ANTICA COMMEDIA.

Say’s-Court era guardata in quel tempo a guisa di una fortezza

assediata, ed i sospetti giugnevano tant’oltre, che allor quando

Tressiliano vi si avvicinò, lo fermarono, e dovette rispondere a ben

molte interrogazioni mossegli dalle sentinelle a piedi e a cavallo,

poste colà d’antiguardia. L’alto grado che il Sussex teneva fra i

personaggi onorati del favore della Regina, e la notoria nè dissimulata

rivalità che era tra lui e il conte di Leicester, faceano che ognuno

riguardasse siccome cosa rilevantissima la conservazione della vita di

quest’uomo, tanto più perchè pendeva tuttavia incerta la lotta, cui

tanto egli quanto il Leicester si erano accinti per soppiantare l’un

l’altro.

Elisabetta, siccome è stile di tutte le donne che regnano, aveva

abbracciato il metodo di rendere le fazioni strumento al suo governare,

serbando a sè la bilancia fra gli opposti interessi delle medesime,

e la facoltà di concedere preponderanza all’una o all’altra parte,

secondochè il richiedesse la ragione di Stato, o tante volte il

capriccio, perchè da tal debolezza non andò immune questa Regina.

Ricorrere opportunamente ai maneggi, contrapporre una fazione

all’altra, tenere in briglia quella che si credea più salita nella

carriera del regio favore, valendosi della tema inspirata dall’altra

fazione, metter questa, se così ai regii fini tornava, al livello

della prima, nel dimostrarle, se non affetto eguale, egual confidenza,

tai furono l’arti ch’ella usò sempre in tutto il durar del suo regno,

e quelle pur furono che a malgrado delle passioni accese nel suo

cuore dai favoriti, salvarono la monarchia e lo Stato da ogni funesta

conseguenza delle passioni medesime.

Diverse affatto erano le pretensioni dei due nobili, che allor

contendevano in questo arringo. Quanto ai meriti loro potea dirsi in

generale, che il conte di Sussex aveva prestati maggiori servigi alla

Regina, e che nel Leicester fu l’accortezza di rendersi più gradito

alla donna. Guerriero il Sussex, militò con buon successo nell’Irlanda

e nella Scozia, e soprattutto nella grande ribellione del nord

Britannico, accaduta nel 1569, e spenta in gran parte per la sapienza

militare di questo capitano. Gli erano dunque per naturale conseguenza

partigiani ed amici tutti coloro, che nella carriera dell’armi

agognavano strade d’innalzamento. Uscito inoltre d’una famiglia più

antica e più ragguardevole, che non era quella del suo competitore,

univa in se medesimo i retaggi delle due nobili case dei Fitz-Walter e

dei Ratcliffe; intanto che gli stemmi del conte di Leicester venivano

inviliti dal digradamento tutt’or ricordato dell’avolo suo, abborrito

ministro di Enrico VII, digradamento non certamente ammendato dal

padre dello stesso Leicester, da Dudley Duca di Nortumberlandia,

decapitato a Tower-Hill nel dì 22 di agosto del 1553. Ma bellezza di

forme, grazie, disinvoltura, armi cotanto formidabili alla corte di una

Regina, diedero al Leicester un sopravvento oltre l’uopo per mettere

queste prerogative al paraggio dei servigi militari, della chiarezza

di sangue, e della franca lealtà, che adornavano il Sussex; onde agli

occhi della Corte e del Regno, il Leicester era tenuto per primo nel

cuore di Elisabetta, comunque ella, consentanea al sistema di politica

abbracciato, non ispignesse tant’oltre i segni di tale predilezione,

che il Leicester potesse vantare un compiuto trionfo sulle pretensioni

del rivale.

L’infermità del Sussex era accaduta appunto in un momento troppo

acconcio a far nascere i gravi sospetti, che si sparsero nel Pubblico

intorno al Leicester; e tali ne furono le conseguenze, che mentre

rimasero altamente costernati gli amici del primo, si diedero a più

alte speranze tutti i partigiani dell’altro. Però siccome in que’

tempi, ancor favorevoli allo spirito di cavalleria, niuno dimenticava

la possibilità, che la conclusione di qualunque disparere si stesse

sulla punta della spada, gli amici di questi due magnati, si univano,

ciascun per lor parte attorno di essi, mostrandosi armati a poca

distanza dai luoghi ove soggiornava la Corte, e fin nel recinto della

Reggia, facendo pervenire all’orecchio della Sovrana le notizie

di queste mutue contese. Mi era indispensabile l’entrare in tali

particolarità, onde il leggitore potesse intendere più agevolmente i

racconti che vengono dopo.

Tressiliano, appena arrivato a Say’s-Court, trovò il castello tutto

ingombro dalla gente del seguito del Sussex, e da grande numero di

gentiluomini venuti a porsi al suo fianco. Ogni braccio era armato, ed

accigliata ogni fisonomia, come se si fosse aspettato da un momento

all’altro un violento assalto per parte dell’opposta fazione. Uno di

quegli ufiziali fece entrare Tressiliano nell’anticamera del Conte,

intanto che un altro ufiziale andò ad avvertire lo stesso Conte di

questo parente arrivatogli. Nella ridetta anticamera però non istavano

che due gentiluomini, ed era non immeritevole di osservazione la

differenza di abbigliamento, contegno, e modi fra tali due personaggi.

Il più attempato d’essi, e nondimeno assai giovane, di condizione, a

quanto pareva, distinta, vestiva abito militare, affatto semplice; e

comunque i lineamenti del suo volto annunziassero molto senno, non ne

traspariva forza d’immaginazione o vivacità d’indole. L’altro, ancora

più giovane, cui non si sarebbero dati venti anni, portava un vestito

foggiato all’usanza più recente di que’ tempi, un abito cioè di velluto

cremesino ornato di galloni e ricamato d’oro, ed un berrettone dello

stesso drappo, intorno a cui avvolgevasi per tre volte una catenella

d’oro, che terminavasi in un medaglione. I suoi capelli vedeansi

aggiustati all’incirca come quelli de’ zerbini dei nostri giorni, vale

a dire ritti sulle loro radici, e gli stavano alle orecchie pendenti

d’argento fregiati ciascuno d’una bellissima perla. Ben fatto, di

grande statura, i lineamenti di lui regolari ed aggradevoli esprimevano

sì bene la sua anima, che vi si leggevano fermezza d’indole risoluta,

ardore di spirito intraprendente, consuetudine di meditare, e prontezza

a deliberare.

Questi due gentiluomini erano ad una medesima panca, seduti l’un

presso l’altro, ma ognun di loro inteso alle proprie considerazioni,

tenea lo sguardo fiso alla parete rimpetto, nè pensavano a parlarsi

scambievolmente. Gli occhi del più attempato null’altro dicevano, se

non se ch’ei stava contemplando nella parete una vecchia intarsiatura

di rovere, gli scudi, le daghe, le ramose corna di cervo, e l’armi

d’ogni specie antiche e moderne, che secondo l’uso di que’ tempi vi

stavano appese. Ma gli occhi del più giovane, sfavillavano del fuoco

dell’immaginazione, onde avresti detto quello spazio vôto che lo

disgiugneva dall’opposto muro essere per lui un teatro, ove la sua

mente comunicasse azione a diversi personaggi, e gli offerisse uno

spettacolo laddove la realtà non presentava cosa veruna.

Appena Tressiliano entrò, si alzarono l’uno e l’altro per salutarlo, ed

il più giovane soprattutto nel modo più cordiale gli disse.

«Che siate il ben venuto, o Tressiliano! La vostra filosofia ne ha

privato di voi allorchè questa casa poteva offerire allettamenti

all’ambizione; ma dessa è una filosofia ben onesta, poichè vi ci

riconduce, quando non potete esser partecipe che di rischi.»

«Milord è dunque infermo sì gravemente?» domandò Tressiliano.

«Noi temiamo che non vi sia più oltre speranza, rispose il più

attempato, ed ogni cosa conferma la persuasione, essere effetto di

tradimento quanto or si vede.»

«Nol crediate, disse Tressiliano. Il lord Leicester è uom d’onore.»

«E perchè dunque tien egli un corteggio composto di veri banditi?

sclamò il più giovane gentiluomo. Sia onesto, se così vi piace,

colui che chiama in aiuto il diavolo; ma non si renderà egli sempre

mallevadore di tutti i mali operati dal diavolo?»

«Or ditemi, o miei signori, chiese ai medesimi Tressiliano: siete voi

forse i soli amici di Milord, accorsi presso di lui in questo momento,

che dite di tanto pericolo?»

«Oh! no certo: rispose il più avanzato in età. Qui si trovano e Tracy,

e Markham, ed altri assai, ma ci alterniamo col prestar servigio a due

a due, ed alcuni, ora stanchi, prendono sonno nella galleria posta in

alto.»

«Ed alcuni altri, disse il giovinetto, sono andati a Depford per

comperare col denaro che hanno potuto raccogliere qualche vecchio

scheletro di vascello. Così allorchè il tutto sarà deciso, e quando il

nobile Lord si troverà collocato nella sepoltura de’ suoi maggiori,

dopo aver pettinato, qual si conviene, i malandrini che ve lo spinsero,

s’imbarcheranno per l’Indie, col cuore alleggerito al par della borsa.»

«È assai possibile ch’io viaggi in lor compagnia, disse Tressiliano, se

avrò in quel fatale momento compiuto un affare, che mi chiama adesso

alla Corte.»

«Voi affari alla Corte! sclamarono ad un tempo i due gentiluomini; voi

viaggiare alle Indie!»

«Come sta una tal cosa, o Tressiliano? continuò il più giovane. Non

siete voi in tal qual maniera maritato? Nè vi metteste già a coperto

contro que’ giuochi di sorte che costringono un uomo a commettersi al

mare, anche allor quando la sua navicella vorrebbe rimanersi tranquilla

nel porto? Qual cosa faceste voi dunque della vostra bella _Indamira_,

che doveva pareggiare la mia _Amoretta_[4] così per bellezza, come per

fedeltà?»

«Non me ne parlate oltre» disse Tressiliano, volgendo il volto verso

altra parte.

«A tale stato dunque veniste, o mio povero amico? (disse il più

giovane gentiluomo prendendo affettuosamente fra le sue la mano di

Tressiliano). Non temiate già io tocchi per la seconda volta una ferita

che vedo sì viva nel vostro cuore. Ma voi mi deste una notizia per

me inaspettata quanto sgradevole. È egli dunque deciso che in questa

burrascosa stagione, non sia permesso a nessuno de’ gioviali nostri

compagni il veder salva da naufragio la propria felicità? Io sperava

che voi, almeno voi, mio caro Edmondo, già vi trovaste nel porto. Ma

pur troppo vedo avverarsi il detto di un nostro amico, che portava il

vostro nome medesimo.»

«Del suol, dell’onda, e dell’eterea sfera

«La Fortuna reina

«Orgogliosa, fera,

«Or solleva or inchina

«Con volubili giri

«La rota, sol di labili contenti,

«E di lunghi martiri

«Dispensiera ai viventi;

«Onde securi ci teniam più in alto,

«Quand’ora è giunta al rovinoso salto.

Intanto che il nostro amico recitava con tuono commosso ed animato tai

versi di Edmondo Spencer, il suo compagno impaziente correva su e giù

per la stanza. Avvoltosi indi nel proprio mantello, e seduto nuovamente

in sulla panca, «Mi fa maraviglia, o Tressiliano, diss’egli, che voi

diate pascolo alla follia di questo giovine coll’ascoltar le sue baie.

Se nulla vi fosse che autorizzasse il giudicar sinistramente d’una casa

rispettabile e virtuosa, quale si è quella di Milord, ella sarebbe del

certo l’udirvi tal dialetto, o a dir meglio guazzabuglio poetico, che

vi hanno apportato questo nostro Walter e i suoi compagni, studiosi di

sformare in tutti i modi possibili il pretto linguaggio Inglese, che la

misericordia di Dio ne avea conceduto.»

«Blunt, s’immagina, disse Walter, che il demonio abbia fatto in versi

la sua corte alla nostra madre Eva, e che il senso mistico dell’albero

della scienza del bene e del male non si riferisca fuorchè all’arte di

accozzar rime o di scandere un esametro.»

In quel punto il ciamberlano del Conte venne annunziando a Tressiliano

che sua Signoria desiderava vederlo.

Tressiliano trovò il lord Sussex in veste da camera, ma adagiato

sul proprio letto, e fu grandemente spaventato dal vederne per la

malattia alterati di tanto i lineamenti. Il Conte lo accolse nella più

amichevole guisa, ed ignaro delle afflizioni che accoravano questo

suo ospite, gli chiese tosto notizie della figlia di sir Robsart.

Tressiliano si scansò per allora dal rispondere a tale interrogazione

coll’informarsi de’ sintomi che accompagnavano l’infermità di Milord, e

si accorse, maravigliandone, essere questi in ogni parte conformi alla

descrizione fattane da Wayland, dopo le poche cose che lo Stevens ne

aveva raccontate. Non esitò allora a narrare al Conte tutta la storia

dell’uomo preso di recente al proprio servigio, e della sicurezza,

che questi aver presumea di guarirlo. Il Conte ascoltò Tressiliano

con attenzione, ma con aria d’incredulità, sino all’istante che udì

pronunziare il nome di Demetrio. Allora chiamò immediatamente il suo

segretario, ordinandogli portasse una cassetta, che conteneva alcune

carte di grande importanza.

«Cercate, gli diss’egli, la confessione di quel furfante di cuoco,

che noi sottomettemmo ad un interrogatorio, e vedete se non vi si fa

menzione del nome di un Demetrio.»

Il segretario trovò il passo additatogli, e lesse quanto segue:

«Il suddetto, esaminato, dichiara ricordarsi d’aver fatto la salsa al

detto storione, e che il nobile Milord dopo averne mangiato si sentì

subitamente male in salute; che egli, il cuoco, non adoperò se non se

erbe ed ingredienti ordinari, cioè....»

«Omettete tutta questa nomenclatura, disse il Conte, ed osservate

soltanto se gl’ingredienti di cui si parla, sieno stati comperati da un

erbolaio di nome Demetrio.»

«Appunto, disse il segretario, ed il cuoco asserisce qui parimente che

dopo quella volta non rivide più lo stesso Demetrio.»

«Tutto ciò s’accorda colla storia narrata dal tuo nuovo personaggio, o

mio Tressiliano, soggiunse il Conte. Voglio tosto vederlo.»

Wayland condotto dinanzi a lui, replicò con fermezza la storia, tal

quale l’avea contata da prima, ed una sola circostanza non ne variò.

«Sarebbe fra le cose possibili, disse il Conte volto a Wayland, che

coloro i quali incominciarono l’opera avessero inviato qui appunto la

tua persona per terminarla. Ma bada bene che se il tuo rimedio avesse

conseguente funeste, la passeresti male tu pure.»

«Veramente, rispose Wayland, ciò sarebbe un prendere la cosa con

troppo rigore, perchè la guarigione sta nelle mani di Dio, siccome la

morte. Pure acconsento di correre io tutto il rischio. Mi sono avvezzo

a restar sì lungo tempo sotterra, che non mi fa tanto spavento il

tornarvi.»

«Giacchè in te la sicurezza è sì grande, nè per altra parte i dottori

san più qual cosa farsi per sollevarmi, ripeterò le tue parole

medesime: acconsento di correrne io tutto il rischio. Dammi il tuo

medicamento.»

«Poichè mi faceste mallevadore della cura, disse Wayland, permettetemi

prima di tutto, ch’io pure per parte mia metta un patto, ed è che

nessun medico v’intervenga.»

«Gli è giusto, disse Sussex; proviamo ora questo tuo rimedio.»

Intanto che Wayland lo preparava, i servi del Conte lo spogliarono;

indi si mise in letto.

«Vi avverto, aggiunse Wayland, che il primo effetto del medicamento

sarà l’eccitare in voi un sonno profondissimo, e converrà che

nell’intervallo di questo sonno si osservi il più alto silenzio in

tutta la stanza, perchè dall’omissione di tal cautela potrebbero

derivare conseguenze sinistre. Io stesso farò la veglia alla Signoria

vostra unitamente a due de’ suoi gentiluomini di camera.»

«Che tutti si ritirino, disse il Conte, eccetto Stanley, e questo bravo

uomo.»

«Ed eccetto me, aggiunse Tressiliano. Mi riguarda troppo da vicino

l’effetto di un tale rimedio.»

«Sia come desiderate, disse il Conte; ma prima d’ogni altra cosa si

facciano venir qui il mio segretario ed il mio ciamberlano.»

«Signori, (volgendosi a questi appena gli furono alla presenza) vi

voglio qui testimoni, che il nostro onorevole amico Tressiliano non è

mallevadore di sorte alcuna per le conseguenze, quali che si fossero

del medicamento, cui or mi assoggetto. Mi spinse a tal risoluzione

la sola mia volontà, riguardando io il caso, che guida (accennando

Wayland) questo uomo dinanzi a me, siccome un favore del Cielo,

deliberato forse a risanarmi per non prevedute vie dall’infermità

che mi opprime. Se le cose non vanno a seconda della speranza che ho

concetta, richiamatemi alla memoria della nobile mia padrona, e ditele

che morii qual fedele servo le vissi. Auguro a tutti coloro che stanno

d’intorno al trono una purezza d’animo eguale alla mia, ed auguro ad

essi nel prestarle servigio tutta la possibile acutezza d’ingegno, chè

non fu colpa di Tommaso Ratcliffe, se non ne ha posseduto di più.»

Incrocicchiate indi le sue braccia sul petto, sembrò farsi meditabondo

per un istante. Poi ricevendo dalle mani di Wayland la pozione,

fissò gli occhi sopra di lui, come volendo leggergli sin nel fondo

dell’anima; ma non iscorse in quel volto verun segno d’inquietudine o

di turbamento.

«Nulla avvi da temere» disse dopo di ciò in aria di sicurezza a

Tressiliano, e tosto si trangugiò la bevanda.

«Prego Vostra Signoria[5], disse Wayland, a collocarsi nel modo che

le è più comodo per dormire; e voi, o signori, mettetevi immobili e

taciturni come se foste presso al letto di vostra madre in punto di

morte.»

Il Ciamberlano ed il Segretario si ritirarono, dando ordine che

si chiudessero le porte, e che il più profondo silenzio dominasse

in tutta la casa. Non rimasero altri in quella stanza fuorchè

Stanley, Tressiliano e Wayland, ma molte furono le persone, che non

abbandonarono l’anticamera, per trovarsi pronte a qualunque evento

potesse accadere.

Non tardò a compiersi quanto aveva predetto Wayland. Il Conte fu preso

da un sonno tanto profondo, che Tressiliano e Stanley temettero non

fosse piuttosto un letargo, da cui non si svegliasse più mai; e lo

stesso Wayland diede alcun segno d’inquietudine. Portava spesse volte

le mani sulle tempia dell’infermo, ed il respiro di esso forte e

frequente, però facile e non interrotto, era la cosa cui facesse egli

maggior attenzione.

Kenilworth, vol. 2/4 · 第 11 / 16 题