chiamo Walter Raleigh e sono tra i figli cadetti d’una

famiglia numerosa ma onesta della contea di Devon.»

«Raleigh! (disse Elisabetta dopo d’avere meditato un istante): non

avete voi militato in Irlanda?»

«Sì, o Regina; ma non posso aver tanta fortuna, che le poche cose da

me operate colà abbiano fatto pervenire il mio nome sino all’orecchio

della Maestà Vostra.»

«Oh! Il mio orecchio si estende più in là che nol credete, o Raleigh.

Mi ricordo assai bene d’un giovane che, nella contea di Shannon, difese

il passaggio di un fiume contro una truppa d’Irlandesi ribelli, e che

ne tinse le acque col loro sangue e col proprio.»

«Se il mio sangue fu versato in quella occasione, (disse il Walter

chinando gli occhi) non ho fatto che soddisfare una parte di mio

debito, perchè tutto il sangue che scorre nelle mie vene è sacro al

servigio di Vostra Maestà.»

«È assai, disse la Regina, che in età così giovane tu abbia combattuto

sì valorosamente, e tu posseda ad un tempo tanta facondia. Non mi

starò nondimeno dal punirti per avere chiusa la porta in faccia al mio

povero Masters. Quest’uomo rispettabile si è guadagnata una flussione

sull’acque del Tamigi. Egli giugneva da Londra ove avea fatte molte

visite, allorchè gli arrivò il mio comando; pure si fece un dovere, un

affare di coscienza di partir tosto alla volta di Say’s-Court. Io ti

condanno dunque, o Raleigh, a portare coperto di fango il tuo mantello,

sintantochè mi piaccia decretare altrimenti. Ed eccoti l’ornamento

ch’io pretendo tu porti al collo» aggiunse ella, presentandolo d’un

gioiello legato in oro, simile quanto alla forma ad una pedina del

giuoco degli scacchi.

Walter, al quale la natura avea insegnato tutta quell’arte, cui

solamente dopo una lunga esperienza si fa destra la maggior parte dei

Cortigiani, piegò un ginocchio a terra, imprimendo un bacio sopra la

mano, d’onde gli veniva tal dono. Fors’egli sin da quel punto superava

tutti i circostanti nel saper accoppiare il devoto rispetto che debbesi

ad una Regina, e l’omaggio della galanteria chiesto imperiosamente

dalla beltà. Ed in questo primo tentativo di combinare tai riguardi,

tanto maestrevolmente riuscì, che ne furono paghi e la vanità personale

di Elisabetta, e la sua ambizione di dominare.

Se la Regina rimase contenta di questo primo abboccamento avuto con

Walter Raleigh, non tardò a coglierne gradevol frutto anche il conte di

Sussex.

«Lordi, e Milady (sì disse la Regina, volgendosi alle persone del

suo corteggio) poichè ci troviamo già sul Tamigi, credo sarebbe cosa

assai ben fatta il rinunziare al nostro divisamento di trasferirci a

Londra, sostituendogli l’altro di fare una gradevol sorpresa al povero

conte di Sussex. Egli è infermo, e i suoi patimenti raddoppiarono,

non v’ha dubbio, per la tema nata in lui d’averne spiaciuto; mentre

poi l’ingenua confessione di questo giovane stordito lo giustifica

pienamente. Che ne giudicate voi? Non sarebb’ella una bell’opera di

misericordia il recargli tal conforto siccome riuscirà per lui la

visita di una Sovrana alla quale prestò così eminenti servigi?»

Ben crederà ognuno, che fra coloro, cui si volse la Regina a chiedere

consiglio in sì fatto modo, non ne fu un solo il quale aprisse bocca

per ispiegare contrario avviso.

«Vostra Maestà, disse il vescovo di Lincoln, è l’aria che ci fa vivere.»

I militari soggiunsero, la presenza della Sovrana essere siccome la

cote che affila la sciabola del soldato.

Gli uomini di Stato giudicarono, che l’aspetto della Regina era la luce

rischiaratrice d’ogni consiglio de’ ministri.

Tutte quelle matrone finalmente s’accordarono in dire, che niun signore

dell’Inghilterra pareggiava il conte di Sussex nel meritare i favori

della sua Sovrana; _senza far pregiudizio ai diritti del Conte di

Leicester_, soggiunsero però quelle che aveano maggiore accorgimento in

politica. Ma la Regina non mostrò di por mente a questa clausola.

I navicellai pertanto ebbero l’ordine di fermare la barca a Depford

nel luogo il più prossimo a Say’s-Court, affinchè la Regina potesse

soddisfare prontamente questa sollecitudine degna d’una vera madre dei

sudditi, col trasferirsi in persona a rintracciare notizie intorno la

salute del conte di Sussex.

Walter, che nella scioltezza del suo ingegno prevedea le conseguenze

rilevanti, cui talora davano origine gli avvenimenti più semplici in

apparenza, si fece frettoloso di chiedere alla Regina la permissione

di precederla in una barca leggiera per annunziare sì gradita visita

al suo padrone; ed a tale inchiesta dava disinvoltamente colore col

dire, che un eccesso di gioia e dolce sorpresa, nello stato mal messo

di salute in cui trovavasi il Conte, avrebbe potuto nuocergli se troppo

improvviso, come talvolta il cordiale più ristorativo, amministrato

senza qualche cautela, torna in danno d’un infermo, che una lunga

malattia abbia sfinito.

Ma, sia che la Regina trovasse troppo presuntuoso il contegno d’un

giovinetto che apriva un avviso alla presenza di lei senza esserne

stato richiesto, o fosse piuttosto il desiderio ch’ella aveva di

verificare se il castello di Say’s-Court ringorgava d’uomini armati ad

uso di piazza di guerra, come ne era stata assicurata, rispose assai

severamente a Raleigh, si riserbasse i suoi consigli pel momento in cui

gli verrebbero domandati. Dopo di che, replicò il comando affinchè si

approdasse a Depford, soggiugnendo: «noi vedremo co’ nostri occhi qual

sia l’ordine di casa che tiene il Conte.»

Intanto il Walter facea da se medesimo queste meditazioni. «Il Cielo

a quanto pare ha volto verso di noi un occhio di compassione; ma non

vorrei...... I cuori ben fatti non mancano attorno al Conte; ma le

buone teste... Oh! le buone teste sono assai scarse... E la sua salute

è troppo sconcertata perchè possa dar ordini da se stesso. Figuratevi!

Tutti saranno intenti a far colezione quando arriviamo. Blount avrà

innanzi di sè le sue aringhe di Yarmout e un boccale di birra; Tracy

i suoi sanguinacci e un fiasco di vino del Reno; quegli spensierati

di Gallois, Thomas, Ap, Rice e Evan la loro zuppa coi porri, e il

lor formaggio liquefatto, tutte cose che non sanno nè di rosa nè di

gelsomino; e si dice che la Regina abborrisce questi odori gagliardi.

Pensassero almeno a bruciare un poco di ramerino nell’anticamera!....

Ma voga galera! Fidiamci alla fortuna che per vero dire non mi ha

trattato male questa mattina. Ci ho rimesso un bel mantello; ma spero

di aver già fatto carriera alla Corte. Possa almeno quest’incidente

tornare a vantaggio del rispettabile Sussex!»

Giunta bentosto la barca a Depford, la Regina scese a terra in mezzo

alle acclamazioni, che non mancavano mai quando ella facea mostra di

sè; e si trasferì a piedi sotto di un baldacchino, e accompagnata da

tutto il suo seguito a Say’s-Court.

Le gioiose grida di una intera popolazione furono quelle che diedero

al castello il primo annunzio dell’arrivo della Sovrana. E il Sussex

stava appunto consigliando con Tressiliano sui modi da tenersi per

riguadagnare il favore d’Elisabetta, ch’ei temeva avere perduto,

allor quando dal giugnere di lei fu sorpreso, ed in qualche modo

impacciato. Non già ch’egli ignorasse esser costume della Regina il far

di tai visite ai grandi personaggi della Corte, fossero eglino sani o

ammalati: ma un arrivo sì inaspettato non gli lasciava il tempo di fare

per riceverla que’ preparamenti, ch’egli sapeva quanto allettassero

la vanità di tale Regina. Per altra parte, la confusione che dominava

in un castello tutto pieno di militari, e fatta maggiore dalla

circostanza della sua infermità, rendea il soggiorno poco opportuno in

quell’istante ad essere onorato da una regale presenza.

Imprecando nel suo interno il caso che gli procurava sì d’improvviso

tal graziosa visita, si accinse affrettatamente a discendere con

Tressiliano, che allora appunto aveva terminato di raccontargli la

storia d’Amy.

«Mio caro amico, conchiuse con dirgli il Sussex, potete star certo che

per riguardi così di giustizia come dell’affezione che ho per voi, vi

sosterrò il più possibile in questo affare. Mancano pochi istanti ad

accorgerci s’io godo ancora di qualche credito presso la Regina, o

se in vece col voler proteggere la vostra inchiesta, non vi diverrei

pregiudizievole, anzichè utile.»

Così dicendo ei metteva con sollecitudine le braccia entro una specie

di lunga veste foderata di pelliccia, e dava al suo aggiustamento tutta

la cura a lui permessa dai brevi istanti che gli rimanevano prima di

comparire dinanzi alla Sovrana. Ma quand’anco avesse potuto adoperare

la massima diligenza nel suo abbigliamento, non potea questa cancellar

l’orme che una infermità pericolosa aveva lasciate sopra lineamenti

più espressivi di quel che fossero gradevoli. Picciolo inoltre di

statura, comunque una struttura atletica e larghe spalle il rendessero

quanto mai atto agli esercizi militari, la sua comparsa in una sala

non era quella di tal uomo, su cui dovessero fermarsi con ansietà gli

sguardi femminili. E ben supponevasi generalmente, che questo esterno

svantaggioso del conte di Sussex, a malgrado della stima in cui lo

tenea la Regina, gli nuocesse nell’animo di lei, allorquando ella il

paragonava con Leicester, l’uomo più avvenente e il più adorno di

grazie che quella Corte si avesse.

Tutta la premura che di far presto si diede il Conte non gli permise

che d’essere nella sala sull’istante medesimo in cui vi giugneva la

Regina, e s’avvide che una nube ne ingombrava la fronte; e questa

nube era sorta fin quando ella vide il castello guardato con tanta

accuratezza, come se fosse tempo di guerra, e pieno di soldati e di

gentiluomini armati; onde, fin dai primi accenti ch’ella mosse al

Conte, espresse il disgusto del proprio animo.

«Ci troviamo noi in una piazza assediata, o Milord? Ovvero per isbaglio

avremmo noi oltrepassato il castello di Say’s-Court, e sarebbe questa

la nostra torre di Londra?»

Lord Sussex incominciò a balbettare alcuni accenti di scusa.

«Non fa d’uopo di scusa, o Milord, gli disse la Regina. Non ignoriamo i

dispareri che passano tra voi, ed un altro signore della nostra casa,

ed abbiamo anzi divisato di prendercene serio pensiero, e di frenare

la libertà di cignervi di gente armata, e potrei dire di stipendiati

duellanti, come se in vicinanza della nostra capitale, e a canto

della nostra reale residenza, voi vi preparaste ad una guerra civile

l’uno contro dell’altro. Godiamo però di trovare migliorata la vostra

salute, benchè non abbia potuto averne merito il dotto medico che vi

spedimmo... Risparmiate le scuse, o Milord. So quanto è accaduto a tale

proposito, ed ho ammonito come dovevasi questo giovane spensierato,

questo Walter Raleigh, del quale, sia detto per incidenza, ho divisato

liberare la vostra casa per prenderlo nella nostra. Egli ha certe

qualità d’animo fatte per ramificar meglio in mia Corte, che in mezzo

alla gente armata di cui vi faceste un antemurale.»

Sussex rispose a tale annunzio con un rispettoso inchino, senza

intender troppo fra se medesimo qual fosse il motivo, onde la Regina

si prendesse tanta cura per questo giovane. Egli la supplicò ad

accettare qualche reficiamento; ma non vi acconsentì la Regina. E

però dopo alcuni complimenti di stile, più freddi assai che non li

dava ad immaginare una visita apparentemente presaga di favore, la

Regina abbandonò il castello di Say’s-Court, ove col suo arrivo gettò

confusione, ed ove col modo di quel dipartirsi, lasciò il dubbio,

l’inquietudine ed il timore.

Kenilworth, vol. 2/4 · 第 12 / 16 题