»A me sian tratti entrambi: al mio cospetto
»Questi rivali di vendetta ardenti
»Io voglio esaminar; le accuse udirne,
»Che l’uno all’altro appon; mirar la lotta,
»Ch’han l’invidia, il furor, l’orgoglio accese.
_Shakespeare._
«Ho ricevuto ordine di trasportarmi domani alla Corte, disse il
Leicester a Varney. A quanto si suppone dovrò trovarmi alla presenza
del lord Sussex. La Regina è venuta nel disegno d’intromettersi nelle
nostre querele, ed è questo l’effetto della visita da lei fatta a
Say’s-Court, visita che voi riguardate di così poca importanza.»
«E continuo a riguardarla per tale, rispose Varney. Ho saputo da
persona che potè udire la maggior parte di quanto ivi detto, essere
più assai la perdita del guadagno che il Sussex ha ritratto da questa
visita. La Regina, nel ritornare alla sua barca, disse che il Castello
di Say’s-Court aveva tutta l’apparenza d’un corpo di guardia; e l’odore
d’uno spedale, o piuttosto d’una di quelle bettole ove si dà pasto per
dieci soldi, aggiunse la contessa di Rutland, sempre ardentissima amica
di vostra Signoria. Il vescovo di Lincoln volle mettervi la sua parola,
e disse doversi attribuire il cattivo ordine in cui lord Sussex teneva
la propria casa, al non essere egli maritato.»
«Ed a ciò, quale risposta ha fatto la Regina?....» domandò
premurosamente il Leicester.
«Una risposta non troppo gioviale. Qual bisogno ha d’una moglie lord
Sussex? E qual bisogno ha il vescovo di Lincoln di entrare in questo
proposito? Se il matrimonio è permesso, soggiunse ella, non vedo che in
nessun paese venga comandato dalla legge.»
«La Regina non ama che gli ecclesiastici si maritino» disse Leicester.
«E nemmeno i cortigiani» aggiunse Varney. Ma vedendo il Conte che
cambiava di fisonomia, mutò subito registro, narrandogli che tutte le
dame aveano fatto coro nel mettere in ridicolo l’ordine con cui era
tenuta la casa del conte di Sussex, ed aveano detto di più, che Sua
Maestà sarebbe stata ben altrimenti ricevuta nel castello del conte di
Leicester.
«Voi avete ben raccolte molte notizie, disse Leicester, ma dimenticate
la più importante di tutte, se però non fu vostro disegno il tacermela.
La Regina ha aggiunto un nuovo satellite a tutti quelli ch’ella
desidera veder rivolgersi intorno di lei.»
«La Signoria vostra intende certamente parlare di Raleigh, di quel
giovane della contea di Devon, del cavaliere del mantello, poichè già
non chiamasi con altro nome alla Corte.»
«È che potrà un giorno esserlo della Giarrettiera, perchè ha fatto
progressi assai rapidi nella buona grazia della Regina. Essa
ha recitato versi in sua compagnia, e lo ammette già nella sua
intrinsichezza. Quanto a me rinunzierei di buon grado alla parte che
possedo sugl’incostanti favori di questa femmina, ma non mi sento di
permettere che il Sussex, o quest’uomo novamente giunto mi facciano
licenziare. Anche quel Tressiliano è molto avanti nel cuor di Sussex.
Io vorrei risparmiarlo per riguardo a..... Ma vuole egli stesso correre
al suo precipizio. E questo Sussex! si dice ora che abbia ricuperato
interamente la sua salute.»
«Non vi è bella carriera che non presenti ostacoli, o Milord;
soprattutto quando ella guida a grande innalzamento. La malattia del
Sussex era per noi un favore del Cielo, ed io assai ne sperava. Egli
l’ha superata. Ma non per questo è diventato più formidabile per la
Signoria vostra. Ella si ricorda che lottando contro di lui lo ha
atterrato più d’una volta. Non vi manchi il cuore, o Milord; e andranno
bene tutte le cose.»
«Il cuore non mi è mai mancato, o Varney.»
«No: ma vi ha spesse volte tradito. Chi vuol salire un albero non dee
curarsi di tutti i fiori che ha messi la pianta, ma impadronirsi de’
rami maestri.»
«Bene bene, (disse con tuono d’impazienza Leicester) comprendo quel
che vuoi dire; ma sarò fermo, e il mio cuore non mi tradirà. Metti in
buon ordine tutto il mio seguito, ed abbi cura che comparisca con tale
splendore da offuscare non solamente il miserabile corteggio da cui
si farà scortare Ratcliffe, ma quello parimente che porteranno seco
i più nobili cortigiani. Che ciascuno sia bene armato, ma senza fare
ostentata mostra delle sue armi, e come se ne andasse cinto piuttosto
per servir l’uso che con disegno di prevalersene. In quanto a te, ti
starai sempre al mio fianco; la tua presenza può essermi necessaria.»
A non dissimili preparamenti intendeano per parte loro il Sussex e i
suoi partigiani.
«Il vostro scritto contro Varney, dicea il conte di Sussex a
Tressiliano, si trova in questo momento fra le mani della Regina;
ho fatto che le pervenga per una strada sicura, nè dubito non vi
riusciate. La vostra domanda è fondata sulla giustizia e sull’onore,
delle quali prerogative è zelantissima la Sovrana. Ma è a uopo
confessare che l’Egiziano (nome che il Sussex solea dare al Leicester
a motivo della carnagione alquanto bruna di questo cortigiano) ha
tutto il tempo di parlarle a sua voglia in tempo di pace. Se avessimo
la guerra alle porte, sarei io il miglior favorito d’Elisabetta; ma i
soldati, come i loro scudi e le loro lance, van giù di usanza cessato
il pericolo, ed in vece ottengono preferenza i vestiti di raso, e i
coltelli da caccia. Ebbene, poichè l’usanza è così, sagrificheremo
all’usanza. — Blount, hai tu avuto attenzione che tutto quanto riguarda
la mia casa sia assestato di nuovo? Ma tu non t’intendi meglio di me su
queste attività; ti piacerebbe assai più, il vedo bene, mettere a posto
un picchetto di lancieri.»
«Raleigh si è preso questo incarico, o Milord. Onde non dubitate;
il vostro corteggio comparirà brillante, come una mattina del mese
di maggio. Quanto poi alla spesa è un’altra cosa. A’ dì nostri si
manterrebbe uno spedale d’invalidi colla somma che è necessaria
solamente a vestire dieci servi da livrea.»
«Adesso non è tempo di spaventarsi per la spesa, mio Blount. Son grato
a Walter della premura che si è data. Vorrei nondimeno, che non si
fosse dimenticato essere io un vecchio militare, e che avesse conceduto
all’usanza del giorno quella parte soltanto che non le si può ricusare.»
«Non so dirvelo, o Milord, perchè non ho nessuna cognizione in sì fatta
materia. Posso ben assicurarvi che i vostri parenti ed amici vengono a
ventine per accompagnarvi alla Corte, e che che si faccia Leicester,
spero gli opporremo una fronte non men formidabile della sua.»
«Però, raccomandate rigorosamente ad ognuno di condursi nel più
pacifico modo; non voglio dispute, a meno che i nostri nemici si
portassero ad aperta violenza. So che si trova più d’una testa calda
fra le persone che m’accompagnano, e mi spiacerebbe assai se la loro
imprudenza desse a quelli qualche vantaggio sopra di me.»
Tanto era assorto il Conte nel dare questi diversi ordini, che
Tressiliano trovò a fatica l’istante di manifestargli la propria
maraviglia, perchè egli si fosse così affrettato nell’inviare alla
Regina la supplica scritta a nome di sir Ugo Robsart. «Il parere degli
amici di sir Ugo, gli disse Tressiliano, era che le prime appellazioni
fossero portate alla giustizia del Leicester, poichè il colpevole
è uno dei principali ufiziali della sua casa; io ve ne aveva però
ragguagliato.»
«Per movere questo passo non facea di mestieri volgersi a me (rispose
il Sussex con qualche disdegno), o per lo meno non doveva io essere
preso qual consigliere, ove trattavasi di umiliarsi innanzi a
Leicester; e mi fa maraviglia, che voi, Tressiliano, voi uomo d’onore
e mio amico, abbiate potuto a ciò sottomettervi. Voi dite d’avermene
ragguagliato. Non vi avrò forse inteso, perchè non potea cadermi in
mente che un sì fatto disegno fosse concepito da voi.»
«Nè io l’ho concepito, o Milord; chè per parte mia avrei sempre
prescelta la strada cui vi siete tenuto, ma gli amici di questo padre
sciagurato.....»
«Oh! gli amici, gli amici!!! Essi debbono lasciarci condurre gli affari
nel modo che giudichiamo noi il più convenevole. È questo il momento
di accumulare tutte le lagnanze cui hanno dato motivo e il Leicester e
i suoi satelliti. La Regina riguarderà il torto che si riferisce alla
casa di Robsart come uno de’ più gravi argomenti, che presenteremo alle
sue considerazioni. Poi, su di ciò non è più ora di deliberare; la
Regina ha già il vostro scritto dinanzi agli occhi.»
Tressiliano non potè far di meno di sospettare, che il Sussex volendo
per tutte le possibili vie affortificarsi contro il proprio emulo, si
fosse comportato in tal modo, non tanto per favorire sir Ugo, quanto
per non perdere occasioni di gettar biasimo sopra Leicester, senza poi
darsi il fastidio di esaminare la maggiore o minore probabilità del
buon esito. Ma non vi era strada per tornare addietro, ed il Conte
terminò la discussione congedando tutti quelli che stavano presso lui.
«Ognuno, diss’egli, sia pronto per le undici ore, perchè a mezzo giorno
in punto debbo essere nella sala d’udienza della Regina.»
Intanto che i due emuli cortigiani si preparavano, ciascun per parte
sua, a comparire al cospetto della Sovrana, la stessa Elisabetta non si
stava priva affatto di tema sul modo onde andrebbe a terminare questo
convegno fra due nemici, forniti di fierezza e l’uno e l’altro, e di
cui ciascuno andava scortato d’una numerosa e risoluta caterva, di due
nemici che si dividevan fra loro, o palesemente o in segreto, tutti i
voti e le speranze della sua Corte. Quanta era, la guardia reale venne
posta sotto le armi, e la Regina ordinò parimente venisse un rinforzo
da Londra. Pubblicò inoltre un bando che proibiva a tutti i nobili di
avvicinarsi al palazzo scortati da un corteggio, che portasse armi da
fuoco, o quelle che allor chiamavansi lung’armi, vale a dire adatte
a servigio di guerra. È stato anche detto, che il gran seriffo della
contea di Kent avesse ricevuti ordini segreti, onde al menomo segnale
stessero pronte a marciare le sue milizie.
L’ora di questa udienza, che avea costato tanti preparamenti e tante
inquietudini così all’una come all’altra delle due parti, arrivò
finalmente, e nel punto del mezzogiorno, i due Conti, accompagnati
ciascuno da seguito numeroso, entrarono ad un medesimo tempo nella gran
corte del palagio di Greenwich.
Come se i concerti ne fossero stati presi dianzi, o forse perchè la
Regina avea fatto sapere ai Conti tale essere la sua volontà, giunsero
il Sussex da Depford per acqua, e il Leicester da Londra tenendo la
strada di terra, tal che da due porte opposte comparvero entrambi
nella corte. Tal circostanza, che un nulla era di per se stessa, diede
nonostante una grande prevalenza al Leicester nello spirito del popolo,
perchè quelli che lo scortarono, saliti sopra ricchissimi corridori,
presentavano una maestosa cavalcata, la quale facea più impressione ed
occupava maggiore spazio che non il corteggio di Sussex, necessitato
ad andare a piedi. I due Conti si guardarono l’un l’altro, ma senza
salutarsi, perchè ognun d’essi aspettando forse che l’altro gli desse
qualche contrassegno di cortesia, nessuno voleva essere il primo. Fu
quasi nel medesimo tempo del loro arrivo che la campana del castello
fece udire le ore del mezzogiorno. Spalancatesi tosto le porte del
palagio, i due Conti entrarono dentro con quelle persone delle due
comitive, alle quali il grado loro concedeva tale diritto; gli altri
restarono nella corte, ognuna delle due fazioni lanciando sull’altra
occhiate d’avversione e disprezzo, e sembrando non si desiderasse da
entrambe le parti che un pretesto per venire alle mani; ma da ciò li
rattennero i severi ordini dei loro capi, e fors’anche più la presenza
d’una guardia sotto le armi superiore ad essi di forze.
In questo mezzo, gli uomini i più distinti di ciascun corteggio avevano
seguito i due Conti fino alla grande anticamera, simili a due fiumi, le
cui acque, costrette ad entrar nel medesimo letto, sembrano confondersi
insieme a fatica. Si schierarono essi, mossi come da istinto, ciascuno
da un diverso lato dell’appartamento, e sembravano solleciti di
rimettere fra loro una linea di separazione, qual trovavasi all’atto
dell’ingresso, e che erasi dileguata per pochi momenti. Quella
anticamera presentava una lunga galleria, dal cui fondo non tardarono
ad aprirsi due battitoi, dinanzi ai quali un usciere annunziò che la
Regina trovavasi nella sua sala d’udienza. I due Conti si avanzarono
a passi lenti e con portamento maestoso verso la porta, seguìto il
Sussex da Tressiliano, da Blount, e da Raleigh, mentre Leicester non
aveva con sè che il solo Varney. L’orgoglio del Leicester fu costretto
cedere all’etichetta della Corte, e salutando il suo rivale con aria
grave e solenne, si fermò per lasciarlo passare innanzi a lui, siccome
Pari di più antica nomina. Il Sussex ne contraccambiò la cortesia con
non minore gravità e cerimonia, indi entrò nella sala di udienza.
Tressiliano e Blount fecero per seguitarlo, ma l’usciere rifiutò ad
essi l’ingresso, adducendo non potere ammettere se non se coloro di cui
gli erano stati dati i nomi in lista. Vedutosi da Raleigh il rifiuto
cui soggiacquero i suoi compagni, si rimaneva in addietro; ma di lui
accortosi l’usciere: «Oh! voi, signore, potete entrare.» Laonde entrò
dopo il conte di Sussex.
«Seguimi Varney» disse il conte di Leicester che si era tenuto in
disparte per veder entrare Sussex, ed avanzandosi verso la porta stava
per entrare, quando Varney che non si discostava dai suoi passi, e che
facea sfarzo d’un abito dei meglio foggiati all’ultima usanza, ebbe
dall’usciere egual complimento a quello che ricevettero prima di lui
così Blount come Tressiliano.
«Che vuol dir questo, maestro Bowier? disse il conte di Leicester;
sapete voi chi io mi sia, o ignorate forse che quest’uomo del mio
corteggio è parimente mio amico?»
«La Signoria vostra mi perdonerà, rispose con fermezza l’usciere;
ma gli ordini che io ho non ammettono eccezioni, ed è mio dovere
l’eseguirli.»
«Tu sei un temerario (sclamò il Leicester, fattosi rosso in volto), ed
il tuo contegno è parziale. Ardisci farmi un tale affronto, dopo che
hai lasciato passare uno del seguito del conte di Sussex!»
«Milord, rispose il Bowier, il sig. Raleigh è presentemente al servigio
di Sua Maestà, e gli ordini d’esclusione non lo riguardano.»
«Tu sei uno sciagurato, uno sconoscente; ma chi ti collocò in questa
carica ha potere per fartene uscire; tu non abuserai più a lungo della
tua autorità.»
Dimenticò certamente i riguardi della convenienza e della sua politica
ordinaria il Leicester, quando si lasciò sfuggire a voce alta sì
fatte parole. Dopo di che, entrato nella sala d’udienza salutò
rispettosamente la Regina, che vestita con pompa anche maggiore del
solito, e circondata da que’ guerrieri e da quegli uomini di Stato, che
per coraggio e consiglio fecero immortale il suo regno, stavasi pronta
ad accogliere gli omaggi di questi due sudditi. Contraccambiò ella con
graziosi modi il saluto portole dal Conte suo favorito, e volgendo gli
occhi or sopra lui or sopra il conte di Sussex, pareva accignersi a
movere ad essi il discorso, allorchè il Bowier, che non poteva digerire
l’insulto fattogli dal Leicester pubblicamente, ed in atto di adempiere
gli ufizi della sua carica, s’innoltrò tenendo fra le mani la verga
nera, suo distintivo, e si prostrò ai piedi della Regina.
«Ebbene, Bowier, disse Elisabetta, che cosa è stato? Mi sembra che tu
colga male il tuo tempo per darmi questo contrassegno di rispetto. »
«Graziosa Sovrana (rispose egli, mentre tutti i cortigiani tremavano
per lui sulle conseguenze di un tale ardimento), io vengo a chiedervi
se nell’esercizio della mia carica io debba ubbidire agli ordini di
vostra Maestà, o a quelli del signor conte di Leicester, il quale mi ha
minacciato pubblicamente gli effetti del suo disfavore, e mi ha inoltre
volti motti ingiuriosi, perchè, conformandomi nè più nè meno agli
ordini di vostra Maestà, non ho lasciato entrare una persona del suo
corteggio.»
Il sangue di Enrico VIII fermentò in quell’istante nelle vene della sua
figlia, la quale si volse al Leicester con tale aria di severità, che
trasse ad impallidire lui, e tutti gli amici suoi che erano in quella
sala d’udienza.
«Per la morte di Dio, Milord! (sclamò la Regina, valendosi di questa
sua favorita esclamazione). Che significa ciò? Noi portavamo grande
opinione di voi, e quindi vi avevamo avvicinato alla nostra persona,
ma non perchè doveste nascondere il sole agli altri nostri fedeli
sudditi. Chi vi ha dato il diritto di contraddire i nostri ordini, e
di censurare gli ufiziali della nostra casa? Non si trova in questa
Corte, in tutto quant’è questo regno, fuorchè una sola padrona; e non
soffrirò ch’altri vi comandino. Badate che Bowier non abbia da sofferir
nulla per aver fedelmente adempiuto i propri doveri, perchè ne renderò
mallevadore voi stesso... Andate Bowier, e non temete di nulla. Voi vi
comportaste qual uomo onesto, e qual suddito fedele. Noi non abbiamo
qui un _Maire_ di palazzo.»
Dette le quali cose gli porse la mano che il Bowier baciò tornando
indi alla sua porta, stupito egli medesimo del buon successo che il
suo ardire aveva ottenuto. Un sorriso di trionfo dilatò le fisonomie
dei partigiani del Sussex, mentre quelli del Leicester chinavano gli
occhi per la confusione, ed egli stesso, componendo il volto alla più
profonda umiltà, non fece il tentativo di dire nemmeno una parola in
propria scusa.
Nel che operò egli con molto senno. La politica d’Elisabetta intendeva
a mortificarlo, ma non a perderlo, ed era da uomo prudente il lasciarle
la soddisfazione di sfoggiare la sua autorità senza opposizione nè
repliche. Dopo che la Regina ebbe sostenuta la parte, che alla sua
dignità offesa addicevasi, la donna non tardò a sentir compassione
d’un favorito in questa guisa umiliato. L’acuto occhio di Elisabetta
avea già letti gli sguardi di giubilo che l’uno all’altro volgeansi
i partigiani del Sussex, e l’accorgimento di questa Regina volea
tutt’altro fuorchè un trionfo assoluto di nessuna fra le due fazioni.
«Quanto dissi al lord Leicester (soggiunse ella dopo un momento di
pausa) lo dico a voi parimente, lord Sussex. Voi ancora vi mostrate
alla Corte d’Inghilterra qual corifeo d’una fazione che vi riconosce
per capo.»
«I miei amici, graziosa Sovrana, disse il Sussex, si mostrarono per
vero dire, e si mostrarono sostenitori della vostra causa nell’Irlanda,
nella Scozia, e contro i ribelli del Nort; ma ignoro in che...»
«Silenzio, Milord! disse interrompendolo la Regina, avete forse
disegno di venire ad assalto di parole con me? La modestia del conte
di Leicester avrebbe dovuto insegnarvi a tacere allorchè v’indirigo
un rimprovero. Io vi dico, o Milord, che la saggezza del mio avo e
del padre mio, i quali ingentilirono l’Inghilterra, ha vietato ai
nostri nobili il viaggiare con tale corteggio d’uomini armati. Credete
voi, perchè vesto gonna, che lo scettro sia divenuto una rocca fra
le mie mani? Vi fo noto che fra tutti i re della Cristianità, non
ve n’ha alcuno men proclive di quella che ora vi parla, a sofferire
l’oppressione del popolo, o la regia autorità vilipesa, o la pace del
regno turbata dalla smodata arroganza di chicchessia. Lord Leicester,
lord Sussex, io vi comando di essere amici, ovvero, per la corona
che io porto, vi farete un nemico troppo forte perchè gli possiate
resistere.»
«Regina, disse il conte di Leicester, voi siete l’origine d’ogni onore,
e dovete quindi sapere quello che il mio onore domandi; io lo metto a
vostro arbitrio. Vogliatemi permettere soltanto ch’io aggiunga, non
essere opera mia la discordia accesasi fra il lord Sussex e me, e
ch’egli non ebbe luogo di riguardarmi come suo nemico se non se dopo
avermi fatti insulti ed oltraggi.»
«In quanto mi riguarda, o Regina, disse il conte di Sussex, io sono
pronto ad uniformarmi ai sovrani vostri ordini; ma bramerei che il
lord Leicester volesse spiegarsi in qual modo gli ho fatto _insulti ed
oltraggi_, per valermi delle sue voci medesime; poichè questo labbro
non ha mai profferito un solo accento, ch’io non sia pronto a sostenere
così a piedi come a cavallo.»
«E per parte mia, disse il Leicester, salvo sempre il beneplacito della
mia graziosa Sovrana, questo braccio non è men pronto a giustificare
le parole uscitemi del labbro, di quanto possa esserlo il braccio di
chiunque abbia mai portato il nome di Ratcliffe.»
«Milordi, disse la Regina, tai discorsi non son fatti per tenersi
alla nostra presenza, e se voi non potete sedare le nimistà che vi
disgiungono, vedrete, sapremo trovar modo d’impedirvi che alle medesime
vi abbandoniate. Ch’io vi veda porgervi l’un l’altro la destra, o
Milordi, e promettetemi di porre in dimenticanza ogni disparere.»
I due nemici si riguardarono con aria d’irresolutezza, e pareva che
niun d’essi volesse muovere il primo passo per obbedire alla Regina.
«Sussex, disse Elisabetta, io ve ne prego; Leicester, ve lo comando.»
E il modo con cui questi accenti vennero pronunziati, diede forma di
comando alla preghiera, e di preghiera al comando. Pure i due cavalieri
rimanevano tuttavia immobili. Allora la Regina, alzando la voce in
tuono da far comprendere l’impazienza venuta in lei, e la fermezza
della propria volontà, chiamò un ufiziale del suo seguito.
«Sir Enrico Lee, gli diss’ella, fate star pronto un picchetto delle mie
guardie, e si allestisca a partir sull’istante una barca. Lord Sussex,
lord Leicester, vi comando anche una volta di darvi la mano, o per la
morte di Dio, quegli che esiterà ad ubbidirmi, prima di ricomparire
alla mia presenza, avrà assaggiato il nostro pane nella nostra torre di
Londra. Abbasserò il vostro orgoglio innanzi che ci separiamo. Ve ne do
parola di Regina.»
«La prigionia potrebbe sopportarsi, disse il Leicester, ma l’essere
sbandito dalla presenza della Maestà Vostra, sarebbe perdere ad un
tempo la luce del giorno, e della vita. Sussex, eccovi la mia mano.»
«Ed eccovi la mia, disse il Sussex; io ve l’offro con franchezza, e con
lealtà; ma...»
«Voi non aggiugnerete alcun’altra cosa, lo interruppe in questo la
Regina. Sono contenta, ed ecco il punto a cui mi era prefissa di
condurvi entrambi (aggiunse ella riguardando con occhio più favorevole
sì l’uno che l’altro). Quando i pastori sono uniti, gli armenti ne
trovano sollievo. Io ve lo annunzierò senza mistero, o Milordi; le
vostre dissensioni hanno cagionato scandalosi disordini per parte delle
persone che vi sono affezionate. Lord Leicester, non avete voi al
vostro servizio un uomo per nome Varney?»
«Sì, o Regina. Già lo presentai a Vostra Maestà, ed ebbe l’onore di
baciarle la mano all’occasione dell’ultimo viaggio, che la Maestà
Vostra fece a Nonsuch.»
«Me ne ricordo. La sua apparenza esterna non è cattiva; ma non vidi in
esso nessuna cosa da far tanta impressione, onde una giovinetta ben
nata potesse risolversi a sagrificargli il proprio onore col divenirne
la favorita. Però un tale caso è accaduto. Questo ufiziale del vostro
seguito ha sedotta la figlia d’un buon vecchio cavaliere della contea
di Devon, di sir Ugo Robsart di Lidcote. Ella ha abbandonato per lui la
casa paterna. Che avete voi dunque, lord Leicester? Vi sentireste male?
Il vostro volto è coperto di un pallore di morte.»
«No, Regina» rispose Leicester, e gli fu d’uopo di far grande forza a
se stesso per pronunziare queste due sole parole.
«Sicuramente voi vi sentite male (continuò Elisabetta avvicinandosi
a lui colla più viva premura). Si cerchi subito Masters; si chiami
il chirurgo di servigio. Ove son essi adunque e l’uno e l’altro? La
negligenza di costoro ci farà perdere l’uomo, che forma l’orgoglio
della nostra Corte! Sarebbe egli possibile, o Leicester (soggiunse
ancora riguardandolo in atto il più soave) che la tema di essere
incerto nel nostro disfavore avesse prodotto un tale effetto sopra di
voi? Rassicuratevi, nobile Dudley; noi non intendiamo farvi mallevadore
de’ falli d’un uomo che è al vostro servigio; voi non potete preveder
tutto, e ben sappiamo che a più alto scopo intendono i vostri pensieri.
Chi vuol giugnere insino al nido dell’aquila, non s’accorge di coloro
che stanno cercando fanelli fra gli sterpi ond’è ingombra la falda
della montagna.»
«La udite voi? (disse il Sussex, fattosi all’orecchio di Raleigh).
Convien dire che il diavolo gli presti soccorso. Ciò che basterebbe a
sommergere un altro cento braccia al di sotto del mare, mette a fior
d’acqua costui. Se uno de’ miei ufiziali avesse fatto altrettanto...»
«Silenzio, Milord! disse Raleigh; per l’amor del cielo silenzio!
Aspettate che il fiotto cambi; non ne credo tanto lontano l’istante.»
Nè s’apponeva certamente al falso l’accortezza di Raleigh, perchè la
confusione dimostrata dal Leicester era sì grande in tale momento, e
ne parea vinto con tanta forza, che Elisabetta, dopo averlo riguardato
con aria di sorpresa, e vedendo ch’ei non dava risposta alcuna alle
espressioni di straordinaria bontà sfuggitele dal labbro, girò
rapidamente l’occhio sulle fisonomie di tutti i cortigiani, che le
davano intorno, e senza dubbio leggendo in esse alcuna cosa atta a
confermare i sospetti, che già cominciarono a pullulare nell’animo suo,
sclamò d’improvviso: «Ovvero tutto ciò nasconderebbe più di quanto
comparisce a’ miei occhi, o Milord, e più di quanto voi bramereste che
noi scorgessimo? Ov’è questo Varney? V’è qui alcuno che l’abbia veduto?»
«Se piace alla Maestà Vostra (disse il Bowier che se ne stava alla
porta), egli è quel medesimo al quale ricusai l’ingresso nella sala
d’udienza.»
«Se mi piace! (replicò con asprezza Elisabetta, la quale in quel
momento non si sentiva d’umore di trovare nessuna cosa che le
piacesse). Non mi piace, nè che alcuno si presenti al mio cospetto
senza averne il comando, nè che si allontani da me un uomo, il quale
dee rispondere ad un’accusa mossa contro di lui.»
«Se piace a Vostra Maestà (tornò a dire l’usciere per metà spaventato),
s’io sapessi in tale circostanza come condurmi, mi darei ogni
premura...»
«Voi dovevate spiegarci meglio le cose, e ricevere i nostri comandi.
Voi vi credete un grand’uomo, signor usciere, perchè per vostra cagione
abbiamo rimproverato uno dei primari signori della nostra Corte; ma in
fine, voi non siete nulla di meglio del chiavistello che tiene chiusa
la porta. Fate venir tosto questo Varney. Nella supplica che mi è stata
data si parla anche d’un Tressiliano. Si cerchino l’uno e l’altro.»
Eseguiti immantinente i cenni della Regina, comparvero innanzi ad
essa e Tressiliano e Varney. Il primo sguardo di questo fu portato
sopra Leicester, il secondo sopra la Regina, le nubi della cui fronte
gli diedero a conoscere essere vicino lo scoppio d’una tempesta. Nè
per altra parte gli occhi costernati del Conte poteano instruirlo
del modo onde governare il suo navilio per farsi pronto a resistere
all’arrembaggio che si preparava; e vie più pericoloso gli si
dimostrava il suo stato, per essere Tressiliano insieme con lui alla
presenza della Regina. Ciò nonostante Varney, altrettanto impudente
quanto poco scrupoloso, e destro e fertile in espedienti, non era tal
uomo da abbandonare il suo vascello prima che andasse a picco. Misurava
inoltre colla sua mente quanto v’era da guadagnare per lui se toglieva
d’impaccio Leicester, e quanto da perdere se gli falliva l’impresa.
«È egli vero, o sciagurato (gli domandò la Regina, e tal domanda venne
accompagnata da uno di que’ fulminanti sguardi, ai quali poche persone
sapeano reggere senza impallidire) è egli vero che tu avesti l’audacia
di sedurre, e di disonorare una giovane donzella ben nata e bene
allevata, la figlia di sir Ugo Robsart di Lidcote?»
Il Varney piegò un ginocchio dinanzi alla Regina, e vestendo un
contegno umiliato e contrito, disse non poter negare che vi era stata
qualche corrispondenza d’amore fra lui e Amy Robsart.
Il Leicester fremette d’indignazione nell’udire costui esprimersi in sì
fatta maniera, e per un istante provò in se medesimo tanto coraggio,
che fu quasi tentato a confessare le nozze contratte segretamente con
Amy, e così sbandirsi da se medesimo dalla Corte, e perdere per propria
opera il favore della Regina; ma volse uno sguardo sopra il Sussex, e
l’idea del trionfo che per tal confessione avrebbe porto al suo rivale
gli chiuse la bocca. «Non sia almeno per ora, meditò fra se stesso; non
è questo l’istante di assicurare tale vittoria a costui»; e rinserrando
un labbro contro dell’altro rimase fermo, immobile, attento ad ogni
detto che Varney pronunciava, e risoluto a nascondere fino all’ultimo
momento un segreto da cui sembrava soltanto dipendere l’aura che lo
circondava.
La Regina intanto continuava ad interrogare Varney.
«Qualche corrispondenza d’amore! E di qual genere fu una tale
corrispondenza? Se l’amore che provavi per questa donzella era onesto,
perchè non ne chiedesti la mano al padre suo?»
«Non osai avventurare tale inchiesta, (rispose il Varney, sempre col
ginocchio a terra), perchè io sapeva che sir Ugo l’aveva promessa ad
un gentiluomo pieno d’onore (chè gli renderò sempre giustizia, benchè
lo sappia a me non propenso), al sig. Edmondo Tressiliano, che or vedo
alla presenza di Vostra Maestà.»
«E con qual diritto persuadeste una giovane, senza dubbio abusando
della semplicità ed ingenuità ch’era in lei, a contravvenire alla
volontà del padre, a legarsi con voi in corrispondenza d’amore, poichè
questo è il nome che date con volto franco alle vostre sregolatezze?»
«Regina, ripose Varney, sarebbe vana impresa il perorare la causa
della fralezza umana innanzi ad un giudice a cui questa fralezza è
sconosciuta, o difendere l’amore al cospetto di donna che non cedè
mai a sì fatta passione... benchè la inspiri a tutti coloro che le si
avvicinano» soggiunse costui con voce timida e bassa, e dopo aver fatta
una pausa.
Elisabetta fece prova di aggrottare il ciglio; pur sorrise a malgrado
di se medesima. «Tu sei un malvagio, gli diss’ella, che spingi oltre
ogni limite l’impudenza. Sposasti almeno questa giovane?»
Cotal domanda trasse a fremere nuovamente il Leicester, e si sentì
il cuore lacerato da tanti e vari sentimenti, sicchè gli sembrò non
dipendere omai la sua vita se non se dalla risposta che avrebbe data
Varney. Questi, dopo avere titubato, per vero dire, un istante,
rispose: «Sì, o Regina.»
«Perfido sciagurato!» Non potè ristarsi dallo sclamare il Leicester
spumante di rabbia; ma questo furore fattosi in lui eccessivo, e
l’interruzione posta dalla Regina al suo dire, non gli permisero di
aggiugnere a tale esclamazione una sola parola.
«Milord, gli diss’ella, con vostra buona licenza, saremo noi che
instruiremo questa processura; non abbiamo anche finito di ascoltare il
vostro ufiziale. Il tuo padrone, il lord Leicester, era egli informato
di questa bella impresa? Dimmi la verità, tel comando; e ti guarentirò
di ogni pericolo per parte di chicchessia.»
«Graziosa Sovrana, soggiunse Varney, quand’io debba dirvi la verità,
come se fossi al cospetto di Dio, il mio solo padrone ne fu l’origine.»
«Scellerato! Che ardisci tu dire?» sclamò il Leicester.
«Prosegui pure (disse la Regina colle guance accese siccome brage e con
occhi fulminanti); nessuno in questo luogo dee ricevere ordini che da
me.»
«E questi sono onnipossenti, o Regina, rispose il Varney, nè io oserò
celar segreti, che la Maestà Vostra voglia conoscere; ma bramerei che
gli affari del mio padrone non fossero intesi da altri orecchi, fuorchè
da quelli della mia stessa Regina.»
«Allontanatevi quanti siete (disse Elisabetta a tutti quelli che le
stavano attorno, ed i quali si ritrassero tosto sul fondo della sala).
Ora parla. Che ha di comune il Conte con questa colpevole tresca? Guai
a te se mi racconti la più piccola menzogna, e guai a te parimente se
ti fai a calunniare il Conte!»
«Lungi da me sì scellerata mira, o Regina. Pure debbo confessare, che
da qualche tempo il mio nobile padrone vive interamente assorto in un
profondo pensiero, di cui non si sa la cagione. Ben si vede col fatto
che questo pensiero lo distoglie da ogni vigilanza sul modo di vivere
delle persone di suo servigio, fra le quali in passato mantenne un
ordine sì rigoroso; ed è tale negligenza, che ci ha condotti fuori
della retta strada. Perciò lo accagionai della colpa onde mi trovo
alla presenza della Maestà Vostra. Di fatto, se egli fosse stato il
padrone rigoroso d’altra volta, non avrei avuto nè i modi, nè il tempo
di cadere in una mancanza, che mi ha posto ora in sua disgrazia, pena
la più crudele che mi possa percotere, eccetto il risentimento della
Maestà Vostra.»
«E a questa tua colpa il Conte non ha preso parte di nessuna maniera?»
«No, Regina; ma dopo un certo avvenimento accadutogli, egli non è
più riconoscibile. Osservatelo, Maestà. Vedete com’egli è pallido e
tremebondo! Qual differenza fra questo stato, e l’aria di dignità che
in lui splendea per lo innanzi! Pure che ha egli a temere dalle cose
ch’io posso dire alla Maestà Vostra? Ah Regina! Dopo che egli ricevette
quel fatal plico.....»
«Qual plico? (lo interruppe con vivacità la Regina) Chi glielo inviava?»
«Questo è quanto ignoro, o mia Sovrana; ma gli son sì vicino onde non
sia sfuggito alla mia cognizione, che dopo quel tempo ha sempre portato
attorno al collo una treccia di capelli, cui sta sospeso un piccolo
gioiello legato in oro, foggiato a forma di cuore: a questo gioiello ei
volge la parola allora che è solo: non lo abbandona nè dì, nè notte. Vi
giuro, o Regina, che niun Pagano adorò i suoi idoli con più fervore.»
«Mi è forza dire che in te si trovan congiunte, e malignità
ardimentosa, che ti move a spiar sì d’appresso gli arcani del tuo
padrone, e imprudente loquacità, che ti fa raccontare in questa guisa
le sue follie (disse la Regina arrossendo, ma senza collera). Or via;
qual è il colore della treccia di cui mi parli?»
«Un poeta direbbe, o Regina, che fu sfilata da una tela d’oro tessuta
per le mani della stessa Minerva; ma a mio avviso, il colore di questa
treccia è più pallido che non quello dell’oro il più puro; e meglio
rassembra l’ultimo raggio che manda il sole in una bella giornata di
primavera.»
«Veramente, sig. Varney, ora vi trasformate voi stesso in poeta,
(sorridendo la Regina soggiunse): ma io non ho bastante fantasia
per tener dietro alle vostre metafore. Osservate attorno queste
dame; guardate se ve ne sia una... (e nel dir ciò la Regina vestì
l’aria della massima indifferenza) se ve ne sia una i cui capelli vi
rimembrino il colore della treccia che mi descriveste. Avrei gusto di
conoscere questi capelli somiglianti alla tela di Minerva, ovvero.....
com’è che avete detto? all’ultimo.... raggio di sole in una giornata di
primavera.»
L’accorto Varney si fece successivamente a squadrare coll’occhio
tutte le dame di quella adunanza, indi, ma con aria del più profondo
rispetto, portò gli occhi sulla Regina.
«Non vedo, diss’egli, alcuna capigliatura che regga ad un tal paragone,
a meno che i miei occhi non si trasportassero laddove non debbono
riguardare.»
«Che ascolto! Temerario! ardiresti tu dare ad intendere?....»
«Perdono, Regina (replicò Varney mettendosi una mano dinanzi agli
occhi). Un raggio di sol di maggio mi trasse fuori di me.»
«Ritirati, disse la Regina; non v’ha più dubbio che tu non deliri»:
indi stogliendosi da lui mosse i suoi passi verso Leicester.
Una vivissima curiosità mescolata a timori, a speranze, e alle diverse
passioni che tengono agitato chi parteggia alla Corte, s’impadronì
degli animi de’ circostanti per tutto il durare del colloquio che
la Regina ebbe con Varney. Nessuno si permetteva il più leggier
movimento, e astenuti si sarebbero dal respirare, se la natura non
si fosse opposta a tale interruzione del suo ministerio. Contagiosa
era questa atmosfera; ed il Leicester in veggendo tutti quelli che il
circondavano, quai sospirosi, quai tremanti, o pel suo innalzamento
o per la sua caduta, dimenticò in quell’istante tutte le più tenere
inspirazioni d’amore, assorto nella sola idea, che il suo credito
o la sua disgrazia dipendevano da un cenno d’Elisabetta e dalla
fedeltà di Varney. Raccolse in fretta la mente per prepararsi a ben
sostenere la parte nella scena, di cui diveniva allora importantissimo
personaggio; e fortunatamente alcuni sguardi che la Regina volse dalla
sua parte lo istrussero, come, quali che si fossero state le cose
discusse nel segreto colloquio, le conseguenze non potevano essergliene
svantaggiose. Nè in questa incertezza medesima durò lungo tempo, perchè
il modo oltre ogni dire gioviale onde si fece a parlargli Elisabetta lo
additò trionfante e al suo rivale ed a tutta la Corte.
«Milord, voi avete un servo ben loquace nel vostro Varney. È cosa
molto prudente per parte vostra il non confidargli segreti che possano
farvi danno nella mia opinione, perchè cesserebbero presto dall’esser
segreti.»
«Egli si renderebbe colpevole (disse il Leicester piegando a terra un
ginocchio) sol col nascondere qualche cosa alla Maestà Vostra. Ma io
bramerei che le fosse così aperto il mio cuore, ond’ella non avesse
d’uopo del ministerio de’ miei servi per leggervi entro.»
«E che Milord? (disse Elisabetta riguardandolo con bontà). In
quel vostro cuore non si trova qualche piccolo angolo, su di cui
voleste gettare un velo? Vedo che questa interrogazione vi mette
nell’imbarazzo; ma la vostra Regina sa di non dovere esaminare
troppo d’appresso i fini che guidano i più fedeli fra i suoi servi
a ben adempiere i lor doveri, per tema di scoprir qualche cosa, che
potrebbe.... o dovrebbe almeno spiacerle.»
Rincorato del tutto da queste ultime parole, il Leicester spiegò
inaudita eloquenza nel dipingere alla Regina una rispettosa affezione,
che non aveva limiti verso di lei; e forse in tal momento le parole si
accordarono coi sentimenti del cuore, perchè le variate commozioni,
alle quali fu dianzi in preda, diedero luogo in lui all’entusiasmo,
ed alla fermissima risoluzione di mantenere il suo grado nei favori
della Regina. Laonde egli non comparve giammai ad Elisabetta, nè più
eloquente, nè più leggiadro, nè più facondo, siccome in quell’istante,
che prostrato dinanzi a lei la supplicò a spogliarlo di ogni potere,
ma lasciargli il nome di suo servitore. — «Togliete al povero Dudley,
così diceva, tutto quanto gli deste; immergetelo un’altra volta nello
stato oscuro, d’onde fu per opera vostra ritratto; non gli rimangano
che cappa e spada; ma sofferite ch’ei continui a godere di quanto non
meritò perder giammai, della stima di un’adorata Sovrana.»
«No, Dudley (rispose Elisabetta, facendogli segno di alzarsi con
una mano, e presentandogli da baciar l’altra), Elisabetta non ha
dimenticato che allor quando eravate un povero gentiluomo, spogliato
della vostra dignità ereditaria, ella era una principessa non meno
povera di voi, e che avventuraste per lei tutto quanto vi fu lasciato
dall’altrui oppressione, e per fin la vita e l’onore. Alzatevi, vi
dico, o Milord, e rendetemi la mia mano; alzatevi e continuate ad
essere quello che foste mai sempre; l’ornamento della nostra Corte,
il sostegno del nostro soglio. Può accadere che la vostra padrona vi
rimproveri di qualche torto, non perciò scorderà ella mai i servigi che
le prestaste. Prendo Dio in testimonio (diss’ella volgendosi a tutti
i cortigiani presenti ad una scena tanto rilevante), che non credo
esservi un Sovrano sulla terra che possa vantarsi d’un servo sì fedele,
com’io ravvisai in ogni circostanza il nobile Conte.»
Un rumorio di approvazione partì da tutti que’ circostanti che
partigiani erano del Leicester, e gli amici del Sussex non osarono
che opporre un rispettoso silenzio. I loro occhi bassi, e le umiliate
fisonomie ben dimostrarono fino a qual grado li costernasse tal
compiuto e pubblico trionfo de’ loro antagonisti.
Il primo uso che il Leicester fece del riacquistato favore della
Regina, fu chiederle qual cosa le piacesse decretare intorno a Varney.
«Benchè egli non meriti che il mio sdegno, se però mi fosse permesso
intercedere.....»
«Io aveva dimenticato questo affare, disse la Regina, e ne fo a me
stessa rimprovero. Noi dobbiamo giustizia al più umile, come al più
elevato de’ nostri sudditi, e vi ringraziamo, o Milord, di avercene
fatto ricordare. Dov’è Tressiliano? dov’è l’accusatore? Si presenti
dinanzi a noi.»
Tressiliano si avanzò tosto, chinandosi rispettosamente alla Regina. Il
portamento, come dicemmo, di questo cavaliere spirava nobiltà e grazia,
la qual cosa non isfuggì alle acute indagini di Elisabetta. Essa lo
contemplò attentamente, tanto che stavasi in piedi d’innanzi a lei con
aspetto fermo e composto, ma da cui traspariva il profondo cordoglio
ch’egli portava nell’animo.
«Provo un vero rincrescimento in vederlo, disse la Regina a Leicester;
ho assunte questa mattina informazioni sopra di lui, e ho saputo che è
un uomo istrutto, e soldato valoroso ad un tempo; e basta il vederlo
per esserne convinti. Ma noi altre donne, o Milord, nelle nostre scelte
siamo capricciose. Io avrei detto poc’anzi, stando al solo giudizio
degli occhi, non potersi far confronto fra Tressiliano e il vostro
scudiere; pure questo Varney ha una lingua dorata, e spesse volte nel
cuore di più d’una donna l’amore s’introdusse per la via degli orecchi.
Signor Tressiliano, una freccia perduta non è un arco rotto. Una
tenerezza sincera, com’io credo quella che voi provaste, fu a quanto
sembra mal compensata; ma essendo voi dotto, non dovete ignorare, che
incominciando dalla guerra di Troia e venendo sino ai dì nostri, vi
fu più d’una Cresside ingannatrice. Dimenticate una donna infedele, e
i vostri affetti per l’avvenire abbiano sguardo più antiveggente. Noi
vi parliamo in tal guisa sulla traccia di quanto leggemmo nell’opere
di dotti autori, anzichè colla scorta di una personale intelligenza,
perchè il nostro grado, e il nostro volere allontanarono ben lungi da
noi le lezioni dell’esperienza intorno ad una passion tanto frivola.
Per riguardo al padre di questa nobil donzella, ne raddolciremo
l’angoscia, concedendo al genero di lui qualche carica, che lo metta
in grado di sostenere decorosamente le contratte nozze. Nè voi stesso,
o Tressiliano, verrete dimenticato. Seguite la nostra Corte, e
v’accorgerete che un vero Troilo può sempre far fondamento sulla nostra
buona grazia. Pensate a quanto dice a tal proposito il Shakespeare.
Egli è un vero incantatore; le leggiadre sue bagattelle mi tornano alla
mente, allorchè dovrei pensare ad altre cose. Se non isbaglio sono
questi i suoi versi.
»Tua per decreto dei Celesti fatta
»Crisëide era già. Ruppe ella stessa
»Un imeneo sì augusto. A Dïomede
»Cessa d’invidïarla? A lui non cedi
»Che infranti avanzi d’un tradito nodo.
Voi sorridete, lord Southampton! Forse che la mia cattiva memoria fa
zoppicare i versi del vostro favorito? Ma basta così. Non si parli più
a lungo di questa tenuità.»
Tressiliano si stava sempre dinanzi a lei in atto d’uomo che vorrebbe
essere ascoltato, mentre il rispetto gli tiene chiuse le labbra.
«Ebbene (soggiunse la Regina inclinata per indole ad impazientire)
che volete voi ancora? Questa giovane non può sposarvi tutt’e due.
Ella ha già fatto la sua scelta. Non è forse la migliore, cui potesse
appigliarsi, ma infine ella è presentemente la sposa di Varney.»
«Se così fosse, graziosa Sovrana, disse Tressiliano, non avrei più
nulla che impetrare dalla vostra giustizia, e sarebbe sopita in me
ogni idea di vendetta; ma di queste seguite nozze vorrei qualche prova
migliore di quel che il sia la parola di Varney.»
«In tutt’altro luogo, ove si osasse affrontarmi con tale dubbio, disse
Varney, la mia sciabola.....»
«La tua sciabola! (lo interruppe Tressiliano, lanciando sopra di lui
uno sguardo di sprezzo) ringrazia il rispetto ch’io debbo a sua Maestà:
altrimenti la mia...»
«Temerari! sclamò la Regina. Silenzio! Dimenticate e l’uno e l’altro
ove siete? Ecco le conseguenze delle vostre dissensioni, o Milordi
(diss’ella volgendo il guardo ora a Leicester ora a Sussex). Le persone
del vostro seguito prendono i vostri sentimenti, il vostro umore,
e sino nella mia Corte, alla mia stessa presenza, s’insultano, si
disfidano ad uso di Rodomonti. Signori, chiunque parlerà di sfoderare
la sciabola per altra causa che per la mia, porterà ai polsi delle mani
tali smaniglie di ferro, che ne sentirà tutto il peso, me ne fo garante
io medesima.» Conservò ella il silenzio un istante, indi assumendo
più dolce tuono: «La mia giustizia nondimeno, ella soggiunse, debbe
intervenire fra questi ardimentosi paladini. Lord Leicester, guarentite
voi sull’onor vostro, cioè fin dove potete saperlo, che il vostro
scudiere dice la verità nell’assicurare che si è fatto sposo ad Amy
Robsart?»
Era questa tal botta diritta, contro di cui diveniva impossibile la
parata, e dalla quale fu Leicester quasi atterrato. Ma egli si era
compromesso troppo innanzi per poter dare addietro; laonde, dopo avere
titubato un istante, rispose: «Fin quanto io posso sapere, o Regina...
Anzi debbo dire a mia piena ed intera conoscenza... Amy Robsart è
maritata.»
«Graziosa Sovrana, disse Tressiliano, mi sarebbe egli permesso di
chiedere, in qual tempo, ed in qual luogo questo preteso maritaggio...»
«Questo preteso maritaggio! sclamò la Regina. La parola del nobile
Conte non ti è un mallevadore bastante della veracità di quanto un suo
servo asserì? Ma voi siete il perditore, o credete esserlo almeno...
e voglio usarvi indulgenza. Questa discussione ci ha intertenuti
abbastanza. Lord Leicester, ho divisato la prossima settimana farvi
una visita nel vostro castello di Kenilworth. Desidero che invitiate a
tenerci ivi compagnia il nostro buono e stimabile amico, il conte di
Sussex.»
«Se il nobile conte di Sussex (disse il Leicester, salutando il
suo rivale con altrettanto di urbanità che di disinvoltura) vuol
compartirmi sì fatto onore, io riguarderò la sua visita siccome una
prova della stima e dell’amicizia, che la Maestà Vostra desidera
consolidata fra noi.»
Il Sussex mostrò maggiore imbarazzo. «L’infermità di cui mi risento
ancora, o Regina, non mi fa troppo adatto a contribuire ai diletti di
una festa.»
«Foste dunque tanto seriamente ammalato? (disse Elisabetta, fattasi
con maggiore attenzione a riguardarlo). Egli è vero che siete
molto cambiato, e me ne duole grandemente. Ma vivete tranquillo.
Vigileremo colla stessa opera nostra alla salute di un suddito, che
ne è sì prezioso, ed al quale abbiamo tante obbligazioni. Il Masters
prescriverà la regola del vostro vivere, e noi faremo eseguire le sue
prescrizioni, ma è d’uopo che voi siate di brigata nel viaggio di
Kenilworth.»
Ella pronunziò questi detti d’un tuono sì perentorio, ma nel tempo
medesimo pieno di tanta bontà, che il Sussex a malgrado di quanta
ripugnanza fosse in lui a ricevere ospitalità dal proprio rivale, si
vide costretto a fare un profondo inchino, che annunziava alla Regina
essere egli pronto ad ubbidirne i comandi; poi con accattata urbanità
disse al Leicester che avrebbe accettato il suo invito. Nel tempo che
i due Conti si stavano in una reciprocazione di complimenti a tale
proposito, la Regina diceva a mezza voce al suo gran tesoriere. «Mi
sembra, Milord, che le fisonomie di questi due Pari rassomiglino quei
due famosi fiumi classici, l’uno sì nero e melanconico, l’altro sì
nobile e limpido. Il mio vecchio maestro Aschan mi sgriderebbe per aver
io dimenticato il nome dell’autor che ne parla. Credo però sia stato
Cesare. Osservate qual maestosa calma domina sulla fronte di Leicester,
e quai modi sforzati adopera Sussex nel volgere all’altro qualche
accento di cortesia, sol per un riguardo ai nostri ordini.»
«Lo starsi in dubbio sul favore della Maestà Vostra, rispose il lord
tesoriere, può bastare, cred’io, a spiegare una differenza che non è
sfuggita, come nulla sfugge, agli occhi della nostra Regina.»
«Un tal dubbio ci farebbe ingiuria, o Milord, replicò Elisabetta.
Entrambi i Conti ne sono cari egualmente, ed impiegheremo con
imparzialità l’uno e l’altro ai vantaggi del nostro regno. Ma il loro
colloquio è durato abbastanza. Lord Sussex, lord Leicester, noi abbiamo
ancora qualche cosa da dirvi. Tressiliano e Varney fanno parte delle
vostre case; desideriamo che ci accompagnino a Kenilworth. E poichè
allora avremo presso di noi Paride e Menelao, vogliamo vedere anche
questa bella Elena, la cui incostanza ha mosso tanto rumore. Varney, tu
condurrai tua moglie a Kenilworth, e preparala a comparirmi dinanzi.
Lord Leicester, incarico voi dell’esecuzione di un tal ordine.»
Il Conte ed il suo scudiere fecero un rispettoso inchino, indi
rialzando il capo non osarono levar gli occhi verso la Regina, nè l’uno
sopra dell’altro, perchè entrambi credettero in quell’istante veder le
reti della menzogna ch’essi avevano tese, chiudersi sopra di loro per
avvilupparli.
«Milordi, disse ai Conti la Regina, ci è d’uopo della presenza vostra
al consiglio privato, che andiamo ora ad aprire, e dove importanti cose
si discuteranno. Noi andremo indi a diporto sul fiume, e voi vi ci
accompagnerete. Oh! questa navigazione mi chiama una circostanza alla
mente. Signor cavalier _del mantello_, diss’ella sorridendo a Raleigh,
pensate che d’ora in avanti dovete seguirmi in tutte le mie spedizioni,
onde fatevi somministrare vestimento quale vi si conviene. Voi vi
rivolgerete al grande intendente della nostra guardaroba.»
Così terminò questa memorabile udienza, nella quale, siccome in tutto
il corso della sua vita, Elisabetta unì i capricci ai quali va di
frequente soggetto il gentil sesso, a quel profondo senno, e a quella
retta politica, che la fanno primeggiare fra quanti Sovrani abbiano mai
portato corona.